Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La rappresentanza e l’avvento della Democrazia digitale

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a. Nuove modalità di partecipazione e democrazia

La crisi della democrazia è rintracciabile nelle scelte politiche poste in essere negli ultimi decenni caratterizzati dalla condivisione da parte dei partiti politici delle idee neo-liberali come l’individualismo e il libero mercato privo di ogni regolamentazione.

Tali opzioni hanno portato conseguenze sociali tra cui la cosiddetta disintermediazione politica, considerato che non esistono più formazioni sociali sui territori che realizzano quel raccordo tra la popolazione e le istituzioni, provocando così un allontanamento e un astensionismo dalla cittadinanza attiva.

La riflessione da cui si deve partire riguarda, inevitabilmente, il modo in cui a tale nuova dimensione proiettata verso il futuro si unisca la collettività e la coerenza con la Costituzione.

Da ciò scaturisce la nascita di nuove modalità di partecipazione alla vita politica, alimentate anche dal mutamento della società moderna, la quale si proietta sempre di più in una dimensione connettiva e telematica.

L’Italia è stata avanguardia dal punto di vista di nuove forme di partecipazione politica, dal momento che un vero e proprio movimento politico si è formato attraverso l’utilizzo di una piattaforma digitale, con la quale gli scritti scelgono sia la linea politica sia i rappresentanti, oltre a ratificare le singole scelte fatte dai parlamentari.

V’è stato, quindi, il tentativo di realizzare una forma di democrazia diretta, in modo tale che i cittadini determinino le scelte politiche, senza che vi sia un’intermediazione tra rappresentati e rappresentanti.

Questa impostazione potrebbe essere in contrasto con l’art. 67 della Costituzione che esprime chiaramente l’assenza del vincolo di mandato da parte del membro del Parlamento, vale a dire che il parlamentare non rappresenta una singola forza politica o il proprio territorio, bensì l’intera Nazione.

Ma l’altro interrogativo che bisogna porsi sulle piattaforme digitali che stanno nascendo nel nostro sistema politico è se sono competitive al loro interno, atteso che anche la piattaforma Rousseau è gestita da uno stretto gruppo dirigente, il quale è addirittura esterno al movimento politico, andando comunque a influenzare il dibattito che si sviluppa al suo interno, mettendo ad esempio in evidenza alcuni temi o notizie, piuttosto che altre. Quindi, se da un lato, si ha una maggiore estensione della partecipazione cittadina così da provare ad avvicinare la comunità alle istituzioni, formando una coscienza critica e puntando a decisioni migliori, dall’altro è evidente che la selezione operata a monte di temi e informazioni può generare non poche distorsioni.

La democrazia digitale, allora, non ha solo elementi positivi essendovi diverse debolezze tra le quali va innanzitutto evidenziata la qualità dell’informazione che non è sempre garantita, perché internet consente a chiunque di inserire in rete contenuti non controllabili, causando il diffondere di notizie non vere, che però condizionano il cittadino nella formazione di una propria idea su un fatto.

È evidente che l’intento teorico ed iniziale della digitalizzazione dei processi abbia una finalità di miglioramento della società, ma bisogna considerare anche i tanti dubbi e perplessità riguardo a tale processo, poiché si non si può prescindere dalla discussione intorno alla legittimazione e controllo delle suddette piattaforme.

 In questi anni si sono sviluppate in diverse città Europee, e non solo, dei processi innovativi e sperimentali di partecipazione cittadina mediante piattaforme digitali, per favorire la cittadinanza attiva, considerato che il disinteresse verso la res publica aumenta in maniera esponenziale nelle città. Per questo, si sono sperimentati processi di democrazia diretta, al fine di sopperire alla crisi istituzionale dei partiti.

Ed invero, è possibile riportare esperienze sia negative che positive della digitalizzazione dei processi democratici.

Si è dimostrato, ad esempio, recentemente come sia possibile manipolare il voto elettronico proposto da SwissPost che era stato realizzato in Svizzera, al fine di superare il sistema di voto tradizionale, per evitare i brogli elettorali. Ma diversi ricercatori svizzerihanno dimostrato come fosse possibile manipolare con facilità il flusso dei voti espressi dai cittadini.

Lo scopo del test pubblico del sistema di voto elettronico ha evidenziato le lacune di un futuro sistema di voto elettronico diffuso in tutto il mondo.

Ma accanto a questo, v’è l’esempio positivo del comune di Barcelona che ha promosso un processo di partecipazione dal nome Decidim nell’ambito dello studio del Piano Speciale per la protezione del patrimonio architettonico- storico, nonché la successiva redazione di una modifica specifica del piano speciale di miglioramento: una riforma interna del distretto di Gràcia.

Gli obiettivi erano di diffondere il lavoro tecnico in relazione alla tutela del patrimonio di Gràcia, facilitare la raccolta di informazioni e proposte sui settori d’azione che avrebbero completato i risultati dello studio del patrimonio in conformità con una precedente valutazione tecnica, infine, promuovere un dibattito cittadino che avesse incorporato la visione del quartiere sulle proposte tecniche sollevate, così da facilitare il monitoraggio del processo, da parte dell’amministrazione comunale.

Vi sono anche altre città che hanno sperimentato processi di democrazia diretta come la città di Madrid dal nome Decide Madrid, in cui è suddivisa in varie sezioni, ove il cittadino si registra e può presentare e condividere la sua opinione con gli altri su argomenti legati alla città di Madrid.

È anche uno spazio politico, in cui si generano idee, che attraverso le altre sezioni della piattaforma potrebbero portare ad azioni concrete da parte del Comune.

La peculiarità più interessante, ma allo stesso tempo, più preoccupante è la possibilità che hanno i cittadini di presentare proposte per il comune di Madrid da poter attuare. Difatti, le proposte che raggiungono un sostegno sufficiente, vengono sottoposte a votazione dei cittadini e una volta approvate sulla piattaforma, vengono discusse dal consiglio comunale ed eseguite, qualora le istituzioni le condividano.

Da ultimo, l’esperienza francese del Debat Public, promosso con la legge Barnier nel 1995, la quale ha istituito  anche una Commissione nazionale per i dibattiti pubblici e decidim

Gli esempi appena citati ci impongono di interrogarci, da un lato, sul funzionamento delle piattaforme digitali che hanno assunto il ruolo di veicolare le idee e le proposte dei rappresentati ai rappresentanti, oltre a quello di introdurre direttamente specifici temi di discussione, e dall’altro, l’evoluzione dei vecchi partiti politici che stanno cercando di avvicinarsi ai nuovi modelli di partecipazione attiva.

Dunque, come si può apprendere anche da questi progetti sperimentali si sta diffondendo sempre di più la democrazia digitale, che però determina una riflessione importante dal punto di vista del rapporto tra democrazia e Stato di diritto costituzionale, dal momento che tali sperimentali modalità di partecipazione cittadina, mediante piattaforma digitale sia degli enti che dei movimenti politici, dirottano la società verso una democrazia diretta con sempre meno intermediazione al suo interno, ma soprattutto espone a ipotetici rischi la democrazia stessa, dal punto di vista della trasparenza dei processi e del controllo degli stessi.

b. Profili costituzionali della democrazia digitale

In tale sede risulta necessario approfondire l’interessante discussione che si è avviata sul tema della democrazia e della partecipazione dei cittadini, da un lato, rispetto alle piattaforme digitali e dell’accesso immediato alle informazioni e, dall’altro, del venir meno, sempre più, della struttura forte tipica dei partiti di massa del ‘900.

È palese la profonda disgregazione dell’intermediazione politica, che si può dire accettata in vario modo dai partiti tradizionali, atteso che nessuno di questi è riuscito ad intercettare e risolvere il malcontento politico e sociale, sforzandosi negli ultimi anni di avvicinarsi alle piattaforme digitali.

Infatti, sia i partiti tradizionali che i nuovi movimenti politici sono indirizzati verso la realizzazione di soggetti politici telematici, al fine di poter più facilmente trasmettere ai cittadini le proprie proposte politiche, intercettare e sopperire al distacco creatosi in questi anni tra il popolo e la politica. Nondimeno, i suddetti soggetti politici digitali, poiché si esprimono, quasi totalmente, attraverso la comunicazione politica digitale sistematica, sono teoricamente manipolabili da chi li possiede o li gestisce, oltre che possibili vittime di attacchi informatici e alterazione da parte di terzi.

Si tratta di rischi non trascurabili, i quali pongono seri interrogativi:

  • Chi controlla il controllore?
  • Come lo Stato possa garantire l’accesso a tutte le sensibilità presenti nella società, mediante piattaforme connettive?
  • È forse opportuno riflettere se porre dei limiti di legge di valore ordinario, ma anche costituzionale, per le piattaforme digitali, al fine di garantire la tutela dei dati sensibili che sono in possesso di tali soggetti, oltre che tutelare la trasparenza e il corretto utilizzo del nuovo sistema partecipativo, che si sta diffondendo in maniera esponenziale in Europa e nel nostro Paese?

Il partito o movimento politico ha assunto la consistenza di una pagina web, lato sensu, con il corollario per cui chi possiede la piattaforma internet del partito controlla tutto: iscritti, sostenitori, comunicazioni interne, notizie da diffondere, votazioni e regole.

Anche considerando solo le votazioni online o le c.d. consultazioni, i rischi sono evidenti perché, inevitabilmente, rimane poca trasparenza nei processi decisionali.

Paradossalmente, la ricerca di maggiore democrazia diretta tramite la democrazia digitale, potrebbe facilitare la trasformazione dei partiti in delle semplici associazioni di comunicazione ed informazione, rischiando, perfino, di compiere dei passi indietro sul sistema rappresentativo del nostro Paese.

Non va sottaciuto neanche che i partiti, in questo modo, potranno essere governati sostanzialmente da società esterne, sulle quali dovranno appoggiarsi, affinché funzioni la piattaforma digitale con la conseguente degenerazione dell’intero sistema rappresentativo, dal momento che il cittadino non potrà incidere concretamente sulle scelte politiche, e, allo stesso tempo, il partito perderà quella funzione di formazione politica, culturale e umana che ha sempre avuto nei sistemi democratici.

Pare utile, dunque, una ristrutturazione del sistema di intermediazione che non deve essere abolito, sia per garantire a tutti i cittadini una partecipazione attiva, sia un protagonismo nei partiti digitali. Ciò a maggior ragione rispetto ai partiti  basati sulla figura del leader, il quale gestendo tutta l’organizzazione, potrebbe far venir meno il pluralismo al suo interno, e allo stesso tempo, non si avrebbe maggiore incisività da parte dei rappresentati,  come invece accadeva  nei partiti di massa tradizionali in cui  vi era una contendibilità al loro interno , mediante l’individuazione di profili politici territoriali  che si adoperavano  per creare  nuove aggregazioni e adesioni , così da permettere una crescita del consenso e una possibile scalata nel partito stesso, conquistando ruoli dirigenziali sempre più importanti.

Naturalmente, la riflessione da porre in essere è l’attuazione dell’art. 49 Cost., al fine di un riconoscimento delle formazioni politiche, poiché oggi sempre di più la forma partito sembra non avere una struttura sul territorio ben visibile, come accadeva nella seconda metà del 900’, bensì sta diventando una sorta di blog, un sito, un profilo sui social network. La disciplina costituzionale o quantomeno ordinaria permetterebbe l’individuazione dei soggetti politici, che dovranno essere coinvolti nell’infrastruttura digitale, su cui si potrebbe basare l’informazione politica, la cittadinanza attiva dei rappresentati e un modello di formazione culturale, politica e umana dei consociati.

La rivoluzione digitale ha comportato un vero e proprio cambiamento, forse irreversibile, perché ha determinato nuove dinamiche di accesso alla vita politica, rendendo comunque difficoltosa la relativa competizione, per lo spostamento definitivo dalle piazze fisiche ai luoghi virtuali.

Si è dinanzi ad un passaggio fondamentale dell’esistenza della democrazia, in quanto in passato vi erano i mediatori, che erano ben visibili e riconoscibili al cittadino. Mentre, oggi con la democrazia digitale la direzione che si è intrapresa è quella della disintermediazione, ossia il superamento della rappresentanza, determinando un dialogo diretto tra cittadino ed istituzioni. Ma seppur non visibili come in passato, anche nella società digitale sono presenti dei pseudo-mediatori, che non sono facilmente riconoscibili, dal momento che sono coloro i quali lavorano direttamente al sistema partecipativo ed informativo delle piattaforme digitali, orientando il sentiment degli utenti.

Non va trascurata l’ulteriore sfaccettatura della democrazia digitale, ossia, il differente approccio alle piattaforme digitali tra le nuove e le, per dir così, “analogiche” generazioni. Queste ultime, non essendo educate a tale impostazione, sono da un lato disorientate e dall’altro sono facilmente influenzabili sulle cosiddette “piazze virtuali”. A tal proposito è fondamentale l’attuazione dell’art.3 della Dichiarazione dei Diritti in Internet, la quale sostiene l’educazione della popolazione all’uso consapevole del digitale, al fine di evitare discriminazioni, lesioni di libertà altrui, ma soprattutto si dovrebbe aggiungere la capacità di discernimento delle fake news da parte degli utenti, che incidono notevolmente nelle scelte politiche dei consociati.

A tal proposito, risulta imprescindibile un investimento di tipo pubblico, in quanto garanzia di funzionamento e accesso di tutte le sensibilità politiche e culturali del nostro Paese, per fare in modo che le  piattaforme di partito digitale vengano regolamentate con i giusti requisiti e possano rappresentare un’evoluzione positiva, evitando di determinare un sistema chiuso governato da una nuova élite, la quale mediante la “promessa” di democrazia diretta nasconda, invece, un’idea di oligarchia.

Per ridurre il rischio della poca trasparenza dei processi decisionali e della tutela dei dati sensibili posseduti dalla piattaforma, si dovrebbe evitare di usare software centralizzati privati. È auspicabile un modello più sicuro, efficiente e di garanzia, basato su un’architettura pubblica, con delle regole di consenso governate dallo Stato, d’altronde, si potrebbe utilizzare un sistema di blockchain, il quale potrebbe garantire trasparenza e omogeneità al funzionamento del sistema.

È immaginabile che una simile infrastruttura pubblica digitale possa essere gestita da una Commissione bicamerale parlamentare permanente in composizione proporzionale pura, come avviene per la sicurezza pubblica dello Stato, al fine di garantire tutte le forze politiche del nostro Paese.

A fortiori, risulta necessario riprendere il dettato costituzionale dell’art. 49 relativo ai partiti politici, ponendo in essere una riforma mai avvenuta nel nostro Paese, in cui si potranno regolamentare, in maniera analitica, le forme di partecipazione alla vita politica mediante i partiti e all’interno degli stessi, consentendo di distinguere tra veri e propri partiti e movimenti para-politici, o pseudo tali, non previsti dal citato articolo della Carta Costituzionale.

Il dibattito è aperto, è complesso e riguarda tutti i cittadini di ogni ordine e grado, ma soprattutto è necessario che approdi a delle soluzioni che tutelino la democrazia e le irrinunciabili libertà individuali.

c. Come le piattaforme digitali potrebbero incidere anche sulle libertà fondamentali

Ormai, si è avviato un dibattito molto interessante sul possibile ruolo di prevenzione che deve avere internet, in particolar modo i social network e gli smartphones nella società.

Ma una possibile legiferazione in tale direzione avrebbe delle ripercussioni sostanziali nella società, dal momento che le piattaforme digitali aumenterebbero il loro potere contrattuale con lo Stato, a discapito dei diritti dei cittadini sia dal punto di vista della privacy che per la tenuta democratica dello Stato.

I social network nell’ultimo decennio hanno completamente rivoluzionato la nostra società, difatti le relazioni sono del tutto mutate possono essere attuate, potenzialmente dovunque, tra chiunque e in qualunque momento; si possono pertanto eliminare le barriere spazio-temporali che comunemente accompagnano le relazioni umane non intermediate da piattaforme Internet.

Ma, all’interno di tali piattaforme si nascondono numerose insidie non solo dal punto di vista di relazioni personali, bensì della tutela dei diritti e della tenuta del sistema democratico, dal momento che i social network sono diventati delle piazze virtuali, in cui le istituzioni intercettano i cittadini, modificando sostanzialmente  il rapporto istituzione-cittadino, tanto da prospettare un nuovo modello sociale, ovvero quello di una democrazia diretta, in cui tutti possono avere un rapporto diretto con il rappresentante senza intermediazione.

Per molti si è già nell’Era digitale, per altri si sta per entrare, e vedendo ciò che accade e come si sta evolvendo il dibattito, sembra che stiamo, davvero, per entrare in una società nuova del tutto proiettata alla digitalizzazione.

L’idea su cui si sta discutendo è la possibilità di sviluppare o meno dei sistemi avanzati di controllo degli spostamenti dei cittadini nell’ambito delle loro attività, del tempo libero e sui luoghi di lavoro.

Infatti, si immagina di prendere ad esempio il modello coreano e, dunque, la possibilità di utilizzare internet e i nuovi strumenti digitali, ovvero la possibilità di monitorare gli spostamenti delle persone, con lo scopo di prevenire la diffusione di epidemie e malattie.

Sul punto è fondamentale porsi un interrogativo: lo Stato quanta privacy può cedere per tutelare la salute pubblica?

A tal proposito è dirimente il richiamo alla Direttiva 2002/58/CE, comunemente definita Direttiva e-Privacy, che riguarda il trattamento dei dati personali e la tutela della vita privata.  In particolare, regolamenta il diritto alla vita privata, nel settore delle comunicazioni elettroniche nonché la libera circolazione di tali dati, derogando al consenso dell’interessato, solamente se la rilevazione dei dati avvenga in forma anonima.

Questa direttiva richiede agli Stati membri di assicurare la tutela dei diritti e delle libertà delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, con l’obiettivo di garantire la riservatezza nelle comunicazioni elettroniche agli interessati.

La menzionata ed innovativa legiferazione per fronteggiare un nuovo contagio pandemico, pone un interrogativo, ossia la gestione dei dati che verranno raccolti come saranno conservati e da quale Autorità. E, soprattutto, il rischio potrebbe essere che si conceda alle piattaforme digitali, come i social network e le multinazionali di internet, un ruolo ancora più fondamentale sulla possibilità di condizionare la vita sociale delle persone, acquisendo in tal modo un potere eccessivo e incontrollabile.

Orbene, a seguito di tali prospettive si è aperto un dibattito sull’importanza di internet ed è fondamentale affrontarlo nella società moderna, dal momento che si è prima diffuso la rete digitale e solo dopo si sta provando a porre dei limiti alle varie distorsioni del sistema.

Sarebbe opportuno, dunque, partire dal ruolo che hanno oggi, i cc.dd. colossi di internet, al fine di comprendere gli effetti e i condizionamenti che già hanno sui cittadini, qualora si volesse consentire nuove possibilità applicative di sistemi informatici che vanno ad incidere ulteriormente sulle libertà  personali.

Al riguardo fa riflettere il pensiero della   Zuboff “L’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato quello dei ‘mercati comportamentali a termine…dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro”.

Ebbene questa espressione mette in evidenza un passaggio della società moderna che stiamo vivendo, forse senza nemmeno accorgerci della direzione che si è intrapresa in questi anni.

È interessante, prendere in considerazione suddetta visione, dal momento che si imporrebbe una nuova forma di potere, nuovo rispetto a quelli intesi classicamente. Ciò permette di conoscere il comportamento umano e di influenzarlo a vantaggio di altri, mediante algoritmi e architetture computazionali di dispositivi intelligenti tra loro connessi.

Dunque, la riflessione posta in essere dalla Zuboff è molto condivisibile, tanto è vero che è fondamentale porre dei limiti a tale potere, al fine di tutelare il diritto alla privacy che rischia di essere fortemente ridimensionato, ma anche, e soprattutto, perché potrebbe ridurre a mera merce i comportamenti umani, i quali verrebbero commercializzati con un cospicuo arricchimento delle grandi multinazionali di internet. 

Nella società moderna, per l’appunto, i social network e i motori di ricerca sono diventati dirimenti per le imprese, difatti i dati che l’utente concede, anche inconsapevolmente, al proprietario della piattaforma vengono rivenduti alle aziende che hanno interesse di indirizzare agli utenti pubblicità mirata, link aperti in base ai siti visitati e alle loro preferenze.

Pertanto, si apre una discussione fondamentale sul come tutelare la privacy, diritto all’informazione fin ad arrivare al diritto d’autore, dal momento che l’attività di un utente sulle piattaforme digitali è quella di informarsi, creare relazioni umane e free sharing.

Se andassimo per ordine sul tema della privacy, si potrebbe notare un ritardo importante del legislatore per la regolamentazione sotto il profilo giuridico, poiché si trova ad inseguire una realtà in continuo divenire tecnologico che al momento supera assetti normativi largamente inadeguati.

Le numerose finalità dell’utilizzo dei dati, spesso sensibili e di carattere personale, dovrebbero trovare adeguata tutela e standardizzazione a livello internazionale, con una regolamentazione che consideri adeguatamente l’estensione ormai globale della filiera legata allo sfruttamento dei dati, anche al fine di evitare localizzazioni di comodo di server e cloud in Paesi meno attenti a fattispecie delicate, come ad esempio i profili impositivi o la sicurezza e tutela delle persone. Ciò che assume particolare rilevanza in questo contesto è il Codice sulla privacy (d.lgs. n. 196/2003), il quale, all’art. 23, prevede che nessun trattamento di dati personali, a meno che non rientri in una serie limitata di eccezioni, possa essere attuato senza un previo consenso espresso dell’interessato.

Fermo  quanto già detto sul tema della privacy, qualora si cedesse all’utilizzo dei dati sensibili degli utenti per la tutela della salute pubblica momentanea, data l’emergenza sanitaria, una tale decisione  potrebbe, però, modificare l’intero sistema democratico dopo la fine della pandemia, se il potere legiferativo non indichi con chiarezza e rigore:  tempi, modalità, sicurezza, autorità di controllo  e disponibilità dei dati acquisiti anche successivamente  all’attuale stato di emergenza. E’ necessario, dunque, che si realizzi un dibattito aperto e più partecipato possibile sul tema della tutela della privacy in coerenza con i principi costituzionali.

La rivoluzione digitale ha comportato un vero e proprio cambiamento, forse irreversibile, perché ha determinato nuove dinamiche nei rapporti sociali, politici e, conseguentemente, anche una nuova gestione dei dati sensibili, rendendo comunque difficoltosa la tutela di alcuni diritti dei cittadini per lo spostamento definitivo dai luoghi fisici a quelli virtuali

In conclusione, la possibilità di porre internet in Costituzione, come ha affermato il Presidente del Consiglio dei Ministri non può e non deve diventare un mero slogan propagandistico, bensì bisognerebbe acquisire consapevolezza di ciò che è diventato internet per i consociati, al fine di realizzare una legiferazione coerente con la nostra Costituzione, per tutelare davvero i diritti dei cittadini. Dal momento che si è verificato un paradosso: da una parte si è diffuso internet, facendo acquisire alle multinazionali del settore un potere contrattuale con gli Stati senza precedenti, modificando sostanzialmente anche le dinamiche sociali e, dall’altra, solamente a distanza di anni si inizia a discutere di come porre dei limiti di legge a suddetto fenomeno.

Il nostro Paese sarà all’altezza della situazione, oppure siamo in netto ritardo?

d. Una nuova egemonia

Alla stregua di quanto innanzi detto, per ricostruire una società intermediata è fondamentale non solo immaginare nuove forme e strutture dei corpi intermedi, ma anche la loro funzione nella società e quell’energia emotiva e culturale da infondere nei cittadini.

Da come si è potuto comprendere in questi anni non è immaginabile istituire un rapporto tra governanti e rappresentati solo mediante strumenti digitali, ma si ritiene fondamentale la costruzione di una visione e un’ideologia su cui fidelizzare parti della società.

Pertanto, si ritiene dirimente richiamare il concetto di egemonia, in quanto rappresentazione della direzione politica e di creazione di idee politiche e sociali.

Appare, dunque, un processo che parte dagli intellettuali e si muove verso il popolo. Essa, nella filosofia della prassi, è indissolubilmente legata all’analisi della realtà, in cui si analizzano le condizioni reali delle classi sociali, sia quelle dominanti che dominate, il tutto viene realizzata mediante l’ideologia.

Orbene, con la realizzazione di un’ideologia si diffonde il senso comune tra i consociati, ossia la concezione del mondo assorbita acriticamente dai vari ambienti sociali e culturali in cui si sviluppa l’individualità morale dell’uomo, cosicché vi sia  una adesione totale e illimitata a una concezione del mondo elaborata estrinsecamente, che si manifesta in un atteggiamento cieco e in un’ obbedienza irrazionale a principi e precetti indimostrabili, ovvero si muove nell’ambito delle fedi e delle credenze, è quasi una religione.

A tal uopo, si rende necessario per la creazione di una concezione del mondo posta criticamente, che divenga di natura egemonica, ovvero è necessario la formazione di un pensiero solido, che sia capace di elevare il senso comune e di renderlo “buon senso”, ciò può avvenire mediante la politica, la quale può unire filosofia e senso comune, teoria e pratica.

È dirimente, riuscire a tenere unita prassi e teoria, ciò potrebbe avvenire solo se vi è un’unione nella società tra intellettuale e cittadini semplici. A tal riguardo, gli intellettuali hanno una funzione fondamentale, ovvero di elevare le classi subalterne affidandogli un ruolo dirigente, che dipende dall’assunzione di autonomia politica e culturale, mediante tale dinamica le masse potranno emanciparsi dalle classi dominanti.

Alla luce di quanto esposto, è fondamentale affrontare, innanzitutto come il senso comune che lega gli uomini in formazioni sociali determinate e ne indirizza i comportamenti ed il pensiero.

Il progresso intellettuale di massa e non di ristretti gruppi rappresenta l’unica possibilità per democratizzare la società e, di conseguenza, il superamento della concentrazione del potere in capo a pochi soggetti.

 Si può sostenere che la comprensione del processo che la conoscenza dell’uomo compie e la analisi critica degli stessi costituiscono la condizione fondamentale, per comprendere e modificare le strutture e i rapporti esistenti.

L’errore, che spesso si compie, di assolutizzare tali categorie porta l’uomo all’abbandono di ogni fiducia nella possibilità di incidere sui processi di formazione degli ordini e sulle condizioni materiali. Si finisce così per abbracciare una concezione nichilista della storia cancellando totalmente la funzione attiva degli uomini nella storia.

Risulta dirimente riportare un passo Quaderni del carcere :” Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”.

Ebbene, si mette in evidenza come l’egemonia culturale abbia la capacità di orientare la mentalità, l’elaborazione simbolica, gli stili di vita e i linguaggi della massa popolare-nazionale, tanto da riuscire a stabilire con i gruppi dirigenti dei rapporti più intimi con essa.

In altre parole, riesce a consolidare e stabilizzare un rapporto duraturo, così da determinare una supremazia per il gruppo dirigente.

Tale concezione politico-filosofica, permette di comprendere la motivazione per cui in questi anni con la caduta dei partiti di massa tradizionale, non si è riusciti ad avere nuove strutture di intermediazione nel nostro Paese. È richiamabile proprio all’assenza di un’ideale forte tanto da rendere il cittadino un “fedele” di quella formazione politica,  a tal proposito rientra pienamente anche il concetto schmittiano della Teologia Politica, ovvero il potere post-tradizionale e cristiano deve legittimarsi su una sorta di teologia della politica, vale a dire una dottrina teorica che si sofferma sul potenziamento che un’impostazione teologica offre alla dimensione politica, rafforzando il legame comunitario e l’ordinamento interno di una società.

Pare evidente che la politica e la teologia hanno degli elementi comuni, quali i dogmi e principi in cui i cittadini potranno rivedersi e, di conseguenza, compiere proselitismo nella comunità, senza un’ideologia e una visione forte non avrebbe vita né la politica e né la teologia.

Ebbene, in questi anni sono venute meno in ambito politico-sociale proprio le grandi ideologie e quelle che le hanno sostituite non possono essere definite complete, ossia dovranno sempre appoggiarsi all’impostazione delle visioni classiche.

In Conclusione, si è in una fase molto delicata della società, dal momento che , da un lato,  si sta entrando nella c.d. Era Digitale, la quale presenta le problematiche di immaginare nuove strutture e forme per i corpi intermedi, ma, dall’altro lato, le piattaforme digitali non potranno da sole sopperire al deficit di appartenenza ad una visione e un’ideologia come sono stati i partiti tradizionali di massa, a tal proposito si ritiene fondamentale ideare nuove concezioni e visioni della società dell’oggi e del domani, con l’utilizzo delle nuove tecnologie, al fine di riuscire nuovamente ad intermediare la nostra società, poiché i corpi intermedi oltre alla funzione di rappresentare i consociati hanno anche un ruolo fondamentale nella crescita umana e culturale dell’intera comunità del nostro Paese.

Bibliografia

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  • Mouffe, Chantal. Per un populismo di sinistra, Bari Roma: Laterza print. Tempi Nuovi, Roma , 2018.
  • Rodotà, Stefano. Il diritto di avere diritti. Roma Bari: GLF Editori Laterza print. I Robinson Letture, Roma, 2012

Autore: Carlo Conte

Nato ad Eboli (Sa) nella città in cui si fermò Cristo. Laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Salerno con tesi in Filosofia del Diritto; praticante avvocato. Da sempre, mi chiedo il perchè delle cose e provo a dare una spiegazione.

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