Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Il diritto alla felicità Kantiana

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“Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo, ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona”. Così scrive Kant nel suo saggio, in questa prospettiva,  la felicità del singolo individuo si ricollega direttamente al problema della libertà. Vi è un nesso inscindibile tra felicità e libertà. Alla base della morale egli pone la ragione, capace di determinare la volontà e l’azione etica.

La scoperta della volontà come facoltà morale era stata una prerogativa della cultura cristiana. Con l’idea del peccato originale cristiano e dell’acquisizione da parte dell’uomo del concetto di bene e di male, occorreva far ricorso ad una scelta implicante la volontà che poteva ora decidere, pur conoscendo il bene, di orientarsi verso il male. L’azione morale, per essere tale deve far riferimento a regole generali universali, valevoli per tutti gli uomini e in ogni tempo, a cui sottostanno massime ed imperativi. Gli imperativi sono principi pratici oggettivi, regole che esprimono la necessità oggettiva dell’azione. Non è morale ciò che si fa, ma l’intenzione con cui si fa. Nella tradizione della metafisica dei Costumi, Kant rafforza i presupposti degli imperativi categorici affermando “Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre come scopo, e mai come semplice mezzo”.

La volontà vuole istituire la legge, ma vuole che l’essere sensibile, a cui la volontà appartiene, si sottometta ad essa. L’idea di legge evoca quella di sottomissione.

Il paradosso è risolto attraverso l’idea di autonomia, la morale deve essere autonoma, radicarsi in una libera decisione del soggetto. L’adozione del criterio dell’autonomia ha effetti sociali di grande rilievo, l’etica kantiana esclude ogni azione lesiva dei diritti degli altri, rimuovendo gli interessi personali e le finalità egoistiche.

Il dover essere appare come l’assunzione da parte di ciascuno, nella propria coscienza, della volontà di felicità dell’altro. L’altro entra nell’azione morale, una volta che è assunto nella coscienza di chi lo riconosce e se ne prende cura.

La legge morale dentro di noi non deriva da alcunché di anteriore, se non dal fatto che siamo esseri liberi, possiamo liberamente scegliere. La legge morale solleva l’uomo da ogni senso di effimero e di caducità dell’esistenza.

L’etica rigorosa di Kant non è lontana dalla nostra vita, in questo periodo in cui il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe, e ci si chiede cosa significhi “moralità” in un sistema democratico.

Si tratta di individuare un ponte tra evoluzione biologica e evoluzione culturale.

Kant ha colto la bidimensionalità dell’essere umano nella necessaria tensione tra sensibilità e ragione, noi siamo sempre in lotta tra due forze che vorrebbero prevalere l’una sull’altra e che dobbiamo equilibrare. In questo consiste la nostra essenza di esseri liberi e morali. Se fossimo soltanto istinto non avremmo alcun merito nel comportarci in un certo modo, se fossimo mossi soltanto dalla ragione, non saremmo meritevoli per le azioni corrette.

Nonostante sia guidato, ma non determinato dalla ragione, l’essere umano non segue un piano razionale predefinito, procede per  tentativi, suo compito è sviluppare le disposizioni naturali, pur nella consapevolezza che il tempo è insufficiente, non riuscirà mai a completarle in vita. Se la natura ha dato all’uomo la ragione, scrive Kant, è perché ha voluto che fosse più destinato alla stima razionale di sé, che al benessere, più a rendersi degno della felicità che a conseguire la felicità stessa.

In tal senso la morale non è la dottrina che ci insegna come farci felici, ma come  diventare degni della felicità.

L’uomo si agita nel mondo, lotta, mosso da ambizione, orgoglio, non per conseguire la felicità, ma per esprimere i talenti e rivendicare i propri diritti.

Moralità come dovere

La moralità non è altro che una costrizione che sentiamo operante dentro di noi, è una legge universale, assoluta, incondizionata, eppure, anche se per Kant è incondizionata, agisce sempre all’interno di un essere umano finito e dunque influenzato dalla sua condizione. Ecco perché la ragione è sempre in lotta con la parte sensibile dell’uomo che le oppone resistenza e fa sì che tale legge assuma la forma del dovere.

L’etica di Kant è prescrittiva e non descrittiva; non riguarda l’uomo qual è, ma l’uomo come dovrebbe essere, non come si comporta, ma come dovrebbe comportarsi. Eppure questa necessità non nega la libertà, anzi la potenzia: nella tensione tra ragione e sensibilità c’è la consapevolezza che si debbano vincere le proprie inclinazioni naturali, ma che vi si possa anche cedere, così come possano essere violate le disposizioni che impone la ragione. È presente l’assunzione di un rischio, Kant non sottovaluta i limiti della condizione umana, opponendosi al  fanatismo morale di chi crede che sia possibile la perfezione etica. La santità come realizzazione compiuta della virtù, non è di questo mondo. La moralità riguarda, non la razionalità necessaria di un essere pensante, ma la razionalità possibile di un essere che può decidere di assumere o non assumere la ragione come guida della condotta. Vi è il riconoscimento della piccolezza dell’essere umano, consapevole di esserlo.”Siamo sì una piccolissima cosa dell’universo, eppure la dignità umana ci è costitutiva è ciò che non ci fa prostrare o umiliare”. La dignità dell’uomo è un fatto incontrovertibile: affonda nella coerenza interiore, presupposto essenziale di ogni comportamento virtuoso, di ogni azione, la cui forza non sia nella conformità alla legge esterna, alle convenzioni, ma unicamente alla norma il cui fondamento è nella ragione.

Le formule dell’imperativo categorico, proprio perché formali e non condizionate da alcun contenuto, possono costituire una guida valida in ogni tempo. Quando Kant scrive “Opera in modo che la massima della tua volontà possa valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale” non ci dice cosa dobbiamo fare nello specifico, ma proprio per questo, ci dà un riferimento valido per qualsiasi nostra azione.

La scelta è sicuramente fonte di angoscia, genera ansia la condizione dell’uomo, che ha fatto del “Sapere aude”  la massima della propria condotta, eppure è quell’atto di coraggio, che apre a nuove possibilità, e diventa la fonte della nostra dignità.

La dignità è nell’autonomia intellettuale e morale con cui la volontà si conforma alla razionalità, affrancandosi dall’eteronomia di un condizionamento.

L’uomo è soggetto a pressioni psicologiche che possono assoggettare la sua volontà e solo l’uomo può pensarsi come tenuto a vincerle, solo l’uomo è capace di pensare come un dovere assoluto il dover essere libero.

Ciò che farà, come agirà, non sarà condizionato da un luogo o da una situazione, ma dall’imperativo che sentirà in sé e al quale risponderà non per interessi o vantaggi.

Quante volte dopo un’azione scorretta, abbiamo cercato di trovare degli alibi al senso di colpa che proviamo, è in quel disagio, che è rappresentato quello che siamo, la nostra moralità e la nostra libertà: se avvertiamo quella sensazione di inadeguatezza è perché sentiamo che nel fondo della nostra coscienza, avremmo dovuto comportarci diversamente, scopriamo di essere liberi. La persona che cercasse di rispondere a quel comando, che volesse obbedire alla legge morale, vivrebbe le mille difficoltà di un’esistenza sempre in bilico tra scacco e sacrificio, difficilmente felice. Ma non è la felicità il fine della vita umana, di chi non può fare a meno di essere com’è, di chi tra la comodità della superficialità e la fatica dell’approfondimento, sceglie di essere, di chi sceglie di resistere, in nome di una tensione ideale, di una pulsione di verità sempre più difficile da sostanziare in un’epoca di cedimento come quella che stiamo vivendo. C’è ancora chi resiste e non dimentica che dopo di lui c’è una generazione che si troverà in eredità un mondo, in cui dovrà poter continuare a vivere e a credere. C’è qualcosa in ognuno di noi che ci aiuta a non smarrire la strada e a vigilare sull’umanità di tutti gli esseri pensanti.

3. Uscita dalla minorità

La felicità non è solo l’obiettivo che ogni singolo tende a realizzare e perciò diverso nei diversi soggetti e nelle diverse situazioni, ma è anche un compito che non può essere lasciato a dei tutori.

Poter realizzare la propria felicità come meglio si crede, senza impedimenti esterni, è possibile solo nel rapporto di coesistenza con gli altri. E il rapporto di coesistenza è un rapporto concorrenziale, in quanto si mira a conseguire la soddisfazione dei bisogni, in una società della competizione. L’uscita dalla minorità è paragonabile all’uscita dall’istinto; “L’individuo deve ricercare la sua felicità coi mezzi che a lui sembrano migliori, purché non rechi violenza all’identico diritto dell’altro”. Diventa un obbligo morale uscire da questa minorità. L’uomo è costretto a passare alla società della competizione, l’uomo vorrebbe la concordia, ma la natura vuole, invece, che esca dall’insoddisfazione inattiva, ed affronti dolori e fatiche. Gli impulsi naturali spingono a nuova tensione di sforzi, a un maggior sviluppo delle disposizioni naturali. L’uscita di minorità è l’avvio verso l’autonomia. La sfera della felicità è la sfera della competizione. Per rendersene degni è necessario seguire le leggi, che sono la condizione per uscire dalla minorità.

L’uomo è affetto da molte inclinazioni, è un essere che ha bisogno, solo nell’uomo si ha questa congiunzione di debolezza e di bisogno. Tutte le leggi praticamente restrittive sono riportabili alla fragilità della natura umana. L’uomo ha sviluppato le norme di condotta proprio perché non conosce quali saranno tutte le conseguenze di un’azione.

 Il nostro intelletto non è in grado di afferrare la realtà in tutta la sua complessità, di conseguenza si affida a regole che ci indicano cosa dobbiamo fare. Solo con la società l’uomo è in grado di supplire alle sue mancanze, la società compensa tutte le sue debolezze. Le regole della morale sono le condizioni di quella dimensione che ospita l’interazione con l’Altro. Le norme non prescrivono azioni determinate, ma delimitano i confini delle azioni.

La sfera della coscienza individuale è l’ambito dell’inconoscibile. Sussiste un nesso tra la massima universale, che vale come limite invalicabile della coscienza individuale, e il valore morale delle proprie scelte. L’individuo dispone di un unico criterio, l’universalità della legge, perché il perseguimento dei propri obiettivi non sempre può considerarsi buono. Lo sviluppo delle capacità è l’uscire di minorità verso il rischio e l’imprevedibile. La libertà è rischio.

Non è possibile realizzare la sfera della coscienza individuale, nel silenzio delle intenzioni si crea il contenuto della morale, che non può essere imposto all’Altro.

Vivere in perfetta comunione con la propria coscienza ci predispone verso quel senso di benessere e di quiete interiore che è la felicità.

4.La definizione Kantiana della felicità

Nella Critica della Ragion Pratica Kant delinea la seguente definizione della felicità ”La felicità è lo stato di un essere razionale nel mondo, al quale per l’intero corso della sua vita, tutto accade secondo il suo destino e la sua volontà”. Rispetto alla precedente tradizione filosofica, la definizione Kantiana delimita il concetto di felicità, senza fare alcun riferimento al piacere. In Kant non c’è traccia di un’impostazione eudemonistica. La felicità non può mai coincidere con le inclinazioni sensibili, giacché la ragione può approvare la felicità solo quando è congiunta con una buona condotta morale, che sola rende l’uomo degno di conseguire la felicità.

La felicità costituisce da sola il sommo bene di un mondo, in cui dobbiamo prendere posto secondo i precetti della ragione pratica. La felicità deve essere sempre considerata in diretta relazione con la moralità. La ragione umana produce nell’uomo imbarazzo, angoscia, ansia, nel momento stesso in cui apre all’orizzonte della libertà, fa sentire all’uomo tutta la sua fragilità e la sua solitudine esistenziale. È  in questo modo che secondo Kant, l’uomo abbandona il giardino dell’Eden, dove era nutrito  senza dover compiere alcun lavoro, per essere scagliato nel mondo della storia.

Il problema della felicità si situa proprio in questo mondo della storia, nel quale risulta problematico poter conseguire uno stato di piena e completa soddisfazione della propria condizione di individui  situati nel mondo.

Per Kant la ragione non è in grado di incrementare la felicità dell’individuo, il diritto nasce dall’esigenza di far coesistere la libertà di ciascuno con quella di tutti gli altri membri della medesima società. Kant non vuole negare la validità dell’esigenza civile e morale, di perseguire il raggiungimento della felicità da parte del singolo individuo, ma vuole sottolineare l’errore di coloro i quali pensano di poter mettere al centro delle società civili, la felicità del singolo e dei popoli.

Per Kant tra felicità e diritto deve sempre esistere, quindi, una mediazione politica.

 La massima libertà umana deve quindi essere basata su leggi in grado di garantire e tutelare questa stessa libertà.

La virtù è la forza morale nel compimento del proprio dovere, condizione perché si sia degni di essere felici, non è costrizione, ma vincolo a un principio di libertà interiore. L’uomo sceglie e in questa scelta è libero, l’essere umano non è schiavo della legge a cui si sottopone.

Ognuno di noi è un numero in una statistica, un produttore nell’ottica del mercato, un elettore nella prospettiva politica, un fattore in un algoritmo; nessuno ha più modo di essere diverso, unico.

Questi strumenti hanno assoggettato l’uomo, che è diventato un mezzo e non un fine.

I mezzi sono diventati le unità di misura dell’individuo, che viene quindi quantificato dal consenso, dalla visibilità, dimenticando il monito Kantiano, secondo cui l’uomo è un fine, giustificando il nostro agire secondo le indicazioni di un ottuso pragmatismo.

Se l’uomo è capace di autodeterminarsi ad agire moralmente è questa autodeterminazione che lo rende felice.

L’uomo può ancora emanciparsi nello riscoprirsi unico, nel difendere e tutelare la propria dignità, ascoltando quell’imperativo che ci impone , a volte, dolorose rinunce e non ci consente di essere felici, ma che ci rende degni di essere felici.

Bibliografia

Immanuel Kant, Fondazione della Metafisica dei Costumi in Scritti Morali, a cura di P. Chiodi, Utet,Torino1995

I. Kant, Critica della Ragion Pura, tr. It. Di P. Chiodi, Utet, Torino 1970

S. Cremaschi. L’Etica del 900 dopo Nietzsche, Carocci,  Roma 2005

Immanuel Kant, Metafisica dei Costumi, a cura di G. Vidari,  N.,Roma-Bari, Laterza 1998

H. G. Gadamer,  Sulla possibilità di un’etica filosofica in Ermeneutica e Metodica , Marietti,Torino 1973

H. G. Gadamer, Verità e Metodo, Milano Bompiani 2000

2 thoughts on “Il diritto alla felicità Kantiana

  1. In questo articolo viene posta, forse in modo un po’ obliquo rispetto al tema centrale del “diritto alla felicità”, una delle domande più cruciali del tempo nel quale stiamo vivendo: «in questo periodo in cui il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe, ci si chiede cosa significhi “moralità” in un sistema democratico».
    Come facciamo a coniugare in modo socialmente ed eticamente accettabile felicità e libertà, moralità e prescrizione, individuo e società, diritti e doveri?
    Nello svolgimento del suo articolo, Emanuela Trotta sembra affidarsi quasi esclusivamente alla morale kantiana, riuscendo nell’impresa non facile di calarla nell’attualità. Il tentativo di coniugare libertà e moralità in vista della felicità vista come un diritto, è impresa difficile che l’autrice non esita a porre direttamente nel titolo, dove i termini “diritto” e “felicità” suonano molto attuali, ma oltremodo stridenti. Non meno stridenti, però, di come appaiono nella Dichiarazione dell’Indipendenza Americana del 4 luglio 1776 – “… tutti gli uomini … sono dotati … di certi Diritti inalienabili, e tra questi … la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità” – quasi coeva della kantiana Fondazione della Metafisica dei Costumi (1785).
    Ad un certo punto della sua trattazione, Emanuela Trotta accenna alla necessità – all’interfaccia tra filosofia, biologia, sociologia e politica – “di individuare un ponte tra evoluzione biologica e evoluzione culturale … due forze che …. dobbiamo equilibrare. In questo consiste la nostra essenza di esseri liberi e morali”. Nell’articolo, tuttavia, questa originale prospettiva non viene sviluppata, sovrastata dalla escussione sulla metafisica morale kantiana.
    D’altra parte, il ponte tra “evoluzione biologica e evoluzione culturale” è impresa complessa e ardita, sulla quale molti stanno lavorando e speculando da decenni. Che natura e cultura interagiscano tra loro in modo biunivoco è un principio ormai largamente accettato. Fino a tempi relativamente recenti si pensava a una sorta di feed-back reciproco tra i condizionamenti imposti dalla natura (geni, sviluppo) e quelli posti dalla cultura (apprendimento, comportamento individuale e sociale), dove natura e cultura venivano viste come elementi quasi contrapposti, agenti in gran parte in modo indipendente l’uno d’altro. Più recentemente, è andata configurandosi una visione più integrata tra genetica, comportamento ed evoluzione culturale. Secondo questa teoria (detta ipotesi dell’ereditarietà duale o DIT: https://en.wikipedia.org/wiki/Dual_inheritance_theory), l’influenza e l’ereditarietà delle due componenti non si riduce all’effetto di feed-back reciproci (una visione che semplifica in modo forse eccessivo l’unità e la causalità gene-fenotipo), ma ad una fusione (che talvolta sembra quasi una con-fusione) tra le forze evolutive genetiche e culturali, dove la cultura si sovrappone funzionalmente ai geni e gli effetti genetici si sovrappongono alle caratteristiche culturali. Il dibattito scientifico e filosofico tra questa teoria e quella che considera ancora cultura e natura due sub-sistemi separati e interagenti, è tuttora caldo e per nulla irrisolto (vedi, per esempio, Digging the channels of inheritance: On how to distinguish between cultural and biological inheritance, pubblicato on line pochi giorni fa: https://royalsocietypublishing.org/doi/abs/10.1098/rstb.2020.0042). Tutto ciò solo per dire che il cenno di Emanuela Trotta al “ponte tra evoluzione biologica e evoluzione culturale” è un punto di discussione filosofica e epistemologica importante, ma ancora tutto da costruire e da sviluppare.

  2. Interessanti e molto stimolanti i temi trattati da Emanuela Trotta.
    Un invito, per chi impegnato ed appassionato alla politica ad affermare e sancire il ruolo dell’uomo
    nell’attuale società, ed ancor di più il ruolo e la funzione dell’uomo politico.
    ” Non è morale ciò che si fa, ma l’intenzione con cui si fa.”
    Cambiare il mondo si può….
    Grazie.

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