
La loro storia d’amore non era mai stata così in bilico. Certo, avevano avuto dei periodi meno floridi del solito, dove gli scambi e le attenzioni reciproche diminuivano; tuttavia, questi periodi passavano solitamente in sordina, in quanto la loro attrazione si rinvigoriva sempre, a seguito di tali flessioni. Quel periodo, invece, sembrava diverso da quelli passati, come se il loro oggi non racchiudesse più alcun domani. La chimica era come venuta meno, l’attenzione di entrambi era rivolta prevalentemente al lavoro, che prosciugava ogni risorsa residua, e ogni piccola scocciatura quotidiana, anche la più ininfluente, diventava l’innesco perfetto per un interscambio acceso e scontroso, che non faceva altro che suggellare la criticità del momento. Serviva qualcosa per riparare alla situazione, prima di gettare tutto alle ortiche. Decisero, in un giorno festivo, di dedicare l’intero pomeriggio a un chiarimento privo di qualsiasi remore: avrebbero parlato, anche in maniera scontrosa se necessario, ma senza tralasciare tutte le sensazioni, i dubbi, le perplessità, i motivi di questa impasse che sembrava non volersi concludere. Ed effettivamente così fu: il divano, a fine serata, era tappezzato di fazzoletti umidi e mozziconi: avevano pianto, avevano urlato, si erano sbalorditi a più riprese da quanto riserbo avevano tenuto fino a quel momento riguardo le faccende più disparate. Avevano anche fatto l’amore, finalmente, dopo molte settimane. Cenarono tardi, con una bella pizza mentre in tv passava un programma spazzatura, ancora stravaccati su quello stesso divano che era stato il teatro di quella angheria catartica. Tutto sembrava finalmente risolto, e i giorni seguenti testimoniarono questa risoluzione. Tuttavia, man a mano che passavano le settimane, tutto, impercettibilmente, sembrava tornato come prima: i litigi si fecero nuovamente ricorrenti, le scorie lavorative dominavano l’atmosfera domestica, e le coppie che incontravano nelle loro, rare, uscite, mostravano quell’attrazione che per loro era solo un lontano ricordo. Forse non si erano chiariti a dovere? Avevano tralasciato qualcosa, qualcosa di molto importante che stava corrodendo, senza soluzione di continuità, il loro legame? Probabilmente, si sarebbero dovuti sedere nuovamente su quel divano, per accertarsi di non aver lasciato nulla al caso.
Era sempre stato un ragazzo vivace, acceso, e attratto dal piacere più che dal dovere. Aveva sempre portato a casa una pagella modesta, il minimo indispensabile per passare alla classe successiva, e loro non si erano mai preoccupati più di tanto, avendo avuto più conferme dai professori che loro figlio non spiccava certo per acume. Andava bene così, d’altra parte non avevano mai avuto grandi aspettative in merito. Dall’altro lato, egli aveva sempre stretto un’intensa rete di amicizie, e, a differenza di molti suoi pari, non aveva sprecato troppo la sua esistenza dinanzi a un computer o ai videogiochi. L’adolescenza sopraggiunta, tuttavia, aveva portato il loro ragazzo a rientrare sempre più tardi la notte: il portone che si chiude in maniera fragorosa, e i loro occhi che si aprivano di soprassalto dal sonno profondo per la paura erano diventati una costante. In piena notte, i vicini potevano anch’essi andare incontro alla stessa sorte di risveglio, a causa delle urla che provenivano dall’abitazione di quella famiglia. La pagella del primo semestre, quella volta, non sfiorò neanche i livelli modesti degli anni precedenti: era una vera e propria testimonianza che il ragazzo aveva perso il timone. Non potevano far finta di niente: occorreva rimettere in riga il ragazzo, e farli capire che con quell’andazzo sarebbe finita molto male. Lo presero da parte, in una mattina uggiosa in cui aveva marinato nuovamente la scuola, e lo redarguirono in maniera paternalistica, come veri genitori che tengono ai propri figli fanno, nonostante l’astio che possono far nascere per i loro modi irruenti. Il ragazzo scoppiò in lacrime, e giurò solennemente di dare un taglio alle serate mondane e alle conseguenze che lasciano al risveglio, quando la sveglia ricorda che alle otto bisogna essere in classe. I genitori, compiaciuti dall’ammissione di colpe del figlio, si fecero cullare dal pensiero che, finalmente, quella notte avrebbero dormito sogni beati, e che, soprattutto, il ragazzo avrebbe cambiato condotta per non andare incontro agli stessi voti sulla pagella di fine anno. Anche in questo caso, come nel precedente, i giorni successivi al “chiarimento” sembravano testimoniare l’efficacia di quell’interscambio; si rivelò, tuttavia, una misera tregua, seguita da notti in bianco e ripetute scuse con gli inquilini della porta accanto. Evidentemente, non erano stati abbastanza chiari rispetto alle conseguenze nefaste a cui quell’atteggiamento, anarchico e festaiolo, avrebbe sicuramente condotto.
E’ una giornata tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. La stagione estiva aveva riservato serate piacevoli, condite da passeggiate nelle vie a ridosso del mare, dove si respirava sempre quell’aria di tregua, e dove fioccavano le camicie sbottonate e i cornetti e coppette di gelato nelle mani dei passanti. Da qualche settimana, tuttavia, l’afa asfissiante che aveva pervaso le giornate di luglio, aveva ceduto il passo a una temperatura più mite, ideale per rimettere in piedi una sana routine. Egli, tuttavia, era noto per rimandare e non portare a termini gli impegni che prendeva, soprattutto per quanto poteva concernere le attività per mantenersi in forma, da quella sportiva a un’alimentazione sana. Il suo atteggiamento lassista lo portava a tenere botta per qualche giorno, massimo qualche settimana, per poi tornare a una routine priva di attività fisica e condita da cibi non certo noti per far parte della dieta mediterranea. Quel giorno, tuttavia, inferocito con se stesso per non saper condurre una vita più sana come molti dei suoi amici, decise che la musica doveva finalmente cambiare: prese un sacco dell’immondizia e buttò via tutte quelle buste di patatine e snack ricchi di zuccheri, mise a posto la sua piccola abitazione che sembrava, con tutto quel disordine, la proiezione della sua mancanza di disciplina, si cancellò da quei social che lo trattenevano, per ore, a scrollare lo schermo nella noia più totale; si recò al supermercato vicino casa, e fece quella che sembrava, a tutti gli effetti, una piroetta di 180 gradi rispetto alle sue abituali consuetudini alimentari. Serviva un atto simbolico di tal portata per metterlo finalmente in riga, e conquistare quel peso forma che lo avrebbe portato a essere oggetto di complimenti da parte di amici e conoscenti. Non si era ancora fatta sera, e la palestra vicino casa, in cui si era iscritto più volte pagando una quota annuale che regolarmente non portava a termine, era la destinazione finale per chiudere il cerchio: il giorno dopo sarebbe stato il primo di tanti, dove finalmente lo strascichio casalingo e la mancanza di rigore, sarebbero stati il lontano ricordo della persona che fu. Finalmente, aveva ripreso in mano la propria vita, artefice incontrastato del proprio destino. Non è difficile, anche in questa vicenda, immaginarsi l’esito nel medio-lungo periodo: dopo qualche settimana di sano nutrimento e attività motoria, alla prima tentazione egli si rituffò, senza che ne ebbe quasi contezza, nel suo abbrutimento quotidiano, dove le uniche cose che prendeva in mano, al posto dei pesi, era il telefono e i cibi ultraprocessati.
Che cosa hanno in comune queste tre vicende? Forse, l’infausta morale secondo cui nonostante i nostri sforzi, le cose non cambiano? Niente affatto. Il fil rouge che lega tutti i protagonisti di queste piccole storie, e di conseguenza un cattivo esito rispetto alle loro aspettative, è il fatto che hanno una cattiva epistemologia, dove il modo in cui si cerca si risolvere un problema è sbagliato nelle sue premesse di fondo. Tutti gli attori cercano, attraverso un “evento” dirimente, con un alto valore simbolico, e non privo talvolta di sofferenza, di spaccare in due il tempo, in un “prima” e un “dopo”, dove da un orizzonte di lande desolate, abitate solo da iene affamate e ringhianti, si passa a un paradiso in terra, condito da fiori, canti che rapiscono gli uccellini sui rami, e un sole che avvolge tutto in un candido abbraccio.
Bateson, nel suo scritto Verso un’ecologia della mente, commentando un articolo della rinomata antropologa american Margaret Mead, mette a fuoco il processo che starebbe alla base di questa nostra sequenzialità temporale: il soggetto acquisisce la capacità di cercare contesti e sequenze di un tipo piuttosto che di un altro, un’abitudine a ‘segmentare’ il flusso degli eventi per evidenziarvi ripetizioni di un certo tipo di sequenza significativa. In pratica, sostiene Bateson, la ripetuta esposizione a determinate esperienze similari, porterebbe l’individuo a sviluppare quello che egli definisce, con un neologismo, un deutero-apprendimento: ossia apprende ad apprendere. Il meta-apprendimento si potrebbe classificare come la capacità, a seguito di ripetuti apprendimenti, a mostrare gradienti più alti in merito all’apprendimento stesso; se guardo, ripetutamente, una serie di film, non solo aumento il mio bagaglio culturale in merito al contenuto cinematografico che quelle pellicole mi trasmettono, ma apprendo, contemporaneamente, a rilevare delle costanti che si ripetono, le quali mi permettono di rilevare, all’aumentare del numero dei film visionati, dei fattori in più, come la qualità del film stesso, la capacità di recitazione degli attori, la qualità del montaggio, i possibili esiti del finale, ecc… a un aumento quantitativo della visione dei film, subentra un analisi qualitativa della stessa classe (ossia, i film) differente. Quando mi troverò a guardare un nuovo film, il mio giudizio sulla qualità del film stesso, sarà data dalla precedente esposizione rispetto alla quantità di film visionati, che mi porterà a capire quanto prima se mi trovi davanti a un film di valore oppure scadente (tant’è vero che, di qualsiasi ambito artistico si parli, i critici di maggior valore sono quelli che appaiono più selettivi e meno disposti a farsi andare bene tutto, proprio in virtù della loro continua interazione con l’oggetto artistico, mentre le persone da cultura nazional-popolare, avendo sempre a che fare con materiale di “massa”, e quindi pensato per ricoprire quante più fasce di popolazione possibile, non riescono a intercettare certi aspetti che rendono l’oggetto di valore o meno). Bateson, tuttavia, sottolinea come questo apprendimento di secondo livello (ovvero, lo ripetiamo, apprendere ad apprendere), si verifichi nella codifica degli eventi e dei fenomeni più disparati, e talvolta complessi, che costellano la nostra esistenza, relazioni interpersonali incluse. L’abitudine, ad esempio, a vedere un fenomeno come l’amore, non sarà dato dalla nuda esperienza dell’amore stesso che l’individuo riscontrerà negli altri o sperimenterà sulla sua pelle (dato che nessun essere umano, come egli rimarca, è nudo in questo senso): ma il flusso degli eventi sarà mediato dal linguaggio, l’arte, la tecnologia e gli altri mezzi culturali, che permetteranno al soggetto di avere i mezzi per codificare, in una certa maniera, quel fenomeno. Se, per assurdo, cresco in un contesto culturale dove, ripetutamente, l’esperienza che faccio in merito all’amore è solo, e soltanto, quella dove la principessa aspetta l’arrivo del principe azzurro, e vissero felici e contenti, interiorizzerò quelle costanti (principessa in attesa, principe azzurro che, prima o poi, sopraggiungerà) e interpreterò gli eventi amorosi secondo quella medesima punteggiatura, ignorando tutte variabili e gli aspetti che disconfermano queste sequenzialità. Mentre, all’ascolto di ogni favola o alla visione di ogni film, aumento il mio bagaglio culturale in merito alle principesse (Cenerentola, Biancaneve, ecc..), ossia al contenuto di ogni singolo film o storia, vado ad aumentare, allo stesso tempo, anche la velocità a intercettare quelle medesime costanti di trama riscontrabili in queste storie, portandomi a ricercarle, inconsapevolmente, anche nella visione o ascolto del materiale successivo, quand’anche, per l’appunto, nella realtà stessa in cui vivo. Le lenti con cui interpreto il mondo, dunque, vengono modellate rispetto alle mie aspettative su ciò che dovrebbe accadere rispetto all’amore (datami dalla continua esposizione di un certo tipo di sequenzialità da ritrovare, in questo caso favole, film, ecc…).
Fintanto che l’individuo non viene a contatto con del materiale che rimanda una sequenza differente di come potrebbero andare le cose, ad esempio venendo a contatto con un’altra cultura, egli può reputare lo svolgimento di quel particolare fenomeno come “naturale”, e non come una reificazione. Ne consegue che la capacità di discernere, e di accorgersi, dei “meccanismi” che portano a intercettare il come arriviamo a codificare un determinato fenomeno, aumenta all’aumentare della differenza di espressione del fenomeno stesso. Ovvero, se faccio esperienza di come l’amore si dispiega nelle varie culture, sarò più in grado di vedere come il mio modo di interpretare l’amore, datomi dalla cultura nella quale cresco, altro non è che un costrutto composto da una punteggiatura, ossia da una divisione degli eventi, che risulta ordinaria solo come risultato del modo in cui mi è stato sempre presentato nella mia vita. Come rilevava Keeney (1985), la nostra mente conosce e interpreta il mondo tramite la creazione di una “differenza”: solo distinguendo una forma dall’altra siamo in grado di conoscere il nostro mondo. Whorf sosteneva che in un universo in cui tutto è azzurro non è possibile elaborare il concetto di azzurrità, perché mancano colori che facciano da contrasto. Oppure, con le parole di Karl Marx, possiamo dire che “una casa può essere grande o piccola, ma fintanto che le case vicine sono altrettanto piccole, i requisiti sociali per una residenza soddisfacente sono soddisfatti. Se però accanto alla casetta sorge un palazzo, la casetta si trasforma in una capanna” (Marx, p.414, 1974). Non sono dunque le cose in sé ad avere un determinato valore o una determinata forma, ma la relazione che intrattengono con tutto il resto che le definisce. Solo venendo a contatto con altri elementi, facenti parte della stessa classe di fenomeni (in questo caso, le esperienze amorose), possiamo renderci conto di quanto il nostro modo di interpretare questi fenomeni sia viziato e artefatto. Tuttavia, come sottolinea Bateson, siamo portati a non revisionare questo modo di relazionarci ai fenomeni, non solo per ignoranza, ma anche per un mero risparmio cognitivo: il non riesaminare certe premesse alla base ci consente di velocizzare, e rendere meno dispendioso, il processo con il quale veniamo a contatto con il fenomeno stesso (anche questo, se ci si pensa, risulta essere un apprendimento di un apprendimento: apprendo, a ogni esperienza simile alle precedenti, a non mettere in dubbio le sue costanti, in quanto vantaggioso dal punto di vista adattivo).
Ma che succede se una precisa epistemologia (ossia, per citare ancora Bateson, l’ipotesi contenute nel modo in cui ricaviamo l’informazione) adottata non solo da un singolo individuo, o da qualche gruppo sparuto, ma da un’intera comunità di nazioni, e dal sistema produttivo che questo consorzio di paesi adotta, fosse intimamente errata? Insomma, quali possono essere le conseguenze di un metodo volto a raggiungere la conoscenza, strutturalmente fallace (nonostante le nostre percezioni ci rimandino il contrario)?
Per provare a rispondere a questo quesito, occorre confrontare due diverse epistemologie, e, come abbiamo già ribadito, le diverse culture sembrano un terreno fertile per far venire a galla le varie contraddizioni che ogni visione, culturale in questo caso, porta con sé.
Francois Jullien, fra i più importanti sinologi contemporanei, nel suo scritto Trattato dell’efficacia, mette bene a nudo ciò che intendiamo rilevare; egli confronta, a piè sospinto lungo tutta la sua trattazione, il modo in cui noi occidentali vediamo il tempo e, di conseguenza, il nostro metodo prediletto per far venire alla luce i nostri progetti, e il modo in cui gli orientali, soprattutto riferibili alla cultura cinese, hanno a loro volta. Secondo lo studioso francese, il metodo che noi occidentali adottiamo è talmente insito nella “naturalità” con cui ci rapportiamo alle cose, da non vederlo neanche più: costruiamo una forma ideale (eidos), che poniamo come scopo (telos), e agiamo in seguito per tradurla nei fatti. I nostri occhi, sostiene Jullien, sono fissi sul modello astratto che abbiamo concepito, dove, di conseguenza, elaboriamo un piano d’esecuzione per raggiungere la sua realizzazione, dopo di ché interveniamo nel mondo e diamo forma alla realtà. La nostra volontà sarebbe il carburante per attenerci ai vari passaggi che si devono susseguire per giungere al prodotto finale, ovvero a ciò che ci eravamo prefigurati all’inizio: in pratica, questa volontà di cui siamo portatori, assieme al nostro contributo effettivo, infrangerebbe gli ostacoli, posti nel reale, che si frapporrebbero fra il nostro obiettivo e il suo compimento, per far “entrare questo progetto nei fatti”. Questo metodo (idea-progetto che si concretizza nel tempo) ha come unità costante l’azione, ovvero l’introduzione di un nostro atto nel corso del reale. Per la cultura cinese, quanto abbiamo appena riportato, appare come un’eresia. Il pensiero cinese, difatti, riporta ancora Jullien, non presuppone nessun piano stabilito a priori, nessuna successione elaborata ad hoc per il raggiungimento di un panorama esistente solo nella testa di chi vuole prendere l’iniziativa, nessuna supponenza di poter incidere nel corso del reale con il proprio investimento personale; il saggio cinese, piuttosto, segue il flusso del reale e vi si adatta di conseguenza. Riprendendo le parole di Jullien “ piuttosto che ad erigere un modello che gli serva da norma all’azione, il saggio cinese è portato a concentrare l’attenzione sul corso delle cose nel quale si trova coinvolto, per coglierne la coerenza e trarre profitto dalla loro evoluzione. Ora, da questa differenza si può ricavare un’alternativa per la condotta: invece di costruire una forma ideale che si proietta sulle cose, dedicarsi a rintracciare i fattori favorevoli operanti nella loro configurazione; invece, dunque, di fissare uno scopo alla propria azione, lasciarsi portare dalla propensione; in breve, invece di imporre il proprio piano al mondo, far leva sul potenziale della situazione” (Jullien, p.20, 1998). Insomma, dove noi occidentali concepiamo un fine, valutiamo i mezzi disponibili, e progettiamo una serie di azioni e di passaggi che ci porteranno a raggiungere il nostro obiettivo iniziale, il pensiero cinese misconosce questa suddivisione teoria-pratica: come evidenzia Pierre Fayard (2010), in riferimento all’arte strategica cinese, essa si ribella all’idea di azione individuale, atomizzata, autarchica e avulsa dal corso della natura; adeguarsi alle leggi della natura, fondersi e confondersi a esse per poterle dirigere più efficacemente è una formula che non mancherà di sorprendere la mente occidentale, abituata a distinguere tra stati inalterabili e incline a trasformare dall’esterno la realtà applicando una volontà di trasformazione, riporta lo studioso di strategia transalpino. Vi sono, dunque, due diverse epistemologie: quella rintracciabile nella nostra porzione di mondo, basata sul modello di un soggetto-agente mosso dall’ambizione di poter “trasformare” il corso delle cose secondo la sua volontà, e quella cinese, che non ha altro progetto se non quello di non progettare, ma di seguire il corso degli avvenimenti e sfruttare le possibilità che le varie contingenze che si susseguono offrono; per quest’ultimo, difatti, riporta Jullien, il solo fatto di intervenire arbitrariamente nel corso delle cose, è sempre sinonimo di ingerenza, e dunque ogni iniziativa è come se fosse un’intrusa; dato che viene dal di fuori, non può avere che un’esteriorità nei confronti del mondo, ne perturba la coerenza e ne scatena le relative resistenze, risultando inefficace. Presupposto, tra l’altro, che troviamo, come rileva Fritjof Capra (2025), anche all’interno della teoria quantistica, dove l’osservatore, interagendo con l’oggetto di studio, diviene un elemento essenziale dell’osservazione che vuole compiere, andando a modificare i risultati dell’osservazione stessa, a dispetto della classica separazione cartesiana fra l’io e il mondo (demolendo, dunque, qualsiasi aspirazione di “osservazione oggettiva”).
Ma da cosa deriverebbe questa differente epistemologia della progettualità tra le due culture? Per provare a rispondere a questo quesito, occorre analizzare la diversa concezione del tempo che sta alla base dei due pensieri. In virtù di questa difficile esposizione, il riferimento che Merlini e Tagliagambe (2016) fanno rispetto al personaggio Shahryar di Italo Calvino nello scritto Lezioni Americane, ci pare appropriato: il sovrano Shahryar, tradito dalla moglie, decide di sposare ogni notte una nuova donna, per poi ucciderla al mattino successivo. Sheherazade, figlia del visir (il primo ministro del regno), per evitare che il sovrano continui nel suo circolo vizioso omicida, intrattiene quest’ultimo ogni notte raccontandoli una storia, interrompendola, però, sul più bello, per sverlarne il finale soltanto alla sera seguente. Il re, curioso di conoscere il finale delle storie, rimanda le sue esecuzioni mattutine. I due autori rilevano come il sovrano sia prigioniero di una concezione sequenziale e lineare del tempo, di un’esperienza che si esprime nella rigida successione tra un prima (in questo caso il rapporto sessuale notturno con una donna), e un dopo, l’esecuzione mattutina della partner: questi due eventi vengono appunto concepiti come segmenti di un’unica sessione, uniti dalla medesima catena; l’unico modo per interrompere questa sequenza lineare, è trasformare questa linearità in un processo circolare. Sheherazade, tramite i suoi racconti che rimangono inconclusi fino alla sera successiva, pone delle nuove coordinate temporali: se prima il sovrano viveva il tempo nella sequenza meccanica e ripetibile, scandita da notte-rapporto sessuale e mattina-delitto, e dunque serie temporale uguale e identica che porta sempre alla fine (la morte), con i racconti della donna questa temporalità muta; adesso il mattino non è più il tempo della fine, ma della sospensione, e la notte diventa il momento della continuazione, e non più del nuovo inizio (un’altra donna con cui intrattenere un rapporto carnale). Il tempo diventa dunque ciclico, dove inizio e fine si intrecciano, le notti si ripetono (con i racconti) ma non sono mai uguali, i racconti, dove finiscono, pongono un nuovo inizio (il racconto successivo), come un cerchio che non si chiude mai del tutto, e da cui non si può scorgere l’inizio e la fine. Secondo Merlini e Tagliagambe, “il rapporto che il tempo intrattiene con la circolarità sembra essere privilegiato, e in qualche misura fondante, rispetto alla sua relazione con la sequenzialità e la linearità” (Merlini, Tagliagambe, p.34, 2016). E questo anche secondo i cinesi. Si passa, dunque, da un’epistemologia fondata su concezioni di successione lineare, per adottare un’epistemologia basata su di una concezione circolare, dove si supera il concetto di unidirezionalità.
Come sottolinea Fayard, la visione del tempo, e non solo, cinese, si basa su mutamenti ciclici, versamento negli opposti, flusso ininterrotto, a differenza della mente occidentale, abituata a distinguere fra stati inalterabili (modificabili dall’esterno con la propria volontà di trasformazione): come rilevabili nella filosofia taoista, sotto lo strato delle manifestazioni tangibili, operano gli opposti (yin e yang), i quali, per la loro natura complementare e interagente, si succedono ininterrottamente, in tempi più o meno lunghi: ogni manifestazione sarebbe dunque solo una fase di questa successione. Ogni cosa finisce per trasformarsi nel suo contrario, dopo averlo generato: la più grande sottomissione è preludio allo scaturire della forza più smisurata, la notte succede al giorno che precede la notte stessa, il freddo si tramuta in calore, e le stagioni si ripetono senza soluzione di continuità. Come riporta Gianluca Magi (2018), “secondo il pensiero tradizionale cinese…[…]… tutto è in costante e continua influenza/interazione, trasformazione dello yin e dello yang, che intrecciano rapporti complementari alimentandosi scambievolmente senza posa”(Magi, p.46, 2018). Difatti, non può esistere oscurità senza luce, forza senza debolezza, guerra senza pace, pieno senza vuoto, e vita senza la morte. Ogni manifestazione sarebbe dunque solo uno stato transitorio all’interno di un determinato ciclo. Questa concezione, nel mondo occidentale, fu esposta per la prima volta dal filosofo Eraclito, il quale sosteneva, per l’appunto, che tutto è destinato a trasformarsi nel suo opposto. In sintesi, per il pensiero cinese, subentrare nel corso delle cose, al fine di direzionarle per aderire al proprio progetto ideale, non è solo inutile, in quanto ogni cosa è destinata a tramutarsi nel suo opposto (quindi un periodo nefasto sarà seguito naturalmente da un periodo florido), ma rischia addirittura di contaminare e compromettere questo equilibrio.
Per esplicare meglio il mutamento dei flussi, la raffigurazione stagionale che Jullien ne dà, all’interno del suo scritto Le trasformazioni silenziose, ci sembra perfetta: “Prendiamo esempio dalle stagioni, che hanno continuamente ispirato il pensiero cinese: la ‘modificazione’ interviene dall’inverno alla primavera, o dall’estate all’autunno, quando il freddo si inverte e tende verso il caldo, o il caldo verso il freddo; quanto alla ‘continuazione’, invece, si manifesta dalla primavera all’estate, o dall’autunno all’inverno, quando il caldo diventa più caldo o il freddo più freddo. L’uno e l’altro momento di modificazione o di continuazione si alternano, ma anche quello della modificazione, riparando mediante l’altro il fattore che si esaurisce, opera a vantaggio del suo altro e serve alla continuazione d’insieme del processo. Nessuna falla potrebbe prodursi all’interno di questo svolgimento…[…]…la stessa “parola vuota” della lingua cinese (er) possa significare sia ‘ma’ sia ‘sicché’. Tanto che la stessa formula, ruotando su se stessa (biang er tong), andrà tradotta allo stesso tempo ‘modificazione ma continuazione’, dove le due cose si oppongono e ‘modificazione da cui risulta la continuazione’, dove la seconda procede dalla prima” (Jullien, pp.26-27, 2010). Resistenza e cambiamento sono, dunque, presenti nello stesso momento. Il pensiero della transizione cinese implica il fatto, riporta ancora Jullien, di concepire simultaneamente e indissociabilmente entrambe le cose. Jullien riporta, in tal guisa, due esempi della nostra quotidianità dove la transizione fra due stati avviene, e tuttavia non siamo in grado di rilevare quando inizia una e quando finisce l’altra: il tramonto e l’influenza. Se ci mettiamo a osservare il tramonto, non riusciamo a captare l’esatto istante in cui il sole “annega nel mare”: quel micropassaggio è come se fosse impercettibile. Allo stesso modo, è difficile captare l’esatto momento in cui, da uno stato febbrile, passiamo a uno stato di salute: avvertiamo, ovviamente, che non ci sentiamo più come prima, ma non sappiamo collocare l’esatto momento in cui il passaggio di stato è avvenuto. La mutazione è avvenuta, l’abbiamo percepita, ma non possiamo isolare e inquadrare l’esatto istante in cui ciò si è materializzato.
La nostra cultura, al contrario, tende a frazionare le porzioni di tempo al fine di interpretare, modificare, cristallizzare, rendere leggibili le fasi temporali, le quali sono sempre una punteggiatura arbitraria: la nostra propensione è quella, insomma, di ricercare delle forme, laddove la cultura strategica cinese vede solo un flusso ininterrotto, e la realtà è interpretata solo come uno stato transitorio che prescinde dal proprio intervento. Saper leggere questi mutamenti naturali, e assecondarsi al gioco ritmico dei flussi, rappresenta il modus operandi dello stratega orientale: voler, invece, “forzare” l’andare delle cose con il proprio intervento, rappresenta il grado zero dell’efficacia. Inquadrare una determinata frazione temporale risulta fallace, in quanto, nel momento in cui viene limitata, essa è già mutata, e dunque rimaniamo sempre un passo indietro rispetto al suo scorrere. Accompagnare questo flusso, cogliendo al contempo ciò che ci riserva, giocare d’anticipo per prevedere il prossimo sviluppo, operare in sinergia con il suo scorrere, risulta il metodo prediletto.
Come rileva ancora Jullien, l’uomo occidentale, invece, vive nel “mito dell’evento”. Egli descrive l’evento come una faglia nella continuità del cambiamento: è un sorgere brusco, un essere auto-consistente, che si distacca e trascende quel rinnovamento continuo che abbiamo appena trattato. Nel momento in cui se ne parla, la cosa si “fa evento”. Quando una cosa muta davanti ai nostri occhi, quello è l’evento: una frazione di tempo che si distingue rispetto a quello che era stato fino a quel momento. Negli eventi noi litighiamo, prendiamo scelte, cambiamo direzione, ci sorprendiamo, ci emozioniamo. L’evento predilige di solito una spinta emozionale, in cui sentiamo che il prima e il dopo saranno esaminati più in là, in quanto “tutto” si sta giocando in questo momento. L’evento, inoltre, viene raccontato. Si distingue dalla routine, per spiccare al di sopra della trama, e rendere quest’ultima in qualche modo interessante. Prima vi era il male, poi, attraverso un atto eroico (l’evento), questo è venuto meno. L’epica con la quale siamo cresciuti è colma di questa dinamica: la principessa in difficoltà, attaccata da un drago inferocito, viene difesa da un cavaliere valoroso, il quale taglia la testa alla temibile bestia (l’evento). E dopo vissero felici e contenti. L’evento sentenzia una nuova prospettiva, apre al diverso. Eventi meno sentiti si presentano sempre nella nostra quotidianità: abbiamo un problema con una persona? Pensiamo che attraverso face-to-face, dove esponiamo le nostre argomentazioni e ragioni, e l’altra le sue, possa far svanire le varie conflittualità. Se in un primo momento il sollievo di “essersi levati il peso” può darci questa sentenza, non appena passerà un po’ di tempo constateremo che ciò era solo una pia illusione, e, anzi, saremo ancora più rassegnati dal fatto che le cose non cambiano nonostante i nostri tentativi. Tuttavia, invece di mettere in discussione il fatto che forse non serve un “evento” per cambiare le cose, proveremo, più in là con il tempo, a rimettere in piedi lo stesso psicodramma, tramite la formula del più di prima, riportata magistralmente da Paul Watzlawick nel suo scritto Istruzioni per rendersi infelici: arriviamo a concludere che quello che abbiamo fatto non ha portato ai risultati sperati non perché il modo in cui abbiamo tentato di risolvere il problema è sbagliato, ma perché non abbiamo fatto abbastanza. Concludiamo, insomma, che il chiarimento e la pace definitiva con quella persona non è avvenuta non perché un singolo chiarimento non cambia le cose (se le fondamenta delle divergenze restano le stesse), ma perché non ci siamo abbastanza impegnati nel “chiarirci” a dovere, e dunque deve essere restata qualche scoria nascosta, da l’una o dall’altra parte. Il fatto che forse il rapporto si “aggiusti” con l’andare del tempo da sé, non è nemmeno preso in considerazione. Ci vuole un “atto”, un rituale, che rompa in due il tempo, in un prima e un dopo, in cui le cose saranno, di conseguenza, mutate. Non è forse la triade “peccato- espiazione- redenzione” che sottende tutta la nostra cultura cristiana? Sono malato, prendo una medicina, e guarisco. Vado dallo psicanalista per raccontare i miei traumi passati (colpa), egli rintraccia e mi fa raccontare questi traumi (espiazione), e di conseguenza sconfiggerò la mia nevrosi (redenzione). Questa suddivisione è ravvisabile anche a livello macro-sociale: abbiamo una società iniqua, avverrà una rivoluzione (evento salvifico), e il socialismo porterà benessere ed emancipazione per tutti (redenzione).
Il pensiero cinese disconosce questa sequenzialità, questo frazionamento temporale. A differenza dell’uomo occidentale, in quale ripone nell’evento la svolta e il prestigio che lo fa innalzare rispetto alla noia e all’abbrutimento dello scorrere del tempo (il quale porterebbe, senza l’intervento stesso, alla decomposizione), esso disconosce l’evento, non gli dona alcuna autorità, non lo pensa neanche. Jullien sostiene che per il pensiero cinese, quello che noi identifichiamo come un evento, altro non è che “la conseguenza di maturazioni così sottili che non abbiamo saputo, di solito, seguire e osservare” (Jullien, p. 117, 2010). Quello che noi vediamo come un evento, sarebbe solo il culmine di una trasformazione a monte che non abbiamo saputo cogliere inizialmente. Gli amori che si concludono, il capitano di una squadra che alza la coppa, un litigio acceso, una battuta sferzante, sarebbero sì eccezionali rispetto al comune andare delle cose, ma sarebbero solo il culmine di un processo già iniziato e prosperato: queste manifestazioni sarebbero dunque l’espressione più conclamata di ciò che in realtà aveva già superato molte fasi del suo divenire, ma non aveva colto la nostra attenzione. Jullien, per spiegare questo tacito processo, utilizza la formula “trasformazioni silenziose”: “…un evento del genere-rottura-non esiste. Si è solo prodotto un disturbo nella regolazione, inizialmente sottilissimo, che sviluppandosi ha improvvisamente varcato una soglia, un bel giorno, e diviene sensibile. Allora ci stupisce la brutalità dell’evento, perché non abbiamo saputo percepire la trasformazione silenziosa che insensibilmente a esso ha portato” (Jullien, p.120, 2010). Un evento, dunque, non ha un “essere proprio”: è il modo in cui noi lo selezioniamo, attraverso le nostre parole e la nostra attenzione, che gli dona la sua consistenza di “evento”. L’amore che è andato finendo, non è forse iniziato a finire nel momento in cui uno dei due è stato attratto, anche solo per un nano secondo, da un’altra persona, qualche anno prima della conclusione del rapporto? Il capitano che alza al cielo la coppa, ha vinto la coppa nella singola finale, oppure nel momento in cui, nel ritiro estivo, tutta la squadra ha lavorato, incessantemente, per giungere a quell’atto di onorificenza? La brutalità di una litigata fra due persone non è forse il culmine di un’insofferenza maturata lungo i giorni, e non figlia di un raptus improvviso? Il soggetto occidentale, tuttavia, desisterebbe dal rinunciare a questa epistemologia: troppa sorpresa, emozione, passione, sono insiti negli eventi che lui disegna, dal poterne rinunciare, nonostante l’inefficacia che apportano. Mantenersi di lato rispetto a sequenzialità è quanto di più difficile, come riportava Hegel (1972) in merito a quella che definiva “l’utopia romantica”: un’alternanza tra fasi di furore progettuale e fasi depressive, che colpisce tutti coloro che, rifiutandosi di fare i conti con la riottosa estraneità del mondo, pretendono di poter saltare oltre la realtà, proiettandosi nell’ideale e nel possibile senza attraversare il tempo e lo spazio in cui, di fatto, si svolge l’esistenza quotidiana. Senza coniugare senso della possibilità e senso della realtà, ammoniva il filosofo tedesco, il risultato sarà inconsistente.
La nostra propensione a cercare di “risolvere” i problemi con un singolo atto, creando un prima e un dopo, sarà difficilmente destituibile. La pandemia da SARS-COV-2 ne è stato un esempio paradigmatico: ogni settimana, per non dire ogni giorno, tutti si aspettava la magica soluzione che “sconfiggesse” il virus, per “tornare alla normalità”. Forse non tutti se ne sono accorti, ma la pandemia è “finita” perché noi, arbitrariamente, abbiamo deciso che fosse finita, in quanto il virus circola ancora: non è stato sconfitto, si è solo mutato. In maniera silenziosa, appunto, mentre pensavamo che se ne sarebbe andato “a un certo punto”, e da lì in avanti le cose sarebbero tornate come prima.
Il lavoro silenzioso resterà impercettibile. E i cambiamenti che sopraggiungeranno, invece di essere visti come il culmine naturale di ciò che era già in atto, saranno percepite come improvvisi lampi nel nostro cielo sereno. Le nuvole minacciose, tuttavia, avevano già preso il posto di quelle bianche e candide, ma noi, probabilmente, avevamo gli occhi fissi sul sole accecante.
Tommaso Pasqualetti
BIBLIOGRAFIA
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Hegel, G.W.F., Estetica, Einaudi, 1972
Jullien, F., Trattato dell’efficacia. Einaudi, 1998
Jullien, F., Le trasformazioni silenziose, Raffaele Cortina Editore, 2010
Keeney, B.P., L’estetica del cambiamento, Astrolabio, 1985
Magi, G., I 36 stratagemmi cinesi. L’arte segreta della strategia cinese per trionfare in ogni campo della vita quotidiana, BUR Rizzoli, 2018
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Merlini F., Tagliagambe, S., Catastrofi dell’immediatezza, Rosenberg & Sellier, 2016
Watzlawick, P., Istruzioni per rendersi infelici, Rizzoli, 1983
Tommaso Pasqualetti
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