«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot
Davvero nuovo, questo Empedocle (Liguori, Napoli 2010); nuovo di una novità che sovrasta l’immediato, e che dunque rende non vane, benché tardive, queste poche pagine. Una versione, quella di Federica Montevecchi, sorretta da una coerente interpretazione preliminare, da uno scavo esegetico ed ermeneutico, nonché da una riflessione speculativa autonoma condotta sui testi e a partire da essi; traduzione, quindi, intesa come atto intrinsecamente filosofico, come operazione ermeneutica nel senso più vasto e più ricco, non come mero, per quanto nobile, artigianato letterario, e neppure alla stregua di esercizio retorico, quale la versione rischia di divenire, specie nella tradizione italiana, così prodiga di siffatti esercizi. Continua a leggere →
Appare necessario spolverare e portare in bella mostra nella contemporaneità la “mitezza”. Cos’è la mitezza e perché è considerata una virtù apparentemente impolitica?
Innanzitutto, è opportuno dire che L’elogio della mitezza è un’opera scritta da Norberto Bobbio. Un volume tanto caro allo stesso Bobbio e prezioso per ciascuna persona attenta agli attuali dibattiti etico-politici contemporanei. Continua a leggere →
4. Una socievolezza impossibile: lo sguardo che deforma
Se guardiamo bene alle nostre spalle e alla diagnosi rousseauiana riguardo l’origine della disuguaglianza (di cui manca una vera e propria prognosi ma che si può implicitamente intuire come inasprimento e deteriorarsi delle condizioni determinanti per la stessa), nonostante le tante corde fatte vibrare, sembra però sfuggire un nesso essenziale, un punto di cruciale importanza che vale l’intera argomentazione: per quale motivo i selvaggi, semplicemente accalcandosi sull’uscio delle prime abitazioni, se così si può dire, iniziano a classificarsi in modi diversi, a “trasfigurarsi”, nel bene e nel male? Entra qui in gioco, come accennavamo prima di sfuggita, il meccanismo della stima e dell’onore. Ma come s’innesca esattamente tale sfaccettatura di valori da attribuire e da sottrarre prima inesistenti? Perché, inoltre, ciò che poteva anche essere immaginato in maniera sporadica e saltuaria negli incontri vis-à-vis dei singoli selvaggi (pensiamo a quelli guidati dagli impulsi sessuali, fra gli altri), solo nella pluralità degli sguardi e nell’hic et nunc di un luogo fisso s’invigorisce e mette radici così profondamente? Continua a leggere →
3. Il rapporto fra Rousseau e il giusnaturalismo in relazione al secondo Discours
Finora abbiamo cercato di ripercorrere le tematiche dominanti e principali del secondo Discorso rousseauiano, seppure in modo desultorio e per certi versi approssimativo; ma già da quanto detto sorgerà forse spontaneamente un senso di confusione nel tentare di classificare Jean-Jacques Rousseau fra i giusnaturalisti o meno: a prima vista sembrerebbe un’ipotesi da scartare per il semplice fatto che la loi naturelle riscontrata dal filosofo rimane irraggiungibilmente utopica, separata dalla storia delle civiltà nei loro atti fondativi come una via ormai sconnessa e non più percorribile. Per tali motivi commentatori autorevoli hanno voluto stabilire che «Rousseau si può considerare come l’ultimo giusnaturalista1», denotando un caso estremo anche il contrattualismo dell’opera principale di Rousseau (visto più come un da farsi progettato per il futuro dell’umanità che a guisa di ricostruzione filosofico-storica2). Continua a leggere →
Proseguendo nella descrizione del lato morale dell’homme naturel, il filosofo ginevrino fa seguire alla constatazione tecnica della non-necessità della socievolezza per la sopravvivenza le sue conseguenze più intimistiche; difatti i filosofi, a detta di Rousseau, hanno troppo spesso raffigurato lo “stato di natura” nei suoi ipotetici conflitti e nelle forme arcaiche di società senza soffermarsi minimamente sulla lunga gestazione nel ventre della solitudine degli individui. Non nella socievolezza, bensì nell’isolamento, si trova l’essenza naturale del vivere umano: l’intersoggettività è, per Rousseau, solo un’aggiunta: «effettivamente, è impossibile immaginare perché mai un uomo in questo stato primitivo avrebbe avuto bisogno di un altro uomo più di quanto un lupo o una scimmia abbiano bisogno del loro simile1». Continua a leggere →
«Certo non è una filosofia, io aborro la filosofia, è tanto tempo che non dice più niente di interessante» [Jacques Lacan]
Che la filosofia non abbia oggi più alcun senso e dunque che non se ne possa né parlare né, tantomeno, scrivere è drammaticamente evidente a chiunque, della filosofia, abbia conservato una visione netta, scevra dai compromessi, “hegeliana”, se a questo qualificativo attribuiamo valore di “olistico” e “assolutizzante”: «Severino e la non esistenza del dolore: mi immagino suo antagonista in un dibattito televisivo, mentre gli sferro un violentissimo calcio nei coglioni. “Ora, Maestro, è forse nella condizione migliore per illustrarci – gli chiederei un istante dopo, con argomentazione volgare – quella sua teoria sul dolore eternamente oltrepassato dalla gioia, essenza nascosta dei mortali“» [Antonio Moresco, Lettere a nessuno]. Continua a leggere →
Da una quarantina d’anni assistiamo – nell’ambito delle scienze che più coinvolgono l’uomo in prima persona: la filosofia, la psicanalisi, la sociologia – a un interessante spostamento dell’asse della discussione, che dall’astratto-speculativo viaggia sempre più spesso verso il pragmatico-esistenziale. Da diverse decadi, infatti, la filosofia ha cominciato a recuperare la lezione della Grecia antica Continua a leggere →
Contando poco sull’onore che ho ricevuto, avevo, dopo l’invio, rifuso e accresciuto questo Discorso fino a farne in qualche modo un’altra opera: oggi ho sentito l’obbligo di ristabilirne il testo che fu premiato. Ci ho fatto solo qualche nota e ci ho lasciato due aggiunte facilmente riconoscibili che forse l’Accademia non avrebbe approvato1.
È così che Rousseau, nella prefazione al Discours che gli valse il premio dell’Académie des sciences, arts et belles-lettres di Digione, introduce il suo scritto; un’annotazione di primo acchito meramente tecnica ed apparentemente marginale, che assume tuttavia una valenza peculiare per chi si accinge a far seguire alla lettura dell’opera del 1750 quella seconda fatica letteraria, del 1754, che non gli valse nessuna premiazione se non quell’ingresso effettivo nel mondo dei filosofi per quanto concerne l’argomentazione complessa ed articolata e lo spettro vasto di fenomeni affrontati (storici, intersoggettivi, morali). Continua a leggere →
È la troppa cultura che porta all’ignoranza,
perché se la cultura non è sorretta dalla fede,
a un certo punto gli uomini vedono solo
la matematica delle cose.
E l’armonia di questa matematica diventa
il suo Dio, e dimentica che Dio ha creato
questa matematica e questa armonia
Giovannino Guareschi, Filosofia spicciola
Abstract
L’odierna tecnocrazia è osteggiata da un rigurgito antiscientista, fenomeno sicuramente inquietante, ma non privo di una qualche giustificazione. Non si vuole qui imbastire l’apologia delle tendenze antiscientifiche che stanno prendendo sempre più piede nelle comunità iper-informate dei paesi più avanzati; piuttosto si tenterà di tracciare il quadro di una tendenza che rischia di minare la fiducia verso il fondamento stesso dell’essere umano: la ragione. Si cercherà, dunque, di comprendere il rapporto che intercorre tra scienza e filosofia oggi; si tenterà, inoltre di inquadrare il fenomeno delle pseudoscienze e definire le cause della crisi della conoscenza.
Cosa si intende per “scienza”? Nel corso della storia a questo termine sono stati attribuiti funzioni ed ambiti che la scienza moderna qualificherebbe come pre-scientifici o semplicemente non-scientifici. Sono i criteri che la scienza moderna ha assunto per autodefinirsi che consentono di compiere quell’opera di discernimento tra quanti, tra gli atti del conoscere, possono definirsi propriamente scientifici e quanti no. In questo senso, accoglieremo la formula di Lucio Russo che conferisce l’attributo di “scientifico” alle teorie a) le cui «affermazioni non riguardano oggetti concreti ma enti teorici specifici», b) hanno «una struttura rigorosamente deduttiva» e c) le cui «applicazioni al mondo reale sono basate su regole di corrispondenza tra gli enti della teoria e gli oggetti concreti» (Russo, 2014, pp. 33-34). Alla luce di tale definizione, le teorie filosofiche non possono ritenersi “scientifiche”, venendo meno i presupposti espressi nei punti a) e c). Continua a leggere →
Heidegger distingue nella sua opera gli stati d’animo tanto dai sentimenti quanto dalle emozioni, designando quei primi con uno specifico termine: Stimmungen. Questo perché gli stati d’animo – a differenza di quanto sostiene gran parte della filosofia, sia classica sia moderna, per non parlare delle scienze – hannno a che fare direttamente con il modo in cui si entra in contatto con la realtà: essi incidono dunque sulla conoscenza delle cose da parte dell’uomo. Cioè con quello che, appunto, si chiama filosofia. Continua a leggere →
«Pari opportunità per tutti e distribuzione equa dei beni primari e, laddove ci fossero disuguaglianze, dovranno andare a benificio dei più svantaggiati».
Non è difficile riconoscere in questa affermazione il secondo principio di giustizia di John Rawls (ricordiamo anche il primo: «Uguali libertà per tutti»). Principi su cui, secondo la teoria della giustizia rawlsiana, doveva fondarsi il “consenso per sovrapposizione”; ovvero due principi che, a prescindere dalla personale concezione del bene e della “vita buona” di ciascuno, avrebbero dovuto mettere tutti d’accordo, su cui tutti avrebbero dovuto convenire.
Ma che cosa significa essere “svantaggiati”? Continua a leggere →
«Siamo passati dalla cieca fiducia del positivismo del 1800, che ambiva a diradare o annullare le tenebre dell’incertezza e che si prefiggeva di vincere le sofferenze umane, alla sensazione di essere impotenti e preoccupati di fronte alla totale incertezza e imprevedibilità delle cose e del mondo: siamo passati dal futuro percepito e raccontato come una promessa, al futuro temuto e visto come una minaccia. […] Nel nostro attuale momento storico possiamo dire che la leggerezza sia un’esigenza». Continua a leggere →