Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

L’Occidente disperso secondo Ermanno Vitale

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L’Occidente ha vissuto certamente tempi migliori, l’Europa fino alla seconda metà dell’Ottocento e poi gli Stati Uniti, dal passaggio del secolo, avevano raggiunto una indiscussa superiorità tecnico-scientifica, economica, politica e militare nei confronti del resto del mondo. Al di qua dell’Atlantico il primato culturale, rispetto agli Stati Uniti, venne mantenuto a lungo, anche quando sul piano della potenza industriale l’Europa non era più al vertice.

I due conflitti mondiali sono state due sconfitte per il Vecchio Continente, dove vincitori e vinti si trovarono ad essere meno forti e meno determinanti nell’ordine globale, in forma ancor leggera nel 1918 e in maniera macroscopica dopo il 1945. Nel 1956 con la Crisi di Suez, Francia e Regno Unito provarono ad agire da grandi potenze senza tener conto di USA e URSS, ma dovettero amaramente ricredersi. In ogni caso con il mondo diviso nei due blocchi, quello occidentale sotto l’ombrello americano ebbe un prodigioso progresso economico che portò ad un benessere abbastanza diffuso nel cosiddetto Mondo Libero. Questo comprendeva anche altri paesi in varie parti del globo che si potevano classificare come occidentali: liberal-democrazie capitalistiche come il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda. Anche il Giappone entrò ben presto nella sfera occidentale. Questo stato di cose proseguì fino all’ultimo decennio del Novecento.

La caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS segnò un passaggio fondamentale, foriero di altri importanti cambiamenti. Si parlò di fine della storia, con il sistema liberale capitalistico occidentale che avrebbe pervaso il globo intero, d’altra parte si paventava anche uno scontro di civiltà. In questo primo quarto di secolo XXI si è assistito allo sviluppo travolgente delle economie asiatiche, la Cina in primis, e sudamericane. Gli Stati Uniti mantengono il primato economico e ancor più quello militare, mentre L’Europa fatica a reagire ad una situazione che la vede in regresso rispetto ai nuovi colossi e più distaccata dagli USA, o quantomeno dalla politica dell’attuale presidente Trump.

Che fare di fronte a questa crisi che vede l’Europa, sempre più sola, difendere i principi di democrazia e libertà che l’hanno sempre caratterizzata, pur in contesti e modi molto differenti? È quello a cui tenta di rispondere Ermanno Vitale nel suo recente libro, L’Occidente disperso. Per far questo ricorre agli strumenti che il pensiero filosofico occidentale ha prodotto e rielaborato nei secoli. Richiama il pensiero del suo maestro Norberto Bobbio al proposito del pacifismo, della guerra giusta e della guerra evitabile; ne emerge una situazione complessa e intricata che non si risolve in semplici definizioni concettuali alle quali attribuire un valore perenne. Risulta assai difficile accettare che la guerra antica e quella contemporanea abbiano la stessa natura e differiscano solo di grado.

Leggiamo riguardo alla prima questione, «Bobbio distingue tre forme di pacifismo: i ’pacifisti utopici e acritici’, i ‘teorici della nonviolenza’ e quelli che definisce ‘pacifisti pragmatici’ che in parte si sovrappongono alla figura del ‘pacifista relativo’, cioè colui che non trova buone ragioni per intervenire, non in assoluto ma relativamente ad una specifica guerra» (p. 23). Dei primi Ermanno Vitale, riportando il pensiero di Bobbio, nota, oltre le due caratteristiche con le quali sono definiti, contraddizioni che si esprimono spesso nelle loro manifestazioni in grida di morte per chi li avversa.

Si potrebbe chiedere loro, se vivendo in un paese aggredito com’è attualmente l’Ucraina, oltre la fuga, la sottomissione o il martirio avrebbero qualche altra risorsa per sopravvivere che non sia la difesa.

Per i teorici della non violenza ha parole di apprezzamento, questi non rinunciano a lottare ma lo fanno con metodi non cruenti. Non parla dei pacifisti relativi, quelli che non sono contro la guerra in assoluto ma contro una guerra che ritengono ingiusta o inopportuna. A me viene da pensare come esempio di questa categoria a Giolitti e i suoi seguaci: erano stati favorevoli alla guerra di Libia, appena qualche anno prima, ma si prodigarono per rimanere neutrali nel primo conflitto mondiale.

Vitale richiama gli illustri pensatori, da Aristotele in avanti, che hanno dissertato sulle varie forme di gestione del potere politico e si sofferma su Montesquieu, che nello Spirito delle leggi individua nel dispotismo orientale una categoria di governo dei popoli che né Aristotele né Machiavelli avevano rilevato. La virtù civile su cui si fondano le repubbliche e il senso dell’onore per le monarchie non trovano analogie con il dispotismo cinese «il cui principio è la paura» (p. 37). Le stesse tirannie che hanno caratterizzato l’Occidente avevano caratteri diversi: mancavano di quella continuità di quella immodificabilità che è tipica dell’Oriente e che costituisce per quei popoli una seconda natura. Oltre alla Cina Montesquieu parla della Persia e della Russia. Gli Occidentali, in particolare noi Europei, nel periodo in cui dominavamo ampi spazi sui vari continenti credevamo di aver inciso con cambiamenti radicali sulla natura di quei popoli mentre abbiamo agito solo in superficie. Ne scaturisce la visione di una storia immobile e profonda che permane nei tempi lunghi, al di là di quell’effimero che talvolta affiora.

Nella situazione in cui siamo, cosa possiamo fare? In cosa possiamo sperare? Se i dispotismi sono stati la regola per alcune civiltà, e l’eccezione temporanea per l’Occidente, ora scorgiamo il pericolo che possano diventare pervasivi in ogni angolo della terra.

Quello che propone l’autore non è un adeguarsi al sistema imperiale, che sostituisce la forza al diritto. Richiamandosi al mito di Sisifo, paradossalmente felice nella sua fatica in quanto uomo capace di opporsi alla divinità, pensa ad un Occidente che ha ancora qualcosa da difendere e da affermare riguardo i valori del diritto e della libertà.

Fa notare l’autore che pensare, come fa l’insigne giurista Luigi Ferrajoli, ad una Costituzione della Terra capace di regolare i rapporti fra i popoli secondo i criteri del diritto, della giustizia e del rispetto della natura è certamente un progetto affascinante, ma estremamente impegnativo e non privo di gravi problemi nelle sue potenziali applicazioni. In ogni caso è difficile pensare che l’umanità e chi la governa siano disposti ad attuare tale programma, anche se l’alternativa fosse la distruzione del pianeta, o meglio, dell’umanità globale. A chi obietta che si tratta di una costruzione irreale e utopica Ferrajoli risponde: «Queste ipotesi non hanno nulla di utopistico. Sono al contrario le sole indicazioni realistiche in grado di impedire, attraverso la garanzia dei diritti e dei beni vitali per tutti, un futuro di guerre, di violenze, di cataclismi e di insicurezza per tutti» (p. 61). Utopisti sono coloro, e sono molti, che pensano si possa andare avanti con la modalità attuale, sempre più violenta nei rapporti sociali e politici a vari livelli, sempre più rapace verso le risorse naturali.

Ci vuole un’umanità, o almeno una parte (come la valentior pars di Marsilio da Padova), razionale e generosa, capace di capire che solo il bene globale ci può salvare; l’Europa che ha capito da tempo questo fondamentale concetto, anche se lo ha ampiamente disatteso in certi periodi, può avere ancora molto da proporre, nonostante sia indebolita dalla crescita di altre potenze in grado di accaparrarsi sempre di più le risorse del pianeta e non sia esente da quinte colonne che la minano dall’interno.

Riferendosi a Pier Paolo Portinaro dell’Università di Torino e al saggio di Burke e la Rivoluzione francese, Vitale afferma: «Portinaro non dà tutto per perduto, e anzi vede nel quadro delle ampie metamorfosi in corso, una grande opportunità per l’Unione (europea), a patto che essa sappia trasformarsi – senza temporeggiare ulteriormente – in una costruzione politica più solida, efficiente e vincolante di ‘un condominio, un consorzio, una costellazione di istituzioni, una fusione di funzioni di governo, una struttura di reti di governance’» (p. 80). Ma l’ottimo è nemico del bene afferma l’autore riferendosi ad Hamilton e alle difficoltà che si frapponevano alla ratifica della Costituzione Americana, il perfezionismo allunga i tempi e può portare alla vanificazione di tutto; sembra che gli Europei non se ne siano pienamente accorti.

Alla fine del testo si accenna ad un progetto minimalista: «… difendere le nostre più o meno insoddisfacenti democrazie occidentali da due rischi concreti e complementari. Il primo, che il modello dell’autocrazia elettiva – la democrazia ridotta alla scelta del capo – mutuato in parte dai regimi dispotici inquini le democrazie costituzionali e apra le porte a torsioni autoritarie delle medesime. Il secondo, e a mio avviso più insidioso, consiste nel sottovalutare la possibilità che per la prima volta nella storia moderna e contemporanea a vincere la partita geopolitica siano i regimi dispotici o aspiranti tali che sotto la pretesa di un ordine globale più etico intendono affermare il loro ordine etico, economico, politico e strategico, nel solco di quel dispotismo orientale nel quale, pur con diverse sfumature, questi stati e, duole dirlo, la stragrande maggioranza dei loro sudditi si riconoscono da lunghi secoli» (p. 104).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

NORBERTO BOBBIO, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna 1984.

NORBERTO BOBBIO, Una guerra giusta? Sul conflitto del Golfo, Marsilio, Venezia 1991.

FRANCIS FUKUYAMA, La fine della storia e l’ultimo uomo, traduzione di Delfo Ceni, Rizzoli, Milano 1992.

SAMUEL P. HUNTINGTON, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine globale, traduzione di Sergio Minucci, Garzanti, Milano 2001.

MARSILIO DA PADOVA, Il difensore della pace, a cura di Cesare Vasoli, UTET, Torino 1975.

MONTESQUIEU CHARLES LOUIS DE, Lo spirito delle leggi, Mondadori, Milano 2009.

ERMANNO VITALE, L’Occidente disperso. La mela avvelenata del dispotismo orientale, Edizioni Intra, Pesaro 2026.

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