Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Risanare la democrazia

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La democrazia è antiquata, è quanto afferma Marco Revelli con il titolo della sua recente opera pubblicata lo scorso maggio. Nessun tentennamento nessun punto interrogativo o punti di sospensione a mitigare questo severo giudizio. Chi conoscesse l’autore solo per questo libro e ne avesse cominciato una lettura leggera potrebbe pensare che lo scopo sia mostrare tutte le involuzioni che la democrazia moderna ha vissuto fino al punto di diventare qualcosa di superato, antiquato, non più utilizzabile quindi da buttare.

Revelli stesso ad un certo punto afferma: «Ho esitato a lungo prima di decidere di rendere pubbliche queste mie amare considerazioni sullo stato della democrazia reale. Il rischio di portar acqua al mulino dei veri ‘nemici della democrazia’ l’avevo ben presente» (p. 136). Del resto l’amarezza che confessa, si coglie in tutta la lunga parte in cui parla delle storture di quella che chiamiamo democrazia. Del resto, «Continuare a sovrapporre un’immagine illusoria a un corso del mondo, che va in direzione ostinata e contraria non solo è inutile, ma anche in qualche modo colpevole» (p. 137).

Vorrei azzardare questa considerazione: il suo modo di rappresentare il potere di chi governa si pone in una sorta di antitesi rispetto i versi dei Sepolcri nei quali Foscolo interpreta, in maniera ingenuamente democratica, la figura di Machiavelli, «… quel grande, che temprando lo scettro a’ regnatori, gli allor ne sfronda, e alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue» (I Sepolcri, vv. 155-158). Il temprare al fine di sfrondare diventa qui uno sfrondare, un far vedere le lacrime e il sangue della democrazia malata per temprarne una nuova e sana.

Le considerazioni, che l’autore ha definito, amare, si dispiegano in un’analisi rigorosa che dice come si sia passati da un sistema autenticamente democratico a qualcosa d’altro, difficilmente definibile ma di cui si capisce la deriva che ha portato e sta portando alla separazione tra popolo e gestione del potere.  Anche la semplice espressione del voto, condizione minimale di partecipazione alla vita politica, è ora ampiamente disattesa e l’astensionismo avanza inesorabile. Il demos si eclissa lasciando il kratos nelle mani di quei pochi che con il loro potere economico-finanziario, tecnologico e dell’informazione trovano più agevole tenere questa democrazia fittizia che continua i suoi innocui rituali. Ma pure questo per alcuni non è sufficiente, anche così ridotta la democrazia potrebbe dare qualche fastidio qualche rallentamento alla marcia trionfale del kratos, che per questi dev’essere libero da ogni vincolo. Leggiamo in quarta di copertina: «Secondo Peter Thiel e molte altre personalità vicine al governo di Donald Trump, ‘libertà e democrazia sono incompatibili’, anzi la partecipazione diffusa tende a limitare l’efficienza dei governi. Insomma, la democrazia è superata e questo è dimostrato dalla crescente diffusione in tutto il mondo di autocrazie e governi autoritari. Ma è davvero così o è solo il disegno di oligarchi e megamiliardari?»

Revelli si riferisce in primo luogo alla situazione italiana per poi allargarsi all’Europa e agli Stati Uniti; non fa riferimento al resto del mondo, se non per quanto riguarda il passato coloniale inglese e francese. Riguardo al presente pone degli esempi documentati e quantificati di come questi gruppi di potenti agiscano per una continua crescita, che, né Stati né organizzazioni internazionali possono regolare. Questo avviene se il demos rinuncia alla sua natura sociale e diventa una massa amorfa di consumatori, ecco allora l’importanza, per i sopraddetti despoti, della disinformazione; nel libro si parla in particolare della carta stampata e delle televisioni, alle quali certamente l’autore è più legato, ma vale anche per le più recenti forme digitali. L’iperliberismo di questi ultimi tre decenni ha prodotto una “mutazione genetica”, Revelli richiama a questo proposito la concezione marxiana del rapporto struttura-sovrastruttura per dire che questo modo globale di produrre e di consumare in ogni caso ha una relazione con il cambiamento della condizione umana. Leggiamo: «Il suo trionfo ha avuto infatti un impatto devastante nei Paesi a democrazia matura che in forma più piena hanno adottato, con una sistematica decostruzione del sociale e una capillare diffusione di forme radicali di individualismo» (p. 144).

Il capitolo che s’intitola La democrazia delle armi è di drammatica attualità. Fa riferimento all’opera di Kant intitolata Per la pace perpetua, dove si dice che la forma di Stato nella quale i cittadini sono rappresentati, vale a dire: una democrazia, è condizione preliminare per una pace stabile. Profezia che parve avverarsi dopo il secondo conflitto mondiale. Celebrata con tanti scritti sul finire del Novecento, quando per un po’ si credette ingenuamente di essere entrati in un’era di pace generale.

È accaduto invece l’opposto e i governi dispotici, ma anche quelli democratici, ritengono ora necessario armarsi; l’Unione Europea, nata con la vocazione di bandire la guerra, dopo le due, tremende, scaturite dal suo seno, ha dato il via al piano d’investimenti ReArm Europe. Si tratta comunque di una situazione generale, una contrapposizione multipla per raggiungere posizioni di predominio regionali o globali; i mezzi sono vari, dalle politiche commerciali aggressive, agli attacchi informatici, a movimenti di forze navali e aeree, all’uso di droni usati come ballons d’essai. Purtroppo non mancano i conflitti armati veri e propri.

A chi serve la guerra?Non certo a chi per essa è distolto dalle sue normali attività e dai suoi affetti, e deve andare a combattere, in questo kant aveva visto chiaro. Nemmeno agli Stati la guerra fa bene, se guardiamo quelli europei dopo i due conflitti mondiali, non solo gli sconfitti ma pure i vincitori, vediamo che avevano ben poco di cui rallegrarsi. La guerra serve a quei gruppi di potere che a volte condizionano altre governano direttamente degli Stati, sempre con la dannata smania di andare oltre.

Nelle conclusioni il testo fa riferimento a Piero Gobetti che in un saggio del 1924, due anni prima della sua morte in esilio, intitolato semplicemente Democrazia, contrappone un costume democratico continuamente attuato in ogni aspetto dell’esistenza ad una democrazia che per quieto vivere accetta quelle storture che si illude di poter addomesticare.

Un ordinamento democratico non crea di per sé stesso una democrazia. «… se si vuole ri-fare una democrazia logorata è dalle fondamenta che bisogna ripartire: dalla ‘pianta-uomo’ prima che dall’involucro formale, dall’antropologia prima che dalla politica e dal diritto pubblico, dalle pratiche di vita (e dunque dal costume e dai rapporti sociali di produzione e riproduzione) prima che dagli assetti istituzionali – insomma, dal demos prima che dal kratos» (p. 141).

Dopo la sua analisi rigorosa e documentata, fatta con la ragione e con il cuore, l’autore si chiede: e ora che fare? Cosa dovrebbe fare chi volesse provare a salvare la democrazia? È più o meno con queste parole che si rivolge alle giovani generazioni e dà dei consigli su come curare questa società malata. Non si parte da zero, «Esistono già nelle “buone pratiche” di un reticolo, leggero ma diffuso, di piccoli gruppi, associazioni, volontari vari, laici o confessionali, gruppi di quartiere o di territorio, aggregati informali, centri sociali (sì, anche loro, diciamola la parola proibita), strutture di mutuo aiuto, flottiglie o fragili vascelli da trasbordo … Ognuno ha maturato un proprio sapere “ricostruttivo”, ma resta spesso separato dagli altri» (p. 150).   

Senza ricorrere alla violenza e senza illusioni di risultati immediati queste isole di umanità potranno fare sistema e «sperimentare forme e stili di vita non mediati dalla ‘forma merce’.» (p. 151).

MARCO REVELLI, La democrazia è antiquata, Edizioni Laterza, Bari-Roma 2026

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