Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Canzoni contro la paura. Brunori Sas, Anastasio, Niccolò Fabi nella catastrofe contemporanea

1 Commento

di Gabriella Putignano*

Nel presente contributo [1] intendiamo riflettere sul tema della paura a partire da alcune canzoni di artisti contemporanei, medium ermeneutico privilegiato, per inserirci, da qui, in domande di natura filosofica [2].

Il primo cantautore di cui ci occuperemo è il calabrese Dario Brunori (in arte Brunori Sas), classe 1977, con all’attivo quattro album (Vol. 1, Vol. 2 – Poveri cristi, Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi, A casa tutto bene) e con svariati riconoscimenti da parte della critica [3]. Accostarci alla produzione discografica di Brunori ha implicato, per noi, inevitabilmente soffermarci e lavorare sul tema della paura. Difatti, l’ultimo album del calabrese, A casa tutto bene, che è una sorta di concept album, ha come fil rouge proprio la paura, è un canto unitario attorno a tale tonalità emotiva (“Vedo paura ovunque da un po’ di tempo, e non solo nei media o nei telegiornali. Vedo che questo sentimento sta avendo un impatto anche nella vita reale delle persone e in contesti inaspettati, quando sento determinate affermazioni, nell’intimità di cene o incontri privati. Questo ha messo in discussione anche una mia visione del mondo, delle persone e dell’umanità. Sono rimasto suggestionato, era il momento di raccontarlo.” – ha dichiarato, in un’intervista, il Nostro. Cfr. V. Rusconi, Brunori Sas, ecco ‘A casa tutto bene’: “Il mio canto umano per esorcizzare le paure”, https://bit.ly/2XosZzV.), ma nel contempo le canzoni di Brunori Sas intendono essere espressamente un antidoto contro siffatta paura. (Cfr. D. Brunori, Canzone contro la paura).

Cerchiamo, dunque, di connotarla meglio, questa paura, tanto a livello di sintomatologia fisica quanto sul piano delle molteplici sfaccettature filosofiche. Possiamo fisiologicamente descriverla facendo ricorso alle parole del poeta Simone Cattaneo (1974-2009), il quale affermava: «La paura è uno yo-yo che fa la spola dallo stomaco alla gola passando per il cuore» (Cfr. “La paura è uno yo-yo che fa la spola dallo stomaco alla gola passando per il cuore”: un racconto di Simone Cattaneo, https://bit.ly/2HRTtVl ); uno yo-yo che investe, in primis, la mia corporeità, il mio Leib, e mi provoca una greve sensazione di atterrimento [4], un sentirmi buttato a terra come attraversato da una carica di percosse, assoggettato alla pesantezza dell’essere. Che cosa, allora, può per Brunori Sas atterrirci? Può atterrirci la condizione ontologica dell’esistenza e del reale tout court, poiché in entrambi i casi siamo scaraventati dinanzi alla contingenza. Il reale è tyche che fa deflagrare le nostre previsioni strutturate, è l’accadimento imbevuto di orride o sacrosante casualità in cui si inciampa dentro; nondimeno, l’esistenza ci spaventa per la sua aperta progettualità.
Pur gettati in una circostanza storica ben determinata, che inficia alla radice il mito ingenuo di una libertà assoluta, noi soggetti umani siamo vertiginosamente liberi. E la libertà la scopriamo e sperimentiamo davanti ai bivi che la quotidianità ci (im)pone, davanti alle scelte che rivelano il nostro non essere enti predeterminati, fissati, cosalizzati come bruti e pietrificati fatti, bensì un faciendum che esige tutto il nostro impegno e tutta la nostra massima responsabilità. Eppure, proprio questa condizione esistenziale può atterrirci e farci paura. Dario Brunori lo canta in La verità:

Te ne sei accorto sì

Che parti per scalare le montagne

E poi ti fermi al primo ristorante

E non ci pensi più?

Te ne sei accorto sì

Che tutto questo rischio calcolato

Toglie il sapore pure al cioccolato

E non ti basta più?

[…]

Te ne sei accorto sì

Che passi tutto il giorno a disegnare

Quella barchetta ferma in mezzo al mare

E non ti butti mai

Te ne sei accorto o no

Che non c’hai più le palle per rischiare

Di diventare quello che ti pare

E non ci credi più?

[…]

La verità

È che ti fa paura

L’idea di scomparire

L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire

La verità

È che non vuoi cambiare

Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose

A cui non credi neanche più.

Ci colpisce, in questa canzone, l’attrito stridente tra il desiderio di libertà e la pavida codardia “di chi chiude i suoi sogni nell’armadio perché dentro al cassetto non ci stanno più” (Brunori Sas, Di così). Insomma, si ha, sì, il desiderio di libertà, ma se ne ha insieme una paura madornale. E così ci si adagia in un “rischio calcolato”, non si hanno più “le palle di diventare quello che si pare” e si trascorrono le giornate a “disegnare quella barchetta ferma in mezzo al mare senza buttarsi mai”, come lo stolto che voleva imparare a nuotare senza tuffarsi in acqua. Diventiamo anime ristrette – le chiama oggigiorno Papa Francesco – gravate dal marcio della pusillanimità, ristrette a forza di conservarsi come alimenti sottovuoto, barattoli dimenticati in vecchie credenze; anime aggrappate a quelle “quattro, cinque cose a cui non si crede neanche più”. Aggrappate a queste a mo’ di bambini intimoriti dal buio, perché ciò che ci ferisce e fa paura – canta Brunori – è “l’idea di scomparire”, lo sgretolamento delle nostre certezze e delle nostre securitarie consuetudini. È la paura del cambiamento, è la paura di abbandonare il porto sicuro, lo spigolo che ci fa arrugginire e non rischiare una vela fuori. Il cantautore calabrese ci conduce, in tal modo, a riflettere su una generale condizione dell’umanità: “E’ una cosa comune che ho vissuto e ha caratterizzato molte altre mie canzoni, che tracciano la condizione di chi non facendo una scelta tramuta quella azione nella scelta” – ha rivelato. E scegliere di non scegliere, anche e soprattutto perché si teme il rischio dell’esposizione pubblica e dell’imprevedibilità del reale, comporta vivere una vita vissuta da altri, una vita inclusa nel sogno di un altro, una vita impastata da quello che il filosofo francese Jean-Paul Sartre (1905-1980) chiamava atteggiamento di malafede. È la mia, la nostra esistenza che s’avvelena di malafede nella misura in cui si patisce come un fardello la libertà e, dinanzi al baratro della scelta, ci si autogiustifica dicendo che oramai è tutto già deciso e predeterminato. Ci si scrolla le spalle e si tira avanti nella polvere di giorni miseri e grigi; nell’ipocrisia della mia coscienza che scioccamente tenta di rimuovere che sono senza scuse, che da me – e da me soltanto – dipende il come della mia vita e che, in fondo, ben scriveva il filosofo italiano Nicola Chiaromonte (1905-1972), «vivere è arrischiarsi fuori dal cerchio dell’orizzonte familiare. […] Vivere, pensare, è rischio, o non è niente». Non è niente perché si diventa un niente, soggetti parassitari che partoriscono un preciso uomo etico-sociale, denominato da Brunori don Abbondio.
Don Abbondio, celebre personaggio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, “vaso di terra in mezzo a tanti vasi di ferro”, il quale si piegava al volere dei bravi locali, diviene in Brunori Sas un ideal-tipo. Un ideal-tipo del “funerale della nostra coscienza” che muore moralmente quando prende il sopravvento l’accidia indifferente di chi sta appoggiato alla finestra in un modo silente: “…don Abbondio sono io/affacciato alla finestra/a guardare le macerie/a contare quel che resta…”; che muore moralmente nel clientelismo massonico-mafioso: “…don Abbondio è mio nipote/lo dobbiamo sistemare/tra le sedie e le poltrone/di un consiglio comunale…”; che muore moralmente nel servilismo degli inchini al potere: “…don Abbondio negli inchini/nella schiena che si piega…”; che muore moralmente nel disimpegno beffardo: “…don Abbondio che alla fine/a noi che cazzo ce ne frega…”. La paura esistenziale si converte in paura etica, perché quella malafede, con la quale io tentavo di esorcizzare la contingenza dell’esistere, ora la riverso nei rapporti interpersonali, la rigetto “nelle scuse, nelle giustificazioni/ […] nella bocca che si apre solamente per mangiare”.
La paura si arricchisce, però, in Brunori, di un’ulteriore sfaccettatura, forse più di natura politica, una sfaccettatura che emerge nella canzone L’uomo nero, per cui non solo ci si rinserra nella propria accidia indifferente, ma si sconfina nel risentimento e nel sospetto paranoico verso tutto e tutti. È paura che “s’annida nel mio cervello/quando piuttosto che aprire la porta/la chiudo a chiave col chiavistello” (L’uomo nero). Il Nostro, prima di cantare questo pezzo, cita spesso il seguente pensiero: “Quando milioni di poveri sono convinti che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti” (Cfr. https://bit.ly/2MBwJgS). Tale meschino capolavoro sguazza emotivamente sulla paura, ma anche sull’odio/cattivismo, che abita in una parte di noi, e forma così una miscela esplosiva e reazionaria. Si detesta, infatti, un soggetto – spesso di un altro Paese – analogamente sfruttato come noi, si desidera vederlo affogare nella nostra medesima melma, si calpesta il pane di chi ha fame (si pensi all’episodio di Torre Maura di qualche tempo fa. Cfr. G. Cavalli, Odiare perfino il pane, pur di odiare, https://bit.ly/2Z2PfzN) e si realizza una netta involuzione morale. Quest’ultima costituisce l’acme della paura, che diviene barbarie antisociale e che si esprime nell’istinto di possesso, nel rancore, nel risentimento identitario (Cfr. R. Escobar, Metamorfosi della paura, Il Mulino, Bologna 1997). Paura che è, da questo punto di vista, nella sua essenza violenza.
Il piano dove si consuma il vero omicidio è quello dei legami, poiché si tenta di snaturare l’umanità, di considerarla un’unità monastica, isolata nei gretti confini della sua pelle. Ma la vita è ontologicamente intessuta di legami, di affezioni, di concatenamenti: la vita – diceva sempre Sartre – è nell’ “altrove” (Cfr. J.-P.Sartre, Un’idea fondamentale della fenomenologia di Husserl: l’intenzionalità, in Id., Materialismo e rivoluzione, Il Saggiatore, Milano 1977). E sono queste affezioni e concatenamenti ad essere bruciati dalla catastrofe contemporanea che è tale perché ha interiorizzato in noi l’idea che “homo homini lupus” e ci ha fatto progressivamente perdere la dimensione della carezzabilità (Cfr. F. Berardi Bifo, In morte del compagno Mark Fisher, https://bit.ly/2Za8FTD).Questa perdita s’è affiancata all’esplosione delle ferite della competizione, al sopravvento di una gara estenuante nella quale l’esistenza, percepita come un campo di battaglia, è diventata una corsa senza requie.


Emblematico a riguardo è l’ultimo singolo del rapper Marco Anastasio, il più giovane dei tre cantautori oggetto della nostra analisi, classe 1997, originario di Meta, nella penisola sorrentina. Nel suddetto singolo, intitolato per l’appunto Correre, si ascolta:

Correre, tu devi correre

Non devi domandare, né rispondere

Ti devi alimentare con le compere

[…]

Prova a riflettere che vuoi che dica

Se vedo soltanto sorrisi incollati su facce depresse

[…]

Vecchi, come state?

Vi state godendo la festa?

Io non lo so mica, mi manca il respiro ed a tratti mi gira la testa

Mi hanno educato per vivere in bilico

Mai sentito del pensiero liquido?

Io te lo amplifico, voglio innovare

Oso pensare a un pensiero gassoso, molecolare

Tra le molecole zero legame, basta guardare il tessuto sociale

Capisci perché stiamo fissi a giocare agli artisti ed a fotografare

Ci vogliamo affermare

Ma sbattiamo nel muro

Siamo chiunque e non siamo nessuno

E io sono sicuro soltanto del fatto che sono insicuro

Passo le ore ad aggiornare una pagina solo a vedere chi mi ama e chi no

[…]

Puoi essere quello che vuoi, basta scordarti di quello che sei

[…]

Per essere quello che vuoi devi scordarti di quello che sei

Anastasio canta qui il lamento d’una paura che, da paralisi inerte, s’è oggi trasformata in accelerazione alienante e sfibrante, come quella di un criceto in gabbia; canta d’un “pensiero gassoso”, ove “tra le molecole c’è zero legame” – e l’unica, malata comunanza è offerta dal consumo (“Correre, tu devi correre/non devi domandare, né rispondere/ti devi alimentare con le compere…”) – ove devi “scordarti di quello che sei” ed essere, piuttosto, sempre oltremodo infallibile. Ma questa corsa maledettamente solitaria mi lacera nella paura di non farcela a restare a galla, mi lacera nell’insicurezza ansiogena data dal fatto che il baricentro della mia esistenza è posto nel vacuo esibizionismo e nel torchio del like altrui (“…e io sono sicuro soltanto del fatto che sono insicuro…”), mi lacera nel «buon umore stereotipato» (M. Horkheimer, Eclisse della ragione, Einaudi, Torino 2000, p. 39) che cela la voragine della depressione (“…vedo soltanto sorrisi incollati su facce depresse…”). Questi fattori patogeni (paura, ansia, depressione) sono il frutto ineluttabile di siffatta corsa prestazionale ed individualista, provocati altresì da una visione riduzionistica di noi stessi, considerati secondo una mera logica numerica e quantitativa.


Una società che misura il valore delle persone attraverso scale numeriche, persa dentro fredde (ma non innocue!) statistiche, è ciò che canta, negli ultimi anni, il cantautore romano Niccolò Fabi (classe 1968). Fabi, insieme all’amico e scrittore-ingegnere Stefano Diana, autore del libro Noi siamo incalcolabili (Stampa Alternativa, Viterbo 2016), e con il quale ha per esempio scritto la canzone Una buona idea, insiste sulla critica all’odierno “totalitarismo contabile”, che ha reso il soggetto umano un mezzo, lo ha stuprato equiparandolo alla pallina di un abaco, lo ha privato del suo corpo vivo, delle sue emozioni, della sua incommensurabilità. Difatti, questo totalitarismo contabile produce, per dirla con il filosofo coreano Byung Chul-Han, un universo dataista (Cfr. B. Chul-Han, Psicopolitica, Nottetempo, Milano 2018, pp. 66-90), in cui si è ridotti ad impersonali dati statistici, protocollati e semplificati in tabelle e in “big data”. L’intera esistenza, scrive Diana, è dissolta in un unico slogan: «Ciò che non si conta non conta» (S. Diana, op. cit., p. 53), è svilita ad un brutale valore monetario, per il quale tutto deve entrare nella sfera della messa a profitto. Eppure, considerare l’essere umano solo come un capitale costituisce davvero uno snaturamento, poiché l’umano non ha valore strumentale, è un fine infunzionale.
Questo dataismo ovvero questo totalitarismo contabile non è, forse, una violenza terribile a gran parte della realtà che ci circonda? Non è una violenza che necrotizza e materializza tutto? «Quanto fa, infatti, una nuvola più una nuvola? Quanto fa un’idea più un’idea? Quanto un rimpianto più un rimpianto, un rimpianto per una speranza, una speranza diviso in un popolo?» (Ivi, p. 68).
Si tratta di domande grandiosamente provocatorie che dischiudono un altro mondo possibile, cantato a suo modo da Fabi in questi termini:

Di Sara ricordi soltanto il vestito bianco e trasparente

Hai perso per strada il rossore e il sorriso di chi fa finta di niente

Chissà se qualcuno ha raccolto quei baci mai dati

I gesti invisibili come bottoni smarriti

[…]

Io spero che esista anche un dio delle piccole cose

Che sappia i silenzi mai diventati parole

Che sappia i gradini di pietra, l’estati scoscese

Quel nome che hai proprio lì sulla lingua e non viene

Dio mostrale passi di danza che aveva sbagliato

Conserva le foto in cui s’era trovata per caso

Raccogli le briciole perse di ogni esistenza

I respiri sui vetri di treni in partenza

Chissà se qualcuno sa dire i cognomi dei suoi compagni di scuola

Poesie che non è mai riuscito a imparare a memoria

Se ha letto i romanzi che poi non abbiamo finito

Le voglie che non sono più diventate peccato

Se sa le preghiere fantasmi di noi da bambini

O dov’è che finiscono chiavi e orecchini

Il dio delle piccole cose aspetta la fine del cammino

Con un sacco sgualcito dal tempo ed un piccolo inchino

Chissà se ci ridà indietro le vite che abbiamo in sospeso

Io credo sia questo l’inferno e il paradiso.

(N. Fabi-M. Gazzè-D. Silvestri, Il dio delle piccole cose)

Il rossore, i baci mai dati, i gesti invisibili, i silenzi mai diventati parole, i respiri sui vetri di treni in partenza, i cognomi dei compagni di scuola pertengono al “dio delle piccole cose”, che fa (ri)sorgere l’umano dal nostro essere qualitativamente eccedenti rispetto alla presa del potere, che fa sbocciare un solidale grido di riscatto: “…esistiamo io e te e la nostra ribellione alla statistica!”(N. Fabi-M. Gazzè-D. Silvestri, L’amore non esiste). Ed in questo comunitario grido di riscatto v’è finalmente il senso, seppur parziale, di canzoni contro la paura.  

NOTE

[1] Relazione tenuta in data 24/05/2019 presso il circolo Arci di Monte Sant’Angelo (FG).

[2] Per comprendere al meglio il senso di questo procedimento metodologico, ci permettiamo di rimandare a G. Putignano (a cura di), Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile, Petite Plaisance, Pistoia 2017.

[3] Nel 2017 Brunori si aggiudica la prestigiosa Targa Tenco per la migliore canzone singola con il brano La verità; al Mei 2017 ritira quattro premi: il Premio Italiano per la Musica Indipendente (Pimi), il Premio Italiano ai Videoclip Indipendenti (Pivi), il premio di Musica e Dischi Rivelazione in classifica, il premio di Indie Music Like. Nel 2018, con la canzone L’uomo nero, vince il Premio Amnesty International Italia.  

[4] Si ricordi l’etimologia della parola ‘paura’, derivante dal verbo latino ‘paveo’, che significa atterrire.

Principali riferimenti bibliografici

Berardi Bifo, Futurabilità, Not, Roma 2018;
Chiaromonte, Che cosa rimane, Il mulino, Bologna 1995;
Chicchi-A. Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017;
Comitato Invisibile, Adesso, Not, Roma 2019;
Diana, Noi siamo incalcolabili, Stampa Alternativa, Viterbo 2016;
Escobar, Metamorfosi della paura, Il Mulino, Bologna 1997;
B.-C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, Milano 2018;
B.-C. Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012;
Horkheimer, Eclisse della ragione, Einaudi, Torino 2000;
Ponzio, Elogio dell’infunzionale, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI) 2004;
J.-P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Mursia, Milano 1996;
J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Net, Milano 2002;
J.P. Sartre, Un’idea fondamentale della fenomenologia di Husserl: l’intenzionalità, in Id., Materialismo e rivoluzione, Il Saggiatore, Milano 1977;
Svendsen, Filosofia della paura, Castelvecchi, Roma 2017.

 

Discografia

Anastasio, Correre;
Brunori Sas, Vol. 1;
Brunori Sas, A casa tutto bene;
Fabi, Ecco;
Fabi-M. Gazzè- D. Silvestri, Il padrone della festa;
Fabi, Una somma di piccole cose.

Sitografia

https://bit.ly/2XosZzV;
https://bit.ly/2HRTtVl;
https://bit.ly/2Z2PfzN;
https://bit.ly/2Za8FTD.  

* Gabriella Putignano (Bari, 1987) insegna Filosofia e Storia presso l’Istituto Superiore “Gian Tommaso Giordani” di Monte Sant’Angelo (FG). Tra le sue pubblicazioni: L’esistenza al bivio. La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter (Stamen, Roma 2015), Quel che resta di Raoul Vaneigem (Petite Plaisance, Pistoia 2016), Flash di poesia, dipinti di versi (Petite Plaisance, Pistoia 2019), nonché numerosi articoli su rivista e saggi brevi in volumi collettanei nei quali ha trattato il pensiero di Giuseppe Rensi, Aldo Capitini, Albert Camus, Henrik Ibsen, Mark Fisher, Franco “Bifo” Berardi, Arthur Schopenhauer. Ha, inoltre, curato i libri Cantautorato & Filosofia. Un (In)Canto possibile (Petite Plaisance, Pistoia 2017) e Filosofare dal basso (Sentieri Meridiani, Foggia 2015).

[Clicca qui per il PDF]

One thought on “Canzoni contro la paura. Brunori Sas, Anastasio, Niccolò Fabi nella catastrofe contemporanea

  1. Si potrebbe provare a fare un paragone con la “paura” che aggrediva gli artisti anche agli inizi del ‘900 e che si e’ concretizzata nella corrente artistica cosiddetta “espressionismo”. Sto pensando al “Woyzek” di Georg Buchner, riportato in opera musicale nel “Wozzeck” di Alban Berg. Il soldato Wozzeck sente dentro di se’ l’ansia e la paura di un’epoca sull’orlo di una crisi, ma non viene compreso da nessuno, e viene semplicemente considerato matto e curato con calmanti e antidepressivi, tanto per farlo stare zitto e buono. La comunicazione che Wozzeck tenta di stabilire col suo capitano e’ sciocca e insulsa. Riceve solo risposte evasive: “Oggi tira vento, domani piovera’….”, e nientaltro.

    Sto pensando anche alle sinfonie “dilatate”, di Gustav Mahler, che girano e rigirano sul tema musicale ma faticano a trovare una conclusione. Queste sinfonie sono piene di slanci sentimentali alternati a temi angoscianti e disperati; cosi’ come oggi mi sembrano i “rapper”, che girano e rigirano con un fiume di parole, ma senza una (a mio avviso) sintesi costruttiva. Entrambi questi autori, lontani nel tempo ma vicini nell’intento espressivo, mi sembrano esprimere il vuoto di ideali che contraddistingueva gli inizi del ‘900 e contraddistingue anche gli inizio del nostro secolo.

    E dove non c’e’ vuoto di ideali, c’e’ la disillusione e la consapevolezza che i vecchi ideali sembrano oggi non piu’ validi, pur se non si vede ancora l’alba di ideali rinnovati. Da qui l’angoscia e la paura che contraddistinguono i due inizi di secolo, oggi e ieri.

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