Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La rivoluzione neorealista: un cinema dell’incontro, della erranza-veggenza, del “durante”.

È ormai noto che il cosiddetto movimento neorealista, a livello filosofico, si opponeva a tutto quello che aveva rappresentato il fascismo. Esso era animato da una visione del mondo e dei fatti sociali echeggianti tematiche marxiste, come la denuncia di una condizione umana offesa da tribolazioni e violenze crescenti, e quindi dalla riscoperta dei valori primigeni del mondo rurale e delle classi subalterne (tale indirizzo coincise infatti con la pubblicazione degli scritti di Antonio Gramsci). Nella prospettiva cinematografica[1], viceversa, il neorealismo si segnalava per l’abbandono della struttura narrativa romanzesca e per l’assunzione di uno stile quasi documentaristico (volto a far emergere quelle situazioni nascoste dalla cultura dominante, quegli aspetti inessenziali, mediocri, impoetici dell’esistenza), il quale, grazie a realtà come la teoria del pedinamento di Zavattini anticipatrice del noto piano sequenza della Nouvelle Vague, l’utilizzo di attori non professionisti, di ambienti e di un parlato naturali, nonché a una espressiva fotografia in bianco e nero, generò una corrente artistica innovativa e, come afferma lo studioso francese André Bazin, di rilevanza internazionale[2].

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Tu-tu. Riflessioni su “Tootle” di Gertrude Crampton

Nel villaggio di Valle dello Scambio c’è una scuola per locomotive. Le piccole locomotive ci vanno per prendere lezioni di Fischio, Fermata per Bandiera Rossa Sventolante, Sbuffo Forte alla Partenza, Affrontare le Curve in Sicurezza, Stridio alla Fermata, e Fare Clic-Clac sulle Rotaie. La più importante di tutte, manco a dirlo, è Restare sui Binari Qualunque Cosa Accada.

Il preside della scuola è un vecchio ingegnere: si chiama Bill ed è molto comprensivo. Dice sempre alle nuove locomotive che non fa niente se non imparano subito tutto alla perfezione. Ma su una cosa non transige: nel Restare sui Binari Qualunque Cosa Accada bisogna prendere 10 e lode. Bastano poche settimane alle piccole locomotive per capire uscire dalle rotaie, anche solo per un attimo, è impensabile. Non va fatto e basta, Mai. Qualunque cosa accada.

Un giorno arriva a scuola una nuova locomotiva di nome Tu-tu e subito il preside capisce che è in gamba. «Ti piacerebbe crescere e diventare un Bolide1 che sfreccia tra New York e Chicago?»

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L’instabilità della ragione

In un mondo che celebra la razionalità è importante ricordare che le innovazioni più grandi, così come le idee rivoluzionarie, sono nate da una forza capace di andare oltre i limiti della logica tradizionale. La relazione tra follia e ragione è un tema che ha attraversato secoli di riflessione filosofica, artistica e scientifica. Se da un lato la ragione è stata esaltata come fondamento del pensiero logico, dell’ordine sociale e della risoluzione dei conflitti, dall’altro la follia ha sempre affascinato per la sua capacità di rompere gli schemi, sfidare le convenzioni e dare vita a nuove forme di creatività.

 La ragione è un sistema di regole che mira a creare ordine, ad evitare il caos. Questo sistema è fondamentale per la convivenza sociale e per la costruzione di un sapere condiviso, tuttavia, è proprio questa natura regolativa della ragione che può limitare l’esplorazione dell’ignoto.

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Ma con musica musica. Divertissement per voce sola

La musica è quella cosa che, prevalentemente, si ascolta. Ha a che fare con il suono. Si può anche leggere – i musicisti lo fanno – ma per lo più si ascolta. La poesia, invece, è quella cosa che prevalentemente si legge. Ha a che fare con la parola. Si può anche ascoltare – in certi eventi si può assistere a letture ad alta voce – ma per lo più si legge.

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I musicisti fanno dischi, incisi per essere ascoltati. I poeti fanno libri, stampati per essere letti.

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La canzone è una cosa a metà strada fra la musica e la poesia: c’è il testo e c’è l’accompagnamento musicale (Treccani).

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Non potendone fare questione di diritto – non esiste “si deve” nell’arte – si dovrà farne una questione fenomenologica (di fatto).

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LA CRISI DELLA LIBERALDEMOCRAZIA, TRA NEUTRALITÀ E SECOLARIZZAZIONE

1. Introduzione

Quando nel 1983 lo scrittore ceco Milan Kundera lanciò un atto di accusa contro quell’Europa occidentale insensibile, sorda e indifferente, che non si accorse della scomparsa dell’altra Europa – quella centrale, delle piccole nazioni schiacciate dalla tirannia sovietica –, egli pose una domanda che non può smettere di interrogarci e sollecitarci in quanto cittadini europei: «Su che cosa si fonda l’unità dell’Europa?» [1] La questione che qui viene presentata si carica di una gravità e di un’importanza senza precedenti nella storia della civiltà occidentale, e sembra trovare una giustificazione nella percezione di un abisso che si apre sotto i nostri piedi. Infatti, se nell’età medievale gli abitanti d’Europa erano accomunati dalla fede nel Dio cristiano, se nella modernità la cultura, l’arte e la letteratura prendevano il posto di quel Dio, oggi non sappiamo a chi o a cosa la cultura abbia ceduto il suo posto. Effettivamente, ci è difficile capire dove l’Europa possa rintracciare dei valori trascendenti che unifichino i popoli. Possono essere davvero i mass media, la tecnica, il libero commercio a rinsaldare gli spiriti? Sono veramente questi i nuovi campi della vita pratica che hanno la forza di rimpiazzare la cultura? Evidentemente no, ma la domanda resta lì, ineludibile. 

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Estasi raggiunta; punto e a capo

«MISERY is manifold. The wretchedness of earth
is multiform. […] How is it that from Beauty I have
derived a type of unloveliness? – from the covenant
of Peace a simile of sorrow? But thus is it. And as,
in ethics, Evil is a consequence of Good, so, in fact,
out of Joy is sorrow born. Either the memory of past
bliss is the anguish of to-day, or the agonies which are,
have their origin in the ecstasies which might have been.»

(Edgar Allan Poe, Berenice)

Pian piano, dopo tanto silenzio – interrotto solo dallo scrosciare d’acqua piovana, dal canto del gallo, dal rintocco delle campane -, l’asfalto può proporre l’eco dei tuoi passi, musica dolce di cose perdute, l’arte di costruire paesaggi destinati a scomparire: Notturno in Mi bemolle maggiore, Fryderyk Chopin.
Con un solo atto d’incoscienza – se vuoi, d’amore – come musica t’appropri di me, come pianoforte mi lasci gridare, come violino stridere, come carne riposare nelle tue graziose mani, nelle tue mani bambine.
Posso appartenere a questi passi, a questi paesaggi, a questa incoscienza – se vuoi, a questo amore; ma già un altro giorno muore – leggi ad alta voce: «Wanderer tritt still herein; // Schmerz versteinerte die Schwelle» (Georg Trakl). Traduci: Silenzioso entra il viandante; // Il dolore ha pietrificato la soglia.
Osservo dal balcone dei tuoi occhi questa nostra meravigliosa decadenza.

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Il valore del tempo

Il tempo è ancora oggi una delle grandi questioni filosofiche ancora irrisolte.

Come teorizzava Agostino è la cosa più personale e soggettiva di cui possiamo fare esperienza. Il tempo è l’aspettativa, il desiderio, la noia, la gioia di vivere e tanto altro ancora. Il tempo è la cifra qualitativa e valoriale della nostra storia quando segue il ritmo interiore. Se siamo passivamente ingaggiati a vivere la vita, compressa e frammentata in ritagli cronologici scivola come sabbia tra le mani.

La nostra efficienza e rapidità nel portare a termine ogni compito e tutto il tempo risparmiato non allungano la nostra esistenza, non abbiamo ancora a disposizione un modo per accumulare il tempo, per conservarlo o tenerlo in stand-by.

Gli antichi greci con il termine kronos indicavano la coincidenza della scelta deliberata con la visione di un’opportunità. Kairos è l’improvvisazione dell’atto più fecondo deliberata nel momento opportuno. Kairos è l’attimo propizio che si schiude a chi crea il futuro, a chi si improvvisa pioniere di una nuova rotta senza troppi strumenti di misurazione, seguendo la navigazione a vista del viandante.

Cos’è il tempo?

Il tempo è una conseguenza di un cambiamento avvenuto. È un’intuizione, un’elaborazione interna alla nostra mente, con importanti risvolti psicologici.

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Camminare e filosofare

Il legame tra i piedi ed il pensare ed il camminare come metafora della condizione umana

Le passeggiate dei filosofi antichi e le scoperte della scienza

Scorrendo la storia della filosofia, è possibile imbattersi in un certo numero di filosofi camminatori.

Camminare e filosofare sono, in effetti, attività affini, in quanto attività umane basate sulla ricerca e sull’esplorazione. Sono entrambe attività che rifiutano la fretta, la disattenzione

Gli studi e le ricerche effettuati nel XXI secolo sui benefici del camminare, non fanno altro che confermare quello che nel quinto secolo avanti Cristo il medico e filosofo greco Ippocrate aveva detto su questa semplicissima e salutare attività fisica: che il camminare è la migliore medicina.

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Franz Kafka, ’A metamorfosi, ed. Coppola, 2024. Trad. in napoletano di John McDillan.

Interessante e benvenuta l’operazione di tradurre in napoletano classici della letteratura (oltre a Kafka, gli editori Marotta e Cafiero – “Coppola” è un loro marchio – propongono Fedro e Perrault) nel formato tascabilissimo (6,5 x 13 cm) della collana “i fiammiferi”, che con questo titolo supera quota cento. A disposizione di chi voglia leggere un napoletano che non sia quello classico di Scarpetta e De Filippo.

Purtroppo l’esito non è all’altezza dell’idea e della veste editoriale, in quanto il contenuto esibisce una scarsa cura tanto del testo quanto della lingua. Al di là di questioni discutibili (e ancora discusse), come ad es. l’uso degli apostrofi a fine parola (francamente inutile, dato che in napoletano la vocale finale è muta); o come l’uso della consonante iniziale raddoppiata in certe parole dal suono più forte; o ancora l’uso dell’eufonica in espressioni come ad arapì, ad arrefonnere, ed ecco, quello che risalta è una scrittura casuale, priva di una guida salda in termini grammaticali e lessicali (strana al riguardo l’assenza di una nota critica di chiusura circa gli standard utilizzati).

Alcune osservazioni sul testo.

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L’Erranza, la Solitudine

«Écrire est rechercher la chance»

(Georges Bataille, Le Petit)

I.

Su un vecchio taccuino impolverato, a firma del Maestro, stavano queste parole:
“Più di quindici le vacche del Sole, sette le principesse del re Bahram, ma una sola la via.
Ho viaggiato per conoscere l’uomo; tanta polvere hanno calpestato questi piedi, tante pietre hanno segnato il loro cammino. Ho viaggiato per conoscere l’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho mangiato alla tavola dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho bevuto il vino e l’acqua dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho dormito nel letto dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho trovato l’amore fra le braccia dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho ottenuto la morte per mano dell’uomo, ma egli mi ha scacciato.
Ho ripreso il cammino. Il sangue dei piedi ha marchiato il terreno, ha lasciato tracce.
Chi seguirà le mie tracce se non l’uomo che mi ha scacciato?
Più di quindici i profeti maggiori e minori, sette le porte di Tebe e molteplici le vie. L’uomo non fu fatto a somiglianza di Dio ma dell’immagine di Dio che aleggiava sulle acque. L’uomo è l’immagine di Dio che si specchia nel mondo”.

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Il bisogno di perdersi. Saggi di Gianluca Viola intorno a Georges Bataille

Il bisogno di perdersi Gianluca Viola

«Un senso che non riuscivo dapprima ad avvertire, ma che si è poi consolidato in me fino a farmi disprezzare così profondamente il pronome di prima persona singolare, da costringermi ad usarlo perfino più del necessario, per liberarlo definitivamente da quell’annientamento. Tutte le esperienze analizzate nelle pagine precedenti implicano la necessità di questo movimento; la filosofia e lo studio non ne sono la condizione, ma solo uno dei possibili mezzi. La “verità” di quel che ho scritto non sta in quello che ho scritto. (…) La mia vita è stata finora ossessionata dal bisogno di perdere. Non trovo nessun’altra locuzione adeguata ad esprimere il sentimento di pathos profondo che ti inonda fino alla dissipazione di te. La comunità di me e Bataille vive, a sua volta, nella vibrazione di questa perdita. Ambisco a divenire, poco alla volta, questa perdita stessa. (…) La mia vita con Georges Bataille è una comunità. Il mio libro è questa comunità» (Gianluca Viola, Il bisogno di perdersi. Saggi intorno a Georges Bataille, Editrice Clinamen, Firenze 2024, p. 242)

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Filosofi inconsapevoli

Nel recente libro di Paolo Del Debbio, noto conduttore televisivo, professore universitario e giornalista, dal titolo Siamo tutti filosofi senza saperlo troviamo sei racconti di altrettanti percorsi di vita. Sono storie che portano i protagonisti a scoprire alcuni aspetti fondamentali delle rispettive esistenze. Arrivano inconsapevolmente ad essere filosofi, come è detto anche nel titolo, che però estende questa condizione a tutti. Deve trattarsi certamente di un’iperbole perché poi nel testo si vede che di fatto alcuni ne restano esclusi. Appare comunque chiaro che arrivarci dipende di più dalla disposizione interiore che dalle condizioni esterne dell’ambiente nel quale ci si trova. Questi filosofi inconsapevoli, hanno una certa analogia con i cristiani anonimi del cristianesimo implicito di cui parla Karl Rahner a cominciare dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Sappiamo bene che può anche capitare la situazione inversa: chi studia e magari parla in modo forbito di filosofia senza averla interiorizzata nell’anima, questi possono essere ammirati da chi li ascolta ma non sono filosofi e, quel che è peggio, sono convinti di esserlo. Si tratta di quelli di cui parlava Cartesio nella prima parte del Discorso sul metodo in cui criticava la cultura dell’epoca. Ecco le testuali parole in merito: «la filosofia dà il mezzo di parlare con verosimiglianza di tutte le cose e di farsi ammirare dai meno dotti» (p. 13).

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