Antonio Martone

Premessa
Qualsiasi contributo che tenti di pensare un fenomeno storico come la guerra corre il rischio di farsi esso stesso narrazione, aggiungendo una voce ad un coro che può trasformare ciò che dice in destino. Le pagine che seguono non sfuggono a questo rischio — nessun discorso sul presente vi sfugge — ma tentano di renderlo visibile, di esporre le proprie giunture teoriche invece di dissimularle. Il metodo è deliberatamente eterogeneo: geopolitica realista, critica dell’economia politica, teoria dei sistemi, psicoanalisi dei gruppi sociali, critica della tecnica. Il fenomeno del riarmo contemporaneo non si lascia comprendere in una sola grammatica concettuale. È insieme fatto strategico, meccanismo di accumulazione, sintomo collettivo e destino tecnico. Il compito che queste riflessioni si assumono è quello di tenerli in tensione, mostrando dove si rafforzano e dove, invece, si contraddicono.
1. Il crollo del principio di realtà
Le discussioni circa il riarmo italiano ed europeo costituiscono il compimento di una transizione epocale verso quella che Lucio Caracciolo definisce la “Guerra Grande” attuale. Il conflitto tipico del nostro tempo non riguarda solo i confini territoriali ma costituisce un sisma geopolitico planetario in cui i massimi imperi si trovano simultaneamente in crisi e “temono per la propria esistenza”. In quest’orizzonte, assistiamo al crollo dello stesso “principio di realtà”: le narrazioni appaiono intossicate, finendo per disinformare talvolta gli stessi decisori che le producono.
Nel lessico che va da Freud alla teoria dei sistemi, il “principio di realtà”, designa la capacità di un soggetto — individuale o collettivo — di correggere le proprie rappresentazioni sulla base del riscontro con una propria esternalità. Il collasso del principio di realtà determina un’atrofia funzionale dell’apparato decisionale: venendo meno l’impatto con l’esternalità, si estingue la capacità di apprendere dall’errore. La recente cecità delle cancellerie occidentali sulla traiettoria cinese o sulla tenuta russa segnala questo ripiegamento in un circuito tautologico che ratifica scelte già assunte. I recentissimi fallimenti di previsione sulla transizione energetica e sull’adozione dell’intelligenza artificiale ne mostrano la persistenza. L’industria automobilistica europea ha per anni trattato la penetrazione dei veicoli elettrici cinesi come una minaccia lontana o un fenomeno di bassa gamma, scambiando il proprio ritardo tecnologico per una superiorità di standard e finendo travolta da un’occupazione di mercato già avvenuta. Sul fronte tecnologico, l’ipotesi che il controllo monopolistico sull’hardware avanzato bastasse a congelare il progresso cinese ha prodotto la convinzione che la Cina non avrebbe mai sviluppato modelli linguistici competitivi in tempi brevi, scambiando le sanzioni per una barriera insuperabile piuttosto che per un acceleratore dell’autarchia tecnologica. In ogni ambito, la rimozione del dato difforme risponde alla stessa cecità: salvaguardare la coerenza della teoria sacrificando la presa sulla realtà.
In questa cornice, anche l’economia muta natura, diventando “capitalismo di guerra”. La nostra fase storica è quella in cui lo Stato riprende il controllo dei mercati per finalità securitarie, trasformando il cittadino in un ingranaggio della mobilitazione totale. Un segno tangibile di questa mutazione è penetrato persino nel diritto privato. Saravalle e Stagnaro riportano che un contratto di acquisizione tra due grandi società italiane nel 2024 include una clausola di recesso legata all’art. 5 del Trattato Nato – fino a poco tempo fa, ciò sarebbe stata impensabile in Europa. È la spia di un processo per cui la sicurezza diventa la grammatica sottostante a ogni altra funzione pubblica, il codice binario (sicuro/insicuro) che ricodifica anche i rapporti fra privati.
Per Caracciolo, la “Guerra Grande” è appena cominciata e nessuno può immaginarne la fine. Essa segna il tramonto dell’utopia dell’Occidente collettivo concepito dopo la caduta del Muro di Berlino. In questo scenario, l’Europa appare decisamente spaesata. Il riarmo europeo rappresenta dunque il tentativo frenetico di mettere in sicurezza un’esistenza che non poggia più su basi solide.
2. Sistema e complessità
Per spiegare la nozione di entropia, conviene richiamare la lezione di Niklas Luhmann: ogni sistema sociale vive riducendo la complessità dell’ambiente che lo circonda, selezionando cioè un numero gestibile di distinzioni rilevanti fra le infinite possibili. Un ordine geopolitico funziona finché sa dire, con un minimo di affidabilità, che cosa conta e che cosa non conta, chi sono gli alleati e quali siano i rischi effettivi. Ciò che osserviamo oggi è il fallimento di questa funzione selettiva su scala planetaria: troppe variabili — tecnologiche, finanziarie, demografiche, climatiche, militari — interagiscono simultaneamente perché un solo centro di potere, per quanto ancora egemone, possa più tradurle in una strategia coerente. Il sistema non produce ordine ma lo importa dal “fuori”, concentrandolo al centro (la “e-city” del benessere apparente) e scaricando il disordine crescente nelle periferie (la “no-city” dei conflitti permanenti). La Guerra Grande è l’avanguardia di questa ridistribuzione ineguale: le potenze imperiali non sono più in grado di ridurre la complessità del sistema, e la guerra diventa il modo — rozzo, dispendioso, ma ancora disponibile — di semplificare con la forza ciò che la politica non sa trattare in maniera razionale.
Si combatte, in altre parole, non per un obiettivo positivo che si voglia raggiungere ma per garantirsi la sopravvivenza all’interno di un disordine che si autoalimenta — un disordine che ogni tentativo di controllo, lungi dal ridurre, tende paradossalmente ad amplificare, poiché ogni intervento correttivo introduce a sua volta nuove variabili non previste.
Vale la pena notare come questa dinamica rovesci l’intuizione più comune sulla potenza. Nell’immaginario (spesso) ancora ottocentesco che sopravvive nel discorso pubblico, la potenza di uno Stato si misura dalla sua capacità di imporre un ordine — di dettare, cioè, quali distinzioni contano nel sistema internazionale. Un sistema iper-complesso come quello attuale, tuttavia, non si lascia più ordinare da un solo centro, per quanto militarmente sovradotato: la potenza americana resta ineguagliata sul piano della potenza, eppure si rivela incapace di tradurre quella forza in un ordine stabile, riconosciuto, autoperpetuantesi — la vicenda afghana, in questo senso, si è rivelata un sintomo assai chiaro. Ne consegue un paradosso: più cresce la sproporzione di forza fra il centro imperiale e le periferie, più cresce, non diminuisce, l’instabilità complessiva del sistema — la potenza militare non riduce la complessità ma la comprime, rinviandone l’esplosione.
3. Il ritorno delle mura: sovranismo, semiconduttori, materie critiche
Entriamo in una fase in cui la globalizzazione viene vista come una vulnerabilità da arginare attraverso il de-risking e il friend-shoring. È il trionfo del sovranismo economico. La politica torna a dominare sull’economia sì, ma in modo irrazionale — o, più precisamente, in modo razionale rispetto a un fine (la sicurezza) e irrazionale rispetto all’insieme (il benessere generale), il che costituisce una perfetta attuazione di ciò che Max Weber chiamava razionalità parziale contrapposta a quella sostanziale. Un mondo diviso è semplicemente un mondo più pericoloso e più povero, e la sola frammentazione commerciale potrebbe costare al Pil globale tra lo 0,2 e il 7 per cento annuo, secondo le stime che circolano fra Fmi e Ocse.
Il ritorno delle mura si collega al riarmo e quest’ultimo si manifesta come una guerra per i semiconduttori e le materie prime critiche. Gli Stati Uniti utilizzano il controllo di “colli di bottiglia” tecnologici — la fotolitografia estrema a raggi ultravioletti, prodotta da un’unica azienda olandese, ne è l’esempio più eclatante — per mantenere la propria leadership. Da parte sua, l’Europa rincorre una sovranità che si traduce spesso in sussidi inefficienti e in una “stagnazione complessiva della crescita”. Nel capitalismo di guerra, il “tempo prebellico” diventa la condizione normale della produzione: un regime ordinario entro cui si pianificano investimenti, filiere, persino un nuovo tipo di educazione delle nuove generazioni.
In quest’orizzonte, la categoria di Sattelzeit con cui Reinhart Koselleck descriveva la modernità come un tempo di soglia proteso verso un futuro aperto viene drammaticamente ribaltata. L’orizzonte d’attesa non è più lo spazio della speranza o del progetto politico ma viene interamente saturato dall’incombenza della minaccia. Il “tempo prebellico” diventa la struttura temporale permanente del presente: una condizione in cui la decisione politica è sottratta al dibattito politico e consegnata alla pura reazione d’emergenza, trasformando la percezione dell’esistente in una mobilitazione perpetua.
4. La narrazione del sospetto e il capitale di guerra
Per comprendere la situazione attuale, tuttavia, occorre decostruire la narrazione occidentale che presenta la sua strategia come una risposta puramente difensiva. Dalla violazione delle promesse di non espansione alla denuncia dei trattati sui missili nucleari, l’Occidente ha alimentato una percezione esterna di minaccia esistenziale, esasperando le dinamiche di attrito e rendendo il conflitto militare il drammatico esito di un assedio reciproco.
Tuttavia, ridurre questo processo alla sola responsabilità strategica occidentale — pur pesantissima — rischia di oscurarne la natura più profonda: la guerra è la forma che il Capitale assume quando svaniscono le sue possibilità ordinarie di valorizzazione. Già nel 1913, Rosa Luxemburg, individuava nel militarismo un vero e proprio “campo di accumulazione” — un settore economico che permette al capitale di realizzare plusvalore proprio quando i mercati “civili” si saturano. Il riarmo odierno, con le sue commesse pubbliche pluriennali, i suoi debiti dedicati, le sue clausole contrattuali ormai penetrate — come si è visto — anche nel diritto privato, non fa che aggiornare quest’intuizione: la spesa militare è la forma più stabile e meno contestabile di domanda pubblica garantita, l’unico settore in cui lo Stato può ancora spendere senza dover giustificare il rendimento sociale dell’investimento, perché la giustificazione — la sicurezza — è già presupposta come indiscutibile.
Abelow definisce il meccanismo che innesca questa spirale “narrazione del sospetto”: una costruzione mentale che aggrava le minacce che vorrebbe fronteggiare. Le narrazioni non sono solo descrittive ma “generative”: funzionano cioè come modelli della realtà che guidano l’azione verso la militarizzazione totale. Perché una narrazione del sospetto attecchisca su scala collettiva, occorre che essa si appoggi su una struttura che Carl Schmitt ha fissato nella sua teologia politica: il concetto di sovranità e quello di nemico sono correlativi, e ogni ordine politico ha bisogno di designare un’alterità assoluta rispetto a cui definirsi. Ciò che distingue la fase attuale non è dunque la comparsa del nemico — constante antropologica di ogni ordine — ma la sua permanenza: il nemico non viene mai sconfitto né normalizzato, resta sospeso in uno stato di minaccia perpetua che giustifica una mobilitazione altrettanto perpetua. Il riarmo è dunque l’esito di una profezia che si autoavvera, grazie alla quale la paura diventa l’unico orizzonte di senso possibile — e insieme il combustibile che la Luxemburg avrebbe riconosciuto come nuova frontiera dell’accumulazione.
Bisogna denunciare qui una tensione teorica che emerge da questo discorso. Da un lato, la lettura di Rosa Luxemburg interpreta il militarismo come risposta funzionale all’accumulazione: un campo di valorizzazione in cui il nemico è lo strumento necessario per realizzare il plusvalore sottratto ai mercati civili saturi. Dall’altro, la lezione politico-teologica di Carl Schmitt pone la distinzione amico/nemico come categoria originaria ed essenziale del politico, irriducibile a qualsiasi calcolo economico: il nemico schmittiano non viene designato per produrre profitto, ma per confermare la forma ontologica di un gruppo che definisce sé stesso attraverso un’alterità minacciosa, persino a costo della propria rovina materiale.
L’odierna ontologia del riarmo non nasce dalla sintesi armoniosa di queste due istanze, ma dal loro cortocircuito catastrofico. Assistiamo alla sussunzione della categoria del politico da parte del Capitale, il quale tenta di utilizzare la decisione schmittiana sul nemico come semplice carburante di mercato e fonte di domanda pubblica garantita. Nel compiere questa operazione, tuttavia, l’economia di guerra evoca una forza — l’angoscia identitaria, l’odio essenziale, la paranoia dell’assedio — che la razionalità formale del mercato non può governare. Quando la logica dell’inimicizia assoluta prende il sopravvento, essa finisce per travolgere le stesse condizioni di profittabilità del sistema, imponendo sanzioni autolesionistiche, de-risking rovinosi e la distruzione di intere strutture commerciali. La guerra contemporanea si rivela così come il luogo in cui il Capitale si mutila per alimentare la propria ombra politico-teologica, mentre la politica si sottomette credendo di servire un’accumulazione economica che sta in realtà accelerando la propria dissoluzione.
5. La psiche collettiva: paranoia, massa, potere
Questa dinamica geopolitica poggia su un sostrato psicologico profondo, mirabilmente intuito da Shirley Jackson nel racconto Paranoia: l’idea che l’unico modo per preservare un’inviolabilità interna sia la distruzione sistematica di qualsiasi cosa si trovi all’esterno. È una prospettiva d’insopportabile potenza, poiché descrive quel meccanismo che, su scala collettiva, trasforma l’avversario in una mostruosità irrazionale, rendendo così impossibile qualsiasi dialogo.
Chi è il soggetto di questa paranoia? Non sono la stessa cosa il decisore che elabora scenari di minaccia, l’apparato mediatico che quegli stessi scenari amplifica e semplifica per un pubblico vasto, e l’opinione pubblica che quelle narrazioni riceve e — spesso — reinterpreta secondo logiche proprie, non sempre allineate a quelle dell’establishment. Elias Canetti, in Massa e potere, aiuta a distinguere questi livelli: la massa cerca la propria coesione attraverso la designazione di un pericolo comune, ma questa ricerca di coesione è diversa dal calcolo, spesso lucidissimo e privo di ogni afflato paranoico, con cui l’apparato di potere utilizza quella paura per i propri fini di legittimazione. Dal canto suo, Hannah Arendt mostrava come le ideologie del Novecento traessero la propria forza dalla coerenza interna della narrazione che sapevano offrire a masse disorientate dalla perdita di ogni appartenenza stabile: la narrazione paranoica non convince perché è vera, ma perché è totale — non lascia margini di ambiguità, e in questo dà sollievo a chi non tollera più l’incertezza.
Tenendo ferma questa distinzione, possiamo dire: nella narrazione della Guerra Grande, il nemico (la Russia, la Cina) è dipinto come una forza “intrinsecamente espansionista” — non da un singolo soggetto paranoico, ma da un dispositivo a più livelli in cui il calcolo strategico dell’apparato, il bisogno di coesione della massa e l’angoscia individuale di ciascun cittadino si rinforzano reciprocamente senza mai coincidere del tutto.
Tale mancata coincidenza è, a ben vedere, ciò che rende il dispositivo tanto resistente a ogni critica razionale. Se il soggetto paranoico fosse uno solo — un decisore, un’agenzia, un centro occulto di manipolazione, come vorrebbe una certa vulgata cospirazionista — basterebbe smascherarlo perché l’incantesimo si rompesse. In realtà, ogni livello si appoggia sull’altro senza dipendere interamente da esso: l’apparato securitario ha bisogno del consenso della massa per finanziare il proprio riarmo. Quest’ultima ha bisogno della narrazione paranoica per ricomporre un’identità collettiva altrimenti frammentata dalla precarietà economica e dallo sradicamento culturale. Il singolo cittadino necessita, a sua volta, di credere che la propria ansia individuale trovi un referente esterno reale e non — come pure sospetta, in un angolo non del tutto rimosso della coscienza — un prodotto del proprio disagio interiore proiettato all’esterno, esattamente come nella protagonista del racconto di Jackson. Ecco perché smontare la narrazione richiede di agire simultaneamente sui tre piani, cosa che nessun singolo intervento — né la denuncia intellettuale, né l’inchiesta giornalistica, né il voto elettorale — è in grado di fare da solo.
È evidente che tutto ciò agisce come una barriera insormontabile rispetto a qualsiasi tentativo di riproporre la questione del senso. Come in Shirley Jackson, nel labirinto del potere contemporaneo l’individuo si ritrova costretto a reagire in modo impulsivo per autodifesa, finendo per alimentare proprio le forze che lo minacciano. La “fobocrazia” diventa così la forma di governo dominante — non perché qualcuno, in cima alla piramide, tragga vantaggio dalla paura di tutti, ma perché la paura, una volta innescata a più livelli distinti, diventa un sistema che si sostiene da solo, indipendentemente dalle intenzioni di chi vi partecipa.
Il nemico della Guerra Grande — mai sconfitto, mai normalizzato, sospeso in un’esistenza spettrale — trova la sua radice antropologica in quella che René Girard ha diagnosticato come crisi mimetica di una società desacralizzata. Privo della capacità rituale di individuare un capro espiatorio condiviso in grado di assorbire la violenza attraverso il sacrificio, il sistema globale rimane bloccato in un’oscillazione paranoica infinita, dove ogni attore raddoppia e specchia le angosce dell’altro senza alcuna possibilità di catarsi.
La tentazione del pensiero critico di fronte a questo quadro è quella di rispecchiare la medesima struttura, chiudendo la diagnosi nella descrizione di un “sistema che si sostiene da solo” e che non lascia più margini di fuga. Una narrazione totale che spiega tutto senza crepe, tuttavia, rischia di diventare essa stessa un’articolazione sistemica: un discorso che risulta persuasivo perché l’angoscia della catastrofe inevitabile è psicologicamente più tollerabile dell’angoscia dell’incompiuto. È doveroso riconoscere la tentazione autoimmunizzante del proprio discorso e rigettarlo. È necessario ammettere che la macchina del riarmo non è un blocco metafisico perfetto, bensì un dispositivo vivente (e in quanto tale imperfetto) che spende una quantità enorme di energia ideologica proprio per nascondere le sue incrinature interne.
6. L’Italia e il vincolo esterno
Per l’Italia, il riarmo assume la forma di un “vincolo esterno” ineludibile. L’interesse nazionale italiano è oggi definito dalla necessità di proteggere la reputazione finanziaria e il “merito di credito” presso i mercati globali, controllati dalle potenze atlantiche. Con un debito pubblico al 150% del Pil, l’Italia non può permettersi disallineamenti: il riarmo e il sostegno militare all’Ucraina sono il prezzo da pagare per mantenere la stabilità finanziaria.
Questa condizione trasforma non soltanto l’Italia, ma l’intera Europa in un territorio di “vassalli e valvassori” dell’Impero Americano. L’Unione Europea finisce per sposare in toto linguaggi, ritualità e modelli americani per mascherare una sostanziale passività politica e una perdita d’incidenza etico-politica. La guerra in Ucraina funge da acceleratore per questa sottomissione, impedendo la nascita di un asse euro-russo che avrebbe potuto bilanciare lo strapotere statunitense. In fondo, basta poco per perdere la fiducia delle Borse: un attacco coordinato da testate influenti può far scappare i compratori, spingendo lo spread alle stelle e l’intero sistema alla rovina.
Il riarmo si rivela così per quello che è: il tasso d’interesse reale che paghiamo in vite e sovranità per alimentare la finzione della nostra solvibilità sui mercati, trasformando il debito pubblico nella garanzia di un’esistenza ipotecata a Thanatos. Non è un’iperbole retorica ma una descrizione tecnicamente precisa: ogni obbligazione di debito pubblico è, in ultima istanza, una promessa di pagamento futuro sostenuta dalla fiducia nella sopravvivenza — economica, ma non solo — dello Stato emittente; quando quella sopravvivenza viene condizionata a un allineamento militare permanente, il debito cessa di ipotecare soltanto il gettito fiscale di domani e comincia a ipotecare la disponibilità stessa della nazione a sacrificare vite per restare solvibile agli occhi dei mercati.
7. La disincarnazione tecnica della guerra
Il riarmo contemporaneo è segnato da un salto qualitativo nella tecnica. La guerra si disincarna attraverso l’uso di droni, intelligenza artificiale e sistemi di comando autonomi che rischiano di sottrarre il conflitto al controllo umano. Paul Virilio ha dedicato l’intera sua opera a mostrare come la storia della guerra coincida con la storia della velocità: ogni avanzamento tecnico riduce il tempo di decisione a disposizione degli uomini, fino al punto — che oggi sembriamo aver raggiunto — in cui la velocità di reazione richiesta da un sistema d’arma eccede la velocità di deliberazione politica, costringendo l’autorità umana a delegare sempre più funzioni critiche ad automatismi che essa stessa non comprende più pienamente. Günther Anders, riflettendo sull’era atomica, parlava di “obsolescenza dell’uomo”: la nostra capacità di produrre strumenti di distruzione ha superato da tempo la nostra capacità di immaginarne e sentirne emotivamente le conseguenze — un divario che Anders chiamava “dislivello prometeico”, e che oggi si aggrava ulteriormente con sistemi la cui logica interna sfugge persino ai loro progettisti.
In questa nuova dimensione, le armi tradizionali colpiscono meno della propaganda incessante che satura l’opinione pubblica, rendendo il conflitto una “categoria interpretativa della realtà”. I cittadini sono trasformati in “forzati del consumo” e della percezione. Il sistema mediatico mondiale agisce come uno stormo di bombardieri. Esso distrugge la capacità critica e rende accettabile l’idea di una “Guerra grande infinita” che potrebbe non finire con questa generazione. La propaganda non serve solo a giustificare la guerra ma a conquistare l’anima dei soggetti, integrando l’economia, la tecnica e la vita biologica in un unico apparato di controllo. L’esigenza non è più soltanto quella di disciplinare i corpi o amministrare la vita delle popolazioni, ma mobilitare preventivamente ogni energia vitale — economica, affettiva, informativa — in funzione di un conflitto che non ha bisogno di essere dichiarato per essere già operativo.
Vi è, in questo, una torsione ulteriore rispetto alla diagnosi foucaultiana, che pensava ancora il biopotere in termini di amministrazione — censimenti, statistiche, politiche sanitarie, cioè una gestione relativamente lenta e burocratica della vita delle popolazioni. Il capitalismo di guerra digitale opera invece in tempo reale: l’algoritmo che seleziona quale contenuto bellico mostrare a quale utente, in base al suo profilo emotivo già tracciato per finalità pubblicitarie sincronizza la vita istantaneamente con l’esigenza di consenso. La stessa infrastruttura tecnica vende scarpe e vacanze, e poi, con un’identica grammatica algoritmica, impone anche l’urgenza della mobilitazione securitaria: il consumatore e il cittadino mobilitato non sono più due ruoli distinti che lo stesso individuo assume in momenti diversi ma un’unica superficie di ottimizzazione continuamente performata da un apparato che non distingue, perché non ha motivo di distinguere, fra la vendita di una merce e la vendita di una paura.
8. La macchina militare e l’entropia distruttiva
La logica del riarmo è intrinsecamente entropica. Il “tritacarne” ucraino, dove si consumano migliaia di vite per pochi chilometri di fango, è l’emblema di una cecità strategica che preferisce il sacrificio collettivo alla ricerca di un accordo. Ciascun attore, mosso da imperative logiche interne di conservazione o di rivalsa — siano esse le pulsioni egemoniche anglosassoni o le reazioni euroasiatiche —, contribuisce a una spirale di escalation in cui la mediazione politica è sistematicamente neutralizzata.
Nel Trattato di nomadologia, Gilles Deleuze e Félix Guattari tracciano una linea di frattura netta tra due polarità inconciliabili. Da un lato la “macchina da guerra”, estranea ad ogni logica militare: una forma d’esistenza nomade, pura esteriorità che si muove nello spazio senza volerlo fondare né dominare, dedita soltanto alla propria incessante metamorfosi. Dall’altro l’”apparato di Stato”, il cui unico vettore è il potere: la riduzione del movimento a norma, la recinzione del territorio e la stabilizzazione delle forme. La torsione drammatica di questa distinzione si consuma quando lo Stato, strutturalmente privo di una propria dinamica trasformativa, attrae a sé la macchina da guerra per convertirla nell’istituzione militare della propria difesa. In questo gesto di appropriazione, tuttavia, l’apparato statale inocula al proprio interno un principio di eccedenza ingovernabile, finendo per essere scompaginato dalla stessa forza che pretendeva di imbrigliare. È esattamente ciò che osserviamo oggi: gli Stati occidentali hanno riattivato una macchina da guerra — industriale, tecnologica, mediatica — che ora li eccede, dettando essa stessa i tempi e le priorità della politica, anziché esserne semplicemente lo strumento.
La guerra cessa così di essere uno strumento della politica per diventare la sostanza stessa delle istituzioni che la conducono. L’energia distruttiva di questo processo non è governabile all’infinito. Il rischio di un conflitto nucleare è reale ma viene trattato dai leader occidentali con un grado di cecità quasi inconcepibile. Siamo come “sonnambuli” che camminano verso l’iceberg — l’immagine, non a caso, è la stessa che Christopher Clark ha usato per descrivere le cancellerie europee nell’estate del 1914 — mentre la propaganda di sistema continua a parlare di “ordine basato sulle regole”. Il sistema ha strutturalmente eletto Thanatos a motore dell’accumulazione, trasformando la vita stessa in un derivato finanziario da ipotecare per il riarmo.
9. Fatalità e responsabilità: la soglia
A questo punto è necessario affrontare direttamente una tensione che attraversa l’intero discorso e che non va dissimulata: se il riarmo è, come qui si sostiene, una “fatalità tecnico-sistemica” — l’esito necessario di una fase storica che non conosce altra via per auto-perpetuarsi se non attraverso il conflitto — come si può ancora parlare di responsabilità e di possibilità di “disattivare il meccanismo”? Se si concepisce ogni decisione presente come vincolata da una struttura, e quella struttura come il sedimento di decisioni passate a loro volta condizionate, la categoria di responsabilità rischia effettivamente di arretrare lungo una catena causale indefinita, evaporando in un passato privo di origine. Un fatalismo coerente fino in fondo dovrebbe rinunciare a ogni appello all’azione.
Occorre tuttavia spingere l’analisi oltre la trappola di una regressione all’infinito. Per arrestare questa fuga all’indietro non serve ipotizzare alcun atto fondativo incontaminato, né il richiamo a una presunta innocenza originaria dei decisori. La risposta risiede nella capacità di distinguere la determinazione strutturale del sistema nel suo complesso dalla sovradeterminazione di ogni singola decisione. Che il capitalismo di guerra costituisca l’orizzonte entro cui qualsiasi decisore si trova costretto a muoversi rende fatale il riarmo. Il fatto, però, che quest’orizzonte sia il prodotto di decisioni storiche cumulate apre uno spazio in cui la responsabilità torna ad avere senso. Essa si colloca in uno spazio/soglia, ossia nell’eccedenza della decisione sul calcolo di sistema nei momenti di saturazione entropica. Quando la macchina del capitalismo di guerra accumula attrito, si producono punti/limite in cui la norma non sa più codificare l’evento e il vincolo si allenta per paralisi delle opzioni interne dell’apparato. È lì che la responsabilità trova il suo ancoraggio eminentemente negativo: nella capacità di abitare l’incompiutezza del momento critico senza affrettarsi a saturarla con una reazione automatica.
L’apertura dello spazio-soglia, tuttavia, non è un compito equamente distribuito, né potrebbe esserlo: la saturazione entropica non si manifesta allo stesso modo su tutta la superficie sistemica. Chi abita la e-city sperimenta l’attrito del capitalismo di guerra come inflazione, come rincaro, come titolo di giornale — un disagio reale, ma ancora traducibile nel lessico che il sistema stesso mette a disposizione per neutralizzarlo. Chi abita la no-city, ossia i lavoratori precarizzati, i corpi arruolati o arruolabili, le popolazioni che pagano il dispositivo di guerra sulla propria pelle non lo abitano per scelta ma per condizione. Sarebbe tuttavia un errore trasformare la maggiore esposizione in una virtù critica automatica. La massa cerca coesione proprio attraverso la designazione condivisa di un pericolo, ed è esattamente chi ha perso ogni altro ancoraggio — economico, comunitario, simbolico — a trovare nella narrazione del sospetto la ricomposizione identitaria più immediatamente disponibile. Chi è più esposto al disagio sistemico non è dunque, per ciò stesso, più incline a smascherare il dispositivo che lo produce: rischia semmai di esserne l’utente più fedele, perché è a lui che quella narrazione offre il sollievo più necessario. Il capro espiatorio designato dal riarmo consola maggiormente chi ha minori consolazioni a disposizione. Attribuire alla no-city una lucidità morale spontanea sarebbe allora una mitologia populista, speculare e non meno ingannevole di quella che si vuole decostruire.
È in questa doppia direzione — mai scontata, mai acquisita — che la responsabilità di abitare l’incompiutezza va effettivamente pensata. È fondamentalmente una condizione da costruire, con strumenti che restano innanzitutto politici prima che filosofici — redistribuzione reale del rischio, spazi di parola che non passino per l’intermediazione dell’apparato, forme di solidarietà che non abbiano bisogno di un nemico comune per sussistere. Il compito riguarda tutti, poiché tutti restano coinvolti nella medesima catena di decisioni cumulate; ma per chi la no-city la abita davvero, quel compito non può essere semplicemente richiesto — va anzitutto reso possibile.
Disattivare “il meccanismo che ha reso la paura la principale risorsa di valorizzazione economica e disciplinamento sociale” significa agire su quel margine sottile in cui la struttura, per riprodursi, ha ancora bisogno del consenso, della narrazione e della credibilità di chi la racconta. È precisamente in quel margine che si gioca la possibilità di un pensiero che non sia esso stesso un ulteriore ingranaggio della macchina.
La via d’uscita non risiede dunque nel semplice auspicio di una moderazione diplomatica o in un appello alla ragionevolezza dei governi — i quali sono i primi prodotti e funzionari di questa narrazione —, ma nella disattivazione del meccanismo che ha reso la paura la principale risorsa di valorizzazione economica e disciplinamento sociale. Il compito non è solo quello di fermare la produzione di armi ma presuppone la disattivazione del meccanismo che ha reso la guerra l’ambiente naturale della nostra esistenza. Solo scorgendo le sbarre del nostro labirinto esistenziale e politico (una sorta di claustrofobico fasciosistema) potremo, forse, ricominciare a pensare un’alternativa al nichilismo, imparando ad abitare quella “soglia” che separa il flusso operativo dall’esperienza effettiva del reale.
Poiché, in fondo, l’unica domanda seria in un contesto simile non può che essere la seguente: fino a che punto una civiltà può eleggere la paura a propria infrastruttura produttiva prima che l’apparato costruito per proteggerla diventi la causa primaria della sua dissoluzione?
Bibliografia
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Antonio Martone è professore associato di Filosofia politica presso il Dipartimento di Studi politici e sociali dell’Università di Salerno. Si occupa di genealogia della filosofia politica moderna e contemporanea, di biopolitica e soggettività, di tecnocrazia e sicurezza. Tra le sue pubblicazioni: Le radici della disuguaglianza (2011), Ecity. Antropologia della tecnica (2018), NoCity e Fobocrazia (2021); è in corso di stampa Fasciosistema.
8 novembre 2026 alle 08:43
L’articolo di Antonio Martone solleva una problematica importante riguardo al rapporto tra guerra, capitale, tecnica e psicologia collettiva. Ma la questione fondamentale rimane: l’autore riesce a elaborare un’ontologia della guerra, oppure si limita a una critica del capitalismo contemporaneo, rivestita di categorie ontologiche?
Manca un’analisi storico-antropologica capace di distinguere le società formatesi attraverso il Rinascimento, l’Illuminismo e la secolarizzazione da quelle caratterizzate da differenti esperienze storiche e spirituali. Senza esaminare l’influenza di tali differenze sulla formazione dell’individuo, sulla libertà di coscienza e sul rapporto con l’autorità, si rischia di considerare le società come antropologicamente omogenee.
Anche il riferimento a Rosa Luxemburg rimane discutibile. L’interpretazione del militarismo attraverso l’accumulazione capitalistica presenta i limiti del determinismo economico marxista e non basta a spiegare le dimensioni storiche, antropologiche ed esistenziali della guerra.
Spiegare i meccanismi che producono e riproducono la guerra non significa averne svelato l’essenza ontologica. Senza una filosofia dell’uomo, l’ontologia della guerra rischia di ridursi a una critica del sistema rivestita di terminologia filosofica.