Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

I vecchi e i giovani

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C’è una bella poesia di Rabindranath Tagore intitolata “Il dono” che in poche righe spiega la differenza tra gli anziani e le giovani generazioni e lo fa ricorrendo all’allegoria del fiume e della montagna:

La tua vita è giovane, il tuo sentiero lungo;
tu bevi in un sorso l’amore che ti portiamo,
poi ti volgi e corri via da noi.
Tu hai i tuoi giochi e i tuoi compagni.
Non vi è colpa se non ti resta tempo per pensare a noi.
Noi, invece, abbiamo tempo nella vecchiaia
di contare i giorni che son passati, di rievocare
ciò che le nostre annose mani hanno dimenticato per sempre.
Il fiume corre rapido tra gli argini, cantando una canzone.
Ma la montagna resta immobile, ricorda e veglia col suo amore.

La giovinezza è l’epoca del dinamismo e della scoperta di se stessi e del mondo. La persona giovane ha il diritto di trovare la sua strada, forgiarsi attraverso le esperienze della vita, immaginare il proprio futuro. I figli, come si dice, sono del mondo. Il corredo emotivo dei giovani è un misto di entusiasmo e sconforto, di audacia e di domande, di senso di onnipotenza e di inquietudini legate alla scoperta del domani. Queste fasi ondivaghe sono superate nell’età matura, nella quale si vive nel ricordo di quanto vissuto e realizzato. Nel riposto di chi sa che non ha più tutta la vita davanti, ma può guardare, nel migliore dei casi con soddisfazione, a quanto fatto e compiuto. I giovani sono il fiume che corre rapido scrosciando e mormorando fra gli argini, i vecchi sono la montagna immobile che veglia da lontano la corsa del fiume e quindi «ricorda e veglia col suo amore».

Un tema piuttosto caro ai saggi di tutti i tempi è stato quello dell’educazione dei giovani. La pedagogia, come materia di studio a se stante, è nata dalle riflessioni e dalla pratica di filosofi, oratori, educatori, storiografi, filosofi, uomini di cultura in genere, i quali, in modi diversi, hanno colto nel processo dell’educazione il miglior lascito che il genere umano può fare alle giovani generazioni e l’unico modo per riscattarsi dall’ignoranza e dalla schiavitù, oltre che, ovviamente, il modo che l’essere umano ha per realizzarsi pienamente. Diogene il Cinico dichiarava che «le fondamenta di ogni Stato sono l’istruzione dei giovani» e Nelson Mandela che «L’istruzione è l’arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo».

C’è una differenza profonda tra l’antichità greca e le religioni monoteiste per quanto riguarda la considerazione delle virtù dei giovani. Mentre per il Platone di Repubblica il giovane prima di diventare filosofo doveva compiere un lunghissimo excursus che lo avrebbe portato all’agognato traguardo solo in età matura, e dopo anni di studio passati tra discipline ginniche, pratica negli uffici dello Stato, retorica e dialettica, fino al vertice della filosofia, nell’ebraismo e nel cristianesimo troviamo esempi di fanciulli virtuosi ed alle volte più saggi dei vecchi. Il piccolo Ioas a soli sette anni viene nominato re di Giuda, dall’837 all’800 circa. La scelta ricadde su di lui in virtù della sua prematura saggezza e maturità. Lo stesso Gesù tra i Dottori intenti ad ascoltare le sue parole è esempio preclare di onniscienza e sapienza.

Che i giovani debbano essere allenati subito alle asprezze della vita era poi un’idea diffusa tra i filosofi. Solo chi è allenato alla lotta quotidiana ha speranze di emergere o di non farsi abbattere dalle difficoltà della vita. Sono di questo parere personalità come Catone, Cicerone e Rousseau.

Delle interessanti riflessioni sulla psicologia dei giovani e degli anziani sono contenute nel secondo libro della Retorica di Aristotele, un’opera che in genere nelle scuole superiori viene liquidata attraverso pochi cenni e che invece apre un mondo sull’etica, la psicologia, la società, l’uomo nella sua condizione esistenziale. L’opera in questione fu scritta nell’ultima fase della vita del filosofo ed era diretta agli oratori che volessero rivolgersi sia alle persone giovani che a quelle vecchie perché al fine di persuaderle nel modo migliore. Era una di quelle opere cosiddette acroamatiche o esoteriche, composte cioè ad uso degli studenti del Liceo. Il successo dell’insegnamento aristotelico nasce in questo caso dal fatto che egli descrive correttamente come sono i caratteri in base alle varie età della vita e non solo come essi vengono visti.

Secondo Aristotele i giovani mostrano alcune virtù del carattere che i più anziani non sanno più esercitare. Essi sono euetheis, aperti e sinceri, a differenza dei vecchi che invece sono kakoetheis, perfidi e maligni. La loro buona predisposizione d’animo deriva dal fatto che non hanno visto ancora molte malvagità (Retorica, II, 12).

Sono generosi e magnanimi – la virtù corrispondente è la megalopsychia – in quanto non sono ancora stati umiliati dalla vita ed anzi sono inesperti delle ineluttabilità. Del resto anche nell’Etica Nicomachea Aristotele sottolinea l’importanza di questo “ornamento delle virtù” (1124 a 20 ss.).

I giovani sono scarsamente interessati al denaro perché non hanno esperienza del bisogno.

Godono della compagnia degli altri e per questo stringono facilmente amicizia col prossimo e non calcolano le relazioni per il proprio personale vantaggio.

Sono inclini alla pietà perché hanno una buona opinione degli altri e credono che le persone soffrano ingiustamente.

Amano ridere e scherzare. Infatti Aristotele attribuisce loro la virtù sociale della eutrapelia, cioè del fascino e della facezia.

In breve, sono capaci di azioni grandi e generose perché non hanno ancora conosciuto le cose brutte della vita o fatto esperienze negative.

  I vecchi, invece (Retorica, II, 13), «essendo stati più volte ingannati e avendo più volte errato, e poiché la maggior parte delle cose umane sono poco belle», non vogliono affermare con certezza nulla, dicono di opinare, mai di sapere, e inoltre sono di cattivo carattere. Aristotele dice che «il cattivo carattere consiste nel prendere sempre tutto nel senso peggiore» e inoltre aggiunge che i vecchi «sospettano sempre il male a causa della loro diffidenza, e sono diffidenti a causa della loro esperienza”. Sono inoltre «meschini, perché sono stati umiliati dalla vita” e non desiderano nulla di grande, bensì hanno desideri ordinari, legati alla vita comune. Sono «avari», «vili e timorosi in anticipo; essi infatti sono nella disposizione d’animo opposta a quella dei giovani; poiché sono d’animo raffreddato, mentre quelli sono ardenti; cosicché la vecchiaia ha preparato loro la via alla viltà, e il timore è una forma di raffreddamento». Sono «meschini», interessati all’utile piuttosto che al bello, «impudenti piuttosto che pudichi», «restii a sperare» proprio a causa della loro maggiore esperienza di vita. «E vivono del ricordo che della speranza; infatti la porzione di vita che resta è poca, mentre invece il passato è molto, e la speranza riguarda il futuro, mentre il ricordo riguarda il passato. Ciò li rende chiacchieroni; essi infatti passano il loro tempo raccontando il passato, poiché godono del ricordarsi».

Ed ancora: «Gli impeti del loro animo sono vivi, ma deboli; e dei desideri alcuni li hanno abbandonati, altri sono deboli; perciò né sono inclini ai desideri, né ad agire per i desideri, ma solo per il guadagno. Perciò gli uomini di tale età appaiono temperanti; infatti i loro desideri si sono affievoliti e sono sottomessi al guadagno. E vivono più secondo calcolo che secondo il loro carattere; il calcolo è infatti proprio dell’utile, il carattere invece della virtù. E le ingiustizie le commettono per malignità, non per eccesso oltraggioso».

«Anche i vecchi sono inclini alla pietà, ma non per lo stesso motivo per cui lo sono i giovani; i giovani infatti lo sono per filantropia, i vecchi invece per debolezza; essi infatti pensano di essere prossimi essi stessi a soffrire e ciò, come abbiamo detto, spinge alla pietà; perciò essi sono facili a lamentarsi e non sono dei buontemponi, né amanti del riso; l’inclinazione a lamentarsi è infatti opposta all’inclinazione al riso».

Dopo aver tratteggiato i caratteri opposti dei giovani e dei vecchi, Aristotele (Retorica, II, 14) passa ad illustrare il carattere degli uomini in età matura, che tratteggia in coerenza con la sua dottrina del giusto mezzo. Infatti, secondo lo Stagirita, gli uomini adulti hanno un carattere intermedio tra questi due tipi, non presentando gli eccessi né degli uni né degli altri. Essi non sono né troppo fiduciosi né troppo timorosi, né vivono troppo secondo il bello né troppo secondo l’utile, né secondo avarizia, né secondo prodigalità, bensì secondo convenienza. Sono temperanti con coraggio e coraggiosi con temperanza, mentre i giovani sono coraggiosi e intemperanti e i vecchi temperanti e vili. Insomma, tutte le qualità utili che si ritrovano nella giovinezza e nella vecchiaia sono racchiuse nel carattere degli uomini maturi ed anche eccessi e difetti sono maggiormente smussati in questa fase di mezzo della vita. Alla fine del paragrafo dove il filosofo espone il carattere tipico dell’età matura, aggiunge una notazione sulla virtù della stirpe. Egli dice: «Infatti nelle famiglie umane vi è un raccolto come nei prodotti del suolo e, quando la razza è buona, talora per un certo periodo si producono degli uomini insigni, poi nuovamente essa decade».

Nel 700 a.C. il poeta greco Esiodo affermava: «Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale d’oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata» (Le opere e i giorni).

Platone, nel Libro VIII della Repubblica, afferma: «Oggi il padre teme i figli. I figli si credono uguali al padre e non hanno né rispetto né stima per i genitori. Ciò che essi vogliono è essere liberi. Il professore ha paura degli allievi, gli allievi insultano i professori; i giovani esigono immediatamente il posto degli anziani; gli anziani, per non apparire retrogradi o dispotici, acconsentono a tale cedimento e, a corona di tutto, in nome della libertà e dell’uguaglianza, si reclama la libertà dei sessi».

Passando al mondo romano, Catone il censore raccomandava di non smettere mai di imparare, di accrescere la propria sapienza, in quanto raramente la sapienza è data dalla vecchiaia, mentre Cicerone nel De senectute affermava: «A ciascun periodo della vita è stata data la sua opportunità, in modo che la debolezza dei bambini, l’irruenza dei giovani, la serietà dell’età di mezzo e la maturità della vecchiaia abbiano ciascuna la sua caratteristica naturale, che deve essere apprezzata a suo tempo» (X, 33).  Ed ancora: «Bisogna resistere alla vecchiaia, cari Lelio e Scipione, e bilanciarne i difetti con cura, bisogna combattere come contro una malattia così contro la vecchiaia ed aver riguardo della salute, far uso di misurati esercizi, assumere quel tanto di cibo e di bevanda da rifocillare le forze, non da opprimerle” (XI, 35-36). Invece Seneca detesta la vecchiaia e i vecchi. Infatti nelle Epistulae Morales ad Lucilium (II, 13), dice: «Quid est autem turpius quam senex vivere incipiens»? (Cosa vi è di più sconcio di un vecchio che voglia ricominciare a vivere?). Ed ancora (Ep. 62): «Turpis et ridiculosa res est elementarius senex» (Un vecchio è brutto e ridicolo).

Spostandoci all’età medievale, incontriamo un racconto che Agostino d’Ippona fa relativamente ad un episodio della sua giovinezza all’interno dell’opera Le Confessioni (II, 9). In esso racconta di come, insieme ai propri compagni, lui stesso e gli altri giovani definiti «scelleratissimi”, abbia compiuto un furto di pere da un albero che si trovava vicino alla sua vigna. Spiega che la bravata non fu dovuta a questioni di indigenza o al desiderio di mangiarne, tant’è vero che i frutti derubati furono gettati in pasto ai porci, ma solo dal disprezzo della giustizia e dal suo amore per il peccato. Dice:

Ecco, che il mio cuore ti dica che cosa andavo a cercare lì, cosicché io ero cattivo nelle grazie e la causa delle mie cattiverie non era altro se non la cattiveria. (Questa) era brutta, ma io l’amai; amai morire, amai il mio peccato, non amai ciò per cui venivo meno, ma il mio stesso venir meno, turpe nell’anima e staccandomi dal tuo sostegno per cadere nella perdizione, aspirando non a qualche cosa per vergogna, ma alla vergogna stessa.

In buona sostanza, il Vescovo di Ippona ci dice che la giovinezza è vulnerabile alle tentazioni malefiche. Ma aggiunge anche che Dio ha avuto pietà del profondo abisso nel quale era sprofondato. Certo, rispetto ad agghiaccianti fatti della cronaca odierna, il racconto di Agostino oggi fa sorridere. Però sottolinea proprio questo: la fragilità della giovinezza; la possibilità sempre incombente di cadere in tentazione; il senso di onnipotenza e di impunità che spesso caratterizza la fase giovanile dell’esistenza.

Facciamo un grosso balzo in avanti e vediamo come Leopardi trattava il tema della giovinezza nelle sue opere. Ad esempio nelle ultime pagine dello Zibaldone, all’interno di un mondo dove «tutto è male» il poeta di Recanati pone in salvo solo l’immagine del giovane, esaltato come figura candida e schietta, gentile e generosa e proprio per questo senza difese. In molte pagine dei quest’opera e anche dell’Epistolario egli ripercorre il tormentato rapporto con il padre Monaldo e descrive la condizione del giovane oppresso dall’autorità paterna:

Colui che ha il padre vivo, comunemente è un uomo senza facoltà; e per conseguenza non può nulla nel mondo: tanto più che nel tempo stesso è facoltoso in aspettativa, onde non si da pensiero di procacciarsi roba coll’opera propria.

Nello Zibaldone il poeta rimarca l’importanza dell’educazione dei giovani, prendendo posizione contro forme di insegnamento autoritarie, libresche o comunque avulse dall’esperienza pratica delle cose della vita. E nella pagina 1473 dell’opera, redatta il 9 agosto 1821, scrive:

Ma il gran torto degli educatori è di voler che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza e alla maturità; che la vita giovanile non differisca dalla matura; di voler sopprimere la differenza dei gusti, dei desideri […]; di voler che gli ammaestramenti, i comandi, e la forza della necessità suppliscano all’esperienza.

Il pensiero CIV è poi esplicitamente contro il dominio del mondo da parte dei vecchi ed invece a favore della liberazione delle energie proprie della gioventù:

L’educazione che ricevono, specialmente in Italia, quelli che sono educati […] è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perché tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi […] Siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete […] Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all’utile nostro.

È qui evidente il rimpianto della propria giovinezza perduta ed in pratica non vissuta a causa dell’asfissiante clima familiare, volto a soffocare sul nascere ogni slancio vitale, mentre nei Pensieri, se da un lato egli riconosce ai giovani la capacità di cogliere le “bassezze del mondo”, è poi costretto a riconoscere che essi sono poi costretti ad omologarsi allo spirito del mondo.

Nelle pagine 4420 e 4422 dello Zibaldone, scritte tra l’1 e il 2 dicembre 1828, emerge poi il rimpianto per la giovinezza non goduta:

Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l’Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventù, in casa, senza vedere alcuno: che gioventù! Che maniera di passare cotesti anni! Ed io concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste parole. Credo però che non vi sia giovane, qualunque maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passare quegli anni, non sia per dire a se medesimo quelle stesse parole.

Malinconia e sentimento della decadenza della gioventù sono altri aspetti che caratterizzano gli scritti autobiografici di Leopardi. Come quando ad esempio nello Zibaldone, pagina 4287, scrive:

Passati i venticinque anni, ogni uomo è conscio a se stesso di una sventura amarissima, della decadenza del suo corpo, dell’appassimento del fiore dei giorni suoi, della fuga e della perdita irrecuperabile della sua cara gioventù.

Che la giovinezza sia l’età del candore e della fede nelle illusioni è a più riprese poeticamente espresso nei Canti. Poi la maturità ci porta a conoscere il male della vita ed a desiderare, senza poterlo fare, di ritornare al mitico mondo della fanciullezza, dove ogni sogno era possibile. Ed è questo il motivo per cui Leopardi è un autore sempre molto amato dai giovani.

E oggi? Non molto spesso sentiamo parlare dei giovani e quando ciò accade prevalgono sigle spoetizzanti o epiteti buoni per articoli sensazionalistici. Abbiamo così i “choosy”, i “meet”, i “millennials”, i “nativi digitali”, gli “sdraiati”, gli “influencer”, i “seguaci” di quegli stessi influencer. Si passa dal “nichilismo e i giovani” alla “fuga dei cervelli” all’estero.

L’impressione è che ci sia un grande bisogno di narrazioni di qualità che esplorino il mondo di questa gioventù, così persa nei social, così perennemente connessa, così sovraesposta e così poco indagata e realmente capita.

Bibliografia

Agostino, Confessioni, Einaudi, Milano 2000

Aristotele, Politica, Laterza, Bari-Roma 2019

Aristotele, Retorica, Bompiani, Milano 2014

Bonanomi G. e Pilla F., Prontuario per genitori di nativi digitali, Ledizioni, Milano 2018

Cicerone, De senectute, online su: http://giggino47.xoom.it/Cato%20maior%20de%20senectute.pdf

Ferri Roberto, Nativi digitali, Ed. Bruno Mondadori, Milano 2011

Galimberti Umberto, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2008

Leopardi Giacomo, Zibaldone, Rea Edizioni, L’Aquila 2011

Leopardi Giacomo, Pensieri, le Monnier, Firenze 1845

Nussbaum Martha, Emozioni politiche, Il Mulino, Bologna 2014

Platone, Repubblica, Newton Compton, Roma 2007

Tagore Rabindranath, Poesie d’amore, Feltrinelli, Milano 2008

Autore: Lucia Gangale

Lucia Gangale, native of Benevento, is a journalist, blogger, essayist and professor of History, Philosophy and Human Sciences. In addition to books of history and sociology he wrote stories and poems. He is dedicated to photography and director of short films. It 'an expert in communication techniques and tourism marketing. She is the editor in chief of the six-monthly cultural publication “Reportages Storia & Società”, founded in January 2003.

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