«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot
Su un vecchio taccuino impolverato, a firma del Maestro, stavano queste parole: “Più di quindici le vacche del Sole, sette le principesse del re Bahram, ma una sola la via. Ho viaggiato per conoscere l’uomo; tanta polvere hanno calpestato questi piedi, tante pietre hanno segnato il loro cammino. Ho viaggiato per conoscere l’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho mangiato alla tavola dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho bevuto il vino e l’acqua dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho dormito nel letto dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho trovato l’amore fra le braccia dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho ottenuto la morte per mano dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho ripreso il cammino. Il sangue dei piedi ha marchiato il terreno, ha lasciato tracce. Chi seguirà le mie tracce se non l’uomo che mi ha scacciato? Più di quindici i profeti maggiori e minori, sette le porte di Tebe e molteplici le vie. L’uomo non fu fatto a somiglianza di Dio ma dell’immagine di Dio che aleggiava sulle acque. L’uomo è l’immagine di Dio che si specchia nel mondo”.
Nel recente libro di Paolo Del Debbio, noto conduttore televisivo, professore universitario e giornalista, dal titolo Siamo tutti filosofi senza saperlo troviamo sei racconti di altrettanti percorsi di vita. Sono storie che portano i protagonisti a scoprire alcuni aspetti fondamentali delle rispettive esistenze. Arrivano inconsapevolmente ad essere filosofi, come è detto anche nel titolo, che però estende questa condizione a tutti. Deve trattarsi certamente di un’iperbole perché poi nel testo si vede che di fatto alcuni ne restano esclusi. Appare comunque chiaro che arrivarci dipende di più dalla disposizione interiore che dalle condizioni esterne dell’ambiente nel quale ci si trova. Questi filosofi inconsapevoli, hanno una certa analogia con i cristiani anonimi del cristianesimo implicito di cui parla Karl Rahner a cominciare dagli anni Sessanta del secolo scorso.
Sappiamo bene che può anche capitare la situazione inversa: chi studia e magari parla in modo forbito di filosofia senza averla interiorizzata nell’anima, questi possono essere ammirati da chi li ascolta ma non sono filosofi e, quel che è peggio, sono convinti di esserlo. Si tratta di quelli di cui parlava Cartesio nella prima parte del Discorso sul metodo in cui criticava la cultura dell’epoca. Ecco le testuali parole in merito: «la filosofia dà il mezzo di parlare con verosimiglianza di tutte le cose e di farsi ammirare dai meno dotti» (p. 13).
Oltre alle cose costose da esibire, ciò che sta più a cuore a questo gruppo di “spensierati” amici, il cui divertimento preferito è far sventolare una banconota davanti a un mendicante per poi rimettersela nel portafoglio, è il ristorante in cui ceneranno e la capacità di prenotare un tavolo. Le loro compagne, il loro lavoro, qualunque altro pensiero viene azzerato rispetto a questo: “Quando arriviamo al Pastels sto per scoppiare in lacrime tanto sono sicuro che non troveremo posto e invece il tavolo è ottimo, e il sollievo è come un maremoto che mi sommerge come un’ondata gigantesca” (B.E. Ellis, American Psycho, 1991, tr. it. American Psycho, Bompiani, Milano 1991; Einaudi, Torino 2001, pag. 47). McDermott, che si è assicurato il tavolo, suscita l’invidia degli altri, ma forse anche per questo motivo, quando continua a insistere che si ordini anche una pizza al dentice, Bateman sbotta: “- Nessuno vuole la pizza al dentice, cazzo! La pizza dev’essere ben lievitata e appena croccante e ricoperta di mozzarella! Qui la mozzarella praticamente non c’è, cazzo, e quel pezzo di merda dello chef cuoce troppo tutto quanto! La pizza viene fuori bruciacchiata e secca!” (Ivi, pag. 56).
Parlare d’intelligenza, o meglio del suo concetto nel Medioevo, non è cosa semplice, poiché l’articolazione di tale pensiero è completamente diversa da quella odierna e muove dai dettami della scolastica. Per comprendere meglio tutto ciò è bene far iniziare il nostro percorso proprio da quella luce dantesca. Con la Commedia, Dante ci accompagna in quel suo personale viaggio mistico-filosofico che tutta la antichità ha, più o meno segretamente e variamente, indicato e visto: è il viaggio che ci è mostrato da Omero nella Odissea e che porta l’eroe al rinvenimento della Casa (Itaca)[2], è la “la conversione, la resurrezione” cui ha invitato Gesù, è il “passeggiare con Jhwh” ovvero il vedere un divino che è il vedersi nel divino. Dunque, non è possibile concepire l’opera dantesca senza quel supporto teologico su cui essa si fonda. A tal proposito ci sovviene in aito il passo del saggio di Nino Borsellino, Ritratto di Dante (1998): «Per Boccaccio Dante ha pari diritto a più titoli. Lo ricorda nella Vita (§ 2): “E di tanti e sì fatti studi non ingiustamente meritò altissimi titoli; però che alcuni il chiamarono sempre poeta, altri filosofo, e molti teologo, mentre visse”. Ma è certo che dei tre solo il titolo di poeta può interamente soddisfare, e non perché ripudi gli altri, ma perché solo esso li comprende tutti., mentre gli altri non definiscono che se stessi»[3].
È il titolo di un recente libro di Matteo Saudino, insegnante nei licei di storia e filosofia, autore di numerose pubblicazioni e ideatore del canale You Tube BarbaSophia. Tutto ciò accompagnato da tante altre iniziative rivolte ai giovani studenti ed anche ad un pubblico più vasto che si interessa del pensiero filosofico senza essere necessariamente esperto in materia.
Presentando la vita ed il pensiero di dieci sapienti, due sono di genere femminile: Ipazia e Olympe de Gouges, pensa che si possa far vedere come questa forma di sapere, inutile a prima vista per risolvere i problemi della vita nella concretezza immediata, possa invece diventare strumento per agire nel mondo al fine di renderlo un luogo più bello e giusto, come si trova scritto nella quarta di copertina. Aristotele afferma che la filosofia non serve a nulla perché è il sapere più nobile; potremmo dire che le spetta di essere servita. Leggiamo nel testo di Saudino: « … la ricerca filosofica è dunque tanto inutile quanto indispensabile, proprio perché è una vitale e gratuita attività del pensiero che fa crescere e trasforma in profondità l’essere umano, rendendolo libero dalle catene dell’ignoranza e, dunque, consapevole di se stesso» (p. 10).
Le possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica hanno creato nell’uomo una sorta di delirio di onnipotenza, una cultura che prevede che ogni desiderio possa essere realizzato. In questo clima di efficientismo esasperato la vita si trasforma in competizione continua, in tensione permanente.
La cultura dell’efficienza nasce dal concetto di perfezione, dall’idea che l’uomo può e deve essere perfetto. Si definisce perfezione la qualità di ciò che è esente da difetti, il difetto è una mancanza, la perfezione quindi è uno stato di pienezza.
Con il mito della perfezione l’uomo ha perso il senso del limite. Il modello di uomo da raggiungere è quello che va oltre i propri limiti, ma senza rendersi conto che oltre il limite non c’è la perfezione, ma la disumanizzazione. Ogni fallimento, ogni errore mette tutti in crisi. Ogni insuccesso è causa di traumi interiori. La pretesa che la vita sia perfetta diventa pretesa che tutti siano perfetti.
Leggendo i pensieri di Edgar Morin denominati “Graines de sagacité”, Semi di sagacia, ci sembra opportuno partire da questa affermazione che troviamo a p. 30. Il est trompeur de sortir un mot ou une phrase de son contexte; è facile infatti essere fuorviati da una parola o da una frase avulsa dal contesto. Questa segnalazione di pericolo è particolarmente pertinente nel presente testo, composto di brevi espressioni che l’autore definisce dei quasi-aforismi. Il libro deriva da una selezione di messaggi che pubblicava, penso che l’attività continui, su twitter; interventi che hanno suscitato interesse e prodotto risposte amichevoli ma anche atteggiamenti ostili. Delle prime come dei secondi Morin ha fatto tesoro e proprio nella sua prefazione afferma che le banalità che normalmente noi diciamo sulla vita sono le cose più profonde che si possano dire.
Cari amici, lettori, collaboratori, «Filosofia e nuovi sentieri» va in vacanza. Le pubblicazioni riprenderanno domenica 8 settembre: motivo per cui vi invitiamo, come sempre, a continuare a caricare i vostri contributi in piattaforma. Per qualsiasi comunicazione, la casella filosofiaenuovisentieri@gmail.com rimarrà attiva per l’intero periodo (i messaggi verranno ricevuti comunque, anche se non vi sarà risposta prima della riapertura). Pausa non vuol dire stasi. Vuol dire tempo per ricaricarsi e ripartire alla grande! Buone vacanze a tutti
Quattordici filosofe che hanno inciso sulla storia del pensiero trattando temi classici con una diversa sensibilità, descritte da altrettante docenti e ricercatrici attuali che ne continuano il cammino.
Una panoramica volutamente limitata: dal Settecento ad oggi. Le filosofe italiane contemporanee non sono nella lista, anche se, come è scritto nella prefazione «sono state preziose ispiratrici di questo volume», (p. 13). Ciò sembra preludere ad altre iniziative del Gruppo di ricerca filosofica Chora, per arrivare forse ad una storia della filosofia declinata al femminile, capace di arricchire quel cammino del pensiero per troppo tempo esclusivamente maschile.
Captain Fantastic è un film di Matt Ross del 2016 con Viggo Mortensen. Ma, soprattutto, è un concentrato di propaganda capitalistica incredibilmente mal celata – il che, se è un grave difetto nell’arte della retorica, è imperdonabile in quella narrativa.
Il film si apre con un papà che alleva da solo, senza la moglie, 6 figli nella foresta, dove insegna loro a sopravvivere procurandosi del cibo, a difendersi, ad allenarsi fisicamente e intellettivamente e a gustare la gioia delle cose belle, come la musica e dello stare insieme – lontano dalle seduzioni del consumo e da un sistema produttivo che ti rammollisce e ti rende dipendente dal potere delle aziende che ti forniscono cibo, cure, istruzione. I figli, in effetti, sono molto più forti dei loro coetanei (ricorrenti le scene di esercizio ginnico) e molto più colti: a volte perfino i più piccoli (8-9 anni) danno dei punti agli adulti, con una spigliatezza impressionante e conoscenze linguistiche e scientifiche da ultimo anno d’università. Si procurano da soli il cibo quotidiano – cacciando e cucinando la selvaggina – e imparano a contare unicamente sulle loro forze anche e soprattutto nelle situazioni estreme (come ad esempio la scalata verticale che il padre li conduce a fare).
AN: Aṅguttara Nikāya SN: Saṃyutta Nikāya MN: Majjhima Nikāya Ud: Udāna Iti: Itivuttaka Sn: Sutta Nipāta Vism: Visuddhimagga PTS: Pali Text Society
Introduzione
Fin da quello che la tradizione ricorda come il suo primo discorso pubblico, ovvero il celeberrimo Dhammacakkappavattana-sutta (“Discorso della messa in moto della ruota del Dhamma”, SN 56.11), il Buddha ha proposto un sistema non già teoretico ma eminentemente pratico, indicandone la meta finale in termini di visione (cakkhu), conoscenza (ñāṇa), quiete (upasama), super-conoscenza (abhiññā), perfetta comprensione (sambodha) ed estinzione (nibbāna) (PTS 5.420). Il presente contributo intende fornire delle riflessioni di carattere filosofico a proposito di quest’ultimo “concetto”, dapprima calandolo nella prospettiva fenomenologica, ove il buddhismo – nell’autorevole opinione di vari studiosi[2] – sembra trovarsi a suo agio più che in altre, successivamente mostrando di essa i limiti ermeneutici e restituendo del nibbāna la sua impossibilità a essere compreso in termini filosofici univoci.
Molto spesso la letteratura si è trovata a bruciare le tappe dello sviluppo tecnologico e a prevedere con lungimiranza i disastrosi risvolti di una tecnologia che si sviluppa ed evolve senza freni. Gli scrittori, proprio grazie al loro essere spesso dei “vate” e alla loro innata lungimiranza del fantastico possibile, riescono ad esplorare il tempo presente andando poi a concepire futuri realizzabili. Italo Calvino fu uno di questi cantori visionari, audaci, camaleontici e multiformi. Egli ha dimostrato ampliamente di essere un attento e agile lettore della realtà sia nei romanzi, che nella saggistica meno nota a un pubblico di non esperti. Fin dagli esordi, Calvino si rese conto che stava vivendo un’epoca di forti cambiamenti, spesso violenti e inafferrabili sul momento. Il mondo contemporaneo per Calvino è fin troppo cangiante e spesso risulta complicato e complesso. Lo scrittore in risposta alla violenza del mondo contemporaneo trova un suo modo di fare letteratura: non commette l’errore di molti suoi contemporanei, quello di illustrare solo i pericoli di quell’evoluzione irrefrenabile e inarrestabile, ma cerca ed offre anche soluzioni[2].