Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Poesia e immaginazione in Hannah Arendt

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La meno mondana delle arti

Teorica del cominciamento[1], lucida analista della banalità del male[2], indagatrice della disobbedienza civile[3], studiosa del mondo antico[4], accademica, giornalista e reporter.

Hannah Arendt è personalità brillante, variegata e complessa, nota al grande pubblico soprattutto come filosofa politica, la più grande del XX secolo, grazie soprattutto ai suoi scritti che esaminano le origine e la natura dei totalitarismi. Nota è la sua relazione giovanile con Martin Heidegger e la storia dei suoi due matrimoni, il primo con Günther Anders, sposato nel 1929, ed il secondo con Heinrich Blücher, con il quale convolò a nozze e nel 1940 e con cui rimase tutta la vita. Tre relazioni diverse, con tre differenti personalità di filosofi e intellettuali.

Meno noto è l’aspetto del suo interesse e del suo vero e proprio amore per la poesia. Un amore che la accomuna ad un’altra grande pensatrice del Novecento, María Zambrano (1904-1991), la filosofa andalusa che elaborò il concetto di ragion poetica, ovvero quella modalità di conoscenza che non si basa solo sulla razionalità analitica, ma sul simbolo e sulla sensibilità, allo scopo di cogliere più in profondità il significato dell’essere e della vita. La poesia come amore per la vita nella sua complessità.

Tuttavia, se per la Zambrano la poesia e la conoscenza poetica è una costante delle sue opere, in Hannah Arendt, a parte le poesie che compose lungo l’intero arco della sua vita e qualche dichiarazione pubblica, ci resta solo uno stralcio che tratta dell’argomento:

La poesia, il cui materiale è il linguaggio, è forse la più umana e la meno mondana delle arti[5], la sola in cui il prodotto finale rimane prossimo al pensiero che la ispirò. La durevolezza di una poesia è ottenuta per condensazione, per cui è come se il linguaggio parlato al massimo grado di intensità e di concentrazione fosse poetico in se stesso. Qui il ricordo, ‹Mnemosyne›, la madre delle muse, è direttamente trasformato in memoria, e il mezzo del poeta per realizzare la trasformazione è il ritmo, attraverso il quale la poesia si imprime quasi da sé nella memoria. È questa prossimità alla memoria vivente che consente alla poesia di permanere fuori della pagina stampata e scritta; e benché la «qualità» di una poesia possa essere soggetta a diversi criteri di valutazione, il suo carattere «memorabile» determinerà inevitabilmente la sua durata, cioè la sua probabilità di rimanere perennemente fissata nella memoria dell’umanità. Di tutti gli enti di pensiero, la poesia è la più vicina al pensiero, e una poesia è la meno cosale delle opere d’arte; eppure, indipendentemente dal periodo di tempo in cui è esistita come parola vivente e parlata nella memoria del poeta e dei suoi ascoltatori, dovrà infine essere «fatta», cioè scritta e trasformata in una cosa tangibile tra altre cose, poiché la rammemorazione e la facoltà del ricordo, da cui sgorga ogni desiderio di immortalità, necessitano di cose tangibili che le richiamino e impediscano loro di perire[6].

In questo pensiero vi è un parallelo con Heidegger. Se per il maestro «il linguaggio è la casa dell’essere» e dunque la poesia ha il compito di svelare il senso dell’essere, per Arendt il linguaggio della poesia è prezioso non perché rivela l’Essere, bensì perché conserva e rende comunicabile l’esperienza degli uomini nel loro mondo comune.

La poesia, la meno mondana delle arti, non ha una durata limitata, in quanto non dipende dalla consistenza materiale degli oggetti, ma ha la consistenza della memoria, della parola e della tradizione. È l’arte che vive negli esseri umani, in quanto essi la pronunciano, la ascoltano e la trasmettono.

Nel 2023 la germanista e ispanista svizzera Hildegard E. Keller ha pubblicato un corposo romanzo biografico sulla vita di Hannah Arendt[7] nel quale, con delicatezza, entra nella sua dimensione personale, anche in quella più fragile. Vi si parla di viaggi, amori, amici, angosce, speranze, invecchiamento. Il romanzo si apre con la scena di Arendt in Canton Ticino, luogo nel quale amava villeggiare insieme al secondo marito Heinrich Blücher per sfuggire alla cappa di calore newyorkese e lì, nel 1975, a pochi mesi dalla morte, comincia a raccontare il suo passato.

È presente, ovviamente, la tematica del processo ad Eichmann e della banalità del male, ma ci sono diverse parti che riguardano la Arendt poetessa e scrittrice di fiabe[8].

Poesia, narrazione, immaginazione

La poesia ebbe un ruolo fondamentale nella vita di Hannah Arendt, che, oltre che a comporre versi, quasi tutti inediti nel corso della sua vita, fu nota per essere amica ed estimatrice di poeti. Walter Benjamin, Martin Heidegger, Karl Jaspers, Ingeborg Bachmann sono legami profondi nel suo percorso intellettuale e di vita. Per lei e per il marito Heinrich la poesia ha un significato esistenziale.

Il libro di Hildegard E. Keller si intitola Quel che sembriamo, che sono i versi di una poesia della Arendt, la numero 37, conservata nel terzo dei suoi taccuini di poesie manoscritte e composta il 3 febbraio 1951. Pare che all’inizio avesse intenzione di inserire alcune poesie nel suo libro sul totalitarismo.

Insieme al marito aveva letto e riletto le poesie di Bertold Brecht nel corso della fuga dalla Germania e anche nell’esilio a Parigi. Aveva lodato la saggezza della “non violenza” contenuta nel poema Taoteking.

In un suo recente saggio, Hildegard E. Keller ci informa anche che:

 Hannah  Arendt  ha  anche  confessato  pubblicamente  il  suo amore  per  la  poesia,  ad  esempio  nell’unica  intervista  rilasciata alla televisione tedesca, in occasione dell’edizione tedesca del libro su  Eichmann,  nell’autunno  del  1964.  A  Günter  Gaus  disse: «Ho sempre amato molto la poesia greca. E la poesia ha avuto un ruolo importante nella mia vita»[9].

E questa importanza si rivela anche dopo il grave incidente stradale che la vede coinvolta nel 1962:

Quando riprese coscienza dopo l’incidente, ancora sdraiata fra i rottami, per prima cosa iniziò a mettere alla prova la sua memoria con poesie in greco, tedesco e inglese e numeri di telefono, per verificare che fosse  ancora  integra.  In  quel  momento,  come  avrebbe  raccontato in seguito, decise consapevolmente di scegliere la vita piuttosto che la  morte.  Finalmente,  tra  il  febbraio  e  il  marzo  1963,  la  sua  serie di  reportage  apparve  sulla  rivista The New Yorker e subito dopo in forma di libro: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Si trattò di una pubblicazione straordinaria sotto molti aspetti. Ne seguì una polemica estremamente carica di emozionalità, che Hannah Arendt ha  sempre  definito  una  «campagna»,  un  attacco  lanciato  dalle organizzazioni  ebraiche  contro  il  libro  e  la  sua  autrice.  Mi  colpì  il fatto che questa campagna diffamatoria che mirava a zittirla, non sia stata mai messa in discussione, né presa sul serio. Ogni empatia, anche la più elementare, fu negata all’autrice del libro su Eichmann, uno che, secondo l’opinione della Arendt, mancava completamente di empatia[10].

Autrice di biografie (tra cui spicca quella della scrittrice tedesca Rahel Varnhagen), di storia, di memoria, di un’unica fiaba filosofica (Gli animali saggi, titolo originale L’oca di Rathmannsdorf, che fu il suo regalo di compleanno al marito Heinrich Blücher nel 1956), Hannah Arendt fu anche molto attenta ai temi dell’emozione e dell’immaginazione.

A tale proposito, Lisa Disch ha osservato che Arendt rimpiazza la lingua letterale delle scienze sociali con la riecheggiante «voce della poesia»[11].

Hannah Arendt cita una grande quantità di testi letterari, che non forniscono prove alle sue affermazioni, ma sono ricchi di sapienza, rendendo, attraverso i loro scritti, personale testimonianza di un’esperienza storica[12]. Ed è perciò utile ricordare la risposta che diede a Eric Voegelin (filosofo che come la Arendt era espatriato in America), che accusava Le origini del totalitarismo (1951) di essere un’opera priva di oggettività e scientificità, insufficiente a dare conto della malattia spirituale della civiltà moderna. E anche incapace a dare spiegazione del male in termini morali e metafisici, essendo troppo ancorata all’individuazione delle cause storiche del fenomeno.

Arendt riteneva, invece, che il totalitarismo fosse un fenomeno inedito che andasse spiegato storicamente, senza ricorso a spiegazioni metafisiche e diceva anche che comprendere non significa né perdonare né assolvere. Aggiungeva che di fronte al totalitarismo, l’indignazione e l’emozione non sottraggono o oscurano la comprensione del fenomeno, anzi: l’assenza di emozione è l’insensibilità, oppure il sentimentalismo. Il primo è un fenomeno patologico ed il secondo è una perversione del sentimento. Dovendo descrivere il totalitarismo come un fenomeno che non sta «sulla luna, ma nel bel mezzo della società umana»[13], è giusto lasciare che intervengano l’indignazione o l’entusiasmo, perché si tratta di analizzare un fenomeno umano ed è quindi necessario che l’esperienza umana risulti implicata nella ricerca. La passione trasmette quantità di realtà[14].

Arendt sosteneva con forza che la ricerca di assoluta oggettività nelle scienze sociali elimina la possibilità di comprensione dei fenomeni umani ed elimina ogni responsabilità. Concetti che riprende anche nel suo Diario filosofico, prodromico alle sue opere più importanti[15].

Il suo sguardo filosofico è sempre politico ed attraverso la narrazione di fatti umani, imita la trama dell’agire umano nella sua imprevedibilità, riproducendone poeticamente la contingenza, concentrandosi sui singoli accadimenti della storia.

Ecco perché i tanti riferimenti letterari presenti nella sua produzione, non vengono utilizzati come semplici documenti, ma come veicoli per l’immaginazione. Questa è la capacità che posseggono i veri artisti: non quella di creare una finzione di pura fantasia, ma di penetrare dentro la realtà, sicuri che «che alla fine l’immaginazione coglierà quantomeno un lampo della luce sempre inquietante della verità»[16].

L’immaginazione ci offre quella singolare distanza dalle cose, ponendoci nella giusta prospettiva per poterle comprendere e giudicare. Ci permette di viaggiare liberamente nel mondo, proprio perché pone una distanza tra noi e ciò che è troppo vicino a noi per poterlo comprendere appieno.

Ecco perché quando all’Università di Cornell nel 1965 presenta il suo corso dal titolo «Esperienze politiche nel secolo XX», ella parla di «esercizi di immaginazione», con l’avvertenza, ai suoi studenti, che «avrebbero letto «una montagna di letteratura di finzione, con l’obiettivo di ottenere un’esperienza non bruta, ma priva di allusioni teoriche». Dieci anni prima, all’Università di Berkeley, e poi ancora nel 1968 alla New School for Social Research, la Arendt avrebbe proposto ancora dei corsi incentrati sulla letteratura e sull’importanza dell’immaginazione (quella dote che anche Martha Nussbaum cita a più riprese nei suoi libri).

Diversi studiosi si sono concentrati sull’importanza dell’immaginazione in Hannah Arendt. Per la nostra filosofa – che su questo punto dialogava molto con Kant, in particolare con la Critica del giudizio –, il pensiero sorge sempre dall’esperienza, ma l’esperienza acquista un senso solo se soggetta al potere dell’immaginazione.

Nel suo saggio su Karen Blixen, Arendt scrive: «Senza rivivere la vita nell’immaginazione non si può mai vivere pienamente»[17].


[1] Cioè della capacità dell’essere umano di iniziare sempre qualcosa di nuovo. Si veda Margaret Canovan, Introduction, in Hannah Arendt, The Human Condition, The University of Chicago 1988, p. VII.

[2] Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, 1963.

[3] Hannah Arendt, Disobbedienza civile, Chiarelettere, Milano 2017.

[4] Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 2017.

[5] Cioè è la forma artistica meno legata all’oggetto materiale.

[6] Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana (1958), introduzione di Alessandro Dal Lago, traduzione di Sergio Finzi, Bompiani, Milano 1991 (terza edizione, prima edizione 1964), Parte quarta L’opera, 23. La permanenza del mondo e l’opera d’arte, pp. 177 – 178.

[7] Hildegard E. Keller, Quel che sembriamo, Guanda, Milano 2023.

[8] «Per  molti  anni  ho  condotto  ricerche  su  Hannah  Arendt.  Sono e  rimango  una  studiosa  di  letteratura,  ma  a  un  certo  punto  mi  è venuta  una  gran  voglia  di  indossare  i  panni  della  romanziera  per poter  raccontare  più  liberamente,  pur  restando  fedele  ai  fatti.  Mi ero  resa  conto  che  di  fronte  a  una  vita  così  ricca  mi  occorreva una  dimensione  che  consentisse  una  maggiore  vicinanza.  Solo  un romanzo offre uno spazio di condivisione di questo genere, fantastico e reale allo stesso tempo. Un saggio scientifico o una biografia non mi avrebbero mai permesso quello che in una recensione all’edizione originale è stato descritto in questi termini: «Durante la lettura ci si imbatte immediatamente nella propria vita e si avvia un dialogo con Hannah Arendt». Hildegarde. Keller, Quel che sembriamo. Raccontare Hannah Arendt. Un omaggio al 4 dicembre 2025, p. 188, online: https://oaj.fupress.net/index.php/sdd/article/view/19564/14533

[9] H. E. Keller, cit., p. 190. L’intervista si trova qui: https://www.youtube.com/watch?v=J9SyTEUi6Kw.

[10] Ivi, p. 194.

[11] Lisa Disch, Hannah Arendt and the Limits of Philosophy, Cornell University Press, Ithaca (NY) 1994, cap. 4.

[12] Julia Kristeva, El genio femeninile. Hannah Arendt. La vita, le parole, Donzelli, Roma 2005. Tra gli autori citati da Arendt ci sono Kafka, Rilke, Conrad, Brecht, Auden, Blixen, Conrad, Rosa Luxemburg, Walter Benjamin e Faulkner.

[13] Hannah Arendt, «Una replica a Eric Voegelin», Archivio 2. 1950-1954, p. 175 

[14] Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui. Riflessione su Lessing.  Si tratta di un celebre discorso tenuto dalla filosofa nel settembre 1959 ad Amburgo in occasione del conferimento del Premio Lessing. Il testo è un’importante  riflessione su come preservare la dignità umana in epoche di crisi e totalitarismi.

[15] Una serie di quaderni scritti tra il 1950 e il 1973.

[16] Hannah Arendt, Comprensione e politica, in Hannah Arendt, Archivio 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003, p. 97.

[17] Hannah Arendt, Isak Dinesen 1885-1963, in Men in Dark Times, cit. (trad. it. “Aut-Aut, nn. 239-40 1990, p. 169). 

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