Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Percepire il mondo

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> di Vito j. Ceravolo*

Abstract: This is the exposition of a theory that runs through the most important contemporary theories on the subject of perception.

Capitoli: 
1. L’oggetto.
2. L’apparire dell’oggetto.
3. Le possibilità causali dell’oggetto.
4. Percepire l’oggetto.           
5. Diagramma di percezione.
6. Fisica della percezione.
7. Coscienza della percezione.
8. Algebra della percezione.
9. Quantità e qualità.
10. L’origine delle quantità e delle qualità.
11. Gli oggetti apparenti della percezione.
12. Allucinazione e realtà.
13. I casi percettivi.
14. Dati sensoriali.
15. L’empirica dei dati sensoriali.
16. L’oggetto sparisce se non lo guardo?
17. L’oggetto a fondo di ogni percezione.
18. L’oggetto in propria misura soggettiva.
19. Percezione mediata e indiretta.
20. L’evoluzioni dei sensi e delle misure.
21. Evoluzione della percezione.
22. Messaggi fenomenici.
23. Fenomenologia della percezione.

1. L’oggetto

Partiamo col definire uno degli oggetti della nostra trattazione, l’oggetto della percezione: 

1. L’oggetto in sé – noumeno – esiste nell’insieme sovrapposto di tutte le sue possibilità (es. Il gatto di Schrödinger, nella scatola in sé, è sia vivo che morto). È solo quando entra in una relazione (es. Si apre la scatola) che appare in una delle sue possibilità, relativamente a come viene relazionato.

Esemplifichiamo col Cubo di Necker: nella seguente figura, il cubo centrale rappresenta l’oggetto in sé, una struttura i cui stati sono sovrapposti in tutte le loro possibilità; mentre i cubi laterali A e B rappresentano particolari aspetti dell’oggetto, e appaiono relativamente a come l’oggetto viene relazionato dal soggetto.

Figura 1. Cubo di Necker
Se osservate il cubo centrale, a volte sembra apparire la faccia anteriore A, altre volte la faccia anteriore B.

La struttura dell’oggetto in sé, pur restando costante, è in grado di produrre percezioni differenti relativamente all’osservatore. Addirittura può essere lo stesso osservatore a vedere, da uno stesso oggetto, ora un cubo (es. A) e dopo un altro (es. B), relativamente al suo stato.

«Provate a riflettere su questa domanda: quando non guardate [quando l’oggetto non è relazionato da altro] quale cubo c’è al centro? Il cubo A o il cubo B?»[1]

La nostra risposta è che ci sono entrambi, in sé sovrapposti, e appaiono A o B in relazione al soggetto.

2. L’apparire dell’oggetto

Se l’oggetto in sé esiste sovrapposto in tutte le sue possibilità allora è invisibile all’osservatore, perché a nessun osservatore relativo è dato vedere tutta la realtà in un solo colpo e in un sol colpo tutte le sue possibili descrizioni (es. vivo e morto assieme); dacché una tale osservazione richiederebbe un’energia infinita, un osservatore assoluto, l’onniscienza. In questa sua sovrapposizione invisibile,

2. L’oggetto in sé è perfettamente definito in tutte le sue possibilità, mentre la sua probabilità di apparire (rendersi visibile) in una o l’altra sua possibilità è legata a ciò che lo relaziona.

Ogni possibilità dell’oggetto è un valore, un dato, un aspetto dell’oggetto. E in quanto aspetto può apparire, essere percepito; al contrario dell’oggetto in sé invisibile nella sua interezza.

L’oggetto appare così coi valori definiti dall’osservatore, anche se li definisce sulle possibilità di quell’oggetto che sono quindi le opportunità dell’osservazione, mentre all’osservatore resta la capacità di relazionarne una o l’altra opportunità, quindi di costruire uno o l’altro mondo.

3.  Le possibilità causali dell’oggetto

Osserviamo la sopra relazione fra oggetto e soggetto:

  • L’oggetto in sé, sovrapposto nelle sue possibilità, è causa della percezione soggettiva, la quale richiede «che [l’oggetto] percepito agisca in maniera causale nella produzione dell’esperienza percettiva»[2];
  • L’apparire dell’oggetto è definito dal soggetto fra le possibilità dell’oggetto stesso. Così il soggetto si realizza nell’aspetto dell’oggetto che si manifesta in sua misura. 

Chiamare causa della percezione un oggetto in sé sovrapposto in tutte le sue possibilità, significa attribuire all’oggetto uno spettro di possibilità entro cui essere percepito dal soggetto, significa fondare una formulazione né troppo liberale né troppo restrittiva ma rispondente all’esigenza epistemologica di un valore informativo dell’esperienza percettiva:

3. Ogni oggetto è in grado di causare solo le percezioni che rientrano nel suo campo di possibilità, non può causare qualsiasi cosa, poiché ciò che l’oggetto causa è relativo al suo valore, così che la percezione di esso sia legata al suo valore oltre che a quello del percipiente. Ne risulta una connessione essenziale tra come le cose sono in sé e come appaiono.

Per esempio un elettrone, per arrivare sulla luna, può percorrere molti cammini, ma non beve l’acqua con la proboscide, appunto perché ha uno spettro di possibilità in cui apparire: «le penne sono in molti modi, benché non in tutti, dissimili dagli arcobaleni, i quali sono in molti modi, ma non in tutti.»[3]  Formuliamo: se l’oggetto può apparire A o B, allora il suo apparire A è un aspetto dell’oggetto quanto è un altro aspetto dell’oggetto il suo apparire B. Il suo essere A e B sotto aspetti diversi, è la sua capacità (dell’oggetto) di causare almeno in parte tali apparenti percezioni.

Figura 2. Anatra-Coniglio[4]
Se guardate l’immagine, un suo aspetto è di apparirci anatra sotto certi rapporti, quando privilegiamo il lato sinistro coll’occhio che guarda a sinistra. Un altro suo aspetto è di apparirci coniglio, quando privilegiamo il lato destro coll’occhio che guarda in alto a destra.

Parafrasiamo le suggestioni di Searle. Essere un oggetto significa avere un proprio valore che causa ad altri percezioni di sé, del proprio valore. Le percezioni soggettive dell’oggetto sono legate ai valori dell’oggetto percepito e non si può avere percezione di un oggetto senza che sembri di starlo a percepire: «ogni [percezione] è esperita come causata e causata dall’oggetto percepito»[5] il quale pertanto è come se avesse quella specificità per causare certe percezioni e non altre.

4. Percepire l’oggetto

Preso un oggetto definito in tutte le sue possibilità:

  • L’oggetto O ha valori, dati che possono essere misurati, percepiti, dati sensoriali d;
  • Il soggetto S ha valori, formati con cui misura, percepisce, formati sensoriali f.

Nella relazione fra O e S:

  • O ha d;
  • d stimola in S la percezione di O;
  • S percepisce O solo se il valore d è causa dell’esperienza di O;
  • S percepisce O in propria misura f.

Il risultato è il fenomeno F:

  • F è l’aspetto d di O percepito da S in propria misura f.

5. Diagramma di percezione dell’oggetto

Di seguito il diagramma della sopra struttura percettiva.

Figura 3. Percezione soggettiva dell’oggetto.

Dall’oggetto verso il soggetto, i valori d dell’oggetto colpiscono il soggetto (dati sensoriali). Dal soggetto, la formattazione soggettiva f dei dati d dell’oggetto (formato sensoriale), genera il fenomeno apparente. Il fenomeno è  un aspetto dell’oggetto riflesso dal soggetto.[6]  

6. Fisica della percezione

Il sopra diagramma di percezione si registra fisicamente come un processo neurobiologico standard. Basti immaginare la percezione non solo come processo passivo in attesa del mondo, ricettivo di acquisizione del mondo, interpretativo[7] di traduzione del mondo, ma anche come processo attivo di apertura al mondo.

In questa sua attività di apertura al mondo, immaginiamo metaforicamente la percezione come luce, una luce sensoriale capace di illuminare/sentire l’oggetto. Tale illuminazione può passare attraverso qualunque senso. Il tatto, per esempio, quando si apre a un oggetto ne illumina degli aspetti, acquisendone alcuni dati sensoriali. O l’olfatto che illumina l’oggetto riflettendone alcuni dati sensoriali a seguito della loro inspirazione. E che dire dell’occhio che aprendosi su questo o quello decide cosa illuminare? E via discorrendo.

6. Per ogni percezione che si apre al mondo, che illumina:
(i) Ogni soggetto ha il suo formato percettivo f (luce calda, fredda etc) con cui illumina il mondo;
(ii) La luce emessa dal soggetto colpisce un oggetto, il quale ne assorbe e riflette la luce a secondo di ciò che è;
(iii) La luce riflessa dall’oggetto torna al soggetto sottoforma di dati sensoriali d capaci di identificare l’oggetto, da parte del soggetto, sotto uno o l’altro aspetto.

Possiamo ammettere che percepiamo qualcosa e cosa che sia lo chiamiamo sole, ma certo se non avessimo un senso per illuminarlo neppure lo sentiremmo.

7. Coscienza della percezione

La percezione è l’atto con cui prendiamo coscienza del mondo, con cui mente e corpo entrano in contatto. La coscienza che abbiamo del mondo passa attraverso l’acquisizione dei suoi valori (dati sensoriali; stimoli). Qua, nella percezione, si prende possesso dei valori prima di prenderne coscienza, come lo stimolo precede la risposta.   

7. La percezione è un atto soggettivo e sensoriale con cui si sente e si prende coscienza delle cose e di sé.

Il processo percettivo ha una forma variamente avvertita di coscienza, la quale può andare da uno stadio di coscienza piena alla sua assenza. La sua assenza permette acquisizioni senza coscienza di dati sensoriali (es. gli asintomatici non sentono e non sono coscienti del sintomo che hanno). Più in là tale assenza parla di oggetti capaci di ricevere stimoli da altri oggetti e con essi innescare interazioni, pur senza coscienza e senza averne sensazioni, ma meccanicamente secondo leggi naturali. A quest’ultimo processo economico di acquisizione dati, la percezione si aggiunge come sensazione cosciente di dati sensoriali (di stimoli, di valori).

Bisogna comunque fare prudenza col concetto di percezione, perché afferma che dal momento in cui si sente qualcosa, da quel momento in poi c’è il rischio non certo di incontrare coscienza. Attenzione perché ci sono filosofi che hanno posto su due piani diversi la percezione inconsapevole (sentire senza accorgersene) e la percezione consapevole (accorgersi di sentire), coniando persino un termine apposito per indicare il momento in cui la percezione passa dal suo stadio sensoriale a quello di coscienza. Il momento chiave è coniato “appercezione”, il coniante è Leibniz.

In breve, a furia di sentire, potresti divenire cosciente, ma se non senti sei una meccanica:
(i) Acquisizione dati, pre-percezione economica;
(ii) Sensazione dati, inizio-percezione sensoriale;
(iii) Coscienza dati, ap-percezione intellettiva.[8]

8. Algebra della percezione

Possiamo ora riassumere il diagramma di percezione dell’oggetto (cap. 4) dentro una teoria relazionale[9] di tre elementi principe: il soggetto che percepisce; l’oggetto percepito; il tipo di relazione. Tale tripartizione si risolve algebricamente così:

8. La relazione * fra oggetto percepito e soggetto percipiente genera il fenomeno: O*S=F.

Segue: il formato sensoriale f del soggetto è la sua funzione di percezione soggettiva f(O)=F; il dato sensoriale d dell’oggetto è la funzione inversa della percezione soggettiva f1(F)=S.

Intendiamo[10]  questa relazione come algebra entro cui possono muoversi sia le quantitative interazioni fra oggetti non coscienti, sia le qualitative percezioni di soggetti coscienti. Per esempio, per un oggetto 2, un soggetto 3, e una relazione + fra loro, si ha un fenomeno 5. Il fenomeno (5) è quindi la risultanza fra struttura in sé dell’oggetto (2) e struttura ricettiva del soggetto (3), è ciò che appare dal rapporto fra oggetti in sé e soggetti per sé, è il risultato della loro relazione, il riflesso dell’oggetto dall’angolatura del soggetto.

9. Quantità e qualità

Se F è il risultato (misura) della relazione fra O e S, ed è anche l’apparire (sensibile) di O in misura di S, allora parliamo di misura e di sensibile:  la misura di F è la quantità apparente dall’oggetto; il sensibile di F è la qualità apparente dal soggetto; assieme sovrapposte nel medesimo F.

9. La quantità è la misura e si rivolge all’oggetto in generale, aspira a forme tecnico-computazionali. La qualità è la sensibilità e si rivolge al soggetto in particolare, aspira a forme utili-pratiche.

Per esempio: 6650 fotoni unità angstrom, è una quantità perché rappresenta una misura, mentre vedere questo oggetto come rosso è una qualità perché rappresenta una sensibilità. Queste quantità e qualità non sono però la stessa cosa e infatti «la sensazione del colore non può essere spiegata dalla descrizione oggettiva delle onde luminose fatta dal fisico»[11].

Tale differenza si evidenzia nella teoria oleografica, dove la nostra quantitativa misura fisica del mondo è bidimensionale, cioè contiene nell’area della sua superficie tutta l’informazione dell’oggetto fisico; mentre la nostra qualitativa sensibilità psichica del mondo è tridimensionale, cioè trasforma l’informazione della superficie fisica in volumi sensibili: per noi, la realtà psichica è una percezione tridimensionale di una informazione fisica bidimensionale. E a “noi” tale teoria dice che: se avessimo a disposizione ogni aspetto sensibile e misurazione dell’oggetto, considerando l’aspetto come elemento di superficie, allora avremmo a disposizione l’intera area della superficie dell’oggetto e potremmo letteralmente vederlo coi nostri sensibili occhi, come un’oleografica; ma fino ad allora ci resta invisibile, visibile sensibilmente solo mediante alcuni suoi aspetti.

10.  L’origine delle quantità e delle qualità

Sia le quantità che le qualità sono alcuni aspetti dell’oggetto, alcuni modi di misurarlo e percepirlo. Infatti sia la misura che il sensibile dell’oggetto possono variare relativamente al soggetto che lo percepisce.

10. L’oggetto in sé, puro, irrelato, sovrapposto in tutte le sue possibilità, determinato in ogni sua parte. In relazione esso appare in qualche suo aspetto, in qualche sua possibile misura fisica o sensibilità psichica, causando oggetti fisici misurabili o sensibili oggetti psichici.

Le quantità sono dati fisici, le qualità sono dati psichici. Ciò significa che dalla relazione oggetto-soggetto possono manifestarsi alcuni aspetti dell’oggetto sotto forma di oggetti fisici misurabili quantitativamente, o alcuni aspetti del soggetto sotto forma di oggetti psichici sensibili qualitativamente.

11.  Gli oggetti apparenti della percezione

Riconosciamo quindi due oggetti apparenti, propri della percezione, qualcosa di esterno al soggetto (es. una pietra), qualcosa di interno al soggetto (es. uno stimolo psicologico):

11. Gli oggetti esterni li percepiamo pubblicamente nel campo della fisica, quelli interni privatamente nel campo della psiche.

Le oasi nel deserto, per esempio, sono naturalmente causate da oggetti esterni alla psiche, mentre le loro allucinazioni sono causate da oggetti interni alla psiche. La domanda è classica: se nella percezione naturale ci sono degli oggetti esterni che causano la mia percezione di oasi, allora io ho delle oasi dentro di me per causare l’allucinazione delle oasi anche quando fuori, nel deserto davanti a me, non ci sono oasi? La risposta è originale:

  • Gli oggetti fisici hanno dati sensoriali d misurabili in realtà esterne;
  • Gli oggetti psichici hanno dati sensoriali d sensibili in immaginazioni interne;
  • I dati sensoriali sono valori che stimolano la percezione di oggetti, sono stimoli. 

Quindi le pure allucinazioni dell’immaginazione sono causate non da oggetti fisici esterni, bensì da dati psichici interni: l’allucinazione è un evento psichico capace di indurci a credere che ci sia un oggetto fisico collegato a ciò che percepiamo, quando invece si tratta di dati sensoriali “d” emessi dalla psiche del soggetto.  Come da seguente diagramma: 

Figura 4. Allucinazione (pura).
Il fenomeno che il soggetto percepisce non è causato dalla percezione di un oggetto esterno, ma dai dati sensoriali (stimoli) d emessi dalla propria psiche.

Il problema è denso. Bisogna anzitutto confrontare il diagramma di percezione dell’oggetto (figura 3) con questo diagramma di percezione allucinatoria: che differenza c’è fra realtà e allucinazione?

12.  Allucinazione e realtà

Affinché ci sia differenza fra realtà e allucinazione, l’oggetto fisico (da cui possiamo riscontrare realtà) e l’oggetto psichico (da cui possiamo avere allucinazioni) devono fornire informazioni differenti.

Prendiamo a esempio il pugnale di Macbeth – una delle più note versioni dell’Argomento dell’illusione[12] – e immaginiamo però che Macbeth, questa volta, abbia un’allucinazione accurata del pugnale, per tutti i suoi cinque sensi: un’allucinazione visiva, tattile, olfattiva, uditiva, gustativa. Fin qui, l’analisi del “pugnale allucinatorio” non è distinguibile dall’analisi di un “pugnale reale”, se non fosse che ora Macbeth lo sferra all’addome di un suo servo, il quale tuttavia riceve solo un pugno, essendo il “pugnale allucinatorio” mancante di alcune informazioni proprie del “pugnale reale”. In questo esempio, l’esperienza reale e allucinatoria sostengono esperienze qualitativamente diverse, tali da poter «[individuare, sulla base del mero carattere specifico della percezione, se si tratta della percezione di  una [allucinazione] o, al contrario, di una cosa [fisica].»[13] Di fatto, se tutto fosse immaginazione non potremmo rilevare differenze fra un oggetto reale e uno allucinatorio, viceversa se tutto fosse reale; e questo esempio non potrebbe darsi. Ma di fatto – dicevo – esempi simili accadono nella vita, dove a noi capita di rilevare differenze qualitative fra allucinazione e realtà.

Un diverso esempio dell’Argomento dell’illusione è l’esperimento mentale del Cervello in una vasca  di Putnam: “Macbeth è un cervello immerso in un liquido nutriente. Al suo cervello vengono inviati stimoli tramite un computer. Tali stimoli nel cervello ricreano perfettamente non solo i suoi 5 sensi soggettivi, ma anche la sua intera esperienza soggetto-oggetto: gli sembra realmente di uccidere il suo servo, cioè, il servo muore pugnalato!” In questo esperimento, Macbeth ha esperienze collegate ha un computer del mondo reale capace di imitare e inviargli gli stessi dati sensoriali (stimoli) degli oggetti imitati. In questo esempio, l’esperienza reale e illusoria sostengono esperienze apparentemente uguali ma strutturalmente diverse: l’oggetto fisico a causa delle percezioni è un computer, mentre gli oggetti psichici percepiti sono molti; e vi è un solo nutrimento fisico (il liquido nutriente) che non è causa di nessuno degli innumerevoli gusti percepiti dal soggetto. Entrambe le differenze strutturali, sono abnormi in confronto al comune vissuto, e l’abnormità in cui possono cadere le esperienze illusorie (come questa) o allucinatorie (come l’esempio precedente) è un distinguo dalle esperienze reali; benché, in questo esempio, la differenza di informazione sia strutturale (in sé) e non apparente (fenomeno), ma sufficiente a giustificare, a chi ne ha il potere, il proprio risveglio dalle simulazioni del Matrix[14]

Veniamo quindi all’originario Argomento dell’illusione, nel suo dubbio iperbolico di non poter distinguere fra realtà e illusione: il Genio maligno  di Descartes. La sua iperbole dice pressappoco questo: “Tutto ciò che Macbeth esperisce, il sole, le mani, il cervello, la fame, non esiste, è un’illusione creata da un demone per ingannarlo”. Come il precedente Argomento, anche questo postula una realtà, il genio maligno, che è il distinguo fra cosa è reale e cosa no. Tale distinguo, come i due precedenti, definisce, almeno di principio, «il potere di pervenire alla conoscenza della verità».

Esattamente i tre sopra esempi evidenziano che una percezione immaginaria può distinguersi da una percezione reale per aspetti fenomenici e strutturali. Laddove l’immaginazione fosse creata da un Dio (genio maligno), sarebbe di principio indistinguibile fenomenicamente, solo strutturalmente.[15]

Oltretutto, da tale iperbole cartesiana, sulla scorta di Austin, sappiamo che nell’inganno e nell’illusione c’è davvero qualcosa di fisico e reale che percepiamo, anche se non è quello che crediamo: a volte è un genio maligno che trucca, altre è un computer che simula. E ciò è ben diverso dai casi genuini di allucinazione, dove invece si evoca qualcosa di irreale, la presenza qui e ora di un oggetto fisico che in nessuna forma c’è qui e ora.

Affinché l’iperbole cartesiana possa garantire l’indiscriminabile fra realtà e illusione/allucinazione, s’abbisogna che tutte le esperienze siano autoprodotte dalla mente, senza altra causa fuori di sé, così che ogni esperienza sia frutto esclusivo della propria immaginazione, senza alcuna differenza fra realtà, illusione e allucinazione. Diversamente, la loro differenza è di principio analizzabile; almeno dai sopra esempi, almeno non omettendo le differenze.

12. L’oggetto fisico e l’oggetto psichico sono distinguibili finché offrono tratti di analisi differenti. L’analisi della percezione psichica non necessariamente corrisponde all’analisi dell’oggetto fisico percepito, e ciò è motivo di errori, inganni, distorsioni, imitazioni, illusioni  e, laddove l’oggetto fisico non esistesse, è motivo di allucinazioni. Altre volte invece l’analisi psichica è adeguata all’aspetto fisico trattato, e “le parole usate per descrivere quell’aspetto sono le stesse che descrivono la realtà di quell’aspetto”[16], e ciò è motivo di verità.

Nota: anche nell’adeguamento fra psiche e fisica c’è uno scarto, poiché anche quando la nostra descrizione è adeguata a descrivere l’oggetto, essa comunque è adeguata alla descrizione di alcuni suoi aspetti e non mai alla sua interezza: c’è la possibilità di riferirsi correttamente all’aspetto che si descrive dell’oggetto, ma non si può descriverlo tutto. Così come posso stabilire che questo è davvero un telefono, attraverso semplici operazioni di verifica su ciò che intendo per telefono, ma non posso dire tutto ciò che è e può essere un telefono, giacché richiederebbe un processo analitico senza fine.

Da questi scarti, un’analisi completa ha sempre la possibilità di rilevare una differenza fra oggetto psichico e oggetto fisico – se non all’infinito – e noi «dobbiamo essere saggi nel non accettare troppo prontamente l’affermazione che [l’allucinazione] è simile […] a ciò che [si esperirebbe] se stessimo vedendo [la realtà].»[17]

13. I casi percettivi

Nel primo esempio del precedente capitolo, abbiamo detto che l’esperienza che Macbeth ha del “pugnale allucinatorio” è la stessa del “pugnale reale” finché non lo usa contro il suo servo. Ciò significa che c’è uno spettro di caratteristiche comuni fra realtà e allucinazione, per le quali emettono la stessa esperienza percettiva, lo stesso fenomeno, mostrandosi parzialmente indiscriminabili, con un nucleo di dati appartenenti alla stessa tipologia di esperienza, un denominatore comune.

Tale nucleo familiare può quindi veramente essere indistinguibile fra realtà e allucinazione, anche se i due si distinguono per il resto: la natura di uno è fisica, dell’altro è esclusivamente psichica. La differenza della loro natura, pur rilevando tratti simili finanche indistinguibili, li identifica come oggetti di specie diverse; parimenti a come non puoi distinguere un armadillo da una giraffa per il numero di zampe, anche se fanno parte di specie diverse; così non puoi distinguere la realtà dall’allucinazione tramite gli aspetti fenomenici che li accumunano, anche se l’analisi della loro natura porta a evidenti discrepanze: «che i riflessi delle cose non sono “uguali per genere” alle cose [eppure li assomigliano]»[18].

La percezione è quindi il genere di oggetti diversi: l’oggetto reale e l’oggetto immaginario, e gli altri oggetti che si frappongono fra essi a diversi gradi, come l’errore, la distorsione (es. rifrazioni), l’inganno, l’imitazione, l’illusione, l’allucinazione etc.

13. Ci sono diversi casi di percezione: da ciò che è reale a ciò che è immaginario, passando per la natura di interi e negativi, razionali e frazioni, irrazionali, e le altre complessità. Tutti casi trattabili dal senso generale di percezione. Cosicché la percezione non sia estendibile, giacché la sua definizione (6) già racchiude tutti i casi percepibili. Tale da chiamare casi iper-reali e iper-immaginari, quei casi x che, pur avendo valore diverso da zero, restano fuori dalle possibilità percettive di n, come x+n=n.

Cioè, noi abbiamo un solo senso di percezione, usabile nella molteplicità dei casi. Così che a volte ciò che si sente e di cui si prende coscienza – il percepito – sia reale, altre un’illusione o un errore, un’allucinazione, una probabilità, o qualunque altra cosa percepibile.

14. Dati sensoriali

Qual è il denominatore comune di tutti i casi di percezione, capace di presenziare sia nell’oggetto fisico sia nell’oggetto psichico?

Rispondiamo: il dato sensoriale. Ciò che permette l’unione della fisica con la psiche, la psicofisica.

Ricorda (cap. 2): il dato sensoriale è il valore dell’oggetto. L’oggetto in sé è invisibile finché sovrapposto in tutte le sue possibilità. Ogni possibilità dell’oggetto è un valore, un aspetto dell’oggetto, e a ogni valore corrisponde un dato, uno stimolo. In quanto aspetto il dato può apparire, di conseguenza può essere sentito come dato sensoriale; al contrario dell’oggetto in sé invisibile nella sua interezza.

14. Il dato sensoriale è il valore misurabile e sensibile. Quando il dato sensoriale è emesso dall’oggetto fisico, esso ci offre un’esperienza completa della realtà. Quando invece il dato sensoriale è emesso dalla psiche, esso può offrirci un’esperienza incompleta della realtà, o un’esperienza di altro tipo dalla realtà.

Ma che sia un’esperienza completa o incompleta, reale o immaginaria, in tutti i casi di esperienza noi diciamo che, c’è davvero qualcosa che percepiamo. Ciò che immediatamente percepiamo è sempre il dato sensoriale. A volte è mediato dal reale, altre da altro.

15. L’empirica dei dati sensoriali

«[La teoria della conoscenza empirica] sostiene che essa ha dei fondamenti. Si tratta di una struttura i cui piani superiori sono raggiunti per mezzo di inferenze, e i cui fondamenti sono i dati su cui queste inferenze si basano. [Le inferenze dai dati] possono essere sbagliate:»[19] possono illuderci, allucinarci, essere distorte, essere imitate e quant’altro.

Ciò accade perché il dato sensoriale riguarda un aspetto dell’oggetto, che in quanto aspetto può apparire, che in quanto apparente si manifesta sulla superficie (in tutto ciò che si mostra in misura fisica o in sensibile psichico), e che in quanto superficie può avere in sé una o l’altra struttura da cui è apparso (es. La superficie del 5 qui e ora apparente, s’è data dalla struttura 2+3. Il rosso può apparire da questo o quell’oggetto).

Ciò significa che la scienza della conoscenza, l’empirismo, non può fondarsi sui dati sensoriali se questi danno adito tanto a realtà quanto ad allucinazioni; ma non li può neppure escludere, poiché anche gli oggetti fisici sono dati sensoriali misurabili, poiché anche gli oggetti psichici sono dati sensoriali sensibili, poiché i dati sensoriali non sono propriamente né corpi (oggetti fisici) né menti (oggetti psichici) ma aspetti di oggetti in sé che possono riflettersi come corpi o menti. Io, per esempio, vi appaio come corpo e mente, perché questa è una possibilità di apparire dell’oggetto che io sono.

Bisogna scendere più in profondo. Uscire dai limiti della percezione, spegnere i sensi e illuminare colla mente: l’oggetto in sé è la ragione, la ragione è l’in sé (noumeno) delle cose.

15. L’evidenza empirica si fonda sul mandala di sovrasensibili ragioni in sé (leggi, regole etc) che sincronizza e interconnette il mondo in tutte le sue parti. Una ragione in sé sovrasensibile, analiticamente dimostrabile per via mediata tramite le sue conseguenze fisiche e psichiche.

Ma qua, per quanto abbia ricalcato il linguaggio naturale di una teoria confermabile dalle osservazioni, cadiamo lo stesso in una voragine filosofica, oltre i limiti di questo lavoro.

16. L’oggetto sparisce se non lo guardo?

Sospendiamoci un attimo e ripensiamo al nostro oggetto in sé: “Allora perché se chiudo gli occhi, gli oggetti continuano a esistere come prima, invece di sovrapporsi in tutte le loro possibilità, invece di sparire diventando invisibili?”

16. Non sempre l’oggetto smette ogni relazione quando smettiamo di guardarlo, a volte infatti continua a relazionarsi con altri oggetti o con altri soggetti, i quali quindi continuano a sottoporlo a una relazione, pressappoco alla stessa in cui l’abbiamo lasciato, invece di abbandonarlo al (relativo) vuoto irrelato e alla sovrapposizione dei suoi stati, come invece capita più spesso alle particelle.

Detto in fatti, che il libro esista sul tavolo anche quando chiudo gli occhi, è perché continua a relazionarsi con la penna e il restante, in una catena insistente di relazioni. Una catena che non ha bisogno di me personalmente, neppure di te, a meno che tu non sia Dio, allora saresti una risposta interessante.

A simili domande, altri come Berkeley hanno risposto che gli oggetti continuano a esistere nonostante i nostri occhi chiusi perché «Dio [li] percepisce sempre»[20], continua a relazionarli.

17. Gli oggetti a fondo di ogni percezione

Ciò che ci appare, il fenomeno, è una sovrastruttura di dati che elaboriamo quando interagiamo con la struttura in sé dell’oggetto. Cioè tutto ciò che appare, appare da qualcosa, ha il suo oggetto in sé da cui apparire, che è il valore per cui appare tale.

17. Ogni percezione è sempre percezione di un oggetto. A volte questo oggetto è fisico, altre psichico, altre assieme.

Interagendo oggetti, pertanto, a volte possono manifestarsi oggetti fisici e reali, quando sono oggetti fuori di sé, altre volte possono manifestarsi oggetti psichici e immaginari, quando sono oggetti dentro di sé, altre volte ancora possono manifestarsi assieme o in qualche grado fra realtà e immaginazione.

18. L’oggetto in propria misura soggettiva

Il fenomeno è il risultato della relazione tra oggetti e soggetti, è la codifica con cui rappresentiamo l’oggetto rispetto a noi, è l’immagine semplice che ci facciamo della complessità dell’oggetto, è il nostro modo di comprimere la complessità dell’oggetto riducendolo all’essenziale per noi:

18. Ogni apparire convoglia messaggi su alcuni aspetti (dati) dell’oggetto sensibili a noi.

In generale, il modo in cui le cose mi appaiono è un fatto che dice qualcosa su me e qualcosa sulle cose. Per esempio «quando dico che la benzina assomiglia all’acqua»[21], la somiglianza dice qualcosa su me che percepisco quella somiglianza e dice qualcosa su quegli oggetti che hanno delle misure con cui assomigliarli. Nella stessa misura in cui dico che le talpe assomigliano ai buchi neri, o che gli esseri si assomigliano per la qualità d’essere. Ripeto: ogni parola (con significato) dice qualcosa sul suo riferimento e su chi la emette.

Quindi cosa vuol dire “percepire in propria misura”?

19. Percezione mediata e indiretta

Immaginate di vedere questo oggetto: «Golden Gate sullo sfondo, al tavolo, al mio cane Tarski nell’immediato primo piano, assieme a tutto quanto sta nel mezzo».[22] Quella che vedete non è l’intera scena, non perché le manca qualcosa, ma perché siete voi a non vedere le particelle che compongono gli elementi, né le ossa del cane, tantomeno vedete cosa desidera o le intenzionalità del protagonista. Quello che vedete è invece una frazione di ciò che è, un aspetto dell’intero oggetto che avete davanti, è la vostra sintesi della sua complessità: non percepiamo mai immediatamente e direttamente l’oggetto per intero, bensì lo percepiamo indirettamente e mediatamente attraverso qualche suo aspetto.[23]

Dico “percepiamo in maniera mediata e indiretta” anche perché ogni apparire (A o B dell’oggetto in sé) passa attraverso i sensi e le misure del percipiente, i quali (sensi e misure) limitano tanto il percepire quanto il pensare del percipiente stesso. Esattamente percepiamo il mondo attraverso il filtro dei nostri sensi, non lo percepiamo direttamente, bensì, appunto, percepiamo le sensazioni (tattili, uditive, visive, etc) per mezzo delle quali percepiamo il mondo.

19. Nell’impatto con gli oggetti, i sensi ne sintetizzano i dati coi quali identifichiamo l’oggetto in uno o l’altro aspetto. I sensi sono il formato con cui percepiamo il mondo, come le misure sono il formato con cui lo calcoliamo, entrambi sono la nostra finestra sulla realtà oggettiva.

I sensi come intermediari fra soggetto e oggetto, si evidenziano nella pratica protesica o accostandoli a qualunque altro strumento di misura: una telecamera, un termometro, un test per l’acido urico.  Questi strumenti, come tutti gli strumenti di misura e come tutti i sensi, sono caratterizzati da una deviazione nella direzione di osservazione[24] – il periscopio mi fa vedere un mondo diverso dal mondo che mi fa vedere il termometro, come correre con una protesi mi fa sentire la strada diversamente – elevandosi a intermediari di come percepiamo il mondo. Cioè, qualunque sia il nostro relativo mezzo di percezione fisica (udito, olfatto, etc), esso, per principio, non ha una visione dritta sull’oggetto, ma su un suo aspetto.

Cambiamo scena. Il sapore di vaniglia per noi sintetizza la molecola C8H8O3 della vanillina e non anche il cianuro; il che dovrebbe favorirci la sopravvivenza. Mentre per altri, quella stessa molecola potrebbe sintetizzarsi in altri sapori, essendo ogni apparire (es. sapore) una elaborazione soggettiva o intersoggettiva della realtà, non mai la sua immagine oggettiva (l’oggetto in sé non ha immagine essendo invisibile). Eppure per ogni soggetto, quella percezione (es. sapore di vaniglia) o misura (es. molecola C8H8O3), è il proprio modo di riconoscere quell’oggetto. Un modo “relativamente preciso” poiché relativo all’osservatore e all’osservato. Per questo il sapore di vaniglia, per altri soggetti, potrebbe riferirsi a molecole diverse, o addirittura potrebbe venir imitato per ingannare e illudere che si tratti di vaniglia quando invece è veleno; così come la lucciola del genere Photuris imita i bagliori della lucciola femmina del genere Photinus per attirare i maschi di quel genere e divorarli: chi ha buona visione dell’oggetto sa i suoi stati; chi ha buona visione di sé sa i propri stati; chi ha buona visione del mondo conosce la creanza di quando adattare sé agli oggetti e quando gli oggetti a sé.

20. L’evoluzioni dei sensi e delle misure

Di tali sensi e misure conosciamo l’evoluzione verso osservazioni sempre più precise. Per esempio «tra i nostri antenati, quelli che vedevano la realtà in maniera più precisa avevano un vantaggio competitivo su quelli che la vedevano con meno precisione»[25], rischiavano meno di farsi mangiare. Oppure pensiamo al nuovo modo di osservare la natura apportato da Galileo. Da questi uomini, la loro più precisa osservazione ci ha trasmesso un migliore adattamento rispetto allo stato della realtà.

20. Gli adattamenti evolutivi implicano un modello di sé e della realtà relativamente accurato, poiché se una moneta dell’evoluzione è l’adattamento, allora un adeguato rilevamento dell’oggetto su cui adattarsi, può aiutare a ragionare sui benefici, a riconoscere aree di maggiori punti adattativi, a sopravvivere, a riprodursi.

In questo senso l’evoluzione percettiva del soggetto si affina a evidenziare gli aspetti dell’oggetto che le interessano, quelli che possono darle vantaggio adattativo, le aree di maggiori punti adattativi, finanche sfruttare processi di imitazione, inganno, illusione per procurarsi sopravvivenza, riproduzione, vantaggio. E così è come se anche il cervello imparasse a percepire e misurare, favorendo certi circuiti neurali, i più adattativi, e cancellandone altri. In merito Tomas Huxley disse: «La lotta per l’esistenza si verifica tanto nel mondo fisico quanto nel mondo intellettuale. Una teoria è una specie del pensiero, e il suo diritto di esistere coincide con la sua capacità di opporsi all’estinzione per mano dei rivali.»[26]

21. Evoluzione della percezione

Quello che abbiamo finora descritto si registra biologicamente come un processo evolutivo standard. Abbiamo tre elementi:

  • La struttura del mondo, od oggetto O;
  • Lo stato dell’organismo, o soggetto S;
  • L’adattamento dell’organismo alla struttura, o relazione *.

In questa rapporto O*S, chiamiamo fitness la funzione f di adattamento dell’organismo alla struttura f(O). E notiamo che la funzione f, chiamata fitness nell’evoluzione, è chiamata formato percettivo nell’episteme (cap. 4).

Da tale rapporto il fenomeno risultante F appare sensibilmente come “benefici” e si misura in “punti adattativi”, i quali appunto dipendono dalla fitness dell’organismo sulla struttura del mondo f(O)=F, cioè dalla relazione struttura-organismo O*S=F.

Nell’evoluzione dobbiamo pertanto distinguere fra struttura del mondo (oggetto), stato dell’organismo (soggetto), e i benefici che questa struttura offre all’organismo (fenomeno); dove la struttura e l’organismo non sanno niente dei punti adattativi, solo la fitness (relazione) li impara.

Ne ricaviamo quattro elementi, da cui quattro strategie evolutive differenti e rispettive percezioni:

  • La strategia struttura percepisce la realtà del mondo il meglio possibile;
  • La strategia organismo percepisce la realtà di sé il meglio possibile;
  • La strategia fitness percepisce i benefici adattativi, in misura del mondo e dell’organismo, il meglio possibile;
  • La strategia fenomeno percepisce l’apparire della realtà il meglio possibile.

In merito Hoffman[27] ha elaborato un teorema, dimostrato da Chetan Prakash,[28] in cui si mostra che la strategia fitness batte la strategia struttura. Allargando la visuale, credo non sia troppo differente dimostrare che l’inverso della funzione fitness batte la strategia fenomeno[29]. Cosicché il suo teorema completo ben stabilisca che,

21. La selezione naturale non ci ha plasmati primariamente per percepire la struttura in sé della realtà o il suo apparire, bensì per percepire i punti adattativi e capire come ottenerli. [30]

Chiaramente questo non significa l’estinzione della struttura o del fenomeno, giacché la fitness li implica nel suo stesso processo, salvandoli entrambi; inseguendo in commistione sia la precisione della percezione sul mondo sia l’utilità della percezione per l’organismo, al fine di ottenere il maggior numero di punti adattativi. Cioè l’organismo, nell’evoluzione, potrebbe non rilevare pezzi di informazione del mondo (per strategia organismo) e potrebbe anche non rispondere alle proprie pulsioni (per strategia struttura), quando questo gli favorisce la sopravvivenza (strategia fitness); e questo mi sembra già ben dimostrato dalle ricerche scientifiche e dalle esperienze comuni. Meglio allora concludere affermando la verità organismo (soggetto) e la verità struttura (oggetto) al fine di preservare i benefici (fenomeno) della verità fitness (funzione di adattamento).

22. Messaggi fenomenici

Questi apparire svolgono quindi un doppio compito. Da una parte codificano messaggi riguardanti la struttura in sé dell’oggetto, dall’altra codificano messaggi riguardanti la sua utilità per noi; mostrandosi mappe relativamente precise sia dell’oggetto da cui appaiono sia del soggetto per cui appaiono. Anche se è chiaro che la mappa non è mai il territorio:

22. Il verde  nella mia mente (mappa) non è l’oggetto che ho davanti (territorio), è invece il mio modo personale di sintetizzare alcuni aspetti per me rilevanti di quell’oggetto, ma non è l’oggetto.

Ciò rimarca la differenza fra fenomeno e ciò da cui appare, poiché il riflesso di un oggetto non è mai l’oggetto, per quanto adeguato alla parte riflessa.

Infatti tali messaggi fenomenici (colore, posizione etc), oltre a formattare la realtà ne sintetizzano solo alcuni aspetti, una frazione di ciò che è (così come l’occhio umano vede le lunghezze d’onda comprese tra i 400 e i 700 nanometri circa, una minuscola frazione dell’intero spettro elettromagnetico), tralasciando il resto:[31] ciò che viene sintetizzato dell’oggetto dal soggetto, è tendenzialmente l’aspetto dell’oggetto rilevante all’esistenza del soggetto, in misura di quest’ultimo.

23.  Fenomenologia della percezione

Questa ordinaria relazione soggetto-oggetto (od oggetto-oggetto, soggetto-soggetto) avviene tra i valori in sé degli oggetti in relazione; tipo le relazioni matematiche:

23. Il valore in sé degli oggetti (es. 2 e 3) e il tipo di relazione (es. +) fra loro, rispondono alla domanda “perché quell’apparire?” (es. 5).

Il risultato appare (fenomeno) conseguentemente a una relazione fra valori, sia in modo fisico, biologico o psichico. Così si ha ragione a dire che ogni apparente fenomeno (risultato) contiene effettivamente e analiticamente il rimando a una fisicità, a un vissuto o a uno stato di coscienza. I quali però a loro volta richiamano a oggetti in sé, dalle cui relazioni appare fisicamente, biologicamente o mentalmente il fenomeno. Senza relazione il fenomeno non appare, pur esistendo in sé invisibile in tutte le sue possibilità… fluttuando nel relativo vuoto e isolamento finché qualcosa relazionandolo non lo manifesta in una delle sue possibilità!

Resta inteso che la relazione fra oggetti in sé fa apparire alcuni loro aspetti ma non li altera, giacché essi esistono già in ogni loro possibilità.


Note:

[1] D. Hoffman, L’illusione della realtà. Come l’evoluzione ci inganna sul mondo che vediamo, ed. Boringhieri, Torino 2020, p. 126.  Alla sua domanda Hoffman risponde che non c’è né il cubo A né il cubo B, invece noi diciamo che c’è l’oggetto in sé.

[2] J.R. Searle, Vedere le cose come sono. Una teoria della percezione, ed. Raffaello Cortina, Milano 2016, p. 8.

[3] J.L. Austin, Senso e sensibilità, ed. Marietti, Genova 2017, p. 25.

[4] In «Harper’s Weekly», 19 novembre 2019, p. 1114.

[5] Searle, op. cit, p. 141.

[6] Parliamo in seguito della differenza fra gli apparenti oggetti fisici e psichici, fra realtà e immaginazione.  Per adesso parliamo da un piano generale di oggetto in sé.

[7] F. Crick, cit. in Hoffman, op. cit., p. 76: «vedere è un processo attivo e interpretativo […] è una rappresentazione simbolica del mondo […] in verità noi non abbiamo alcuna conoscenza diretta degli oggetti reali […] vedere è credere.»

[8] Questi tre punti sono gli argomenti principali che ruotano intorno all’uso del termine “percezione”. Personalmente uso la percezione come da vocabolario ii+iii. E lascio il processo i alle interazioni, come l’interazione fra particelle o, in generale, le interazioni della fisica, della materia bruta, fra entità non coscienti. Tutti e tre questi processi i,ii,iii li chiamo “relazioni” secondo  questo linguaggio: relazione={interazione, percezione}.

[9] Nella sua teoria relazionale, John Campbell riconosce tre e soli tre elementi che si danno nella situazione percettiva: il soggetto che percepisce, l’oggetto e il punto di vista. Mi differenzio da egli per la limitatezza dei concetti esclusivamente quantitativi e fisici che fa ruotare intorno a questa relazione.  

[10] Searle, op. cit., pp. 200-205. Egli fa notare, su J. Campbell, che l’aspetto quantitativo di una relazione siffatta non rende conto dei valori privati e intenzionalità del soggetto.

[11] E. Schrödinger, L’immagine del mondo, ed. Boringhieri, Torino 2017.

[12] L’Argomento dell’illusione, afferma che una allucinazione che coinvolge in maniera accurata tutti i sensi, non è distinguibile da un fatto reale. Tale per cui non c’è distinzione fra allucinazione e realtà.

[13] A.J. Ayer, The Foundations of Empirical Knowledge, Macmillan & Co. Ltd., London 1947, p. 7.

[14] A. e L. Wachowski, Matrix, film 1999. L’opera, a suo modo, ricalca il Cervello in una vasca di Putnam, 1981. Recita di persone immerse in liquidi viscosi dentro incubatrici, col corpo collegato a cavi elettrici tramite cui vivono esperienze immaginarie, illusorie, perché il loro corpo in realtà è fermo dentro una incubatrice e viene usato come fonte energetica di nutrimento per macchine intelligenti.

[15] Ogni qualvolta si parli di illusionismo bisognerebbe anzitutto essere consci che c’è il trucco. E questo è il trucco dell’Argomento dell’illusione: (i) prima ti confina a ciò che è percepibile; (ii) poi ti dice che la differenza sta nel sovrasensibile; (iii) quindi cancella le differenze di ciò che appare uguale: come la moneta che tengo fra il pollice e l’indice a distanza di braccio, uguale alla luna piena che ho in cielo. È chiaro che il problema cocente a cui apre l’illusione, non è tanto se possiamo distinguere fra realtà e immaginazione, bensì “come si accede alla struttura in sé delle cose per distinguere fra realtà e immaginazione?” Quella struttura in sé (realtà in sé) che è lo stesso Argomento dell’illusione a impostare per il compimento del suo gioco di prestigio. Quella struttura in sé per cui io, intuitivamente, so che la moneta che ho fra le dite non è identica alla luna nel cielo, anche se non lo vedo. Quello stesso intuito per cui posso raggiungere il Genio maligno e dirgli: “scoperto!” Ahimè, questo studio riguarda il regno lucente della percezione, non dell’intuizione.  

[16] Il virgolettato è tratto dal Principio di trasparenza di Searle.

[17] Austin, op. cit., p. 47.

[18] Ivi, p. 62.

[19] Ivi., pp. 106-107.

[20] Searle, op. cit., p. 34.

[21] Austin, op. cit., p. 56.

[22] Searle, op. cit., p. 66.

[23] Ivi, p. 80: «È semplicemente impossibile rappresentare o presentare qualcosa tout court – lo si fa sempre sotto questo o quell’aspetto».

[24] Se ogni senso è una deviazione nella direzione di osservazione, allora “maggiore è la complessità sensoriale dell’organismo e maggiore è l’alterazione soggettiva che imprime nell’elaborazione percettiva dell’oggetto”, appunto perché aumentano le sue deviazioni nella direzione di osservazione. Come dice Hoffman: «più i sensi diventano complessi meno è probabile che rivelino […] la realtà oggettiva» (op. cit., p.112). Come dice la fisica: “maggiore è la massa dell’oggetto e maggiore è la sua distorsione spazio-temporale”. In breve: (1) la percezione si distorce via via che l’organismo aumenta la complessità dei propri sensi; (2) l’oggetto appare sotto la distorsione soggettiva, restando invisibile per quello che è in sé; (3) l’organismo percepisce l’oggetto in misura di ciò che è l’organismo, benché sempre nei limiti delle possibilità dell’oggetto; (4) gli aspetti apparenti dell’oggetto sono gli aspetti del soggetto riflessi nelle possibilità dell’oggetto; (5) la deriva è che abbiamo due modi di raggiungere l’interezza dell’oggetto per quello che è in sé, o spegnendo i nostri sensi e intelletto (tramite intuito), o attraverso la percezione di tutti i suoi possibili aspetti e misurazioni (Cap. 9).

[25] Hoffman, op. cit., p. 84.

[26] T.H. Huxley, The Coming of Age of «The Origin of Species», in «Science», I, 2, 1880, pp. 15-17.

[27] Le differenze di questo piano evolutivo con quello proposto da Hoffman, op. cit., pp. 91-119: (1) lui contrappone fitness a verità, noi contrapponiamo fitness a struttura e a organismo; (2) lui chiama “verità” la struttura, noi diciamo vere sia la struttura, sia l’organismo, sia la fitness.  (3) il suo teorema FBV «fitness batte verità» viene così qui linguisticamente cambiato e teoricamente ampliato in FBS&FBO “fitness (organismo+struttura) batte struttura e batte organismo”.

[28] C. Prakash et al., Fitness Beats Truth in the Evolution of Perception, 2017, http://cogsci.uci.edu/~ddhoff/FBT-7-30-17.

[29] Con questo quarto elemento, l’evoluzione passa da un corso ciclico fra struttura-organismo-fitness, all’introduzione di variabili casuali.

[30] Hoffman, op. cit., p. 103: «che la selezione naturale non ci ha plasmati per percepire la struttura di quella realtà, bensì per percepire i punti adattativi e capire come ottenerli».

[31] La tesi è tratta dal libro citato di Hoffman.

Bibliografia di riferimento

A.J. Ayer, The Foundations of Empirical Knowledge, Macmillan & Co. Ltd., London 1947.

J.L. Austin, Senso e sensibilità, ed. Marietti, Genova 2017.

D. Hoffman, L’illusione della realtà. Come l’evoluzione ci inganna sul mondo che vediamo, ed. Boringhieri, Torino 2020.

J.R. Searle, Vedere le cose come sono. Una teoria della percezione, ed. Raffaello Cortina, Milano 2016.

*Vito J. Ceravolo, classe 1978, è ricercatore indipendente nell’ambito dell’accessibilità intellegibile all’in sé e percettiva al fenomeno, e nell’ambito del fondamento. Fra le sue pubblicazioni: Mondo. Strutture portanti. Dio, conoscenza ed essere, ed. Il Prato, collana I Cento Talleri, Saonara 2016 (secondo al Premio Nazionale di Filosofia 2017, Certaldo); Libertà, ed. If Press, collana TheoreticalPhilosophy, Roma 2018. Diversi anche gli articoli pubblicati presso riviste.

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