«L’uomo è superiore agli animali non perché abbia la possibilità di torturarli, ma perché è capace di provare compassione per loro; e l’uomo ha compassione degli animali perché sente che in essi dimora il medesimo principio che alberga nell’uomo.»
Lev Tolstoj, “Pensieri di saggi”

Ha fatto il giro del web una foto che ritrae un cagnolino che si avvicina e che consola il giovane che in quel momento sta rappresentando la passione di Gesù, durante la drammatizzazione della Via Crucis.
La foto è stata scattata in Guatemala e ripostata sul web anche in Italia, suscitando i commenti ammirati degli internauti, i quali rimarcano la principale qualità mostrata dall’animale in questa occasione: l’empatia.
Gli animali sono entrati di frequente nelle rappresentazioni pagane e cristiane. Nelle prime, ad esempio, si trovano negli affreschi egizi, oppure in scene domestiche e di guerra di greci e romani, o, ancora, sono il simbolo dell’identità di un popolo: il lupo per gli irpini, il cinghiale per i sanniti, il picchio per i piceni, cioè di antichi popoli italici. Si tratta di animali totemici, cioè identificativi del proprio clan: l’antenato o lo spirito guida. Tra le seconde, ad esempio, si ricordano il lupo ammansito da San Francesco (anche se gli studi recenti dicono che in realtà si trattasse di un brigante), oppure il miracolo della mula che si inginocchiò a Sant’Antonio benedicente l’ostia.
Filosofi come Eraclito e Platone utilizzano gli animali – soprattutto il cavallo – per spiegare verità soprasensibili. Tuttavia, la filosofia non è stata quasi mai unanime circa la considerazione del mondo animale come portatore di una propria sensibilità, né tantomeno degno di essere riconosciuto detentore di diritti, il primo dei quali alla vita. Anche la teologia cristiana, dimentica delle tante voci del passato che si erano espresse a favore dei diritti degli animali, esprimerà la propria visione gerarchica e antropocentrica dell’universo.
In realtà, la filosofia ha, su questo tema, espresso posizioni diverse e contrastanti, a partire già dal mondo antico.
Aristotele, grande studioso dei fenomeni naturali e del mondo animale, da un lato sostiene una sorta di continuità tra le specie, inclusi gli animali e l’uomo, ma, dall’altro, ribadisce la sua visione antropocentrica che, successivamente, sarà fatta propria anche da San Tommaso d’Aquino.
Lo Stagirita, infatti, nella Politica scrive:
Bisogna credere che le piante sono fatte per gli animali e gli animali per l’uomo, quelli domestici perché ne usi e se ne nutra, quelli selvatici, se non tutti, almeno la maggior parte, perché se ne nutra e se ne serva per gli altri bisogni, ne tragga vesti e altri arnesi[1].
Come detto, Tommaso d’Aquino, nel Medioevo, riprendendo Aristotele, pone l’uomo al vertice della scala del creato e gli attribuisce un’anima razionale immortale. Al contrario, secondo lui, gli animali sono dotati della sola anima sensitiva, destinata a perire col corpo. Per tale motivo, nella Summa Theologiae egli può affermare che non è peccato per l’uomo uccidere gli animali e che «nella gerarchia degli esseri quelli meno perfetti sono fatti per quelli più perfetti»[2]. Inoltre, per San Tommaso, gli animali sono dominati dall’istinto e privi di senso morale; di conseguenza, il comportamento umano nei loro confronti è irrilevante.
È piuttosto Teofrasto, il discepolo più famoso di Aristotele, il quale, prendendo le mosse dalle opere zoologiche del maestro, sostiene una sostanziale affinità tra uomini e animali, sia dal punto di vista fisico che psichico, essendo la medesima struttura degli uni e degli altri. La pietà verso gli animali è da Teofrasto chiaramente espressa:
Se qualcuno sostenesse che, non diversamente dai frutti della terra, il dio ci ha dato anche gli animali per il nostro uso, gli risponderei che, sacrificando esseri viventi, si commette contro di loro un’ingiustizia, perché si fa rapina della loro vita[3].
Tra i pensatori stoici che si sono espressi sui diritti o meno degli animali, citiamo Crisippo, Celso ed anche il poeta Lucrezio.
Crisippo, ammirato e citato da Cicerone, sosteneva che gli animali esistono «per servire le necessità dell’uomo».
Al contrario, Celso, non solo negava che l’universo sia stato fatto per l’uomo, ma negava anche più convintamente l’unicità dell’uomo[4]. Per fare ciò, egli riporta l’esempio delle formiche e delle api. Le prime, comunicano fra loro e venerano i morti. Le seconde, hanno una regina con al seguito la servitù, fanno guerre, riportano vittorie, hanno il senso del lavoro e costruiscono città e sobborghi. Ad uccelli ed elefanti il filosofo greco attribuisce addirittura la religiosità e la conoscenza di Dio.
Lucrezio e, ancor prima, Plutarco, dal canto loro, attribuiscono agli animali delle qualità che li accomunano agli uomini – il percepire, il sentire, il desiderare e Lucrezio anche il soffrire[5].
Entrambi gli autori si oppongono convintamente all’uccisione degli animali per soddisfare il palato umano ed entrambi si soffermano sulla brutalità dell’uomo, che infligge dolore e sofferenza a degli esseri indifesi[6].
Più tardi, tra il III ed il IV secolo d.C., il filosofo e teologo Porfirio ribadisce che è falso che Dio abbia creato gli animali per l’uomo ed esalta la condotta di Pitagora, il quale praticava il vegetarianesimo e si teneva il più lontano possibile da cacciatori e macellai[7]. Porfirio, inoltre, nella sua opera De abstinentia passa in rassegna tutta una serie di popoli che praticano il vegetarianesimo, che, per lui, rimane la maggiore forma di rispetto per altre forme di vita sul pianeta. Essendo convinto che gli animali abbiano un’anima razionale e credendo inoltre nella trasmigrazione delle anime anche nei corpi animali, Porfirio considera il consumo di carne come una forma di cannibalismo.
Ma è soprattutto in Cartesio che la svalutazione del mondo animale diventa completa, dal momento che, in un universo dominato da leggi meccaniche, l’unico soggetto pensante è l’uomo, mentre invece gli animali sono ridotti ad automi, senza pensiero e senza sensibilità.
Ed è proprio nell’età moderna che, in opposizione alla visione antropocentrica dell’aristotelismo e del cartesianesimo, si sviluppa un interessante dibattito noto come querelle des bêtes o “dibattito sull’anima degli animali”. I suoi esponenti vogliono portare argomentazioni contro Aristotele, che considerava gli animali privi di ragione, e Cartesio, che negava loro anche la capacità di sentire.
Proprio all’interno di questa querelle si colloca l’opera dell’ecclesiastico Gerolamo Rorario, dal titolo Quod animalia bruta ratione utantur melius homine (Gli animali spesso usano la ragione meglio degli uomini). Scritta forse nel 1539, essa attribuisce agli animali intelligenza, saggezza, spirito di socialità e finanche il timor di Dio. Rimase inedito fino al 1648, quando il libertino Gabriel de Naudé lo diede alle stampe omettendo dal titolo l’avverbio “sempre”, chiaramente con intento provocatorio. I libertini furono strenui difensori dei diritti degli animali, prendendo come loro fonte di ispirazione il filosofo Michel de Montaigne, che ritiene gli uomini incapaci di comprendere l’anima degli animali. Negli Essais, il filosofo francese li ritiene capaci di linguaggio e di comunicazione fra loro, capaci di altruismo e di amore:
Come potrebbero non parlare tra loro? Parlano pure a noi e noi a loro. In quante maniere parliamo ai nostri cani? Ed essi ci rispondono. (Montaigne, 1970, 593-594).
Montaigne accosta il pregiudizio verso gli animali al pregiudizio diretto ai popoli “selvaggi” delle Americhe, verso le quali in quel momento storico sono dirette le conquiste e il colonialismo. Eppure, sottolinea Montaigne, come ogni popolo ha la sua cultura, così ogni animale ha il suo sguardo sul mondo. Così è introdotto il criterio del relativismo, che è un punto cardine nella riflessione dei libertini. Charron, amico di Montaigne, condanna la crudeltà verso gli animali nella sua opera La saggezza, del 1601. Il libertino Pierre Bayle, contemporaneo di Locke, nel suo Dictionnaire historique et critique (1696), nel rivalutare le abilità degli animali, spiega che l’anima degli animali e quella degli uomini sono della stessa natura e che l’anima dei primi è come quella dei bambini. In effetti, dice Bayle, anche Aristotele e Cicerone all’età di un anno non avevano pensieri più sublimi di quelli di un cane e se la loro infanzia si fosse prolungata fino a trenta o quarant’anni, i loro pensieri sarebbero rimaste al livello di “sensazioni o ghiottonerie”. È dunque un puro caso che essi abbiano superato gli animali. Ma c’è di più: le bestie non peccano, tuttavia la loro anima è soggetta al dolore e alla miseria, mentre invece gli uomini peccano ogni qual volta uccidono, cacciano e pescano ricorrendo a mille astuzie e violenze, come faceva Domiziano che si divertiva ad ammazzare le mosche. Non è dunque crudele sottoporre un’anima innocente a tanti tormenti?
È da tener presente che è proprio nel XVII secolo, più precisamente nel 1641 che viene emanata una prima, parziale norma che intende proteggere i diritti degli animali. Ad emanarla è la Corte del Massachusetts. La norma afferma:
Nessun uomo può esercitare alcuna tirannia o crudeltà verso gli animali tenuti dall’uomo per il proprio utilizzo.
È tuttavia con Leibniz che si aprono interessanti prospettive circa il riconoscimento delle capacità degli animali. Il filosofo tedesco che ha inventato la monadologia, ha rivalutato al massimo ogni singola individualità vivente ed espresso l’idea di una natura animata, in cui tutte le cose sono in relazione e la molteplicità dei punti di vista da cui i singoli esseri guardano le cose è manifestazione della gloria di Dio. Nella Teodicea (1697), Leibniz sostiene l’idea che Dio non ha una prospettiva antropocentrica, ma è amorevole verso ogni creatura, badando all’equilibrio dell’universo. Anche gli animali, secondo lui, hanno sentimenti, memoria, morale. Ma è con la celebre dottrina delle “piccole percezioni” che è svelato l’errore dei cartesiani, i quali, confondendo percezione e coscienza, hanno creduto il falso, e cioè che le bestie non hanno anima (Leibniz, 1697c, 276).
Il punto di svolta nella filosofia etica è rappresentato dall’Illuminismo.
A ribadire che gli animali hanno sentimenti, memoria e idee è poi l’illuminista Voltaire, che, come specifica alla voce “Bestie” del suo Dizionario filosofico (1764), è “una vergogna” e “una miseria avere detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza e sentimento, che fanno sempre tutto ciò che fanno nella stessa maniera, non imparano niente, non si perfezionano”. Secondo lui, basta osservare il mondo degli uccelli: essi fanno il loro nido adattandosi alla posizione della base che trovano (un muro, il ramo di un albero); i canarini imparano immediatamente un’arietta e si correggono se sbagliano. È condannata la pratica della vivisezione sugli animali vivi, per la sofferenza che ad essi procura questa pratica.
Voltaire è in ottima compagnia circa l’idea che agli animali vada riservata una considerazione morale: a ribadirlo ci sono anche Rousseau, Condillac, Bonnet, Tyron, Hume. Kant, invece, non aggiunge molti argomenti in più: egli dice solo che evitare la crudeltà verso gli animali ci aiuta a non essere crudeli verso gli altri esseri umani.
In Italia, Giacomo Leopardi prende parte alla querelle des bêtes attraverso i suoi scritti. Nell’opera giovanile Dissertazione sopra l’anima delle bestie, prima, poi in alcuni pensiero dello Zibaldone, nelle Operette morali, nei Paralipomeni della Batracomiomachia e nel Dialogo di un Folletto e di uno gnomo.
Per il poeta marchigiano, “gli animali hanno un uso sufficientissimo di ragione” (Zibaldone, 2 dicembre 1820) e anche dei sentimenti. L’antropocentrismo, smentito a più livelli, è frutto di un errore di valutazione delle varie specie viventi, ciascuna delle quali crede che il mondo sia stato creato appositamente per sé.
In Inghilterra, Jeremy Bentham, oltre alle tradizionali considerazioni sull’intelligenza e sul linguaggio degli animali, aggiunge un elemento di riflessione nuovo circa la considerazione morale che si deve ad essi, e cioè la loro capacità di soffrire. Nell’Introduction to the Principles of Morals and Legislation egli scrive:
La domanda da porre non è: “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma: “Possono soffrire?”. (Bentham Jeremy, Introduzione ai principi della morale e della legislazione [1789], trad. it. di Stefania Di Pietro, UTET, Torino 2013).
Inoltre, nella stessa opera Bentham profetizza:
Verrà il giorno in cui gli animali del creato acquisiranno quei diritti che non avrebbero potuto essere loro sottratti se non dalla mano della tirannia. Perché dovrebbe la legge negare la sua protezione a un qualsiasi essere sensibile?
Arthur Schopenhauer, che, come è noto dalla sua biografia, aveva un affetto sincero solo per il suo cane, è convinto che
La sconfinata pietà per tutti gli esseri viventi è la più salda garanzia del buon comportamento morale (Ditadi Gino, I filosofi e gli animali, Isonomia, 2 voll, Este (PD) 1994, II, 785).
Giuseppe Garibaldi nel 1871 promuove in Italia la prima società che si occupa della protezione degli animali, mentre vent’anni più tardi Henry Salt fonda la Humanitarian League, con lo scopo di abolire qualsiasi sofferenza inflitta ad ogni essere senziente. Tra i suoi obiettivi vi fu l’abolizione della caccia.
Va anche segnalato un filone che, all’interno dell’evoluzionismo positivista, sottolinea la continuità tra la specie animale e quella umana.
Il Novecento è un secolo prolifico di opere che ribadiscono il rispetto che si deve agli animali. Tra questi: Richard Hood Jack Dudley Ryder, Piero Martinetti, Cesare Goretti, Albert Scheitzer, Peter Singer (con il celebre saggio Liberazione animale) e Tom Regan.
Nascono associazioni atte a tutelare i diritti animali. Il 15 ottobre 1978, a Parigi, viene proclamata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale. Il documento, redatto da giuristi, scienziati e associazioni, pur non avendo alcun valore sul piano giuridico, ha però un grande valore simbolico e fa da apripista per le legislazioni nazionali sul tema.
Il difetto delle posizioni di Regan, Singer e altri, consiste, secondo alcuni critici, nell’avere cercato di fondare l’etica degli animali prescindendo dalle emozioni (il provare per loro simpatia o compassione).
Il filosofo statunitense Gary Lawrence Francione, sostiene il diritto fondamentale degli animali a non essere trattati come oggetti di proprietà degli esseri umani.
Ai giorni nostri, la filosofa statunitense Martha Nussbaum si è interessata anche delle emozioni e dei diritti degli animali, in questo oltrepassando la teoria degli antichi stoici, i quali semplicemente negavano che gli animali avessero delle emozioni. Per questo motivo ella si è rivolta alla moderna etologia e alla psicologia cognitiva per una valutazione cognitiva da attribuire alle altre specie.
Fa parte della sua teoria neostoica (come la chiama Nussbaum stessa), la comunanza tra esseri umani e altri animali[8]. La filosofa va oltre, riconoscendo anche agli animali il diritto al sostegno nella loro capacità di agire e di combattere. Inoltre, alcune concezioni liberali si spingono oltre, riconoscendo diritti a tutti gli esseri viventi, finanche agli ecosistemi.
Nussbaum, nella sua celebre teoria delle capacità, che è alla base della sua idea di giustizia, riconosce che sia gli umani che gli animali hanno capacità e gli Stati debbono sostenere e favorire lo sviluppo di ciascuno di esse[9]. La filosofa riconosce, altresì, che gli esperimenti condotti sugli animali ci dicono che la compassione animale è più limitata di quella umana.
Lo studio degli animali, sostiene ancora Nussbaum, è interessante perché ci svela in che cosa sbagliamo e ci permette di conoscere molto sulle radici comuni della compassione e dell’altruismo. L’autrice cita, al riguardo, lo studio di Waal[10] su un’importante distorsione dell’emotività umana: l’antroponegazione. Vale a dire la tendenza degli esseri umani a negare la loro animalità e la loro parentela con gli altri animali, con tutto il carico di disgusto che questo porta con sé.
Nussbaum è d’accordo con Aristotele, il quale, da grande biologo, oltre che filosofo, sosteneva che tutti gli animali, non solo l’uomo, temono i mali esterni in grado di danneggiarli[11]. Anche qui, come nelle altre emozioni, c’è una componente valutativa dei vantaggi e dei danni che la realtà esterna comporta per noi:
La paura non è solo la prima emozione a presentarsi nella vita umana, è anche la più ampiamente condivisa all’interno del regno animale. (La monarchia della paura, pag. 34)[12].
Per concludere, Martha Nussbaum è convinta che la lista di capacità, convenientemente allargata, debba essere attenta e rispettosa delle forme di vita di ciascuna specie e promuovere per ognuno, la capacità di vivere e di agire in funzione della forma di vita di questa specie (a tale riguardo Nussbaum aggiunge che anche se la scelta deve essere preservata dappertutto, laddove la creatura abbia la possibilità di scelta, attaccarsi ai funzionamenti sarà più adatto in questi casi che per gli esseri umani. Cf. Capabilités pag. 216). La filosofa è altresì convinta che tutte le considerevoli ingiustizie portate avanti dall’industria alimentare, come nella pesca e nella caccia sportiva, debbano essere fermate. In tal senso, anche l’utilizzo di carne artificiale, ottenuta da cellule staminali, può, secondo lei, contribuire ad un mondo più giusto.
Bibliografia
Aristotele, Historia animalium.
Aristotele, Politica.
Bentham Jeremy, Introduzione ai principi della morale e della legislazione [1789], trad. it. di Stefania Di Pietro, UTET, Torino 2013.
Celso, Il Discorso vero [II sec. d.C.], a cura di Giuliana Lanata, Adelphi, Milano 1987.
De Montaigne Michel, Essais, 1580, 1582, 1588.
De Mori Barbara, Che cos’è la bioetica animale, Carocci, Roma 2007.
Ditadi Gino, I filosofi e gli animali, Isonomia, Este (PD) 1994.
Francione Gary Lawrence, Introduction to Animal Rights: Your Child or the Dog?, Temple University Press 2000;
– The Animal Rights Debate: Abolition or Regulation, Columbia University Press 2010.
Lucrezio, De rerum natura.
Plutarco, De sollertia animalium.
Plutarco, De eu carnium.
Porfirio, Vita pitagorica.
Rorario Gerolamo, Quod animalia bruta ratione utantur melius homine, 1539.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, XIII sec.
Nussbaum Martha C., La monarchia della paura. Considerazioni sulla crisi politica attuale, Il Mulino, Bologna 2020.
Nussbaum Martha C., Animal Rights: Current Debates and New Directions, Oxford University Press, Toronto 2004, tr. it. Giustizia per gli animali. La nostra responsabilità collettiva, Il Mulino, Bologna 2023.
Nussbaum Martha C., Creating Capabilities. The Human Development Approach, The Belnap Press, Harvard University Press 2011, tr. fr. Capabilités. Comment créer les conditions d’un monde plus juste?, Ed. Flammarion, Paris 2012. Trad. it. Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, Bologna, Il Mulino, 2012.
Nussbaum Martha C., Frontiers of Justice: Disability, Nationality, Species Membership, Harvard University Press 2006. Tr. it. Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, il Mulino, Bologna, 2007.
Nussbaum Martha C., Political Emotions: Why Love Matters for Justice, Harvard University Press, Cambridge 2013. Tr. it. Emozioni politiche. Perché l’amore conta per la giustizia, Il Mulino, Bologna 2014.
Nussbaum Martha C., Upheavals of Thought: The intelligence of Emotions, Cambridge University Press, Cambridge 2001. Tr. it. L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna 2004.
Safina Carl, Animali non umani, tr.it. di Isabella C. Blum, Adelphi, Milano 2022.
Singer Peter, Animal Liberation: A New Ethics for Our Treatment of Animals, The New York Review, New York 1975. Tr. It. Liberazione animale, Il Saggiatore, Milano 2010.
Note
[1] Aristotele, La Politica, tr.it. di Renato Laurenti, Laterza, Roma-Bari 1966, 26.
[2] Gino Ditadi, I filosofi e gli animali, Isonomia, Este (PD) 1994, 2. voll, 427.
[3] Citato in Barbara De Mori, Che cos’è la bioetica animale, Carocci, Roma 2007, p. 64.
[4] Celso, Il Discorso vero [II sec. d.C.], a cura di Giuliana Lanata, Adelphi, Milano 1987.
[5] Plutarco, De sollertia animalium.
[6] Plutarco nel De eu carnium e Lucrezio nel De rerum natura, del I sec. a.C.
[7] Lo afferma nella Vita pitagorica.
[8] Si veda la pag. 21 dell’Intelligenza delle emozioni (2004). Qui il termine “comunanza” è reso in inglese con commonality.
[9] Cfr. Capabilités (2012), pag. 36; M. Nussbaum, Frontiers of Justice (2006), pag. 33. Le capacità di cui parla Nussbaum sono: 1) Vita 2) Salute fisica 3) Integrità fisica 4) Sensi, immaginazione e pensiero 5) Sentimenti 6) Ragione pratica 7) Appartenenza 8) Altre specie 9) Gioco 10) Controllo del proprio ambiente.
[10] Pag. 196 Emozioni politiche (2014).
[11] Aristotele, Historia animalium.
[12] Secondo Nussbaum, nel mondo animale, la paura è superata da forme di cooperazione (magnifica quella tra gli elefanti). Il bambino, invece, ha solo un modo per ottenere ciò che vuole: usare gli altri).
Questo articolo uscirà in lingua francese sulla rivista Le partage culturel