Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Leggere le filosofe

Quattordici filosofe che hanno inciso sulla storia del pensiero trattando temi classici con una diversa sensibilità, descritte da altrettante docenti e ricercatrici attuali che ne continuano il cammino.

Una panoramica volutamente limitata: dal Settecento ad oggi. Le filosofe italiane contemporanee non sono nella lista, anche se, come è scritto nella prefazione «sono state preziose ispiratrici di questo volume», (p. 13). Ciò sembra preludere ad altre iniziative del Gruppo di ricerca filosofica Chora, per arrivare forse ad una storia della filosofia declinata al femminile, capace di arricchire quel cammino del pensiero per troppo tempo esclusivamente maschile.

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Captain Fantastic: noia e propaganda

Captain Fantastic è un film di Matt Ross del 2016 con Viggo Mortensen. Ma, soprattutto, è un concentrato di propaganda capitalistica incredibilmente mal celata – il che, se è un grave difetto nell’arte della retorica, è imperdonabile in quella narrativa.

Il film si apre con un papà che alleva da solo, senza la moglie, 6 figli nella foresta, dove insegna loro a sopravvivere procurandosi del cibo, a difendersi, ad allenarsi fisicamente e intellettivamente e a gustare la gioia delle cose belle, come la musica e dello stare insieme – lontano dalle seduzioni del consumo e da un sistema produttivo che ti rammollisce e ti rende dipendente dal potere delle aziende che ti forniscono cibo, cure, istruzione. I figli, in effetti, sono molto più forti dei loro coetanei (ricorrenti le scene di esercizio ginnico) e molto più colti: a volte perfino i più piccoli (8-9 anni) danno dei punti agli adulti, con una spigliatezza impressionante e conoscenze linguistiche e scientifiche da ultimo anno d’università. Si procurano da soli il cibo quotidiano – cacciando e cucinando la selvaggina – e imparano a contare unicamente sulle loro forze anche e soprattutto nelle situazioni estreme (come ad esempio la scalata verticale che il padre li conduce a fare).

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Brevi riflessioni filosofiche sul nibbāna

Abbreviazioni:

AN: Aṅguttara Nikāya
SN: Saṃyutta Nikāya
MN: Majjhima Nikāya
Ud: Udāna
Iti: Itivuttaka
Sn: Sutta Nipāta
Vism: Visuddhimagga
PTS: Pali Text Society

Introduzione

Fin da quello che la tradizione ricorda come il suo primo discorso pubblico, ovvero il celeberrimo Dhammacakkappavattana-sutta (“Discorso della messa in moto della ruota del Dhamma”, SN 56.11), il Buddha ha proposto un sistema non già teoretico ma eminentemente pratico, indicandone la meta finale in termini di visione (cakkhu), conoscenza (ñāṇa), quiete (upasama), super-conoscenza (abhiññā), perfetta comprensione (sambodha) ed estinzione (nibbāna) (PTS 5.420). Il presente contributo intende fornire delle riflessioni di carattere filosofico a proposito di quest’ultimo “concetto”, dapprima calandolo nella prospettiva fenomenologica, ove il buddhismo – nell’autorevole opinione di vari studiosi[2] – sembra trovarsi a suo agio più che in altre, successivamente mostrando di essa i limiti ermeneutici e restituendo del nibbāna la sua impossibilità a essere compreso in termini filosofici univoci.

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Italo Calvino e la soluzione contro la globalizzazione

Molto spesso la letteratura si è trovata a bruciare le tappe dello sviluppo tecnologico e a prevedere con lungimiranza i disastrosi risvolti di una tecnologia che si sviluppa ed evolve senza freni. Gli scrittori, proprio grazie al loro essere spesso dei “vate” e alla loro innata lungimiranza del fantastico possibile, riescono ad esplorare il tempo presente andando poi a concepire futuri realizzabili. Italo Calvino fu uno di questi cantori visionari, audaci, camaleontici e multiformi. Egli ha dimostrato ampliamente di essere un attento e agile lettore della realtà sia nei romanzi, che nella saggistica meno nota a un pubblico di non esperti. Fin dagli esordi, Calvino si rese conto che stava vivendo un’epoca di forti cambiamenti, spesso violenti e inafferrabili sul momento. Il mondo contemporaneo per Calvino è fin troppo cangiante e spesso risulta complicato e complesso. Lo scrittore in risposta alla violenza del mondo contemporaneo trova un suo modo di fare letteratura: non commette l’errore di molti suoi contemporanei, quello di illustrare solo i pericoli di quell’evoluzione irrefrenabile e inarrestabile, ma cerca ed offre anche soluzioni[2].

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Giuseppe Rensi: un percorso attraverso scetticismo e ateismo

Giuseppe Rensi fu uno dei filosofi più influenti del suo tempo, uno di quelli che mutò profondamente il modo di pensare la filosofia nelle accademie e che riuscì a ridare vigore allo scetticismo facendo riscoprire le basi greche di questo pensiero. Non è in questa sede che si andrà a ricostruire la biografia del Filosofo, ma consigliamo alcuni testi fondamentali per comprendere la vita e il pensiero del filosofo, come Giuseppe Rensi interprete del pensiero antico di Untersteiner o Giuseppe Rensi di Meroi[2]. Rensi visse tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, un’epoca nella quale non era così ben visto lo scetticismo e il dubitare di tutto, anche di Dio. Rensi fu un intellettuale “irrequieto” o meglio costantemente “inquieto”, era un uomo costantemente in disaccordo, che al gusto intellettualistico, un po’ gorgiano, di evidenziare le ragioni meno appariscenti di un fenomeno e più contraddittorie rispetto al comune sentire, aggiungeva uno spirito del tutto elitario della continua opposizione, doveva essere costantemente in disaccordo. Questa filosofia del dissenso, o meglio “del dubbio continuo”, gli viene però dalla sua formazione classica e da quel Socrate che tanto aveva amato in gioventù.

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I diritti degli animali da Aristotele a Martha Nussbaum

«L’uomo è superiore agli animali non perché abbia la possibilità di torturarli, ma perché è capace di provare compassione per loro; e l’uomo ha compassione degli animali perché sente che in essi dimora il medesimo principio che alberga nell’uomo.»

Lev Tolstoj, “Pensieri di saggi”

Ha fatto il giro del web una foto che ritrae un cagnolino che si avvicina e che consola il giovane che in quel momento sta rappresentando la passione di Gesù, durante la drammatizzazione della Via Crucis.

La foto è stata scattata in Guatemala e ripostata sul web anche in Italia, suscitando i commenti ammirati degli internauti, i quali rimarcano la principale qualità mostrata dall’animale in questa occasione: l’empatia.

Gli animali sono entrati di frequente nelle rappresentazioni pagane e cristiane. Nelle prime, ad esempio, si trovano negli affreschi egizi, oppure in scene domestiche e di guerra di greci e romani, o, ancora, sono il simbolo dell’identità di un popolo: il lupo per gli irpini, il cinghiale per i sanniti, il picchio per i piceni, cioè di antichi popoli italici. Si tratta di animali totemici, cioè identificativi del proprio clan: l’antenato o lo spirito guida. Tra le seconde, ad esempio, si ricordano il lupo ammansito da San Francesco (anche se gli studi recenti dicono che in realtà si trattasse di un brigante), oppure il miracolo della mula che si inginocchiò a Sant’Antonio benedicente l’ostia.

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Sulle tue spalle

Lettura del saggio Il dopo di Ilaria Capua

Introduzione

La tesi per la quale la pandemia nota come CoViD-19 sarebbe stata l’occasione di immaginare1, suggerire e in certi casi di indurre a colpi di decreti delle modifiche allo stile di vita delle persone che con la gestione meramente medica e perfino emergenziale avevano ben poco (per non dire nulla) a che fare è controversa2. Questo articolo non intende entrare nella polemica, bensì sottolineare la singolarità di un evento specifico: la pubblicazione del libro di Ilaria Capua3, Il dopo. Il virus che ci ha costretto a cambiare mappa mentale; libro scritto da un medico veterinario (Capua 2020: 5), che tuttavia poco si dedica a questioni medico-scientifiche, o a problemi logistici come l’organizzazione delle strutture sanitarie, per attardarsi invece su aspetti sociologici, il cui fulcro è quello che i cittadini avrebbero dovuto fare da subito e in previsione delle pandemie future, per comportarsi in maniera conforme alla gestione ottimale (secondo l’A.) del problema4. Con un’esposizione che sembra tutt’affatto non neutrale, ma indirizzata, che si spinge – e non occasionalmente, ma sistematicamente, come vedremo – a voler ripensare l’intero comportamento personale e sociale di ogni singolo cittadino del mondo5.

Il problema? È tuo

Partiamo dalla prima considerazione: «Siamo fragili», dice (Capua 2020: 43), in riferimento alla vulnerabilità dell’uomo da parte dei virus. Ed è certamente così. Si tratta tuttavia di una descrizione molto semplificata della situazione reale, nella quale non si fa menzione del fatto che questa fragilità possa non dipendere (né soltanto né per la maggior parte) dal nostro essere “canne fragili” (Pascal 2017: 153; §264), ma dal fatto che, negli ultimi vent’anni, i tagli alla spesa ospedaliera italiana abbiano causato una riduzione di oltre 83.000 posti-letto (il 32%: Cobianchi 2023)6.

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L’intelligenza allo specchio.

Cosa (o chi) cerchiamo nell’AI?

Intelligenze.

L’uso della scrittura prima, e la diffusione della logica e della matematica poi, ci hanno costretto a prendere in considerazione, almeno di tanto in tanto, la necessità della elaborazione lineare delle idee. L’avvento dei computer ha dato un altro colpo in questa direzione. Anche se uno non ha mai programmato un computer, la consuetudine con queste eccezionali «creature» ci sta cambiando la mente. Per ora solo al livello più esterno, quello del fenotipo per intenderci; ma potremmo aspettarci che qualcosa accada prima o poi più nel profondo. Allora una mutazione in senso genetico potrebbe preludere a una ben più significativa Mutazione in senso culturale e comportamentale[1]

Alan Turing descrive ad un Eraclito, tanto perplesso quanto esterrefatto, il nocciolo del suo celeberrimo test:

Ora se pensi alle conoscenze contenute nelle schede, e aggiungi qualche risposta “generica” da usare quando la macchina non ne ha una migliore devi ammettere che la macchina passerebbe il mio test in maniera convincente[2]

E bisognerebbe ammettere che la maestria della narrazione angloamericana della storia della filosofia è davvero penetrante. Non si tratta tanto di emulare l’intelligenza umana, quanto di ingannare quest’ultima. E alle rimostranze di Eraclito, Chalmers precisa:

Ho sentito cosa hanno detto Turing e La Mettrie e sono d’accordo … fino a un certo punto, Certo le copie meccaniche di cui parlano ci assomiglierebbero, ma secondo me sarebbero umane quanto questa versione zombie di me. A livello funzionale non ci sarebbe differenza, ma mancherebbe la coscienza. La macchina non potrebbe amare, odiare, sperare, disperare, riflettere … insomma, non avrebbe una mente. Scusa amico. L’uomo per essere tale deve avere una coscienza, e il tuo hardware di carne non la prevede[3]

Certo, se una macchina passasse il test di Turing, il problema dell’emersione di una vita cosciente a partire da una base materiale iperconnessa passerebbe sicuramente in secondo piano. Ma l’accesso alla coscienza aprirebbe ben più complesse questioni di quelle che desidero discutere in questa sede. Cos’è la coscienza? Da dove viene? C’è differenza tra la nostra coscienza e quella degli animali non umani? Ce ne sarebbe tra la nostra e quella ancora ipotetica emergente da singolarità artificiali? In prima approssimazione, pare che una qualche connessione tra hardware e software ci sia, anche se la disimmetria tra la velocità di elaborazione dei dati e la quantità di informazione da elaborare nei due distinti casi dell’intelligenza umana e dell’intelligenza artificiale sembra confutare il paradigma emergentista. Per citare il buon von Wright, l’«attribuzione di fenomeni mentali a una persona si fonda su una concettualizzazione di alcuni fenomeni sotto l’aspetto dell’intenzionalità»[4].

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Questo mondo non è un albergo

L’immagine dell’hotel come metafora del capitalismo

Introduzione

Ci sono immagini eloquenti che hanno mostrato in sintesi gli aspetti peggiori del capitalismo1. La prima, celeberrima, è quella di Kierkegaard:

In un teatro scoppiò un incendio dietro le quinte. Un clown uscì sul palcoscenico e avvisò il pubblico. Gli spettatori pensarono che si trattasse di uno scherzo e applaudirono. Il clown ripeté l’annuncio, con sempre maggior divertimento dei presenti. È così, immagino, che il mondo verrà distrutto: tra l’ilarità generale dei buontemponi, convinti che sia tutto un gioco2.

Metafora potentissima di una società ormai incapace di distinguere la realtà dalla finzione, potenzialmente in grado di salvare se stessa ma di fatto troppo presa dall’ebbrezza del divertimento per riuscirci. La seconda viene dal filosofo francese Maurice Bellet, che parla del nostro tempo come affetto dal cancro:

Quello descritto è un movimento che, muovendo congiuntamente dal profondo e dal punto più alto, come pure dal nucleo inattingibile, suscita tutte le potenzialità umane. E, in verità, tale movimento ha una sola legge: vita, creazione, essere, al massimo livello possibile! Nondimeno, il suo nemico mortale è quel cancro che, col pretesto di infrangere i limiti, prolifera nel mostruoso (e i nostri tempi rientrano in questa condizione)3.

C’è tuttavia un’immagine che ricorre: quella dell’hotel, inteso come metafora della condizione dell’uomo nella società capitalistica. Che per la sua immediatezza, oltre che per la profondità, va oltre la sfera della riflessione filosofica per approdare a quella della cultura popolare. Accostamento che abbiamo tentato qui nell’esaminare dapprima il testo della canzone Hotel California degli Eagles (1977), poi quello del monumentale La distruzione della ragione di György Lukács (per la parte relativa al Grand Hotel Abisso). In che modo e in che senso questi due testi ci presentano il capitalismo dei nostri giorni? è la domanda a cui tenteremo di rispondere. Nelle Conclusioni proveremo a spiegare i motivi della potenza evocativa di queste immagini, con l’aiuto degli studi di Marc Augé, in particolare quello sui nonluoghi.

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La vulnerabilità del bene e del male

Bene e male sono i due principi fondamentali che governano la nostra vita, che muovono l’umanità. L’uomo ha da sempre cercato di comprendere questi concetti contrapposti tra loro, spesso insidiati da fraintendimenti e pregiudizi.

Socrate diceva: chi conosce il bene fa il bene; quindi, chi fa il male non conosce il bene. Alla base del male c’è l’ignoranza. Chi fa il male crede che in quel momento il male che fa non sia male; se lo sapesse non lo farebbe. Il male è un fatto storico, il male come danno che un individuo può arrecare a un altro individuo è relativo alla singola situazione storico- politica; può cambiare a secondo i tempi e i luoghi.

Non facciamo il male, ma il bene quando sentiamo che l’altro non è un altro da noi, non è un diverso da noi, cioè un oggetto, ma è una persona come noi, cioè un soggetto. Solo allora non facciamo il male non perché obbediamo a codici di comportamento o per prescrizioni imposte da entità esterne, ma perché non amiamo farlo.

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Il ritorno di Oswald Spengler

Nella sua opera Significato e fine della storia, il filosofo bavarese Karl Löwith sosteneva che l’interpretazione della storia, così come si è andata sviluppando in Occidente nel corso dei secoli, riposa su una particolare esegesi delle Scritture bibliche anche se i nostri filosofi sono stati sempre riluttanti ad ammetterlo. Per Löwith, perfino coloro che hanno esplicitamente rifiutato la tradizione giudaico-cristiana, hanno in realtà fatto cripto-teologia, in quanto dietro le loro costruzioni filosofiche si stagliavano le categorie progresso, linearità, compimento, discendenti da quella particolare esegesi. La sola differenza fra la teologia cristiana e la filosofia della storia occidentale consisteva nella secolarizzazione della prospettiva biblica di un futuro escatologico, ove la provvidenza divina veniva rimpiazzata dal concetto mondano di progresso. Attraverso Significato e fine della storia, Löwith si è gettato nell’impresa sia di mettere in luce il rapporto segreto tra rivelazione cristiana e filosofia occidentale sia di dimostrare che il cristianesimo non ha mai tentato di dare una risposta chiara riguardo al senso della storia: letti «alla luce della fede – scriveva Löwith – gli eventi secolari prima e dopo Cristo non costituiscono una successione continua di avvenimenti significativi ma soltanto la cornice esterna della storia della salvezza».

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L’importanza della fisiognomica

Tipicamente e fortunatamente trasmessa in maniera inconscia – “una faccia da stupido”, “una faccia cattiva”; l’inquietudine provata nei confronti di chi ha le labbra sottili, la diffidenza verso i nasi aquilini, la volgarità di una fronte bassa e l’orrore dei monocigli; l’attrazione per uno sguardo profondo, la sicurezza di un mento squadrato – ad oggi la fisiognomica è perlopiù messa in atto da illustratori, vignettisti, pittori e, talvolta, scrittori; cioè da creatori di personaggi, caratteri e facce. Anche nel cinema la capacità di scegliere i giusti attori con le giuste facce costituisce un passaggio fondamentale di ogni produzione – non potremmo d’altronde immaginarci Burt Lancaster nei panni di un anonimo impiegato comunale, o Renato Rascel alla guida di una rivolta come Spartacus. Eppure, nella quotidianità, nonostante siamo costantemente influenzati e sospinti da segnali di questo genere, l’arte della fisiognomica è caduta in disuso, screditata e posta al livello di molte altre ciarlatanerie.

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