Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Pensiero convergente

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L’opera di Stefano Fontana: La filosofia cristiana. Uno sguardo unitario sugli ambiti del pensiero, si presenta fin dal titolo molto impegnativa. Ripercorrere in un libro di trecento pagine un pensiero che si svolge da duemila anni non è impresa agevole.

La Rivelazione ebraico-cristiana unita alla razionalità greca ha dato origine ai fondamenti teologici del cristianesimo. Se nella Tarda Antichità e nell’Alto Medioevo filosofia e teologia costituivano un tutt’uno, con il pensiero scolastico cominciò a delinearsi una certa distinzione. Dapprima ancilla theologiae, la filosofia cristiana è divenuta in seguito regina di un regno minore, continuando la sua opera fino ai nostri giorni, in un mondo che nel frattempo si è ampliato enormemente. Ora una filosofia cristiana, variamente declinata, nel panorama generale conserva una posizione di tutto rispetto, in un continuo confronto con altre visioni del mondo.

Desta qualche perplessità il titolo del testo di Fontana, che farebbe pensare che vi sia un solo sistema che si possa a ragione definire filosofia cristiana, quella aristotelico-tomista; quanto all’aggettivo cristiana, ci par di capire che sta per cattolico-romana. In ogni caso, anche riferendosi a questo ambito più limitato, la pretesa di unicità pare poco convincente; le differenze non mancano e non sono mancate neanche nel periodo aureo della scolastica. Le disputationes erano degli autentici, e molto vivaci, confronti nella ricerca della verità; solo in seguito sono diventate mere esercitazioni argomentative. Gli ordini religiosi portavano ciascuno qualche venatura particolare che arricchiva il patrimonio di conoscenza. Francescani e domenicani costituivano l’esempio più emblematico.

Non si può negare che la scolastica abbia ripreso vigore nel Cinquecento, per preservare il cattolicesimo dalla riforma protestante, e nel secondo Ottocento quando ebbe a confrontarsi con il mondo moderno contrario o indifferente ai principi cristiani. Il neotomismo otto e novecentesco ha dato frutti cospicui quando ha saputo confrontarsi con le sfide che l’attualità poneva; pensiamo ad esempio a Jacques Maritain, critico della modernità ma non per questo chiuso alle novità che nel tempo avanzavano.

Nel testo di Fontana viene rappresentato un sistema solido, orgogliosamente contrapposto alle visioni del mondo attuali caratterizzate da fluidità, complessità e dubbi ricorrenti. Un sistema che assomiglia ad un percorso guidato che parte dall’apprensione originaria dell’essere, alla distinzione, prettamente tomista, dell’essenza dall’atto di essere, all’essere per sé (Dio) e per partecipazione (creature). Questo, e molto altro, spiegato con sinteticità rigorosa costituisce la prima di sei parti: l’ontologia. All’essere segue il conoscere e quindi si passa alla gnoseologia, si spiega come la mente umana arriva a riflettere su ciò che riguarda Dio con la teologia e l’uomo con l’antropologia. Le ultime due sezioni sono dedicate all’agire morale e politico. Vi sono temi che la Scolastica definiva praeambula fidei e che per trattarli si faceva riferimento al lume naturale della ragione, quindi alla semplice filosofia.

Al lettore è richiesto di esercitare un pensiero convergente, ogni problema accennato trova sicura risposta, non lasciando alcuno spazio ad imprevisti; già dall’enunciazione di ogni problema si intuisce l’incombere di una risposta risolutiva che pietrifica ogni slancio del pensiero. D’altra parte, come dice l’Autore nell’avvertenza al lettore, ad un sistema ci si può opporre solo avendone concettualizzato un altro; fa riferimento a Cartesio e a Robespierre come promotori di nuovi sistemi, rispettivamente nel campo filosofico e politico. Non pare sia previsto un dinamismo interno che renda un sistema capace di autocorreggersi né alcun confronto costruttivo tra le varie concezioni.

Tornando all’unicità che accompagna l’unitarietà di questo sistema filosofico, si è portati a pensare che i cristiani che vogliano riflettere potranno trovare giovamento solo se si accorgeranno che questo unico è accompagnato da tanti altri. Con questi sarebbe utile quantomeno vedere se ci sono degli elementi che uniscono.

Ci sono cristiani che per altre vie hanno trovato e trovano tutt’ora risposte al proprio cammino di ricerca interiore, pensiamo al rosminianesimo, alla fenomenologia e a certi aspetti dell’esistenzialimo. Non sarà il caso di volgere lo sguardo verso orizzonti più ampi? Che dire poi del numerosissimo resto degli umani pensanti? Forse che devono adeguarsi a questi schemi concettuali, gli unici che garantirebbero la visione oggettiva della realtà della quale lo vogliano o no ne sono parte?

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