Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Legami fragili, umanità vulnerabile

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L’uomo, come ci insegna Aristotele, è animale sociale e la sua socialità si esplica attraverso il dialogo. La relazione è una realtà ineludibile ed una condizione costitutiva quanto necessaria dell’essere umano, ma è anche un compito, quando diventa azione educativa, implica sempre l’uscire da sé stessi per incontrare l’altro nella sua diversità.

 La relazione è un enigma perché ci attrae e ci respinge allo stesso tempo, ne abbiamo bisogno, ma è anche rischiosa o comunque ci costringe ad agire in un modo che non corrisponde ai nostri desideri.

Diventa positiva quando consente all’individuo non solo di affermarsi come persona, ma quando lo aiuta a maturare atteggiamenti di interesse verso l’altro, aperti all’ascolto e alla reciprocità.

Fino a quando le relazioni sono rimaste collocate all’interno di reti sociali solide, esse hanno retto senza particolari difficoltà. Ma dal momento in cui le cornici istituzionali sono entrate in crisi, ci stiamo accorgendo che non siamo più preparati per vivere la relazione in pienezza. Così, la fragilità della relazione appare in tutta la sua vistosità. Le relazioni sono prive di stabilità, sempre più frammentate, precarie e fragili.

Nella società tecnologica globale, infatti, l’individuo è costretto a muoversi svincolato da legami di appartenenza di qualunque tipo, senza obblighi di fedeltà e senza norme che egli stesso ritenga valide.

Ma sono proprio queste nuove condizioni di fragilità dell’uomo che rendono oggi il bisogno di relazione sempre più forte e pressante.

Nel deserto della comunicazione emotiva fa la sua comparsa il gesto, soprattutto quello violento, che prende il posto di tutte le parole che non abbiamo detto, per istintiva diffidenza o per afasia emotiva.

L’uomo si ritrova oggi a dover gestire relazioni sempre più esigenti, in una condizione di analfabetismo emotivo e affettivo, che non gli consente di riconoscere e gestire positivamente sentimenti ed emozioni.

La condizione di insicurezza, proprio perché non sostenuta da relazioni condivise forti, rende l’individuo esposto e vulnerabile sul piano dei bisogni emozionali.

 Il mercato fiuta e intercetta tendenze e bisogni, interessandosi di coloro che soffrono per condurli sulle vie del consumo e del divertimento che promette di nascondere temporaneamente l’ansia, l’angoscia e la solitudine. A tutto ciò si aggiunge l’incedere del mondo virtuale nelle nostre vite, che se da un lato facilita il mantenimento dei legami, dall’altro sta modificando il nostro modo di relazionarci con l’altro; si è poco responsivi, instabili e insicuri nell’instaurare rapporti solidi e profondi.

È cambiata la concezione della relazione, non più intesa come capacità di accogliere l’altro con la sua diversità, ma ricercata come forma di autorealizzazione e di felicità personale.

Non abbiamo costruito uno spazio di confronto, non riusciamo a dire le parole giuste: la relazione si inceppa. Se il bisogno di felicità dà vita alle relazioni, il nostro essere impreparati alla diversità dell’altro, le annienta.

Cresciamo dentro un linguaggio e una consapevolezza che ormai non sono aggiornati rispetto a quello che richiede un mondo in cui bisogna essere veloci, persino nelle relazioni.

L’epoca che stiamo vivendo è come se ci dicesse che lo stare in relazione è più importante dello stare soli. Sembra quasi che la società digitale stia rimuovendo le relazioni sociali reali per creare un numero indefinito di relazioni virtuali, tutte possibili dovunque e in ogni momento.

È vero che essere vicini non assicura necessariamente la qualità della prossimità, si può essere nella stessa stanza e ignorarsi, così come si può non essere nello stesso luogo ed essere molto vicini.

Ci sono connessioni virtuali non meno umane di quelle reali.

È possibile parlare di una relazionalità fondata non più sulla verità dell’altro e sull’incontro non mediato con l’altro, ma su quello che l’altro vuole far vedere e sapere di sé.

 Si ha la sensazione di trovarsi dentro una relazionalità svuotata del suo senso originario, che non tocca la profondità dell’animo umano, che si consuma nell’effimero, nell’immediatezza, nell’usa e getta.

Oggi aspettare è diventato difficile. La società dell’immediatezza ha cambiato il modo in cui percepiamo il tempo.

Ci siamo abituati a ricevere risposte e conferme rapidamente, quando tutto deve arrivare subito, anche il desiderio cambia forma: diventa pretesa.

 L’attesa viene vissuta come un difetto del sistema, la società indebolisce la nostra capacità di abitare il tempo.

L’attesa non è sempre vuota, aveva la funzione di preparare, orientare, dare peso a ciò che sarebbe arrivato, costruiva uno spazio interiore in cui il desiderio poteva prendere forma.

La società dell’immediatezza cambia anche il modo in cui interpretiamo i rapporti umani, se siamo abituati a sostituire velocemente ciò che non funziona, anche le relazioni rischiano di essere vissute come esperienze revocabili al primo attrito.

Uno degli effetti dell’immediatezza è la perdita di profondità.

Viene premiata la rapidità di reazione più della maturazione del pensiero. Ma capire richiede tempo, persino provare richiede tempo, perché le emozioni hanno bisogno di depositarsi per diventare esperienza. Il rischio è che nulla abbia più il tempo di trasformarci.

Siamo attraversati da notizie, opinioni, stimoli, la velocità moltiplica il contatto con il mondo, ma non garantisce un rapporto più profondo con esso.

L’attesa non viene vista come maturazione, ma come ritardo. C’è sempre qualcuno che sembra arrivare prima, riuscire prima, la lentezza, anche quando è necessaria, viene vissuta come una colpa.

Una società matura non dovrebbe misurare ogni esperienza sulla base della rapidità. L’attesa è pazienza, desiderio, resistenza. Una società che non sa più aspettare non diventa solo veloce, diventa più fragile, perché confonde la risposta con il senso, l’assenza di ostacoli con la libertà e finisce per dimenticare che alcune cose, proprio perché importanti, non possono arrivare subito.

Oggi il bisogno di relazione può essere considerato come l’emergenza più significativa. È necessario dedicare più tempo per sviluppare la capacità di ascolto e di espressione delle emozioni e dei sentimenti propri e altrui per fornire strumenti di consapevolezza dell’interiorità, per superare il grande analfabetismo affettivo ed emotivo. Questo è possibile farlo senza eliminare i dispositivi tecnologici, ma impegnandosi ad usarli con consapevolezza, facendo in modo che il virtuale non sostituisca il reale, ma lo arricchisca.

Si passano ore sui social scorrendo immagini di vite altrui, commentando, interagendo, eppure, cresce un senso di vuoto, una solitudine silenziosa che nasce in un contesto iperconnesso.

Esiste una disconnessione emotiva che può emergere anche quando siamo costantemente online, perché i social non sostituiscono la qualità del contatto umano reale, la presenza, lo sguardo, la voce, la reciprocità e questo non rende soddisfacenti sul piano emotivo le relazioni.

Sui social vediamo versioni selezionate delle vite altrui, anche se ciò che si vede è filtrato, può attivarsi un senso di inadeguatezza, perché amplifica la percezione di distanza dagli altri.

Inoltre, mostrarsi felici e interessanti può spingere ad alimentare una discrepanza tra come ci mostriamo e come ci sentiamo davvero, portando a un senso di alienazione.

Si crea, a volte, un circolo vizioso in cui la connessione digitale sostituisce quella reale, ma non la nutre.

Essere sempre in rete, sempre connessi, non è altro che il grido di sofferenza di chi si sente solo e cerca comunità, indica quanto bisogno di relazione ancora ci sia e non va lasciato inascoltato.

L’uso della rete e dei social diventa una strategia analgesica, a cui si ricorre per non avvertire il dolore sottostante, diventa un appello a relazioni più significative.

Sempre più spesso la comunicazione è a senso unico, non ci si preoccupa che ciò che si dice venga compreso, eppure, la comprensione dovrebbe essere il presupposto fondamentale della comunicazione.

Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio, e in quello spazio risiede la nostra capacità di scegliere la nostra risposta. Nella nostra risposta risiede la nostra crescita.

La comunicazione responsabile nasce in quello spazio: il momento in cui, anziché reagire d’impulso ci fermiamo, ascoltiamo e scegliamo. È da lì che si aprono possibilità di dialogo autentico, di relazioni che evolvono.

Riportare attenzione alla responsabilità comunicativa è un atto controcorrente e rivoluzionario.

Siamo un riflesso fedele della nostra società. Il mondo che ci circonda influenza le nostre decisioni, i comportamenti, il nostro sistema di valori e anche le emozioni che proviamo.

Dovremmo entrare in contatto con il nostro io più vero per capire ciò che vogliamo davvero. Solo quando arriviamo a conoscerci possiamo diventare autentici e connetterci con gli altri.

La tecnologia non ci ha dato la capacità di stare bene insieme. Abbiamo costruito un mondo connesso, ma non relazionale.

La tecnologia non è la causa del disagio della solitudine, ma il sintomo, ci illude di colmare il vuoto, mentre in realtà lo amplifica, ci restituisce la sensazione di esistere solo per un attimo e poi torna il silenzio. E in quel silenzio molti scoprono che non mancano persone, ma il senso.

Ogni relazione educativa diventa insostituibile e costruttiva solo quando si pone come realtà educante che realizza il compito di coltivare l’arte di esistere, quando mostra l’inscindibilità del nostro esistere da quello degli altri.

È una crisi che si cura ricostruendo i ponti che ci uniscono come esseri umani, tornando a vedere nell’altro non un mezzo, ma un fine. Tornando a praticare la vulnerabilità, la responsabilità reciproca.

Solo così potremo riscoprire la verità più semplice: che non esiste felicità individuale senza una comunità affettiva che la sostenga.

E che la vera libertà è scegliere ogni giorno di restare.

Bibliografia

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One thought on “Legami fragili, umanità vulnerabile”

  1. Seguo da sempre la dott.ssa TROTTA con interesse e attenzione, tutti i suoi articoli provocano un bisogno di approfondimento che non ha limiti, è uno stimolo costante a riflettere sulla vita. Questo ultimo articolo chiarisce in modo inconfutabile la condizione dell’essere umano e del mondo in cui oggi viviamo. Complimenti dottoressa , i suoi scritti rappresentano un contributo prezioso all’umanità.

    Con stima

    Damiano Grispo

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