Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Gangbang. Lo spirito della poesia in un libro Controluna di Luca Ormelli

1 Commento

> di Daniele Baron e Paolo Calabrò

Luca Ormelli nasce a Padova nel 1974. Dopo gli studi in Filosofia presso la locale Università vagabonda di impiego in impiego. Attualmente lavora come analista informatico. ‘Gangbang’ è la sua prima pubblicazione poetica. Alcuni suoi inediti erano già apparsi in rete.

 

Parla dei trent’anni come di una frontiera: in che senso?

La frontiera tra la giovinezza, la spensieratezza per definizione e l’età adulta. Ritenere che una società edonistica e rivolta al consumo quale l’attuale favorisca la maturazione di idee proprie, autonome – non intendo ‘originali’ – è ingenuo oltreché anacronistico. E all’anacronismo preferisco di gran lunga l’inattualità.

Tira più volte in ballo la morte quotidiana: “Io alla morte ho dato la vita”, “Sono fin troppo/occupato a fare/giorno, a tirare/le cuoia”. Come ne parlerebbe fuor di metafora… in prosa?

Dacché veniamo alla luce non facciamo che avvicinarci all’oscurità della fine. E la fine, vista da un osservatore senza fede, non può che coincidere con l’abisso senza fondo di cui fanno menzione i mistici di ogni tempo. Che altro può dirsi dell’Abgrund di Meister Eckhart se non che è un indefinibile nulla? Purtroppo Dio non mi si è rivelato tanto benevolo da farsi trovare.

Al contrario, dice che “la vita è roba per giovani”. Che significa?

Come accennavo nella prima risposta, la società contemporanea è strutturata per addomesticare con le illusioni del benessere e delle magnificenze tecniche gli spiriti irrequieti. E di un giovane che non faccia del tormento – foss’anche ‘soltanto’ spirituale – la propria cifra esistenziale si sente sovente dire: “finalmente ha messo giudizio”. Ecco, al giudizio, soprattutto quando non mi appartiene per istinto ma mi viene indotto, rinuncio con voluttà.

Guardando nel complesso la sua opera abbiamo avuto la sensazione che, soprattutto in alcuni componimenti, la contemplazione della natura (ad es. dove si parla del filo d’erba) possa compensare il degrado della società civile, che ci possa essere salvezza o pace in qualche modo oltre la disperazione della vita urbana contemporanea che viene dipinta come priva di senso. Questa impressione è corretta?

È più che corretta. Anche se rifuggo il riduttivismo del ‘buon selvaggio’ rousseauiano non posso non osservare come la vita inurbata, a partire dal XIX secolo e quindi dalle prime, moderne agglomerazioni, conduca all’inaridimento spirituale e al disagio psichico. Nel benestante Occidente – in ciò che ancora ne sopravvive – il consumo di farmaci antidepressivi è in costante ascesa. E se come sintomo mi sembra di indubbia decifrazione – io stesso ne faccio uso – come simbolo rappresenta compiutamente quella volontà di omologazione e uniformità cui alludevo in precedenza.

Cita spesso Dio, con la maiuscola. E sottolinea che certe cose non hanno importanza. Ma non dice cosa ce l’abbia.

Per chi non crede, ribaltando l’affermazione di Ivan Karamazov, non “tutto è permesso” ma ogni cosa è svuotata di senso. Che poi il senso sia da intendersi inscritto in un orizzonte escatologico – la Salvezza – o storico, non fa, giustappunto, alcuna differenza.

La solitudine sembra essere il male, ma anche l’unica condizione di vita possibile: non resta che “prendere a calci nel culo chi marcia per l’accoglienza”.

La solitudine è una scelta. La più ardua da sostenere. Ma è pur sempre una scelta personale, non eterodiretta. La promiscuità, il mescolamento, la contraffazione dell’identità sono farmaci palliativi per chi soffre di un cancro terminale.

Quali sono i poeti che l’hanno maggiormente ispirata? (Assodato che “Leggere Cioran è inutile”).

Quella su Cioran è una boutade rivolta contro taluni facili snobismi. Ricordo una intervista all’allora segretario del PDS Achille Occhetto al quale venne chiesto quale genere di libri amasse leggere e la sua risposta fu: “libri Adelphi”. Sarei disonesto se non riconoscessi un debito profondissimo nei riguardi di Cioran. Fu uno dei miei compagni di elezione durante gli anni universitari. Quanto ai miei riferimenti poetici è doverosa una premessa: ‘Gangbang’ è stata scritta in un torno di tempo assai ben definito, diciamo tra il 2014 e il 2016, anni in cui avevo abbandonato la lettura di poesia, ad eccezione di alcuni sorprendenti marginali con i quali venni in contatto proprio in quegli anni. Penso a Salvatore Toma, ad esempio. La raccolta è pertanto un tentativo di terapia su carta, che risente di uno stile aspro, talvolta crudo, talvolta meno, ma con un leitmotiv sempre ben presente: il rigetto di quanto ritenevo mi stesse avvelenando. E il pharmakon, come magistralmente spiega Girard nei suoi saggi, è tanto intossicante quanto curativo. Tutto si gioca sulle dosi con cui esso viene somministrato.

Se la prende con i “negri”; di certe “donne velate” si domanda “che razza d’uomo possa scoparle”; ce n’è perfino per i vegani. Sembra avercela con tutto e tutti. Perché?

Perché l’identità non si realizza che attraverso il riconoscimento della non-identità, dell’alterità. Io sono Luca Ormelli, un organismo fallace e miserabile ma, per quanto possa rammaricarmene, non ho che da prenderne atto. E prenderne atto passa per il riconoscimento di ciò che mi è estraneo. Che poi l’estraneo sia anche il barbaro, filologicamente, mi facilita il compito.

Del resto, dice: “Potrei essere davvero felice non con voi né tra di voi ma contro di voi”. Qual è l’essenza dell’esistenza secondo Ormelli?

Volendo citare un Maestro come Baudelaire – citazione che fa da esergo anche a ‘2666’ di Bolaño – posso dire che vedo l’esistenza come “un’oasi d’orrore in un deserto di noia”.

Qualche anticipazione – in esclusiva per i lettori di «Filosofia e nuovi sentieri» – sulle Sue prossime pubblicazioni?

Vado scrivendo una nuova raccolta, dal titolo e dal contenuto ancora in fieri, ma che, paradossalmente, ritengo sarà la mia ultima. Posso anticiparvi che stilisticamente sarà assai lontana da ‘Gangbang’, rivolta a strutture metriche più classiche e con una lingua più accomodata ma non meno tagliente quanto alle tematiche.


Luca Ormelli, Gangbang, ed. Controluna, 2018.

One thought on “Gangbang. Lo spirito della poesia in un libro Controluna di Luca Ormelli

  1. Ringrazio Daniele e Paolo per avermi ricondotto, seppur sotto altra veste, a casa. D’altra parte il merito, in una intervista, va equamente condiviso tra le domande e le risposte. Quindi, poiché voi siete in 2 ed io 1, il 50% a me e il restante a voi.

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