Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Recensioni

PENSARE OLTRE nuovo saggio di Marco Senaldi. La filosofia come diagnosi e cura

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Uno scarabocchio di matite colorate rende percettibile quella trasparenza acromatica che ci fa dire che siamo dietro il vetro di una finestra. La copertina è in estrema sintesi il messaggio fondamentale del libro. Marco Senaldi con gli strumenti tratti dalla storia della filosofia, ma anche attraverso numerose altre forme di conoscenza, intende farci partecipi di ciò che ci avvolge e ci scorre intorno ma che non vediamo.

Non a caso il primo pensatore che chiama in causa è Spinoza, che con i vetri e le lenti si guadagnava da vivere e che purtroppo saranno anche causa della sua morte precoce. Lo fa accennando a quel tratto dell’Etica nel quale il filosofo seicentesco analizza more geometrico gli affetti o sentimenti fondamentali. La Tristitia e la Laetitia da cui scaturiscono l’amore e l’odio, se per Spinoza sono modi dell’attributo pensiero procedenti dall’unica sostanza divina, per il Nostro sono anche occasioni per meglio comprendere la situazione attuale. Parla della tristezza come di un profondo senso di inadeguatezza che ci impedisce di agire positivamente. «Per salvarci da questa tristezza interiore, invece di far leva su di noi o di unirci ad altri rafforzando la “potenza” (Laetitia), spesso tendiamo a “spostare” il nostro problema “attribuendolo all’idea di una causa esterna”» (p. 15).

Riguardo la situazione attuale, oggettivamente problematica, si può cedere alla passione o cercare di comprendere; la filosofia, ma anche la semplice ragionevolezza umana, possono guidarci a capire le cose ed anche a mantenere aperti quegli interrogativi per i quali non esiste una risposta definitiva.

Reale virtuale letale. Pandemia e infodemia, è il titolo del terzo capitolo, che risulta particolarmente rilevante ai fini della comprensione generale. Il secondo termine è quello che dà più problemi per l’uso che se ne fa attualmente. Per la filosofia il significato è quello di potenziale, questo si contrappone ad attuale piuttosto che a reale. D’altra parte oggi virtuale si usa sovente come sinonimo di digitale, on line, e si contrappone a reale: una relazione mediata da strumenti informatici rispetto una in carne ed ossa. Anche nel testo che stiamo considerando pare che sia perlopiù usato in questo senso, anche se alla fine affiora anche l’altro significato.

Per spiegare la realtà originaria che si sdoppia nella propria immagine viene chiamato in causa in primo luogo Plotino, filosofo della Tarda Antichità, anche in questo caso con un breve accenno. Questi all’origine del tutto pone l’Uno ineffabile, dal quale deriva per emanazione il Nous, seconda ipostasi. Trova in questo un’analogia con un film di fantascienza degli anni Novanta: Total Recall di Paul Verhoeven. Qui il protagonista Doug Quaid, interpretato da Arnold Schwarzenegger, viene a trovarsi di fronte ad una realtà inquietante che altro non è che un fantasma da lui stesso prodotto.

Cosa centra questo con la situazione pandemica? Il virus è certo una realtà coglibile dalle scienze positive; quante volte di questi tempi usiamo il termine positivo! Ma l’immagine che esso ha prodotto di se stesso viene a costituire un’altra realtà di cui dobbiamo tener conto ben sapendo che non è qualcosa d’inerte. Se scriviamo Pandemia e infodemia siamo portati a credere che la prima preceda la seconda nel tempo e ne sia causa, ma è un giudizio piuttosto superficiale. Non è ipotesi peregrina supporre che scenari possibili di pandemie abbiano portato a studi sperimentali con tanto di produzioni virali in laboratorio, che poi si sarebbero diffuse nel mondo. Questo è un esempio di come una rappresentazione influisca sul reale concreto; in svariati campi ciò è accaduto e continua ad accadere.

Leggiamo nella brevissima premessa dell’autore: «Rendere visibile il contesto in cui siamo immersi senza saperlo, ecco: questo potrebbe essere un primo, anche se all’apparenza modesto, impegno filosofico». Se intende che si deve rendere visibile all’intelletto, rimanendo fedeli a Spinoza, potrebbe trattarsi di quella conoscenza che si colloca al di sopra di quella superficiale legata alle emozioni e s’incammina verso una più solida che si basa sulla ragione scientifica. Ma lo spinozismo senaldiano è caratterizzato da un dinamismo dialettico assente in quello originale, per Senaldi la contraddizione è ben lontana dall’essere pacificata dalla prospettiva di una visione sub specie aeternitatis. Rimane fuori campo una concezione metafisica del cosmo e dell’umanità. Anche riguardo il rapporto dell’uomo con i suoi simili, con la natura e con le strutture tecnologiche sembra prospettarsi un futuro nel quale la complessità dovrà sempre fare i conti con ondate portatrici di scompiglio e di confusione. «La cosa più probabile è che ci troveremo costretti a guardare in faccia il Disordine, capire che ne facciamo parte e accettarlo» (p. 144).

Quale prassi dovrebbe attuare l’uomo sulla base di questa visione del mondo di cui l’attuale pandemia, pur rilevante, viene ancora percepita come accidente? Nel testo ci sono degli accenni che possono costituire stimoli di approfondimento, si parla di logica dis-identitaria in cui l’op-posto è inscritto nel posto. Leggiamo nelle ultimissime pagine: «Dobbiamo identificarci “obversamente” con (quello che riteniamo essere) il nostro Nemico, il nostro Altro».

Nell’immediato dovremmo quindi imparare ad essere dinamici, versatili e scaltri come il virus.

 
 

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