Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Georges Bataille poeta? Note a partire da un libro postumo da poco edito di Jaqueline Risset

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> di Daniele Baron

Jaqueline Risset (Besançon 1936, Roma 2014), poetessa francese, traduttrice specialista di Dante (ha tradotto in francese la Divina Commedia) e saggista, cofondatrice, Direttrice e poi Presidente del Centro di studi italo-francesi presso l’Università di Roma Tre, è stata anche una studiosa attenta dell’opera di Georges Bataille; ha organizzato e partecipato a convegni in Italia e in Francia sul pensatore francese che hanno lasciato il segno e che spesso hanno avuto come esito finale la pubblicazione in volumi collettanei di grande interesse (i più significativi sono: AA.VV. Bataille: il politico e il sacro, Liguori, Napoli 1987 e AA.VV. Bataille-Sartre: un dialogo incompiuto, Artemide, Roma 2002).
È stato da poco stato pubblicato postumo un libro a cura di Marina Galletti e Sara Slovacchia che raccoglie gli articoli e i saggi più importanti che l’intellettuale francese ha dedicato a Bataille: J. Risset, Georges Bataille, Artemide, Roma 2018.
Come risulta chiaro dalla testimonianza data in premessa da parte del marito Umberto Todini, l’abbozzo del progetto della realizzazione di quest’opera era stato formulato dalla stessa Risset a gennaio 2014: nel libro viene riprodotta l’immagine dell’indice scritto a mano dall’autrice.
Marina Galletti nella sua introduzione sottolinea un aspetto importante: questo libro non è solo una raccolta di studi differenti della Risset su aspetti dell’opera di Bataille, ma una vera propria visione avuta dalla stessa studiosa fissata nell’istante e poi abbandonata allo stato di abbozzo. Si scorge, perciò, una prossimità tra il modo di procedere della studiosa e l’oggetto di studio: cosa significa questa “visione” se non una perfetta consonanza con il modo di procedere dello stesso Bataille? Un abbandono alla «chance, che presiede all’atto della scrittura, quest’ultimo essendo, come afferma Bataille, un aprirsi alla sorte nell’annullamento di ogni operazione subordinata a un fine» (Ivi, p. 11)? In buona sostanza, Galletti vuole fare risaltare come il carattere frammentario e legato all’istante dell’intuizione, caratteristico dell’interpretazione della Risset del pensiero di Bataille, che quest’opera postuma valorizza appieno, è senz’altro estraneo «al movimento diacronico dell’esegesi accademica che esplora l’opera della degli scrittori nella prospettiva totalitaria di fissarne significato e contenuti per tradurli in un’equazione coerente di sentieri e di crocevia» (Ivi, p. 12), è avulso da ogni procedere sistematico, ma proprio per questo in grado di puntare dritto sul terreno da cui prende le mosse il il pensiero di Bataille.
L’opera è sostanzialmente divisa in due parti: la prima è composta dai saggi a cui abbiamo accennato, la seconda contiene del materiale eterogeneo ma interessante: la bibliografia degli scritti su Bataille di Jaqueline Risset a cura di Sara Slovacchia, l’inventario delle opere manoscritte dell’autrice, la riproduzione fotografica di due brevi manoscritti e infine una galleria di immagini di programmi di convegni, in Italia e in Francia, e di presentazioni, in Italia, intorno a Georges Bataille.
Come detto, gli articoli di J. Risset affrontano diversi aspetti del pensiero di Bataille, tutti egualmente meritevoli di essere approfonditi, ma qui mi voglio limitare ad un argomento che, a prima vista, può sembrare marginale nella produzione di Bataille: la poesia. La mia scelta non è arbitraria, ma dettata da queste due considerazioni: 1) in J. Risset è preminente l’interesse per questa parte dell’opera di Bataille; 2) si tratta di un terreno poco esplorato, poco approfondito dagli studiosi di Bataille, ma di estrema importanza per comprenderne appieno il pensiero.
Scrive a questo proposito J. Risset: «Dopo tutto – dopo tutto quel che è stato detto su Bataille per molto tempo, dopo le confusioni, il disprezzo, i tentativi di riduzione ancora in corso qua e là – la questione della poesia, ossia l’interrogazione sull’essenza della poesia che i suoi scritti pongono in maniera insistente, ci conduce a un punto centrale o, meglio, a un gesto caratteristico del suo pensiero» (Ivi, p. 53).
In modo del tutto paradossale (e perciò in linea con il resto della sua filosofia paradossale) Bataille si pone davanti alla questione della poesia con un rifiuto, con la messa in questione dello stesso gioco del gesto poetico. Il titolo originale dell’opera L’impossibile, ad esempio, suonava così: haine de la poésie, odio della poesia.
Perché Bataille odia o rifiuta la poesia?
«Quindici anni fa pubblicai per la prima volta questo libro. Gli diedi allora un titolo oscuro: L’odio della poesia. Mi sembrava che soltanto l’odio convenisse all’autentica poesia. La poesia non aveva senso e potenza che nella violenza della rivolta. Ma la poesia raggiunge questa potenza solo evocando L’Impossibile. Quasi nessuno comprese il senso del primo titolo, ed è per questo che preferisco in definitiva parlare dell’Impossibile» (G. Bataille, L’impossibile, Es, Milano 1999, p. 13).
Per Bataille, dunque, la poesia ha il compito fondamentale di raggiungere l’impossibile, ma quando viene meno ad esso sfocia nel vuoto lirismo idealistico. Leggiamo, infatti, nella stessa opera di Bataille, quasi verso la fine, questo passo chiarificatore:
«Un comune accordo situa a parte i due autori che allo splendore della poesia aggiunsero quello di uno scacco. L’equivoco è legato ai loro nomi, ma entrambi esaurirono il senso della poesia che approda nel suo contrario in un sentimento di odio per la poesia. La poesia che non sa innalzarsi al non-senso della poesia è solo il vuoto della poesia, è solo bella poesia» (Ivi, p. 150).
Ecco perciò che per Bataille la poesia, proprio per la sua capacità di operare sul linguaggio liberando le parole dalla loro funzione, dalla designazione utile, potrebbe essere una via privilegiata per condurre a un’espressione libera, per un’esistenza sovrana, ma come sottolinea J. Risset «questo dispendio si modifica in seguito, quasi inevitabilmente, in un ingabbiamento. All’inizio, la poesia viene situata da Bataille all’interno di una catena sinonimica che comprende in particolare le nozioni di erotismo, lacrime, riso, sacrificio. Ma si rivela ben presto un sacrificio minore, uno spiraglio che solo in modo illusorio si apre al di fuori del mondo del progetto» (J. Risset, op. cit. p. 54).
L’odio di Bataille per la poesia non è dunque generalizzato, ma si riferisce principalmente a quell’aspetto di finzione, di illusione che la parola introduce, all’insipidezza del lirismo, a ogni nozione mitico-idelizzante del poetare che si traduce spesso nella ricerca della forma della “belle poésie“.
La poesia per Bataille è la messa in gioco del linguaggio fino all’estremo, all’eccesso, momento di trasgressione e apertura all’impossibile.
«Si apre dinanzi alla specie umana una duplice prospettiva: da un lato la prospettiva del piacere violento, dell’orrore e della morte – esattamente quella della poesia – e, in senso opposto, quella della scienza o del mondo reale dell’utilità. Soltanto l’utile, il reale, hanno un carattere di serietà. Non possiamo mai arrogarci il diritto di preferirgli la seduzione: la verità ha dei diritti su di noi. Ha su di noi persino tutti i diritti. E tuttavia noi possiamo, e persino dobbiamo rispondere a qualcosa che, non essendo Dio, è più forte di tutti i diritti: quell’impossibile al quale possiamo accedere solo obliando la verità di tutti quei diritti» (G. Bataille, op.cit. p. 14).
Essendo per Bataille il vero compito della poesia l’anelito verso l’impossibile, si può affermare che tutta la scrittura deve essere o ambire ad essere poesia. Ma se perde di vista il suo compito diventa solo “belle poésie“.
«La poesia è attesa di una libertà, di una sovranità infine realizzata. Ma da libero dispendio di trasforma inevitabilmente nel suo contrario. Diviene risparmio, accumulazione. La poesia è in partenza assimilata ad altre attività, che formano tra di loro una sorte di incessante catena metonimica. Ma si manifesta più spesso come un sacrificio minore, illusoriamente trasgressivo. I poeti non sono che “bambini nella casa”. E l’istante, causa del loro gesto, diventa durata, monumento» (J. Risset, op. cit. p. 69).

Jaqueline Risset

Sappiamo che lo stesso Bataille ha scritto poesie, tutte composte negli anni 1942-44 e tutte, ad eccezione de L’Arcangelico (che è una raccolta interamente composta di poesie), inserite in libri in prosa, spesso come una brusca rottura del filo del discorso: ne Il Piccolo, ne L’esperienza interiore, in Su Nietzsche, ne L’Impossibile, in L’essere indifferenziato non è niente.
Si tratta di una poesia scarna, frammentaria, in cui si ripetono immagini ossessive e disturbanti, una specie di sacrificio della parola per approssimare il linguaggio al nudo del silenzio, al fondo dell’essere.
È interessante il giudizio che J. Risset dà delle poesie di Bataille, a mio avviso condivisibile.
«Spesso le poesie di Bataille infastidiscono a causa della loro natura “insufficiente” e derisoria, come se l’autore stesse operando una valorizzazione a priori, maldestra, precaria, dello spazio frammentato della pagina, come se egli pensasse che dividere in brevi righe il getto dell’emozione bastasse a realizzare l’espressione, a raggiungere lo scopo… Queste poesie danno spesso l’impressione di un approccio troppo rapido – elusivo persino – l’impressione di uno spazio, quello della poetica e della sua tecnica che, nonostante la poesia, resta sostanzialmente estraneo, intoccato.
È invece proprio quest’uso costantemente irregolare, ma ampio, del linguaggio nella prosa, un uso pressante, sottile, che procede per interruzioni sintattiche, approssimazione in spirali negligenti e slittamenti semantici, ciò che conferisce alla prosa di Bataille la sua incomparabile forza, la capacità di esplorare senza sosta dei territori sfuggenti, innominati.
Indipendentemente dai risultati estetici, di cui a Bataille importava poco, è proprio in questo approccio che si trova una della intuizioni più forti della poesia contemporanea e delle sue possibilità: la poesia come afasia. Mallarmé l’aveva raggiunta» (Ivi, pp. 64-65).
In conclusione, si può senz’altro dire che la questione della poesia è centrale in Bataille, la poesia va al fulcro stesso della messa in gioco da lui operata sul linguaggio, la sua poetica è cristallina e ben delineata. Tuttavia, a dispetto dell’importanza che Bataille stesso attribuisce alla poesia come esperienza-limite, la sua produzione di versi così parsimoniosa e occasionale, pur essendo molto originale, rimane un aspetto minore nella sua scrittura, non in grado di raggiungere i fasti della prosa delle sue opere maggiori. Come se, avvertito del pericolo di scivolare nella “belle poésie”, Bataille si sia voluto risparmiare ed esprimere il meno possibile con questo mezzo, non concedendo nulla al lirismo, alle immagini ricercate o alla musicalità del verso. Ma, allo stesso tempo, è proprio la sua concezione poetica (la ricerca dell’impossibile e al limite all’espressione del silenzio dell’esperienza estatica) che come un sole nero illumina tutta la sua scrittura in prosa.
In ciò consiste il paradosso di Georges Bataille poeta: nel fatto di non essere né voler essere un poeta e di non sopportare la “belle poésie”, e contemporaneamente di comporre versi e di considerare la poesia come la più alta messa in gioco del linguaggio che può condurre all’esperienza-limite dell’impossibile.

 

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Autore: Daniele Baron

Daniele Baron [Pinerolo 1976] vive in provincia di Torino. Dopo una prima formazione principalmente scientifica, i suoi interessi volgono verso un ambito artistico e letterario. Nel 2004 si laurea con lode in Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi su Jean-Paul Sartre. Dopo gli studi, trova lavoro come impiegato presso un Comune. È appassionato dell’opera del filosofo e scrittore francese Georges Bataille: per «Filosofia e nuovi sentieri» cura la pagina Batailliana; gestisce poi un sito completamente dedicato a Bataille. È anche scrittore e pittore: le sue opere sono reperibili in rete sia sul suo blog personale sia su altri portali.Ha pubblicato “Il Cantico di Hermes” (ed. Controluna 2018).

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