Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La comunicazione sociale e politica oggi

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ABSTRACT

The planetary scale event represented by the Covid-19 has profoundly modified life patterns and communication styles. In this essay we will talk about the increase in the consumption of news on the Internet and of communications on social media, with the related baggage of fake news and methods to counter them. How political-institutional communication has changed in an emergency situation that required a global lockdown in the months between March and June 2020. The relapses that had the Dad (distance teaching) and the use of smartworking. And finally the role of science and scientists in this particular historical moment that we are still living.

Keywords

Coronavirus, politics, lockdown, smartworking, Internet

INTRODUZIONE

È stato detto che il Covid-19 è la pandemia del mondo globalizzato. E, come tale, specchio della civiltà che abbiamo costruito. Un mondo che volevamo fosse bello, funzionale, interconnesso, fatto di mega-città facilmente raggiungibili in aereo e tuttavia, proprio per questo, ciò che non avevamo previsto, intrinsecamente fragile. Tanto che lo spillover (il movimento dei virus da una specie all’altra) è più facile che in qualsiasi altro momento della storia (Frank Snowden, http://www.newyorker.com/news/q-and-a/how-pandemics-change-history ).

L’irruzione nella nostra vita di un evento così catastrofico di dimensione planetaria ci ha fatto affrontare la necessità di ripensare i nostri stili di vita e di consumo, perché ha messo in discussione tutte le certezze che pensavamo di aver acquisito. Tuttavia, la parola “crisi” deriva dal greco krìno, cioè “separare”. Al momento della stesura di questo documento, l’emergenza non è ancora passata e non sappiamo per quanto tempo ancora il mondo prima sarà separato da ciò che verrà quando questa pandemia sarà finita. Sicuramente un momento critico come quello attuale, con le misure di isolamento che hanno riguardato i mesi da marzo a maggio 2020 e la chiusura di molte attività commerciali, scuole e università in molti paesi del mondo, nonché il riposizionamento di questo blocco nei primi mesi del 2021, ci hanno costretti a sospendere i consueti ritmi di vita quotidiana in virtù dei quali le persone si sono trovate necessariamente in compagnia di se stesse.

L’umanità intera ha vissuto un rito collettivo di morte senza precedenti, attraverso il bollettino quotidiano dei morti e dei malati e la visione di bare di centinaia di persone che non hanno nemmeno goduto delle comodità religiose e della presenza dei loro parenti, a causa di l’elevata contagiosità di questo virus. (La “tragedia spagnola” di cento anni fa (1920) è stata anche una tragedia di dimensione cosmica, che ha ucciso tra i cinquanta e i cento milioni di persone in tutto il mondo. Tuttavia, per una sorta di “rielaborazione collettiva del lutto” e per ragioni legate alla censura di questa fase della storia, abbiamo una letteratura piuttosto debole. Su questi aspetti consiglio l’eccellente saggio di ROBERTO BIANCHI, La “spagnola”. Note sulla pandemia del XX secolo (La “espagnole”. Notes sur la pandémie du Xxe siècle), Amici di Passato e Presente, 20 marzo 2020, online:  https://amicidipassatoepresente.wordpress.com/2020//31/laspagnola-appunti-sulla-pandemia-del-novecento-roberto-bianchi/). Anche i libri di storia da usare nelle scuole di ogni ordine e grado la trattano in modo molto marginale. Mentre eravamo su Covid-19 (o Coronavirus), abbiamo già milioni di file archiviati in archivi elettronici in tutto il mondo. E disponiamo di informazioni in tempo reale che ci permettono di conoscere quasi tutti gli aspetti legati alla diffusione della pandemia.

In questo saggio, esamineremo cinque aspetti della comunicazione durante l’era del Coronavirus:

1. L’aumento del consumo di Internet

2. La comunicazione politica

3. La Comunicazione istituzionale

4. La DAD e lo smart working

5. Il ruolo della scienza

1.  L’aumento del consumo di Internet

Il Coronavirus è la pandemia della società iperconnessa e lo dimostra l’aumento esponenziale dei consumi di internet durante la fase di lockdown nella primavera del 2020. A questo punto il traffico è aumentato del 40%, a dimostrazione che il digitale non intralcia le relazioni, ma li promuove.

Il consumo di notizie è stato impressionante. Frank Mungeam, attuale scienziato di Chartbeat (la piattaforma utilizzata da molte riviste online in tutto il mondo), afferma che il numero di articoli pubblicati quotidianamente sul tema del coronavirus ha raggiunto gli 86.000. Un terzo delle informazioni era sul coronavirus. Sono scomparsi dalle cronache episodi di femminicidi e sbarchi di migranti e clandestini.

Sui social media, abbiamo trascorso in media dal 30 al 70% di tempo in più. Su Facebook e Instagram il live è raddoppiato. Nel periodo dal 17 febbraio al 15 marzo, il numero di visite di notizie generali è aumentato del + 14% in Francia, + 11% in Germania, + 30% in Italia, + 55% in Spagna e + 18% nel Regno Unito (tabelle e percentuali su: http://www.comscore.com/ita/Public-Relations/Blog/La-Pandemia-di-coronavirus-e-i-cambiamenti-dei-comportamenti-online).

Tik Tok, la piattaforma con 800 milioni di utenti in tutto il mondo, ha avuto il suo momento nel 2020. Composta principalmente da un pubblico appartenente alla Generazione Z – ovvero i nati tra il 1995 e il 2010 – la piattaforma permette di scaricare brevi video che può essere trasportato altrove ed è stato quindi utilizzato a piene mani dalle aziende.

L’Agcom ha scritto un rapporto molto dettagliato sulla circolazione di fake news, attacchi informatici, reazioni emotive degli italiani alle notizie online durante l’epidemia. Parlando di fake, ad esempio, la correlazione tra tecnologia 5G e Covid-19 viene smantellata perché, date le dimensioni del virus e la lunghezza d’onda della radiazione elettromagnetica, un’interazione tra le due sarebbe impossibile, come afferma la comunità scientifica (il rapporto è su www.agcom.it/documents/10179/4691489/Documento+generico+29-06-2020/3b8d1a2d-61fc-4865-b5b0-bb6343933465?version=1.0).

C’è stato un boom del cinema on demand, legato alla chiusura di cinema e set di produzione.

I migliori servizi di streaming on demand nel 2020 sono cinque. Si tratta di Now Tv, Netflix, Amazon Prime Video, Chile, Infinity (Fonte: http://www.qualescegliere.it/service-streaming-on-demand/). Sono sbarcati in rete i film che avrebbero dovuto essere nelle sale durante il periodo concomitante con il lockdown. In Italia, la piattaforma Miocinema (www.miocinema.it) ospita film cinematografici, versando agli esercenti il ​​40% dei redditi da locazione. Alla riapertura delle sale Miocinema noleggerà i film dopo che saranno stati proiettati nelle sale (come tutte le piattaforme on demand) e promuoverà attraverso titoli in catalogo o recensioni ad hoc quelli che escono nelle sale.

Altri esempi provengono dalla Francia. Lo Champs Élysées Film Festival, giunto quest’anno alla nona edizione, si è svolto completamente online. Dal 9 al 16 giugno 2020, previa registrazione sul sito http://www.champselyseesfilmfestival.com, è stato possibile guardare gratuitamente i film del cinema indipendente francese e americano.

Un’altra kermesse è quella che si tiene ogni anno da trentaquattro anni nel nord della Francia, a Cabourg, elegante località balneare della Costa Azzurra. Il Festival di Cabourg presenta lungometraggi, cortometraggi e documentari e, sin dalle sue origini, è stato caratterizzato da un’atmosfera amichevole. La giuria del premio assegnato dal Festival dal 10 al 12 giugno 2020 si è riunita al Club de l’Etoile di Parigi, per visionare le opere in concorso, in condizioni di massima sicurezza dal punto di vista sanitario. Il Festival di Cannes, il più grande evento cinematografico al mondo, non si è svolto né in presenza né in digitale nel 2020 e l’edizione 2021 si svolgerà non a maggio, come vuole la tradizione, ma a luglio (la notizia è su Le Monde: www.lemonde.fr/culture/article/2021/01/28/bataille-culturelle-en-vue-entre-les-festivals-de-cannes-et-d-avignon_6067896_3246.html).

Gli esseri umani hanno bisogno di comunicare (le crisi fanno emergere sempre i nostri bisogni urgenti). Rispetto a quest’ultima esigenza, il Rapporto Digital 2020 (disponibile su http://www.digitaldictionary.it/blog/report-digital-2020-scenario-digitale-monde-e-italia) sottolinea che il 60% della popolazione mondiale è online, con il 90% degli utenti che accedono telefonicamente, a conferma dell’importanza del “mobile first”. Il 40% non ha accesso a Internet. Il digitale divide i paesi in via di sviluppo in Africa e in Asia meridionale.

Risvolti negativi. Un termine su cui ci siamo fidati durante i mesi del lockdown è stato “infodemia” (dall’inglese information and epidemic), ovvero un’eccessiva circolazione di informazioni tra le quali, spesso, è difficile capire. a causa della loro quantità traboccante. Secondo l’OMS, questo insopportabile carico di informazioni è stato un male peggiore del Coronavirus, poiché le persone hanno difficoltà a districare tra informazioni corrette e notizie false. E proprio in un momento in cui era necessaria un’informazione chiara e corretta.

Nicola Grandi e Alex Piovan, colonne di Repubblica spiegano: 

Il COVID-19 ci pone di fronte a due situazioni di difficoltà inattese, entrambe legate al progresso culturale e tecnologico che ha caratterizzato la vita dell’uomo sulla Terra: una, dai risvolti drammatici, legata alla difficoltà di arginare il contagio e bloccare la diffusione del virus; l’altra determinata dalla difficoltà di contrastare la proliferazione di notizie e informazioni che spesso deformano la realtà. Se la prima emergenza richiede uno sforzo immediato enorme, in quanto ne va della salute e della vita delle persone, la seconda impone una riflessione che ci permetta di capire come sviluppare gli ‘anticorpi’ necessari per orientarci nel bombardamento mediatico cui siamo sottoposti (http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-pericoli-dell%E2%80%99infodemia-la-comunicazione-ai-tempi-del-coronavirus/).

Il loro attento esame del fenomeno infodemico tiene conto di alcuni punti, quali: la metafora del killer (il virus è qualcosa che colpisce intenzionalmente, fatalmente, pianificato e imprevedibile, quindi come tale deve essere rintracciato, inseguito e catturato); la metafora del controllo (il controllo economico e politico si esercita attraverso misure di contenimento e chiusura); la metafora della guerra (Il virus è un nemico invisibile contro cui combattere e “soldati” e “feriti” in questa guerra sono medici e infermieri. La resistenza consiste nel restare chiusi in casa, per evitare che il contagio si diffonda).

In sintesi, la gestione delle informazioni in un’emergenza di questa portata è cruciale e gli effetti negativi delle informazioni sono stati spesso sottovalutati. Il difficile accesso ai canali di comunicazione ufficiali, soprattutto per chi è svantaggiato, e la difficoltà di navigare tra una marea di comunicazioni per chi non ha gli strumenti culturali adeguati, creano disorientamento, panico, ansia.

2. La comunicazione politica

Di fronte alla crisi del Coronavirus, sono stati adottati una serie di decreti di emergenza che hanno sospeso temporaneamente le regole democratiche12.

In questa breve rassegna, ci concentreremo su alcune modalità di comunicazione adottate dai leader di governo in Italia, Francia, Germania, Inghilterra, America13.

In Italia. I dati Agcom relativi al periodo compreso tra il 1 marzo e il 31 marzo 2020 evidenziano una costante tendenza alla personalizzazione della leadership, aggravata dalla crisi sanitaria, con il premier Giuseppe Conte fortemente sovraesposto durante i telegiornali. Il Presidente della Repubblica Mattarella è la seconda figura più esposta.

Comitati di esperti e consulenti, chiamati task force, frase che in gergo militare identifica unità di risposta rapida, sono una realtà diventata molto di moda ai tempi del coronavirus. Oltre al Comitato Operativo e al Comitato Tecnico Scientifico per la Protezione Civile, sono state costituite una serie di Unità Speciali (o, appunto, una task force nel vocabolario ministeriale. Tra queste: quella per la didattica a distanza (Miur); la task force forza “Data drive” (Ministero dell’Innovazione) per il controllo del contagio del Covid-19; “Donne per un nuovo Rinascimento”, gruppo di lavoro sviluppato dal Ministero delle Pari Opportunità per il recupero sociale, culturale ed economico d’Italia dopo un’epidemia conclusa, gruppo di lavoro “Fase 2”, la cui missione è dialogare con il comitato tecnico scientifico e studiare le misure di condivisione della nazione dopo la fase 1, quella del blocco.

Da notare che il massiccio ricorso di decine e decine di esperti da parte dell’esecutivo è stato sintomatico della situazione di grande incertezza in cui il virus ci ha abbattuti e quindi della necessità di agire con cautela, in modo da prendere decisioni ponderate, in tempi di crisi che hanno scosso il nostro Paese e il mondo intero.

In Francia. Il Presidente della Repubblica Macron si rivolge alla Nazione l’11 marzo ed il 16 marzo 2020. L’avvio delle chiusure, impensabile appena pochi giorni prima, diventa ineludibile con il secondo discorso. La situazione dei contagi, di cui circolava notizia già dal mese di gennaio, si fa importante e questo conduce Macron ad utilizzare un linguaggio bellico. La sera del 16 marzo alle ore venti, in diretta su tutte le tv e radio nazionali, il Presidente utilizza sette volte la parola “guerra”, cinque volte nella frase «Nous sommes en guerre». Certo, «en guerre sanitaire». A questo punto il confinement è l’unica risposta possibile. Non direttamente nominato, diventa ufficiale.

Il 13 aprile il Presidente Macron si chiede: «Alors, étions-nous préparés à cette crise? A l’évidence, pas assez mais nous avons fait face en France comme partout ailleurs» [Allora, eravamo preparati a questa crisi? Evidentemente no, vi abbiamo fatto fronte in Francia come dovunque del resto]. Si passa dai toni di guerra ad espressioni più empatiche: «Il y a dans cette crise une chance: nous ressouder et prouver notre humanité, bâtir un autre projet dans la concorde. Un projet français, une raison de vivre ensemble profonde» [In questa crisi c’è un’opportunità: unirci e dimostrare la nostra umanità, costruire un altro progetto in armonia. Un progetto francese, una profonda ragione per vivere insieme].

Mentre Macron dialoga con il suo popolo, il Primo Ministro Édouard Philippe è operativo nelle scelte di governo, spiegandone le motivazioni in tivù.

In Germania. La Repubblica Federale, con le sue ottime condizioni igienico-sanitarie, ha resistito allo shock del Coronavirus che, nello stesso periodo, ha devastato l’Italia. Mentre nel Bel Paese i posti in terapia intensiva erano insufficienti, in Germania si è passati dai 28.000 iniziali a 40.000 in sole tre settimane, per poi raggiungere presto i 56.000. Poche decine di pazienti italiani affetti dal virus, trasportati da voli militari in diversi Bundesländer, hanno potuto beneficiare di cure intensive e di un posto letto. Una gigantesca produzione di maschere e un’enorme quantità di tamponi realizzati hanno contribuito ad arginare il contagio. La task force di maggior successo è stata guidata dal virologo di fama internazionale Christian Drosten, direttore dell’Istituto di virologia presso l’ospedale universitario Carità di Berlino, uno dei massimi esperti mondiali di Coronavirus. Drosten ha supportato Angela Merkel alla conferenza stampa ed è molto presente sui social network e sui media.

È stato rilevato che le decisioni politiche e la strategia di comunicazione adottata dal governo tedesco si sono rivelate vincenti nella lotta al virus. Angela Merkel ha costantemente invocato la ragione, ma anche i sentimenti e l’unità del popolo tedesco. Forte del suo solido background scientifico, la Cancelliera Merkel, che ha un dottorato in Chimica fisica, ha utilizzato un approccio pragmatico alla comunicazione, privilegiando un linguaggio semplice e preciso, privo di orpelli.

La Cancelliera ha trasmesso ai tedeschi la consapevolezza che rispettando responsabilmente alcune regole igieniche e di distanziamento sociale è possibile fermare la diffusione del Coronavirus. Nel suo discorso televisivo alla nazione il 18 marzo 2020, ha detto: «Siamo una democrazia. Non viviamo di costrizioni, bensì di sapere condiviso e di collaborazione». Il sacrificio deve essere fatto in nome della democrazia. I toni sono pacati e protettivi. Le comunicazioni si susseguono con una cadenza di 14 giorni l’una dall’altra, perché questo arco temporale consente di misurare dati e cambiamenti per orientarsi nel prossimo futuro.

Intanto sulla stampa tedesca compaiono articoli che esprimono la vicinanza o analizzano la situazione in Italia con uno sguardo spregiudicato. In particolare Thomas Fricke, in un articolo intitolato “L’immagine fatale deformata dell’Italia dalla Germania”, Spiegel online, 24 aprile 2020, è molto critico nei confronti di certi tedeschi che puntano il dito contro l’Italia. Fricke spiega l’affanno nel quale si trova il nostro Paese con i numerosi tagli alla spesa pubblica, alla scuola, alla sanità.

In Inghilterra. Il 5 aprile 2020 la Regina Elisabetta, che ha 94 anni e la capacità di emozionare, annuncia al suo popolo la chiusura della nazione, il famoso lockdown. È vestita di verde, con l’immancabile spilla sull’abito. Sguardo fisso sulla telecamera, come a guardare gli inglesi uno per uno, la Regina pronuncia un appello all’unità della patria: «Se resteremo uniti e determinati, vinceremo noi», dice, ricordando: «Le doti di autodisciplina, e tranquilla risolutezza condita di buon umore caratterizzano ancora questo Paese».

Il discorso è entrato nella storia ed ha ricevuto apprezzamenti da ogni parte del mondo. Come quello successivo, dell’8 maggio 2020, quando la Regina si è presentata al suo popolo con un abito azzurro pallido ed un breve messaggio a forte impatto emotivo: «Mai disperare. Mai arrendersi. Può sembrare strano, le nostre strade non sono vuote, sono piene con l’amore e la cura che abbiamo gli uni degli altri». Per la prima volta in 75 anni le celebrazioni per il Victoria Day, che ricorda la vittoria dell’Inghilterra sulla Germania nazista, non hanno avuto luogo. Anche nel suo secondo discorso la Regina Madre ha saputo colpire nel segno ed infondere speranza ai cuori: «Vi parlo oggi alla stessa ora in cui mio padre lo fece esattamente 75 anni fa la Guerra fu totale, e il suo impatto non ha risparmiato nessuno. “Non mollare mai, non disperare mai”, era questo il messaggio del giorno della Vittoria. All’inizio, la prospettiva era sembrata desolante, la fine lontana, il risultato incerto. Ma abbiamo continuato a credere che la causa fosse quella giusta e questa convinzione, come ha sottolineato mio padre in quel giorno, ci ha fatto andare avanti». Nel 1945 Elisabetta aveva 19 anni ed era sul balcone di Buckingham Palace insieme alla sua famiglia e a Winston Churchill, mentre suo padre, re Giorgio VI, attraverso la radio annunciava alla nazione la fine della guerra. Il fascino della corona e la forza del sovrano. In quasi 70 anni di regno, capitati nel periodo di pace più lungo della storia europea, Elisabetta ha dovuto gestire conflitti familiari che hanno minato l’immagine della corona inglese e se oggi gli inglesi non sono più monarchici, sono certamente elisabettiani. Robert Hardman sul Daily Mail ha scritto che Elizabeth, ascesa al trono con Winston Churcill, è la Churcill del nostro tempo (Ved. il mio articolo su www.glistatigenerali.com/londra_societa-societa/the-queen-elizabeth-the-great-mother-of-england/).

In America. Il presidente degli Stati Uniti in carica fino a gennaio 2021, Donald Trump, ha sempre chiaramente accusato la Cina di essere la principale responsabile della diffusione del Coronavirus, oltre a una serie di fake news sulla pandemia, volte a screditare l’Occidente e la NATO.

Il suo rapporto con il mondo scientifico si è rivelato controverso, tanto che alla fine di aprile 2020 Trump ha licenziato Rick Bright da direttore della Biomedical Advan132 Research and Development Authority per dissensi sui farmaci da impiegare contro il Covid-19. Altro esempio di questa conflittualità è quella col suo antagonista simbolico, Anthony Fauci, leader della task force tecnico-scientifica, che Trump ha sempre mostrato di voler smantellare.

L’ex presidente degli Stati Uniti ha privilegiato la comunicazione attraverso l’utilizzo del suo strumento preferito, Twitter. È noto che l’account Twitter di Trump è stato successivamente pesantemente sospeso e la società ha motivato la decisione «a causa del rischio di ulteriore incitamento alla violenza» (vedere la nota dell’azienda qui: https: /// blog. Twitter.com/en_us/topics/ company / 2020 / suspension.html).

L’America è il Paese che ha pagato di più in termini di contagiati e di vite umane, eppure Trump ha sempre anteposto la ripresa economica del Paese ad ogni altra urgenza. Tanto da inviare i propri supporter o organizzare manifestazioni di protesta contro i governatori democratici degli Stati che hanno proclamato rapidamente il lockdown sui loro territori o si sono rifiutati di revocarlo, in nome della tradizione statunitense che tutela le libertà degli individui al cospetto di un sovrastante potere pubblico. Nella sua volontà di riaprire il prima possibile tutte le attività negli Stati Uniti, Trump ha mostrato la sua forma mentis da imprenditore ed anche, forse di più, e a dispetto di ogni evidenza, la tenacia dell’uomo forte di governare la crisi sanitaria, come se ciò fosse un referendum sulla sua persona, in vista delle prossime elezioni presidenziali, e chiaramente per catturare consenso (come sappiamo, il vincitore delle elezioni in America è stato John Biden).

3. La comunicazione istituzionale

Durante i mesi del lockdown (marzo-maggio 2020) si sono grosso modo intersecati due aspetti della narrazione sui social. Il primo riguarda le azioni effettuate all’interno dei social media, volte a migliorare la qualità delle informazioni relative al Covid-19. E riguarda il mondo in cui si sono sviluppate campagne di comunicazione ed hastag, per raccontare il rapporto con un evento tanto inaspettato e catastrofico.

Il primo approccio è quello domestico: è reso con gli hashtag #iorestoacasa, #ioleggoacasa, #istayhome, #iocucinoacasa. Porta anche forme ironiche di mostra relative alla dimensione intima e domestica.

Il secondo approccio è empatico: #andratuttobene, #distantimauniti, #balconi, #milanononsiferma. Non è solo cantare dai balconi ed auspicare il ritorno alle normali attività quotidiane, ma è anche stringersi in un abbraccio ideale attorno a medici e infermieri impegnati senza sosta nelle azioni di contrasto al virus.

Il terzo approccio è quello motivazionale ed attua una retorica narrativa che prospetta il ritorno alla normalità: #celafaremo, #torneremoaviaggiare, #neusciremoinsieme.

Vi è poi un approccio aspirazionale, oscillante tra bisogno di libertà (#ioesco, #poivorrei o il polemico #torniamoliberi) e necessità di cautela (#iononapro).

Le piattaforme social istituzionali offrono comunicazione e informazione ai cittadini ed elaborano micro campagne della durata di tre o quattro settimane, legate come sono all’evolversi della situazione epidemiologica.

Nelle prime settimane le televisioni nazionali trasmettono ripetutamente messaggi che invitano le persone a lavarsi le mani, mantenere il distanziamento sociale, evitare luoghi affollati e mettersi in viaggio solo se strettamente necessario.

Poco alla volta, lo stile di comunicazione viene rimodellato e adattato alle esigenze del momento. Passiamo dal protocollo alla prevenzione, poi di nuovo dalla protezione all’amor per la propria persona. Ci sono delle campagne pubblicitarie che invitano le persone a ripensare la propria vita domestica in modi nuovi e produttivi.

4. La didattica online e lo smart working

Durante i mesi del lockdown e tutt’ora in corso, la scuola è diventata un’esperienza da casa, da fare in smart working. L’unico sostituto alla didattica in presenza. Essa ha mostrato molti limiti e si è rivelata una sorta di punizione per gli insegnanti, alle prese con un tempo scuola che si è allungato a dismisura, finendo per occupare l’intero arco della giornata. Videolezioni da svolgere, altre da registrare, compiti da correggere, feedback da dare. Un lavoro immane, che all’inizio è stato affidato alla buona volontà dei docenti, e solo in un secondo momento, quando i proclami ministeriali circa la conclusione dell’anno scolastico erano talmente confusi da cambiare ogni giorno, ha trovato una sorta di sistemazione ufficiale, che si è tradotta in un ulteriore carico di lavoro burocratico a spese dei docenti. Ai quali è stata demandata anche la valutazione in decimi. Ai primi di marzo 2020 i ragazzi hanno smesso di andare a scuola.

Donatella Di Cesare, docente di Filosofia Teoretica alla “Sapienza” di Roma, su La Stampa del 31 maggio 2020, ha scritto:

I rapporti schermati, per media interposti, sono già difficili per gli adulti. Figuriamoci per bambini e adolescenti. Certo lo schermo è un accesso al mondo, ma protetto, tutelato. E invece apprendere e insegnare vuol dire sempre esporsi. I dispositivi tecnici sono un supporto irrinunciabile. Ma l’educazione non può essere confinata a questi mezzi.

Quello che è emerso da questa esperienza è il valore della scuola come comunità educante, tesa a formare uomini e cittadini. La didattica a distanza è stata una didattica emergenziale, un ponte verso le famiglie, ma non può e non deve diventare la normalità. Ma soprattutto va ripensata l’organizzazione complessiva della scuola, non più intesa come azienda con al centro la soddisfazione del “cliente”, ma come fucina di crescita culturale e civile, luogo di relazioni, centro di una didattica che ponga al centro il sapere e non un vago concetto di “competenze”.

Di sicuro lo smart working ha funzionato meglio in realtà prettamente aziendali, soprattutto in quelle meglio attrezzate sotto il profilo della comunicazione. La Vodafone ha per esempio introdotto lo smartworking già dal 2014. Zurich Italia, azienda di assicurazioni, invece, usa da tempo l’app Workplace per il coordinamento a distanza dei contenuti della comunicazione. 

Dal canto loro alcune imprese culturali italiane, alcuni musei ed anche case editrici, preso atto della situazione, hanno proposto ai propri utenti contenuti di altissima qualità da proporre ai propri utenti e consumare comodamente a casa. Ci sono dei casi che hanno fatto scuola: la Triennale di Milano, Tlon, Radio 3, Repubblica, Yahoo!, Museo Lavazza, Fondazione Pirelli. La reclusione forzata ha liberato una grande quantità di energie, riversatesi in dirette streaming, visite virtuali, webinar quotidiani di informazione, staffette filosofiche, visite ad archivi digitali, appuntamenti con influencer.

Ci sono state iniziative di solidarietà in rete. Insomma, un mare magnum di iniziative che costituiscono forse il patrimonio più importante di linguaggi e contenuti che ci portiamo a casa ad emergenza finita.

5.  Il ruolo della scienza e degli esperti

Il Coronavirus ha evidenziato con forza il valore della scienza e della ricerca scientifica, nonché la domanda diffusa di conoscenza scientifica, relativa ai modi e ai tempi di trasmissione ed evoluzione del contagio. E con mobilitazione mai vista prima per quanto riguarda la messa a punto di un vaccino.

I virologi hanno vissuto una sovraesposizione mediatica come mai era capitato loro di vivere. E poiché la ricerca scientifica si alimenta anche di polemiche e di contrapposizioni, che per certi aspetti donano ad essa vitalità, queste non sono mancate, anche se le modalità di discussione sono state del tutto inconsuete per persone abituate a contesti come le Università ed i centri di ricerca.

L’importanza del sapere scientifico per le nostre vite è stata sottolineata dall’astronauta Samantha Cristoforetti, la quale, intervistata da La Stampa, ha dichiarato:

Ogni crisi ci obbliga a ripensare le priorità, a chiederci che cosa è davvero importante, che cosa è superfluo, che cosa è deleterio. Una crisi dissoda il terreno per una nuova semina. Se porterà a un maggiore apprezzamento per la ricerca scientifica e quindi anche maggiori risorse, sarò la prima a gioirne. A ogni modo, spero che tra le conseguenze positive ci sia una maturazione del rapporto del grande pubblico con la scienza. (La Stampa del 17 maggio 2020, pag. 10).

In precedenza la Cristoforetti aveva affermato:

È sempre più impossibile sottrarsi alle proprie responsabilità. Il problema è che come esseri umani abbiamo la tendenza a sottovalutare i pericoli. È accaduto anche con la pandemia di minimizzare, poi abbiamo reagito quando c’è stata contezza del pericolo. Ma il coronavirus è stato un colpo di avvertimento, come dire, un colpo sparato in aria, rispetto alle devastazioni che porterà il cambiamento climatico (Riportato, tra gli altri, su www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/06/25/cristoforetti-virus-avvertimento-cambiamento-clima-porta-devastazioni_RPRJzDAPpR9mWexVHgvTrK.html?refresh_ce).

Che un cambiamento debba interessare le nostre vite a livello globale è indubbio ed è profondamente sentito. È altresì sottolineato da celebrities, giornalisti, influecer, accademici.

Qualche esempio. Il giornalista Oliver Milman sul The Guardian elenca gli effetti inaspettati della pandemia. 

Il 22 aprile 2020, e cioè in pieno lockdown, Milman scrive:

I cieli si stanno schiarendo contro l’inquinamento, la fauna selvatica sta tornando in acque di nuova limpidezza, una miriade di voli è stata soppressa e il petrolio greggio è così inutile che l’industria dovrebbe pagarti per toglierlo di mano – qualche mese fa, gli ambientalisti potevano solo sognare uno scenario come quello del 50º anniversario della Giornata della Terra. Ma questa nuova realtà così verde sta causando poca allegria data la causa è la pandemia di coronavirus che ha devastato gran parte del mondo.

E ci offre un plastico quadro della situazione:

Le acque di Venezia sono ora limpide, i leoni si rilassano su strade normalmente frequentate dai frequentatori di safari in Sudafrica e orsi e coyote vagano per alloggi vuoti nel parco nazionale di Yosemite in California.

Nel frattempo, quasi otto voli su 10 in tutto il mondo sono stati cancellati, con molti aerei negli Stati Uniti che trasportavano solo una manciata di persone.

Tuttavia, sottolinea ancora Mill, le emissioni, per quanto diminuite, non sono scese al livello che gli scienziati auspicano ottimale per evitare un futuro disastroso impatto climatico.

Lo scrittore e saggista Jonathan Safran Foer, sostiene che non possiamo salvare il pianeta senza cambiare il nostro modo di mangiare, imparare ad usare meno plastica, fare meno figli, viaggiare di meno (a nostro parere, il libro profila una sorta di “decrescita felice”). 

Sono poi piuttosto note al vasto pubblico le battaglie ambientaliste di celebrità del cinema mondiale come Leonardo Di Caprio, Jane Fonda, Emma Watson, Pamela Anderson, Brad Pitt, Arnold Schwarzenegger e Valeria Golino o di altre personalità come il politico americano Al Gore, il padre di Microsoft Bill Gate nonché la giovane attivista svedese Greta Thunberg.

Alexander Laszlo, studioso dei sistemi policulturali, nel suo articolo “Redefining Success: Designing Systematic Sustainable Practices” (www.researchgate.net/publication/227675690_Redefining_Success_Designing_Systemic_Sustainable_Strategies),  spiega che l’attuale modello di successo basato sulla mera accumulazione competitiva del capitale è oggi non più sostenibile. Occorre, invece, recuperare un rapporto rispettoso con la natura, dei tempi di vita più lenti e più “umani”, il bene comune davanti all’individualismo sfrenato.

Del resto, l’appello a questo impellente e necessario recupero di umanità viene anche dal sociologo francese Edgard Morin, il quale indica la strada maestra verso la salvezza nel recupero di una coscienza planetaria al servizio della comune umanità Nell’intervista su Avvenire, www.avvenire.it/agora/pagine/per-luomo-tempo-di-ritrovare-se-stesso, Morin parla di policrisi: «Stiamo vivendo una tripla crisi: quella biologica di una pandemia che minaccia indistintamente le nostre vite, quella economica nata dalle misure restrittive e quella di civiltà, con il brusco passaggio da una civiltà della mobilità all’obbligo dell’immobilità. Una policrisi che dovrebbe provocare una crisi del pensiero politico e del pensiero in sé. Forse una crisi esistenziale salutare. Abbiamo bisogno di un umanesimo rigenerato, che attinga alle sorgenti dell’etica: la solidarietà e la responsabilità, presenti in ogni società umana. Essenzialmente un umanesimo planetario».).

Insomma, il nostro modello di successo deve cambiare. A tale riguardo, non possono non suonare profetiche le parole del professore e ambientalista americano David Orr, che nel suo libro Educating our Children for a Sustainable World, del 2005, scrive:  

Il fatto è che il pianeta non ha bisogno di altre persone di successo. Ha invece un disperato bisogno di più pacificatori, guaritori, restauratori, narratori e amanti di qualsiasi tipo. Ha bisogno di persone che stiano bene dove stanno. Ha bisogno di gente moralmente coraggiosa disposta a unirsi alla lotta per rendere il mondo un posto abitabile e umano. E queste qualità hanno poco a che fare con il successo per come lo abbiamo definito.

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Autore: Lucia Gangale

Lucia Gangale, native of Benevento, is a journalist, blogger, essayist and professor of History, Philosophy and Human Sciences. In addition to books of history and sociology he wrote stories and poems. He is dedicated to photography and director of short films. It 'an expert in communication techniques and tourism marketing. She is the editor in chief of the six-monthly cultural publication “Reportages Storia & Società”, founded in January 2003.

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