Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Turismo e Filosofia: un connubio perfetto

Il fascino della parola

Le parole sono importanti e le congiunzioni anche. Infatti questo saggio non intende affrontare la questione della “filosofia del turismo”, bensì cercare di dimostrare che la con la filosofia si può fare movimentazione turistica, oltre che analizzare il nostro stare al mondo con senso critico. La filosofia, cioè, è catalizzatrice di un indotto turistico. La gente ama partecipare ai festival filosofici, che si trovano un po’ dappertutto. Ama ascoltare le parole dei filosofi. Ama quel senso di comunità che si costruisce nel momento in cui ci si ritrova attorno al focolare, tanto antico quanto nuovo, della parola che chiarifica, che interroga, che suscita dibattiti e che, perché no, seduce anche.

Dicevo che le parole sono importanti perché la riflessione che segue non è di quelle, tra l’altro molto diffuse in Internet, di una filosofia e di un’etica del viaggiare e del turismo, ma proprio del fatto che l’amore per la sapienza genera un turismo di cui mai si parla nel mondo.

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Nuova impostazione per i commenti su «Filosofia e nuovi sentieri»

Cari amici, lettori, collaboratori,
già da qualche giorno «Filosofia e nuovi sentieri» ha modificato le impostazioni dei commenti: adesso sono liberi e non richiedono più l’approvazione preventiva della Redazione.

Speriamo che la nuova modalità, in linea con la rapidità dei tempi e con le esigenze di un dibattito più aperto e vivace, vi piaccia e possa incontrare il vostro interesse e la vostra partecipazione.

Buona filosofia a tutti

La Redazione


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Esercizi spirituali per la sospensione del tempo

Por este nombre se entiende todo modo de examinar la conciencia,
de meditar, de razonar, de contemplar; todo modo de preparar y disponer el alma,
para quitar todas las afecciones desordenadas (apegos, egoísmos, …)
con el fin de buscar y hallar la voluntad divina.
(Ignacio de Loyola, Ejercicios Espirituales)

Che si rifiuti qualunque soluzione venga proposta riguardo ai problemi della nostra comune esistenza implica il convenire sul fatto che i reali problemi non siano mai stati nemmeno lontanamente posti. Le ideologie politiche, filosofiche, religiose di ogni colore – e spessore – si nutrono di una fondamentale incomprensione della realtà. Giovani e anziani non s’avvicendano col passo delle generazioni: essi rimangono, piuttosto, fondamentalmente legati a una pratica assai antica, l’idolatria; essi ritagliano, nel discorso, idoli cui sacrificare, cui sacrificarsi. L’idolatria, in ogni epoca, è una commedia; la tragedia comincia solo quando i problemi siano stati effettivamente posti nella loro precisione: solo allora si scopre che, per tali problemi, non vi sono soluzioni – e la soluzione, paradossalmente, è proprio questa.

Scrivo queste righe mentre batto la penna sulle sbarre di una prigione abbastanza vasta da includere in essa l’universo intero; dichiararmi colpevole in principio non favorirà alcuno sconto, dacché la pena coincide con l’esistenza stessa ed essa, a quanto pare, va pagata fino all’ultimo giorno. Non vedo mano amica porgermi il calice di una cicuta che mi farebbe prigioniero politico e non ho intenzione di stilare né memorie, né diario affinché la mia esperienza sia successivamente ri-utilizzabile. Mi trovo qui, hanno detto, per aver revocato i limiti. La revoca dei limiti, improvvisa come il fulmine, è già il tragico – non la punizione dell’innocente, ma la punizione del colpevole è ciò che ci interessa più di ogni altra cosa, giacché, scontata la colpa di essere nati, dopo, nel corso della vita, non vi è forse più colpa alcuna; ed è questa la vera «banquerote de la morale qui maudit»…

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Rich Do It Better.

L’ordine dominante oltre la democrazia verso un nuovo feudalesimo

Introduzione

Tre elementi di cronaca.

Primo. Il 5 marzo 2025 la presidentessa della commissione europea Ursula von der Leyen, dopo aver annunciato l’intenzione di investire 800 miliardi di euro per il riarmo (progetto denominato “ReArm Europe”) annuncia l’intenzione di portarlo direttamente al consiglio d’Europa (tramite il ricorso all’art. 122, atto a trattare i casi di emergenza), senza passare per il parlamento europeo. Così la presidentessa:

So che l’articolo 122 non vi piace, ma è lo strumento più rapido fornito dai trattati. L’intenzione non è quella di aggirare il Parlamento ma si tratta di un’emergenza esistenziale1.

Per quanto intrinsecamente poco rilevante – come noto, il parlamento europeo ha una mera funzione consultiva: anche se boccia una proposta, il consiglio può tranquillamente ignorare questo parere e approvarla comunque, rendendola legge – il parlamento è l’unica istituzione votata dai popoli d’Europa (altrimenti detto, l’unica realmente democratica)2. La posizione della von der Leyen corrisponde dunque a un orientamento esplicito: fare a meno della volontà popolare. Le sorti dell’Europa – cioè, della vita  e morte degli europei, in questo caso, dato che si parla di armamenti, cioè di guerra – sono sottratte ai cittadini, per essere affidate ai “tecnici”.

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Bergson e la funzione sociale del riso

Come nasce la comicità? Ci sono alcuni che hanno la capacità di produrla, altri invece la generano loro malgrado; possiamo dire che i primi sono spiritosi e i secondi sono ridicoli. Un bravo autore di commedie mette a frutto il suo spirito delineando personaggi che con il loro atteggiamento e le loro azioni, senza volerlo, muovono il pubblico al riso. La trattazione che Henri Bergson fa di questo fenomeno, per certi aspetti strano, ci porta a vedere in profondità quanto abbiamo a volte frettolosamente considerato.

L’opera di Bergson che vide la luce nel 1900, edita in italiano nel 1916, mentre già infuriava la guerra e l’Italia era pienamente coinvolta, ebbe in seguito altre traduzioni e altre edizioni. La presente, del 2025, è la terza di sette programmate fino al 2029. Questo ci induce a pensare che la riflessione sul riso, a volte connessa altre volte contrapposta a varie espressioni dell’anima, sia sempre attuale.

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La rivoluzione neorealista: un cinema dell’incontro, della erranza-veggenza, del “durante”.

È ormai noto che il cosiddetto movimento neorealista, a livello filosofico, si opponeva a tutto quello che aveva rappresentato il fascismo. Esso era animato da una visione del mondo e dei fatti sociali echeggianti tematiche marxiste, come la denuncia di una condizione umana offesa da tribolazioni e violenze crescenti, e quindi dalla riscoperta dei valori primigeni del mondo rurale e delle classi subalterne (tale indirizzo coincise infatti con la pubblicazione degli scritti di Antonio Gramsci). Nella prospettiva cinematografica[1], viceversa, il neorealismo si segnalava per l’abbandono della struttura narrativa romanzesca e per l’assunzione di uno stile quasi documentaristico (volto a far emergere quelle situazioni nascoste dalla cultura dominante, quegli aspetti inessenziali, mediocri, impoetici dell’esistenza), il quale, grazie a realtà come la teoria del pedinamento di Zavattini anticipatrice del noto piano sequenza della Nouvelle Vague, l’utilizzo di attori non professionisti, di ambienti e di un parlato naturali, nonché a una espressiva fotografia in bianco e nero, generò una corrente artistica innovativa e, come afferma lo studioso francese André Bazin, di rilevanza internazionale[2].

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Tu-tu. Riflessioni su “Tootle” di Gertrude Crampton

Nel villaggio di Valle dello Scambio c’è una scuola per locomotive. Le piccole locomotive ci vanno per prendere lezioni di Fischio, Fermata per Bandiera Rossa Sventolante, Sbuffo Forte alla Partenza, Affrontare le Curve in Sicurezza, Stridio alla Fermata, e Fare Clic-Clac sulle Rotaie. La più importante di tutte, manco a dirlo, è Restare sui Binari Qualunque Cosa Accada.

Il preside della scuola è un vecchio ingegnere: si chiama Bill ed è molto comprensivo. Dice sempre alle nuove locomotive che non fa niente se non imparano subito tutto alla perfezione. Ma su una cosa non transige: nel Restare sui Binari Qualunque Cosa Accada bisogna prendere 10 e lode. Bastano poche settimane alle piccole locomotive per capire uscire dalle rotaie, anche solo per un attimo, è impensabile. Non va fatto e basta, Mai. Qualunque cosa accada.

Un giorno arriva a scuola una nuova locomotiva di nome Tu-tu e subito il preside capisce che è in gamba. «Ti piacerebbe crescere e diventare un Bolide1 che sfreccia tra New York e Chicago?»

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L’instabilità della ragione

In un mondo che celebra la razionalità è importante ricordare che le innovazioni più grandi, così come le idee rivoluzionarie, sono nate da una forza capace di andare oltre i limiti della logica tradizionale. La relazione tra follia e ragione è un tema che ha attraversato secoli di riflessione filosofica, artistica e scientifica. Se da un lato la ragione è stata esaltata come fondamento del pensiero logico, dell’ordine sociale e della risoluzione dei conflitti, dall’altro la follia ha sempre affascinato per la sua capacità di rompere gli schemi, sfidare le convenzioni e dare vita a nuove forme di creatività.

 La ragione è un sistema di regole che mira a creare ordine, ad evitare il caos. Questo sistema è fondamentale per la convivenza sociale e per la costruzione di un sapere condiviso, tuttavia, è proprio questa natura regolativa della ragione che può limitare l’esplorazione dell’ignoto.

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Ma con musica musica. Divertissement per voce sola

La musica è quella cosa che, prevalentemente, si ascolta. Ha a che fare con il suono. Si può anche leggere – i musicisti lo fanno – ma per lo più si ascolta. La poesia, invece, è quella cosa che prevalentemente si legge. Ha a che fare con la parola. Si può anche ascoltare – in certi eventi si può assistere a letture ad alta voce – ma per lo più si legge.

*

I musicisti fanno dischi, incisi per essere ascoltati. I poeti fanno libri, stampati per essere letti.

*

La canzone è una cosa a metà strada fra la musica e la poesia: c’è il testo e c’è l’accompagnamento musicale (Treccani).

*

Non potendone fare questione di diritto – non esiste “si deve” nell’arte – si dovrà farne una questione fenomenologica (di fatto).

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LA CRISI DELLA LIBERALDEMOCRAZIA, TRA NEUTRALITÀ E SECOLARIZZAZIONE

1. Introduzione

Quando nel 1983 lo scrittore ceco Milan Kundera lanciò un atto di accusa contro quell’Europa occidentale insensibile, sorda e indifferente, che non si accorse della scomparsa dell’altra Europa – quella centrale, delle piccole nazioni schiacciate dalla tirannia sovietica –, egli pose una domanda che non può smettere di interrogarci e sollecitarci in quanto cittadini europei: «Su che cosa si fonda l’unità dell’Europa?» [1] La questione che qui viene presentata si carica di una gravità e di un’importanza senza precedenti nella storia della civiltà occidentale, e sembra trovare una giustificazione nella percezione di un abisso che si apre sotto i nostri piedi. Infatti, se nell’età medievale gli abitanti d’Europa erano accomunati dalla fede nel Dio cristiano, se nella modernità la cultura, l’arte e la letteratura prendevano il posto di quel Dio, oggi non sappiamo a chi o a cosa la cultura abbia ceduto il suo posto. Effettivamente, ci è difficile capire dove l’Europa possa rintracciare dei valori trascendenti che unifichino i popoli. Possono essere davvero i mass media, la tecnica, il libero commercio a rinsaldare gli spiriti? Sono veramente questi i nuovi campi della vita pratica che hanno la forza di rimpiazzare la cultura? Evidentemente no, ma la domanda resta lì, ineludibile. 

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Estasi raggiunta; punto e a capo

«MISERY is manifold. The wretchedness of earth
is multiform. […] How is it that from Beauty I have
derived a type of unloveliness? – from the covenant
of Peace a simile of sorrow? But thus is it. And as,
in ethics, Evil is a consequence of Good, so, in fact,
out of Joy is sorrow born. Either the memory of past
bliss is the anguish of to-day, or the agonies which are,
have their origin in the ecstasies which might have been.»

(Edgar Allan Poe, Berenice)

Pian piano, dopo tanto silenzio – interrotto solo dallo scrosciare d’acqua piovana, dal canto del gallo, dal rintocco delle campane -, l’asfalto può proporre l’eco dei tuoi passi, musica dolce di cose perdute, l’arte di costruire paesaggi destinati a scomparire: Notturno in Mi bemolle maggiore, Fryderyk Chopin.
Con un solo atto d’incoscienza – se vuoi, d’amore – come musica t’appropri di me, come pianoforte mi lasci gridare, come violino stridere, come carne riposare nelle tue graziose mani, nelle tue mani bambine.
Posso appartenere a questi passi, a questi paesaggi, a questa incoscienza – se vuoi, a questo amore; ma già un altro giorno muore – leggi ad alta voce: «Wanderer tritt still herein; // Schmerz versteinerte die Schwelle» (Georg Trakl). Traduci: Silenzioso entra il viandante; // Il dolore ha pietrificato la soglia.
Osservo dal balcone dei tuoi occhi questa nostra meravigliosa decadenza.

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Il valore del tempo

Il tempo è ancora oggi una delle grandi questioni filosofiche ancora irrisolte.

Come teorizzava Agostino è la cosa più personale e soggettiva di cui possiamo fare esperienza. Il tempo è l’aspettativa, il desiderio, la noia, la gioia di vivere e tanto altro ancora. Il tempo è la cifra qualitativa e valoriale della nostra storia quando segue il ritmo interiore. Se siamo passivamente ingaggiati a vivere la vita, compressa e frammentata in ritagli cronologici scivola come sabbia tra le mani.

La nostra efficienza e rapidità nel portare a termine ogni compito e tutto il tempo risparmiato non allungano la nostra esistenza, non abbiamo ancora a disposizione un modo per accumulare il tempo, per conservarlo o tenerlo in stand-by.

Gli antichi greci con il termine kronos indicavano la coincidenza della scelta deliberata con la visione di un’opportunità. Kairos è l’improvvisazione dell’atto più fecondo deliberata nel momento opportuno. Kairos è l’attimo propizio che si schiude a chi crea il futuro, a chi si improvvisa pioniere di una nuova rotta senza troppi strumenti di misurazione, seguendo la navigazione a vista del viandante.

Cos’è il tempo?

Il tempo è una conseguenza di un cambiamento avvenuto. È un’intuizione, un’elaborazione interna alla nostra mente, con importanti risvolti psicologici.

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