Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Evoluzione radicale. Intervista esclusiva a Rupert Sheldrake – Parte prima

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(traduzioni dall’inglese di Stefano D’Agostino / Paolo Calabrò)

1. In che senso Lei parla di “evoluzione radicale”?

Non ricordo d’aver utilizzato l’espressione “evoluzione radicale”. Nel mio Le illusioni della scienza ho usato l’espressione “scetticismo radicale”; tuttavia, “evoluzione radicale” è in effetti una buona descrizione delle mie idee sulla risonanza morfica. La teoria evoluzionistica della biologia convenzionale parla dell’evoluzione di microbi, funghi, animali e piante in termini di mutazioni genetiche, selezione naturale e modificazioni epigenetiche. Ma la teoria evoluzionistica è stata confinata alla biologia fino al 1966, più o meno, quando l’intera cosmologia è diventata evoluzionistica. L’intero universo è cresciuto a partire dall’infinitamente piccolo nel Big Bang, quando sostanzialmente non c’erano strutture, faceva molto caldo e ogni cosa si è evoluta da quel momento, compresi gli elementi chimici, molecole, cristalli, stelle, galassie, pianeti ed ecosistemi. In tal senso, l’intero cosmo è radicalmente in evoluzione. Eppure la maggior parte degli scienziati continua a credere che questo processo sia governato da leggi eterne di natura fissate una volta per tutte al momento del Big Bang. Sostengo che queste cosiddette leggi eterne siano in realtà siano più simili ad abitudini che si evolvono insieme alla natura e in tal senso la mia ipotesi è ancora più radicale della cosmologia evoluzionistica.

2. Causalità formativa, risonanza morfica, mente estesa: una scienza nuova, o una nuova frontiera della scienza?

La causalità formativa, la risonanza morfica e la mente estesa sono nuove frontiere della scienza, non delle nuove scienze. Nel mio primo libro, A New Science of Life, discuto su come la causalità formativa possa contribuire a spiegare la biologia dello sviluppo e la formazione di cristalli e molecole. Questo principio è parte di una scienza della morfogenesi, vale a dire l’assunzione di forme. La risonanza morfica contribuisce a spiegare l’eredità delle forme e la memoria collettiva delle specie biologiche che è alla base degli istinti. La mente estesa sorge attraverso i campi estesi delle menti, che non sono confinate ai cervelli ma si estendono ben oltre, proprio come i campi magnetici si estendono al di là della struttura materiale del magnete, così come similmente il campo gravitazionale della Terra si estende oltre il pianeta e come il campo elettromagnetico dei telefoni mobili si estende al di là della loro superficie in maniera invisibile. Il mio primo libro si intitola A New Science of Life perché si spinge oltre l’approccio molecolare alla biologia – che è stato, ed è ancora, predominante nelle scienze biologiche – fino a includere i campi morfogenetici e la risonanza morfica, dando luogo a principi formativi e a dei tipi di ereditarietà che sono sconosciuti alla normale biologia meccanicistica.


3. Perché il materialismo scientifico non è più adatto a rappresentare e a spiegare il mondo?

Il materialismo scientifico si basa su 10 dogmi o ipotesi, come discuto nel mio libro Le illusioni della scienza. Una lista di queste ipotesi è contenuta nell’introduzione al libro. [Ipotesi peraltro discusse nella conferenza TED del 2013, il cui testo è riportato in Appendice]. Una delle principali ipotesi della dottrina materialista è l’affermazione che tutta la natura sia essenzialmente materiale ovvero fisica e che sia privo di coscienza. Questa affermazione piace agli atei poiché in un colpo solo rimuove Dio e tutti gli esseri spirituali dall’universo, lasciando solo le menti umani coscienti come sorgente di coscienza, in un mondo che per il resto è del tutto inanimato e meccanico. Ma se tutto in natura è materiale e privo di coscienza, compresi i cervelli umani, allora noi non dovremmo essere coscienti. Invece lo siamo. I filosofi materialisti lo chiamano il “problema difficile”. Alcuni filosofi provano a sostenere che non siamo veramente coscienti, e che la nostra coscienza è un’illusione, altri lo descrivono come un epifenomeno irrilevante. Ma chiamare “coscienza” un’illusione non la spiega, perché l’illusione è essa stessa una modalità della coscienza. Ecco perché il puro fatto che la nostra coscienza esista è il “problema difficile”.

4. La Sua critica al materialismo affronta il problema fondamentale della cosiddetta “traccia mnestica”: molti sono convinti che i ricordi vengano memorizzati nel cervello in forma di traccia, appunto, ma questa non è stata mai rintracciata; l’ipotesi si presta oltretutto a una critica teorica che ne mostra il regresso all’infinito. Perché la mente dell’uomo non potrebbe essere fatta come l’Hard Disk Drive di un computer?

Discuto il problema della natura della memoria nei capitoli 9, 10 e 11 del mio libro La presenza del passato e nel capitolo 7 di Le illusioni della scienza. A ben vedere, la risposta è già contenuta nella domanda: perché, se ci sono depositi fisici di memoria nel cervello, come nell’hard disk di un computer, allora dev’esserci un sistema di recupero e il sistema di recupero deve sapere cosa sta cercando. Dimodoché ha bisogno anch’esso di un sistema di memorizzazione e così via in un regresso all’infinito. Inoltre, non si è riusciti a rinvenire le tracce nonostante il tanto tempo – la ricerca va avanti da più di un secolo – speso nel tentativo di localizzare le memorie fisiche all’interno del cervello: io penso che sia perché il cervello è più simile a un televisore, in grado di sintonizzarsi sui ricordi attraverso le trasmissioni che giungono dal passato tramite la risonanza morfica, anziché come un videoregistratore che immagazzina i ricordi sotto forma di tracce fisiche.

5. Il biologo Lewis Wolpert ha scommesso con Lei che “entro l’1 maggio 2029, dato il genoma di un uovo fecondato di un animale o di una pianta, saremo in grado di predire in almeno un caso tutti i dettagli dell’organismo che da esso si svilupperà, comprese le eventuali anormalità”. Lei è convinto che non ci riusciremo. Perché?

Lewis Wolpert e me abbiamo enucleate le nostre rispettive posizioni in «New Scientist Magazine» nel 2009, quando la nostra scommessa è stata pubblicata la prima volta. I miei argomenti sono lì riassunti come segue: La fede di Lewis Wolpert nel potere predittivo del genoma è mal riposta. I geni consentono agli organismi di produrre proteine, ma non contengono programmi o progetti, né spiegano lo sviluppo degli embrioni. Il problema inizia dalle proteine. I geni codificano le sequenze lineari di amminoacidi nelle proteine, che si ripiegano poi in complesse forme tridimensionali. La scommessa di Wolpert presuppone che il ripiegamento delle proteine possa essere calcolato a partire dai principi primi, data la sequenza di amminoacidi specificata dai geni. Finora ciò si è rivelato impossibile. Come in tutti i calcoli che procedono dal basso verso l’alto, il numero delle combinazioni possibili aumenta vertiginosamente. Ad esempio, piegandola a caso, la catena di amminoacidi sull’enzima ribonucleasi, una piccola proteina, può assumere più di 1.040 forme differenti, la cui esplorazione richiederebbe miliardi di anni. Di fatto, essa si ripiega nella sua forma abituale in 2 minuti. Anche se potessimo risolvere questo problema, il passaggio successivo sarebbe predire la struttura delle cellule sulla base delle interazioni di milioni di proteine e altre molecole. Ciò porterebbe a un’esplosione combinatoria molto peggiore, dove il numero di combinazioni possibili sarebbe maggiore del numero di atomi di cui è costituito l’universo. Le permutazioni molecolari casuali semplicemente non possono spiegare il funzionamento dell’organismo. Invece cellule, tessuti e organi si sviluppano in maniera modulare, modellati dai campi morfogenetici, individuati per la prima volta dai biologi dello sviluppo nel 1920. L’importanza di tali campi è riconosciuta dallo stesso Wolpert, noto fra i biologi soprattutto per l’“informazione posizionale”, secondo cui le cellule “sanno” dove si trovano all’interno del campo di un organo in fase di sviluppo, come ad esempio un arto. Tuttavia egli crede che i campi morfogenetici possano esser ricondotti alla chimica e alla fisica tradizionali. Non sono d’accordo: io credo che questi campi possiedano capacità organizzative, o proprietà di sistema, che coinvolgono nuovi principi scientifici. Lo stesso Progetto genoma umano ha procrastinato ridimensionato le speranze che aveva generato. In primo luogo, il nostro genoma contiene solo un numero di geni che va dai 20.000 ai 25.000, molti meno dei 100.000 che ci si aspettava. Per contro, i ricci di mare ne hanno circa 26.000 e le piante di riso 38.000. Inoltre, il nostro genoma differisce molto poco da quello degli scimpanzé, il cui sequenziamento è stato completato nel 2005. Come ha commentato Svante Paabo, direttore del Progetto genoma dello scimpanzé: «Non riusciamo a vedervi il motivo della enorme differenza che abbiamo con gli scimpanzé». In secondo luogo, in pratica, il valore predittivo dei genomi umani risulta essere basso. Tutti sanno che genitori alti tendono ad avere figli alti, e studi recenti sui genomi di 30.000 persone ha portato all’identificazione di circa 50 geni associati all’altezza. Tuttavia, tutti questi geni messi insieme riuscivano a dar conto solo del 5% circa dell’ereditarietà dell’altezza. Non è l’unico esempio di “ereditarietà mancante”. Steve Jones, docente di genetica alla University College London dice che “l’arroganza è stata rimpiazzata dalla preoccupazione”, e suggerisce che l’approccio attuale sia uno spreco di risorse. Wolpert non è il solo a credere nel potere predittivo del genoma. Governi, investitori e fondazioni mediche di beneficenza ci hanno scommesso e stanno tuttora scommettendo miliardi di dollari. C’è in palio più di cassa di porto. Da quando la scommessa è stata pubblicata, ci sono stati molti progressi nello studio dell’epigenetica che rendono ancora più improbabile che i soli geni possano predire i dettagli di un organismo. Oggi, grazie a un allibratore londinese che ha lanciato un apposito sistema online, chiunque può prendere parte a questa scommessa. Al momento, la mia vittoria è data 1 a 4; in altre parole, i bookmaker ritengono che vi sia un 80% di probabilità che io vinca. La vittoria di Wolpert è data 5 a 2, corrispondente che egli abbia meno del 30% di probabilità di vincere. Il sito web si trova a questo indirizzo: https://bet.fitzdares.com/sportsbook/SPECIALS/Genome-Wager/3114535/. Chiunque può piazzare la propria scommessa.

6. Lei propone il seguente esperimento per verificare l’ipotesi della risonanza morfica: insegnare una nuova abilità a un gruppo di animali (#1), e dopo 2 mesi ripetere altrove l’esperimento in un laboratorio a migliaia di chilometri di distanza (#2), senza nessun contatto tra animali e ricercatori, per vedere se — fra tante — quella specifica abilità venga appresa più rapidamente delle altre. Ora, Lei sostiene che i campi morfici rimangano presenti e attivi anche dopo l’estinzione dell’ultimo loro rappresentante (tanto che potrebbero portare nuovamente alla formazione, ad esempio, dei dinosauri). Immaginiamo il seguente esperimento (#3) per verificarlo: dopo aver finito con gli esperimenti #1 e #2, distruggere tutte le cavie utilizzate sia in #1 sia in #2, poi insegnare la stessa abilità a un nuovo gruppo di animali, per verificare se essa venga appresa più rapidamente che in #1 e in #2, a testimonianza che il campo morfico è sopravvissuto alle sue cavie. (Si potrà certo immaginare un esperimento meno cruento, magari con le proteine). È ipotizzabile un esperimento come questo?

Sì, un tale esperimento è perfettamente concepibile. Non sarebbe necessario uccidere tutti i porcellini d’India. Essi non vivono a lungo, per cui ci sarebbe da aspettare non più di 5 o 6 anni prima che essi muoiano comunque. L’ipotesi della risonanza morfica prevederebbe che nuovi gruppi di cavie sarebbero ancora in grado di apprendere la stessa abilità più velocemente anche dopo la morte di tutti quelli che l’avevano già appresa.

7. L’ipotesi della risonanza morfica potrebbe contribuire a spiegare l’efficacia della preghiera?

L’ipotesi della risonanza morfica riguarda principalmente le abitudini. Essa spiega come le abitudini, una volta stabilite, diventino più probabili. In tal senso non è strettamente legata alla pratica della preghiera. È tuttavia molto rilevante per la comprensione dei rituali. Nei rituali di tutte le tradizioni – tanto religiose quanto secolari – gli stessi schemi di azioni, parole, canti, gesti e altri atti sono ripetuti in una maniera molto simile al modo in cui venivano fatti in precedenza. In altre parole, ritengo che i rituali creino le condizioni perché vi sia risonanza morfica tra coloro che hanno praticato il rituale in passato e coloro che lo stanno praticando oggi; stabilendo in tal modo una connessione attraverso il tempo. Ed è esattamente ciò che i praticanti di un rito pensano di star facendo. Gli ebrei che celebrano la Pasqua, i cristiani che celebrano la Santa Comunione, gli americani che celebrano il Ringraziamento: tutti loro credono di non star solo ricordando, ma riconnettendosi alla prima volta in cui questi evento originari hanno avuto luogo, e di collegarsi a tutti quelli che hanno praticato i rituali da allora. Attraverso il rituale il passato si rende presente e la risonanza morfica ci aiuta a capire perché.

[L’intervista completa è pubblicata nel volume di Paolo Calabrò, Il rischio di pensare. Scienza e paranormale in Rupert Sheldrake, ed. Progedit, Bari 2020].

[Leggi la seconda parte dell’intervista]

Autore: Paolo Calabrò

Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Collaboro con l'Opera Omnia in italiano di Raimon Panikkar. Dirigo, con Daniele Baron, la rivista online «Filosofia e nuovi sentieri» e membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Dirigo con Diego Fusaro la collana di filosofia "I Cento Talleri" dell'editore Il Prato. Ho pubblicato in volume i saggi: – Il rischio di pensare. Scienza e paranormale nel pensiero di Rupert Sheldrake (Progedit, 2020); – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e i libri di narrativa noir: – Troppa verità (2021), romanzo noir di Bertoni editore (in corso di puublicazione); – L'albergo o Del delitto perfetto (2020), sulla manipolazione affettiva e la violenza di genere, edito da Iacobelli; – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.

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