Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Recensioni

Il rischio di pensare. Un saggio di Paolo Calabrò su scienza e paranormale in Rupert Sheldrake

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Il rischio di pensare.
Il titolo del libro di Paolo Calabrò, da poco pubblicato con Progedit e dedicato al pensatore e biochimico britannico Rupert Sheldrake, è molto azzeccato: nell’opera di Sheldrake, infatti, vengono messi in questione presupposti considerati intoccabili dalla scienza e vengono presi in considerazione, come scientificamente interessanti e passibili di studio sperimentale, fenomeni quali la telepatia, la capacità di premonizione degli eventi, che sono sempre stati bollati come superstizione o come trucchi di prestigio. La sua opera è insieme critica del dogmatismo della scienza e apertura di nuovi orizzonti. Ecco perché è rischiosa: va controcorrente, sfidando quelli che sono diventati i luoghi comuni della scienza. La maggior parte degli scienziati si rifiuta di prendere sul serio il “paranormale” o “fenomeni psi” che invece Sheldrake tematizza con la massima serietà.
Ma vediamo più in particolare quali sono gli argomenti che il biochimico britannico affronta, seguendo la trattazione dell’opera di Calabrò, ottima introduzione al suo pensiero.
In primo luogo, afferma che la scienza ha presupposti vecchi di secoli che bloccano la sua ricerca, poiché sono dogmi non dimostrati.
«I dogmi cui si riferisce Sheldrake, le ideologie che bloccano lo sviluppo delle scienze e che andrebbero pertanto superate, onde recuperare la creatività e lo slancio della ricerca scientifica, sono fondamentalmente due: il materialismo e il meccanicismo» (p. 5).
Il materialismo è un monismo che ammette un’unica sostanza e per il quale non è ammissibile nulla di spirituale. Tutto per esso si ridurrebbe alla causalità della materia. Ma questo è solo un pregiudizio, basato su un consenso maggioritario, non dimostrato. Basta accennare, ad esempio, al problema della coscienza: se tutto fosse materia la coscienza non dovrebbe esistere, sarebbe una semplice illusione. Tuttavia, a rigor di logica, l’illusione è una modalità della coscienza, la presuppone nel momento in cui la nega.
Un’altra problematica collegata alla critica del materialismo è quella della memoria: se tutto è materia, la memoria deve essere fisicamente individuabile nel cervello umano. Tuttavia, in anni e anni di ricerca non si è mai riusciti a dimostrare che l’attività della mente si riduca a quella del cervello, non si è riusciti a localizzare la memoria in una zona precisa.
Il meccanicismo (secondo dogma), dal canto suo, è un’ideologia nata insieme alla scienza moderna nel XVII secolo; sostanzialmente esso è la raffigurazione dell’universo come una enorme macchina con comportamenti automatici e dei fatti naturali come movimenti o combinazioni di movimenti nello spazio. Questa concezione, che diamo quasi per scontata, tanto da considerarla come la realtà stessa, è solo un’interpretazione particolare, nata in un periodo determinato; in passato, invece, l’universo era pensato in modo completamente differente, come un organismo e tutte le cose erano dotate di anima.
«Si può dunque pensare diversamente l’universo, ad esempio come un organismo, anziché come una macchina; e forse sarebbe preferibile. Perché l’idea centrale del pensiero di Sheldrake è che l’evoluzione, intesa nel senso in cui di solito si usa questo termine in riferimento alle specie viventi, possa essere un fenomeno che eccede l’ambito della biologia, arrivando a coinvolgere la realtà tutta intera. Per quanto radicale questa idea possa sembrare, è immediato osservare che non vi è motivo di credere che i modelli evoluzionistici vadano confinati al ristretto campo di ciò che è vivo» (p. 13).
A partire, dunque, dalla messa in discussione dei due dogmi della scienza moderna è possibile concepire un altro tipo di scienza e di ricerca ed è proprio in quella direzione che si muove l’opera di Sheldrake, sviluppando concetti originali.
Prima di tutto, la nuova scienza deve essere inclusiva: sia nel senso che non deve dare nulla per scontato e non deve escludere certe cose solo perché non le capisce o non rientrano in un campo di studi consolidato, sia nel senso che non deve essere riservata solo agli scienziati, a una piccola élite che impone l’agenda della ricerca e che non arrischierà mai indagini in campi che non sono strettamente correlati a ciò che già conosce.
L’idea centrale della nuova teoria di Sheldrake è la causalità formativa: la natura delle cose dipende da campi che prendono il nome di campi morfici.
«Le cose non sono come sono perché obbediscono a delle leggi più o meno eterne, matematiche e sempre uguali a se stesse; le cose sono così perché in passato sono state così e tendono a mantenersi nelle forme e abitudini dietro la spinta di forze conservative, da un lato; a cambiare (anche fino a estinguersi; o anche fino a creare l’inedito) sotto la pressione di forze evolutive, dall’altro. Il presente dipende dunque in gran parte dal passato. Di più: il passato “risuona” ancora nel presente, al punto da contribuire a modellarlo» (p. 22).
Pertanto, le regolarità della natura, a differenza dell’impostazione classica, non sono più pensate come immutabili, come eterne, ma come abitudini in evoluzione, soggette alla selezione naturale. La risonanza morfica è il processo con cui il passato entra in contatto con il presente e contribuisce a modellarlo: «ogni cosa prende la propria forma all’interno del campo morfico che le appartiene; questi campi morfici si mantengono stabili attraverso il tempo (pur nel loro evolversi continuo, come già accennato) grazie alla risonanza morfica che – quasi come una nenia ripetuta a oltranza – finisce per imprimersi nella struttura dei campi e mantenerli stabili» (p. 24).
A corredo di questa teoria Sheldrake porta molti esempi di esperimenti che, a suo avviso, la dimostrano.
I campi morfici sono un’elaborazione originale dei campi morfogenetici della biologia e possono essere concepiti come regioni non materiali di influenza. Di conseguenza, gli organismi non ereditano dagli antenati solo i geni, ma anche i campi morfici. L’ereditarietà è, dunque, non solo biologica, genetica, ma anche determinata dalla risonanza morfica, da qualcosa cioè che sfugge alla materia e alla fisica.
A completamento di questa originale concezione sta il concetto della “mente estesa”: le immagini delle cose che vediamo non si trovano dentro la nostra mente, ma sono presso le cose stesse, la mente non si riduce al cervello confinato nel cranio, ma si estende a tutto lo spazio che ci circonda e in ultima analisi si identifica con il mondo.
Anche i ricordi «non si trovano nel cervello, ma all’esterno di esso, nella presenza che il passato manifesta all’interno del presente (si ricordi che i campi morfici, secondo Sheldrake, contengono una memoria propria)» (p. 32).
A partire da questi presupposti teorici Sheldrake, come detto, prende in considerazione i cosiddetti fenomeni paranormali e dice chiaramente che se questi fenomeni esistono devono essere normali, non paranormali; naturali, non soprannaturali.
In particolare, i suoi studi si concentrano sulla telepatia, sulla sensazione di essere osservati, sui fenomeni “psi” degli animali e infine sul caso dei piccioni viaggiatori.
Concludo con le parole di Calabrò che sintetizzano bene l’afflato che muove l’intera opera di Sheldrake e che la rende interessante e originale.
«I cosiddetti fenomeni “psi” esistono, o si tratta di illusioni? Se esistono, come funzionano? Ovvero, se si tratta di illusioni: perché così tanta gente è convinta di averli sperimentati almeno una volta nella vita?
A queste domande, secondo Sheldrake, solo la scienza può rispondere. E può farlo solo con il metodo che è proprio della scienza (…) il metodo cioè basato su indagini svolte in maniera non solo rigorosa, secondo modelli e procedure ben definiti e controllati, ma dove i principi cardine siano l’esperimento, la condivisione dei risultati, la ripetibilità delle prove.
(…)
Non si tratta dunque di credere o non credere a fantasmi e simili: l’unica fede cui Sheldrake chiede di aderire è quella nella scienza.» (pp. 57-58).


Paolo Calabrò, Il rischio di pensare. Scienza e paranormale in Ruper Sheldrake, Progedit editore, Bari 2020, 96 p.


«Filosofia e nuovi sentieri» ha pubblicato l’intervista esclusiva di Paolo Calabrò a Rupert Sheldrake in due parti:

Evoluzione radicale. Intervista esclusiva a Rupert Sheldrake – parte prima
Evoluzione radicale. Intervista esclusiva a Rupert Sheldrake – parte seconda

Autore: Daniele Baron

Daniele Baron [Pinerolo 1976] vive in provincia di Torino. Nel 2004 si laurea con lode in Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi su Jean-Paul Sartre. Dopo gli studi, trova lavoro come impiegato presso un Comune. È appassionato dell’opera del filosofo e scrittore francese Georges Bataille: per «Filosofia e nuovi sentieri» cura la pagina Batailliana. È scrittore e pittore: i suoi quadri e disegni sono visibili in rete sia sul suo blog personale sia su altri portali. Ha pubblicato in volume: un racconto noir "Belzebù" in AA.VV. Sotto Mentite Spoglie (ed. Neos 2020), un romanzo giallo “Mise en Abyme” (ed. Il Seme Bianco 2019) e un’opera poetica sperimentale, “Il Cantico di Hermes” (ed. Controluna 2018).

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