Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Bambini, animali e modelli educativi. Recensione a Lettere a un futuro animalista di Dario Martinelli

1 Commento

> di Davide Russo*

«Educare all’animalismo è in realtà un’impresa titanica, che chiama in causa tantissime sfere della vita personale e sociale. Ne parlerò accuratamente più avanti, ma per ora mi preme sottolineare l’incredibile quotidianità del nostro rapporto con gli altri animali (rapporto che è quasi sempre «abuso» e «sfruttamento»). È un rapporto di una tale ricorrenza e intensità che ho sempre trovato assurdo che materie come l’antrozoologia (o zooantropologia) non vengano insegnate sin dai primi anni di scuola. Si arriva ad insegnare cose come equazioni e radici quadrate, che non serviranno mai nella vita della stragrande maggioranza degli abitanti di questo pianeta, e non si insegna come interpretare segnali di apertura o ostilità in un cane, che invece è qualcosa che accade ripetutamente a quasi tutti, anche solo passeggiando per strada» (D. Martinelli, Lettere a un futuro animalista, Ugo Mursia Editore S.r.l., Milano 2014, p. 11).

Il libro in questione riprende lo stile dell’epistolario, trattandosi di una corrispondenza immaginaria tra un padre e un figlio: stile letterario oggi piuttosto inusuale, ma con una lunga e stimata storia letteraria. Il professore di semiotica e musicologo Dario Martinelli si rivolge al figlio Elmis con il tono e lo sguardo di un padre che si domanda come educare suo figlio, quali valori sia giusto inculcargli o, meglio, trasmettergli. Il che equivale a chiedersi: quanto di me stesso, della mia eredità culturale e individuale (oltre che biologica) voglio che ci sia in mio figlio? La stessa scelta della non-neutralità nell’educazione è una presa di posizione forte e decisa, ma che fa riflettere, ricordandoci che nemmeno i bambini sono, come ingenuamente spesso si dice, “tabula rasa”, ma che invece, sin dalla nascita, essi vivono una vita di relazione in cui si trasmettono determinati significati culturali, i valori, in primo luogo attraverso i genitori, le persone in tutti sensi a noi più vicine nei nostri primi anni di vita. Essi hanno il diritto di decidere, nel letterale bombardamento di segni e segnali comunicativi al quale sarà sottoposto il futuro individuo durante la sua crescita, quali cercare di selezionare almeno all’interno della sua educazione familiare, della cerchia dei suoi primari legami affettivi. E qui emerge il semiologo, fatto a dir poco ovvio, dato che Dario Martinelli vi riversa tutta la sua esperienza di vita e le sue conoscenze in questa nuova impresa. Pur non essendo un libro prettamente tecnico di semiotica, prediligendo all’opposto la semplicità divulgativa e una sana impostazione di “filosofia popolare”, questa duplicità di funzione (padre/semiologo) dona ai suoi contenuti e allo stile delle lettere un gusto particolare e un tono caratteristico, conferendo originalità all’opera.
Per quel che riguarda l’animalismo, premetto che questo libro si inserisce in un periodo personalmente delicato della mia esistenza, in cui sto avvertendo, in misura sempre maggiore, le conseguenze globali e sistemiche di questo stile di vita, le sue accezioni etiche prima ancora che salutistiche. Uso il termine “stile di vita” non a caso, perché, come fa notare Martinelli nello svolgimento delle singole lettere, ognuna rivolta ad un particolare elemento di tale scelta, si tratta in realtà di una trasformazione olistica della propria esistenza, che ne coinvolge ogni aspetto: dall’alimentazione, ai vestiti, ai cosmetici, alle scelte politiche, fino ad arrivare ad avere rilevanti implicazioni sui personali orientamenti letterari, filosofici o morali. Non voglio che ‘necessità’ sia inteso in un senso fortemente deterministico, come se ad un determinato tipo di scelta di vita corrispondesse univocamente un certo tipo di uomo perché, come Martinelli ha mostrato egregiamente, ogni animalista in realtà rappresenta un individuo diverso, che vive in maniera differente la sua scelta e le sue conseguenze sul modo di organizzare la nostra vita quotidiana. La classe degli animalisti è una classe eterogenea e il “tipo animalista”, mi verrebbe da dire, contro tutti gli stereotipi che troppo spesso lo raffigurano in maniera sempre uguale, non è un “universale” astratto, ma un “individuo particolare”, in carne ed ossa aggiungiamo. Per parafrasare Aristotele potremmo dire che “Essere animalista si dice in molti modi”. E questi modi non sono sempre puri, integerrimi, e mossi da motivazioni di purezza etica, come nemmeno si tratta di fantomatici “hippies” idealistici senza alcun senso della realtà circostante. Gli animalisti sono uomini come tutti gli altri: possono essere musicisti (come McCartney), scrittori (come Coetzee, autore che ho scoperto tramite questo libro e che non conoscevo prima), filosofi (come Peter Singer) o semplicemente padri, come Dario stesso. Oppure possono essere persino intolleranti, il che parrebbe incoerente rispetto alle loro scelte pacifiste e antispeciste. Ricollocare l’animalista nella sua umanità, e quindi – perché no? – nella sua imperfezione e fallibilità, mi sembra uno degli scopi impliciti del libro. L’animalista serio e intelligente ha i piedi per terra, fedele a quella stessa Terra che vuole salvaguardare e difendere in quanto ecosistema, in quanto ambiente per la vita sostenibile di tutti. Così radicato alla materialità del reale da rendersi conto di tutte le contraddizioni esistenti nella nostra società, in particolare la non-sostenibilità dello sfruttamento animale in tutte le sue forme. Si tratta di squilibri pulsanti, ma che scorrono come fiumi sotterranei, volutamente nascosti ai più, pur essendo paradossalmente sempre sotto il loro naso. Sono diversi i fattori di questa insostenibilità, il cui centro emerge come particolarmente incoerente dal punto di vista filosofico, etico e morale. Questo sfruttamento è insostenibile perché manifesta una discriminazione, una differente importanza data alla sofferenza di un essere vivente rispetto a quella di un altro. Come ricordò Peter Singer, citando a sua volta Bentham, il criterio è la capacità di soffrire, di provare sofferenza. Se gli animali soffrono, significa che sono trattati ingiustamente, che non li si considera come entità morali al pari degli esseri umani. A tale criterio gerarchico di considerazione morale lo stesso Singer ha dato un nome ben preciso: “specismo”, cioè il privilegiare la propria specie solo perché è la propria specie (in questo caso quella umana) rispetto alle altre specie. Per questo il movimento animalista moderno si dichiara innanzitutto antispecista e fa dell’antispecismo la sua bandiera. Tuttavia l’invisibilità della discriminazione specista si radica nei comportamenti educativi attuati fin dalla primissima infanzia, ed è proprio su questo campo, in cui è personalmente implicato come padre dalla sua attuale storia di vita, che Dario Martinelli vuole proporre un’alternativa. Da lì bisogna partire. È vero che anche primatologi che hanno svolto fondamentali ricerche nel dimostrare come l’origine dei nostri comportamenti morali vada ricercata nella natura di animali sociali propria di noi primati (decretando quindi la nostra non-unicità morale, dato che queste capacità sono presenti anche nei primati non-umani) come Frans de Waal, ritengono che la differenza tra interni ed esterni al gruppo – quella che Martinelli chiama differenza ingroup/outgroup – si radichi anch’essa nelle nostre origini filogenetiche. Tuttavia queste considerazioni non ci obbligano ad essere specisti, non ci obbligano ad uccidere e a far soffrire gli altri animali. Noi possiamo scegliere di non farlo, come ad esempio possiamo scegliere di non mangiare carne perché siamo “polifagi” (mangiamo tante cose), un termine dall’accezione semantica ben distinta rispetto ad “onnivori” (coloro che mangiano tutto). Dato che mangiare carne non è necessario alla nostra esistenza (come dimostrato da molti studi) noi possiamo scegliere di non farlo e mangiare altro. Martinelli ci insegna inoltre che possiamo sostituire la distinzione outgroup/ingroup (stessi e non-altri), cioè l’extragruppalità e l’ingruppalità, con la transgruppalità (non-altri e non-stessi) e con l’intergruppalità (stessi e altri). Il che significa rispettivamente con il concetto di tolleranza e con quello di empatia (altra capacità che De Waal rintraccia negli scimpanzé e nei cebi cappuccini). Tale riflessione sul concetto di “gruppo” è interessante perché si ricollega ai principi base che Dario Martinelli vuole cercare di trasmettere a suo figlio Elmis con la sua educazione animalista. Empatia e tolleranza verso noi stessi come anche verso gli altri animali. Tutto qui: mi sembrano qualità razionalmente fondate e universalmente condivisibili. Martinelli lo fa anche illustrando a suo figlio le vicende di Moby Dick, la grande Balena Bianca, metafora del complesso ed eterogeneo rapporto dell’uomo con il resto del mondo animale, oltre che quelle del curato di campagna monsignor Bienvenu de “I miserabili” di Victor Hugo. Le suggestioni letterarie, come già con Coetzee, sono un altro degli affascinanti richiami che mi rendono debitore verso questo libro, sia per la rilettura di opere in una diversa chiave che per la scoperta di nuovi autori. Vorrei concludere il mio discorso con la seconda parte del libro, in cui si affronta un problema centrale per qualsiasi educatore: i modelli educativi. Dario Martinelli, coerentemente con la sua impostazione animalista, sceglie come modelli da cui imparare delle virtù utili per le future generazioni proprio gli animali non-umani. E lo fa tracciando appunto il quadro di tredici virtù, secondo un modello proveniente da Benjamin Franklin, che gli esseri umani possono e dovrebbero apprendere dagli altri animali: dignità, attenzione, coraggio, sobrietà, redenzione, formalità, gioco, sopravvivenza, intelligenza, empatia, libertà, laicità e maturità. Non mi dilungherò su ognuna di esse, lasciando al lettore la curiosità e la voglia di prendere ispirazione da queste considerazioni, ricche di vivaci aneddoti provenienti dai più svariati membri del regno animale. Attingendo dalla mia personale esperienza con un riferimento forse poco appropriato, questa parte mi ha ricordato uno degli assunti fondamentali su cui si sono basati i cosiddetti “stili imitativi” delle arti marziali cinesi, a loro volta derivati da similari modelli delle arti marziali indiane. Tecniche di combattimento che imitano i diversi animali per apprendere le qualità o capacità specifiche di quei determinati animali. Si trattava di un apertura di umiltà verso il resto del regno animale che non casualmente si è sviluppata in un rapporto di stretta affinità, storica e culturale, con il pensiero orientale, anche se si possono trovare esempi celebri anche in Occidente di tale atteggiamento biocentrico, non-antropocentrico. A un padre che si definisce illuminista, credo non dispiacerà lasciare la conclusione a queste parole di Voltaire, così tanto in sintonia con lo spirito delle sue lettere nel combattere certe radicate abitudini:

«Che vergogna, che miseria aver detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza e di sentimento, che fanno sempre le loro operazioni allo stesso modo, che non imparano nulla, che non perfezionano nulla ecc. […] Da cosa possono originarsi tanti errori contraddittori? Dall’abitudine che hanno sempre avuto gli uomini di esaminare qualcosa prima ancora di sapere se esista ( Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di A. G. Sabatini, Newton Compton, Roma 2008, pp. 47-49)».

BIBLIOGRAFIA:

– D.Martinelli, Lettere a un futuro animalista, Ugo Mursia Editore S.r.l., Milano 2014.

– Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di A. G. Sabatini, Newton Compton, Roma 2008.

* Davide Russo è nato Milano il 5 Aprile 1987. Lavora come educatore scolastico, principalmente alle scuole medie ed elementari. Ha conseguito una laurea magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università degli studi di Milano e un Master di primo livello come “Educatore esperto in disabilità sensoriali e multifunzionali” presso l’Università degli Studi di Verona, facoltà di Medicina e Chirurgia. Attualmente è iscritto al corso di laurea triennale in Scienze dell’Educazione presso l’Università Milano-Bicocca per motivi di interesse personale e professionale. Convive felicemente con la sua compagna Erica, suo figlio Elia e tre gatti. È vegetariano, adora rifugiarsi in mezzo alla natura e praticare esercizio fisico, suona il basso elettrico e pratica arti marziali.

One thought on “Bambini, animali e modelli educativi. Recensione a Lettere a un futuro animalista di Dario Martinelli

  1. E’ sempre un piacere leggere ciò che Davide Russo scrive. Sa penetrare nella profondità delle cose anche quando questa non è immediatamente a portata di mano.

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