Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Bibbia e Welfare

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Ci hanno abituato, dagli anni delle scuole superiori, a sapere che la Bibbia, come la Divina Commedia, si possono leggere in quattro modi diversi: letterale, morale, allegorico, anagogico. I tempi cambiano e cambiano le narrazioni. I testi si adattano a nuove forme di letture ed il testo biblico rivela la sua perenne vitalità anche nei tempi nei quali viviamo.

Basta scorrere l’elenco dei Proverbi per rendersene conto. Consigli di vita vissuta che non si possono non condividere, dal primo all’ultimo.

La lettura che io propongo del testo biblico è in chiave welfarista. Cioè in un’ottica di pieno sviluppo di tutte le possibilità umane che contempli l’attenzione alla dignità della persona umana. Insomma, Dio misericordioso avrebbe pensato anche a questa possibilità. E di un tale processo di umanizzazione, che poi non è altro che elevarsi a vette quanto più possibile vicine al divino, è disseminato l’intero libro. Anzi, la serie di libri (tà biblià) che appunto compongono la Parola di Dio. Un testo che, lungo i secoli, ha fatto anche tanto male, a seconda delle strumentalizzazioni di cui è stato fatto oggetto. Dalla caccia agli eretici e alle streghe alla condanna comminata a Galileo Galilei.

L’unica sostanziosa riflessione che vedo in giro sulla Bibbia e sulla sapienza in essa contenuta è quella del papa emerito Joseph Ratzinger. Teologo sopraffino, sa selezionare il meglio che essa può ispirare all’uomo in tutti i tempi.

Personalmente a me oggi la Bibbia ispira una lettura in chiave welfarista, cioè di tutela del benessere e delle libertà fondamentali della persona. Pertanto, accanto ai quattro modi tradizionali di interpretarla che ci hanno insegnato a scuola, propongo il quinto modo. E lo applico qui ai dieci comandamenti.

  1. Non avrai altro Dio fuori di me

È stato sempre molto difficile per l’uomo, in tutti i tempi, sottrarsi alle lusinghe del potere, del denaro, della fama, del successo. Del sostituirsi al Creatore, per chi ci crede, o per chi abbia un approccio più deista, panteista, razionalista o altro, della sacralità di ciò che ci circonda.

Quando questo, in ogni tempo, è successo, è andata smarrita la misura che anche gli antichi raccomandavano in tutte le cose.

Al posto del dovuto rispetto e dell’amore per la persona umana, si è insidiato nel cuore di potenti e conquistatori una smodata considerazione per se stessi e per le proprie glorie che, si sa, sono sempre così tanto effimere. Sui luoghi di lavoro e si vedono quotidianamente capi di poca sostanza e di poco prestigio portare in giro la propria arroganza e la propria saccenza, calpestare l’altrui dignità con la sicurezza di poter contare sul silenzio di una massa di pecore (atteggiamento assai diffuso sia nel settore pubblico che privato), da potere usare e sfruttare a proprio piacimento. Spesso si tratta di personaggi che si sono installati in un luogo fisico da tempo immemore, ricavandone una posizione di potere, trasformando quel luogo in un feudo personale. È la storia di sindaci di paese, di presidi di scuola, di subalterni padroni di un campo ristretto come la loro testa, di baroni universitari che lasciano in eredità ai discendenti il loro baronaggio, di direttori di giornali che fanno il bello e il cattivo tempo all’interno delle redazioni, di affaristi e faccendieri vari e così via discorrendo. In genere si tratta di individui che non amano il confronto leale, perché sentono di non averne bisogno, pieni come sono di sé. Oppure di personaggi che hanno poco visto e viaggiato, ma ritengono di avere capito tutto della vita. Personalmente ho sempre molto diffidato di gente che è nata in una situazione lavorativa ed è destinata a restarci, perché penso che l’azione, il cambiamento di luoghi e prospettive, l’interazione con tante realtà e con tante persone diverse sia fondamentale per migliorarsi come professionisti, sia nel lavoro intellettuale che in quello manuale. In caso contrario si rischia sempre di restare un po’ piccoli, professionalmente e umanamente. Osservare tante cose e rubare i segreti di un mestiere richiede la capacità di mettersi in gioco sempre e comunque, a qualunque età. Come dice Gustave Flaubert: «Viaggiare ti rende umile, perché vedi che piccolo posto tu occupi nel mondo». Mentre invece, la mia amata Martha Nussbaum, in Coltivare l’umanità, ad un certo punto afferma che in viaggio per diventare cittadino del mondo ha come prezzo da pagare la solitudine, ma gli insegnanti hanno il dovere di mostrare agli studenti quanto sia bella ed interessante una vita aperta al mondo, guidata dalla ragione critica, non disposta ad accettare pregiudizi superficiali. La posta in gioco è il futuro della democrazia. Difatti, se il Padreterno ci ha fornito di gambe, è stato perché le usassimo per andare alla scoperta del mondo, non per stare comodamente seduti nella nostra zona comfort, appagati dal nostro piccolo mondo, spettatori delle nostre piccole prospettive. In fondo, che cos’è la vita se non una continua ricerca? Porsi umilmente in questo atteggiamento di ricerca e di scoperte sempre nuove serve a ricordare a noi stessi che il limite è la situazione costante della condizione umana; ma proprio in questo limite è possibile cogliere la cifra dell’Essere.

2. Non nominare il nome di Dio invano

In questi tempi di crocifissi sbandierati nelle manifestazioni politiche, e di prediche ecclesiali utilizzate a fini politici, questo comandamento ci ricorda che in ogni situazione della vita bisogna utilizzare un po’ di ecologia del linguaggio, che è estremamente salutare per la vita della società nel suo complesso ed è strettamente correlata anche ad una ecologia del pensiero.

È alquanto chiaro che il comandamento si riferisca all’uso della bestemmia, che degrada l’essere umano e rivela anche la sua presunzione di esercitare un controllo su Jhawè, cioè su “colui che è”. Allo stesso tempo, esso proibisce di abusare del nome santo di Dio per fare promesse che poi non saranno mantenute o giuramenti falsi, perché in tal caso si invoca Dio come testimone di una menzogna. Del resto, Cristo nel discorso della montagna, insegna ai discepoli a non giurare affatto: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,33-34.37).

Da un punto di vista welfarista l’utilizzo continuativo a scopo offensivo del nome di Dio, evocato più volte al giorno per le cose più futili, accusato di essere l’artefice delle disgrazie umane, insultato e bestemmiato a ogni pié sospinto, banalizzato, piegato agli scopi terreni, si risolve in una gran perdita di tempo. Non solo non si sa di cosa si sta parlando, ma si va ad intaccare qualcosa di sacro che non si potrà mai conoscere mai profondamente, proprio come non si riesce mai perfettamente a descrivere l’amore, un’esperienza unica e che suscita un’emozione ineffabile.

Non pronunciare “invano” il nome di[1] Dio è proprio come non portare avanti invano un rapporto in cui non si crede, oppure crescere un figlio invano, lavorare invano, fare promesse a vuoto, utilizzare il linguaggio in maniera ipocrita. “Invano” non porta da nessuna parte.

3. Ricordati di santificare le feste

Dio in sei giorni ha fatto il mondo ed il settimo si è riposato. Perché noi non dovremmo riposare dopo una settimana di lavoro? Perché non dovremmo mettere una distanza tra il nostro lavoro e noi stessi, allo scopo di recuperare il rapporto con la nostra persona e con il vero senso della vita e delle cose che ci circondano? Contemplare una bella giornata di sole e la vastità del mare, venerare il sacro nella scoperta dei posti che si frequentano e si scoprono o in un’opera d’arte o nella lettura di un libro. Dedicarsi alla preghiera o ad un legame di amicizia o di amore, per il quale non abbiamo tempo nel corso degli altri giorni, presi come siamo dalla frenesia dei nostri giorni. Ricordarci che la persona più importante siamo noi stessi. Il giorno di riposo è una festa da santificare perché significa che la nostra vita non è finalizzata al profitto fine a se stesso, ma che questo profitto serve per ricordarci il senso del nostro stare al mondo. È il modo per possedere il tempo e per non farci possedere da esso, rendendocene schiavi. È il modo per evitare di spalmare la nostra esistenza sull’accumulazione indiscriminata e disumanizzante, per evitare di rendere un deserto la nostra vita. È proprio nel tempo libero che si fanno le migliori scoperte, si possono intrattenere relazioni con gli altri esseri umani, si può vivere il piacere della convivialità. Il terzo comandamento è forse quello più affine alla grecità, dal momento che anche Aristotele ammoniva: «Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero».

Dopo una settimana di compiti e interrogazioni gli studenti si riposano. I genitori hanno la possibilità di godersi la propria famiglia. E ci si può fermare e ringraziare il cielo di tutto quello che si ha.

È chiaro che il verbo qui utilizzato fa la differenza. “Santificare” la festa è il contrario dell’abuso del proprio fisico attraverso divertimenti smodati, l’abuso di sostanze tossiche e le cattive frequentazioni. La festa è il giorno in cui ci si può dedicare a se stessi e al prossimo in spirito di armonia. Papa Francesco spiega questo concetto in questi termini: «La domenica non è il giorno per cancellare gli altri giorni ma per ricordarli, benedirli e fare pace con la vita. Fare pace la vita; quanta gente ha la possibilità di divertirsi e non vive in pace con la vita. La domenica è il giorno per fare pace con la vita dicendo; la vita è preziosa, non è facile, a volte è dolorosa, ma è preziosa». E per ricordare che Dio è fedele alle sue promesse.

4. Onora il padre e la madre

Poiché la Bibbia è poco politicamente corretta non dice “genitore 1” e “genitore 2” e sa bene che i figli sono concepiti da un uomo e una donna e partoriti da quest’ultima.

I genitori rappresentano il passato, il ricordo, la roccia su cui sono stati costruiti i nostri primi giorni e tutti i lunghi anni per diventare persone adulte.

    È chiaro che questo comandamento scaturisce dalla legge stessa dell’amore, che di per sé è normale.

Uno dei motivi, forse il principale, per il quale la società odierna è sempre più rancorosa e sfiduciata, è proprio il dissolversi di questo nucleo fondante per la vita di ogni essere umano. Divorzi, separazioni, femminicidi, guerre familiari, problematiche sessuali, nascita di nuove forme di famiglia eccetera. I genitori sono quelli che si sacrificano affinché i propri figli crescano sani e sereni e possano diventare persone realizzate. Anche Gesù ha avuto bisogno di un padre e di una madre per crescere. La grandezza della famiglia, che è sacra, è appunto contemplata nel calendario cristiano e si rinnova ad ogni Natale. Non c’è presepe o canzone di Natale che possa mettere in crisi ed offendere i credenti in un’altra fede religiosa, proprio perché quello di famiglia è un concetto universale.

L’Esodo biblico promette lunga vita a chi avrà onorato e rispettato i propri genitori. Anzi è l’unico comandamento dal quale deriva questa promessa. Ma Ezechiele (20:18-19) rammenta che non bisogna ubbidire a dei genitori malvagi e gli Atti (5:28) ricordano che se un genitore chiede a un figlio di fare qualcosa che contravviene i comandamenti di Dio è preferibile che il figlio obbedisca a Dio piuttosto che a simili genitori.

La cronaca ci ha messo negli anni di fronte ad atti di violenza aberrante nei confronti dei genitori, alcuni dei quali sono stati anche barbaramente uccisi dai propri stessi figli. Un’azione che contravviene le leggi della Natura e quelle di Dio e che porta con sé un carico di infelicità inenarrabile.

L’amore e il rispetto per il padre e la madre, per coloro che danno la vita, è alla base del rispetto e della fiducia che deve guidare la vita di ciascun uomo, nella sfera pubblica e privata.

5. Non uccidere

Dal punto di vista welfarista è inteso non solo nel senso di non deprivare il prossimo o se stessi  della vita, il dono più prezioso che ciascuno possiede, ma anche nel non inquinare i rapporti con gli uomini e nel non uccidere lentamente se stessi attraverso angoscia, preoccupazioni, sofferenza, conformismo, inerzia, esistenze mancate, negazioni di sé. In pratica, inaridire.

È possibile uccidere l’altro anche con l’indifferenza, la maldicenza, l’ira, lo sfruttamento, la derisione, l’inganno, l’offesa, la cattiveria, il tradimento e tutto l’armamentario dei sentimenti negativi e inquinanti le relazioni tra esseri umani.

È possibile uccidere con l’omicidio, il genocidio, l’eutanasia, il suicidio.

Uccidere annienta l’integrità della persona e la sua dignità umana.

Uccidere attraverso la pena di morte ancora vigente in alcuni Stati della terra, la criminalità non solo non viene debellata, ma presenta delle percentuali superiori a quelle degli altri Paesi (ved. Martha Nussbaum, Rabbia e perdono, Il Mulino, Bologna 2017)

6. Non commettere atti impuri

È un chiaro invito a non prostituirsi, né carnalmente né spiritualmente. Per quanto riguarda il primo aspetto, ci furono anche santi e sante che cedettero a questo peccato, come santa Pelagia e santa Maria Egiziaca, la prima un’attrice scandalosa e libertina, la seconda prostituta per diciassette anni nella città di Alessandria e quindi passata a nuova vita una volta sbarcata a Gerusalemme, dopo che aveva dispensato favori sessuali a tutti i pellegrini coinvolti in questo viaggio.

Oggi questo comandamento viene letto con “Non commettere adulterio”, cioè la forma di tradimento più vile e bruciante all’interno di un legame coniugale, foriero di danni per entrambi i partner ed eventuali figli.

È un comandamento che ci invita a saperci dominare, ad evitare questo tipo di eccessi, a preservare la nostra dignità.

Ma di atti impuri sono piene le nostre vite. Quando ci vendiamo ad un capo, ad un datore di lavoro, a discapito degli altri, magari infangandoli con maldicenze o anche solo per mettere in mostra se stessi. Succede quando nelle lotte fratricide, all’interno di una famiglia, fratelli e familiari si sbranano per un appartamento o del danaro. Succede quando il sacro sentimento dell’amicizia viene tradito in qualche modo. Succede di continuo nell’agone politico. O nel mondo dello spettacolo, dove è una gara continua ad apparire e ad avere ingaggi milionari. Ecco, dunque, molti esempi di prostituzione spirituale, come dicevamo all’inizio.

Insomma, all’interno di questa categoria rientra la lussuria del prendere, contrapposta al dare dell’amore. Prostituirsi, infatti, è il contrario di donare. È vendere se stessi per avere qualcosa in cambio con un sistema immorale.

C’è a questo proposito un bel passo dello scrittore francese Charles Morellet sull’etica del dono, dalla quale scaturisce la felicità:

Per essere sereni il nostro cuore ha bisogno d’amore, di felicità o di pace. Il segreto non sta nel cercarle, ma nel donarle!

Ma come possiamo donarle se anche noi, giustamente, ne abbiamo bisogno per poter affrontare i vari problemi che affliggono la nostra giornata?

Di fatto tutte queste “cose”, non sono al di fuori di noi ma nasceranno dentro il nostro sorriso nello slancio del “dono”.

Dobbiamo imparare a guardare con cuore leggero le lacrime di un dolore che riempie la nostra anima e chiedere ad un Altro di farci questo dono. E poi così regalarlo a chi incontriamo.

A sera guardiamo la borsa che ci ha accompagnato durante la giornata e se la troviamo piena di sorrisi la nostra vita ci sembrerà più leggera.

Ho sorriso alla foglia caduta dal ramo, al sole che, dopo un bell’acquazzone, ha asciugato Elena che si era bagnata. Ho donato un sorriso ad un volto sconosciuto che era tra la folla. Alla ragazzina dalle gambe lunghe che lentamente mangiava un gelato e le ho regalato un fazzolettino per pulirsi le labbra.

Queste scorte di sorrisi faranno sorridere anche me e allora è proprio vero che donando felicità la si riceve e questa sera, se ci sarà la luna in cielo come ieri sera, le sorriderò e dormirò felice.
Se nella nostra storia facciamo entrare l’amore di Dio per noi sarà l’inizio di qualcosa di nuovo, qualcosa che non c’è mai stato prima e senza tanta fatica saremo persone nuove che conosceranno la felicità e come donarla al mondo!

7. Non rubare

Tangenti, gare d’appalto truccate, furti con scasso, rapine a vecchiette sole e indifese, truffe al bancomat, crack finanziari, Stati in bancarotta, lavoratori sfruttati, risorse naturali depredate e via discorrendo. La frode nei confronti del prossimo è talmente diffusa e radicata come peccato, che il settimo comandamento è quello più infranto nel corso della storia umana. Insomma, c’è gente che vuole solo mangiare e non sa accostarsi al mistero della vita e della sua bellezza. L’ingordigia regna sovrana ovunque e divora tutto quello a cui si accosta.

Sant’Antonio da Padova parlava di simili poveracci come di persone possedute dal denaro. Invece il Vangelo ci esorta ad accumulare tesori in cielo (Mt 6, 19-21).

Appropriarsi di ciò che appartiene ad altro è danneggiarlo. Ciò ripugna alla coscienza e alla legge divina. È contrario anche al funzionamento di una qualsiasi azienda e di qualsiasi settore produttivo. Può procurare molte lacrime ed aizzare i derubati alla rivoluzione. Quindi generare violenza.

Ma si può anche derubare una donna violentandola, un bambino togliendogli l’innocenza, un uomo privandolo dell’onore, un genitore sottraendogli un figlio, un amico privandolo della fiducia nell’altro, una persona qualsiasi privandola della pace e della tranquillità. Si possono comprare gli esami all’Università e millantare un titolo che non si ha: dottore, avvocato, ingegnere. Con tutti i danni che queste frodi possono procurare alla società.

I ladrocini sfasciano il welfare. E sono contrari al concetto di carità cristiana.

8. Non pronunciare falsa testimonianza

È un comandamento che invita a non inquinare i rapporti con gli altri ed a cercare sempre la verità. Insegna a ripulirci dalle scorie quotidiane e ad affidarci alle cose autentiche della vita. Ammaestra a tenere a freno la lingua, il cui uso improprio e quindi dannoso è spesso segnalato all’interno del libro dei Proverbi. La sua attualità nel mondo nel quale viviamo è sconvolgente, perché sappiamo benissimo quanto la calunnia, l’offesa all’onore altrui, la facile ironia ed altri mezzucci di questo tipo corrano sulla rete Internet, nella quale anche i cretini hanno trovato dimora (come diceva Umberto Eco). La diffamazione è un reato e va punita come tale. Nei Proverbi della Bibbia, di cui prima abbiamo citato il libro, è tra l’altro scritto: «Sei cose odia il Signore, sette ne detesta: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che ordisce trame malvagie, piedi solleciti a correre al male; testimone bugiardo che diffonde menzogne, chi provoca risse in mezzo ai fratelli». Una menzogna può distruggere in un attimo la pace familiare, i rapporti tra amici e conoscenti, l’equilibrio tra le nazioni. E infatti, come sappiamo, di menzogne è piena la storia umana. ma, sempre la Bibbia, ammonisce: (L’uomo iniquo) «Cova propositi malvagi nel cuore, in ogni tempo suscita liti. Per questo improvvisa verrà la sua rovina, in un attimo crollerà senza rimedio» (Prv 6,12-19). Attenzione, quindi, ad abusare della buona fede altrui. Prima o poi si rimarrà vittima della propria perversa indole. Se il compimento della legge divina è l’amore, l’atteggiamento menzognero è proprio quello che ne impedisce la realizzazione. Per cui nel mondo dominano l’ingiustizia, la sopraffazione l’egoismo, le divisioni, le guerre. E la menzogna si insinua negli ambienti nei quali bisognerebbe bene guardarsene: nei rapporti coniugali, tra gli scranni degli oratori parrocchiali, dentro le palestre frequentate da ragazzini, nelle stanze dei bottoni dove si prendono decisioni importanti per il benessere collettivo.

Cristo era talmente refrattario alle menzogne che esortava il suo prossimo a lasciare da parte ogni doppiezza e a dire “sì” o “no”: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,33-37).

Viviamo nell’epoca delle fake news e degli “influencers” in tutti i campi, da quello medico a quello della moda. Non dimentichiamocelo. È tutto un business per fare cassa, anche a discapito della verità, cioè del bene primario a cui la natura dell’uomo è intimamente protesa.

Ma poi pensateci a quanto è bella, anche nel suono, la parola “verità”. Deriva dal latino veritas e dal vocabolo greco, anch’esso molto bello, che è alèteia. È qualcosa di molto affine all’amore. È, anzi, proprio il radicamento dell’amore. I filosofi di tutti i tempi si sono interrogati sul senso profondo della parola verità: da Parmenide a Sant’Agostino, da Aristotele ad Heidegger, da Wittgenstein a Edith Stein. C’è chi ha affrontato il martirio per testimoniare la verità. Cristo ne è l’esempio lampante. Ma penso anche ai caduti per la libertà dei popoli e per un vero e splendente ideale a cui intestare il proprio sacrificio personale. La verità rende liberi. Non solo: rende anche degni di rispetto.

9. Non desiderare la donna d’altri

Per la verità il Deuteronomio afferma testualmente: «Non desiderare la donna di un tuo compagno» (5, 18).

Il non è “amare” ma “desiderare”. È chiaro il riferimento al solo possesso carnale dell’altra persona. Si comincia dallo sguardo peccaminoso e dal desiderio inverecondo verso la donna d’altri e si finisce nell’infedeltà coniugale, che mina e distrugge il rapporto con il coniuge. E, di conseguenza, si frantumano anche rapporti con i figli, i familiari, gli amici e la società.

Il verso desiderio non è quello legato al possesso dell’altra persona. Dio non nega i desideri naturali e legittimi che albergano nel cuore umano. Insegna, attraverso la sua Parola, a perseguire desideri autentici di comunione e donazione, nel rispetto della dignità altrui. Indica la strada per non banalizzare la sessualità e l’amore.

Vi è da dire che nella sua forma originaria, il comandamento in questione suona in questo modo:

«Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). Se aspiriamo a questo abbiamo finito di vivere con tranquillità. E rischiamo di farci molto male. Chi si contenta gode, recita un antico adagio.

10. Non desiderare la roba d’altri

L’ultimo comandamento è validissimo sotto ogni profilo, da quello cristiano a quello welfarista. Lavorare sodo è lecito per migliorare la propria posizione, ma desiderare quello che non ci spetta di diritto è, non solo eticamente scorretto, ma anche causa di profonda infelicità.

Questo comandamento ci richiede di spogliarci da quello che è l’atteggiamento più intrinseco alla natura umana: l’egoismo.

La ricerca avida di ogni bene, l’accumulazione indiscriminata di beni materiali, ci fa perdere di vista i rapporti umani e la nostra stessa umanità.

Il comandamento numero dieci oggi ci dice: stai lontano dalla pubblicità e da tutte le sue lusinghe. Oppure ti venderai l’anima al diavolo per avere un bene superfluo, senza il quale vivresti benissimo.

La perenne scontentezza che accompagna la natura umana ci porta a non vedere o a disprezzare i doni che abbiamo ricevuto e a chiederci perché gli altri stanno meglio di noi. Il nostro orizzonte è così limitato che preferiamo invidiare il prossimo, desiderare quello che hanno gli altri, piuttosto che ringraziare per quello che abbiamo.

Il comandamento in questione ha un significato profondo, perché ci fa capire che il desiderio di cose materiali eleva il posto di questi al punto tale da prendere il posto di Dio. Del resto, nei vari secoli della storia umana la vita dei popoli è stata sconvolta e distrutta proprio per la bramosia di regnanti e capi vari di appropriarsi di questo o quel territorio. Sempre per il desiderio della roba altrui. Questo desiderio impudico ha provocato guerre a non finire, di cui sono appunto costellate le vicende umane nel corso dei tempi. Il desiderio dei beni altrui è anche la radice di furti e ladrocini. È l’origine delle lotte fratricide all’interno delle famiglie. È la causa principale della schiavitù umana, laddove invece il piano di Dio è l’opposto: fare sì che gli uomini vivano liberi, nella libertà di Dio.

Cosa ci può essere di più grande di questo? Si può avere tutto, si possono accumulare beni su beni, ma la libertà resta il valore più alto dell’esistenza umana. è nella freschezza e nella pienezza della libertà che l’essere umano può sviluppare e far fiorire tutte le possibilità della sua persona. Non è rendendoci schiavi di oggetti materiali da accumulare, di passioni negative come l’invidia o il desiderio di rivalsa, che possiamo fiorire. Chi vuole progredire deve evitare di fissarsi sulle cose che non ha o che non può avere, ma cercare di fare cose grandi con quello che ha. Se si è credenti, chiedersi: che cosa vuole Dio da me? Se non si è credenti, chiedersi: cosa posso fare di bello nella mia vita, con i talenti che ho?

Autore: Lucia Gangale

Lucia Gangale, native of Benevento, is a journalist, blogger, essayist and professor of History, Philosophy and Human Sciences. In addition to books of history and sociology he wrote stories and poems. He is dedicated to photography and director of short films. It 'an expert in communication techniques and tourism marketing. She is the editor in chief of the six-monthly cultural publication “Reportages Storia & Società”, founded in January 2003.

4 thoughts on “Bibbia e Welfare

  1. Grazie…Molto interessante…

  2. La parola biblica, unendo il concreto con il simbolico, non cessa di dispensare nuovi spunti di riflessione.
    Apprezzo moltissimo, per quanto il mio apprezzamento possa valere, l’articolo di Lucia Gangale.

  3. La ringrazio

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