Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Martin Heidegger: Che cos’è la metafisica?a cura di Federico Sollazzo

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> di Marco Viscomi

La riedizione del testo heideggeriano Was ist Metaphysik? proposta dall’editore goWare presenta almeno due originalità interessanti. Per un verso, il volume ripropone la nota traduzione di Armando Carlini ad uno scritto essenziale nello snodo del pensiero di Martin Heidegger, nel quale le parole del filosofo tedesco sono correlate dalle osservazioni in margine dell’importante interprete italiano. Sebbene una simile operazione editoriale contravvenga alle misure predisposte da Heidegger nel dare alle stampe la sua opera omnia presso la Klostermann, l’impegno ermeneutico del Carlini rilancia oggi più che mai la necessità di impugnare la parola heideggeriana con un nuovo spirito critico. Vale a dire: non l’interesse di fare del proselitismo sulla personalità speculativa del filosofo di Messkirch, ma piuttosto l’intento di appropriarsi di questa tipicità teoretica, nel tentativo ormai maturo di superarla in un orizzonte metafisico contemporaneo ulteriore.

Per altro verso, il testo pubblicato dalla goWare si mostra consapevole di un simile intento riflessivo e si propone in prima linea nella rilettura della traccia heideggeriana. Nel saggio introduttivo di Federico Sollazzo viene infatti ribadita la necessità di tornare a tematizzare l’essenza originaria della filosofia oltre e ben al di là della mera dimensione del tecnicismo accademico. L’impegno è quello di assumere la “fatica del concetto” in una dimensione non meno originaria dell’analitica esistenziale heideggeriana, in direzione di un ripensamento dell’umano e-sistere nella verità e nella storia dell’essere. È esattamente in questo impegno speculativo d’insieme che si intuisce la proposta editoriale di rilanciare Was ist Metaphysik? attraverso la lettura critica del Carlini in funzione di un impegno, del quale Sollazzo si mostra ben conscio e impegnato in prima persona.
Ora, lo scopo del presente scritto recensito non può consistere in un’ennesima tematizzazione degli argomenti sviluppati in uno dei saggi dell’ormai acquisito insieme dei “segnavia” heideggeriani. Ciò che mi pare più importante tentare consiste piuttosto nel ritrovare le tracce di quell’impegno di pensiero, che la pubblicazione della goWare cerca di delineare nella duplice scelta di rieditare la traduzione del Carlini e di affidare il compito di presentazione di questa pubblicazione attraverso l’impegno teoretico di cui si fa carico Sollazzo. Mi pare cioè rilevante considerare la relazione fra questi due termini, intesi come i pilastri sui quali si costituisce il senso di una proposta editoriale, che altrimenti potrebbe apparire erroneamente arbitraria. Vediamo quindi con ordine questi due distinti poli della questione.
In merito al primo punto, è bene osservare come la lettura data da Armando Carlini all’intera opera heideggeriana e, in particolare, allo scritto qui in oggetto, propenda per una lettura nettamente esistenzialistica. Condizionato dal suo personale percorso di ricerca, il filosofo italiano si mostra interessato a leggere la produzione filosofica di Heidegger degli anni Trenta e Quaranta come una diretta conseguenza di Sein und Zeit. Carlini stima, certo, l’approccio heideggeriano agli esistenziali e alle tonalità fondamentali (Grundstimmungen) dell’esserci come le cifre nelle quali si attua la domanda specifica della metafisica. E tuttavia tale interrogativo capitale – in linea con la celeberrima premessa del capolavoro heideggeriano del 1927 – viene con forza associato a colui che si pone la problematica filosofica sull’essere, in quanto ciò che è in gioco in tale questione è l’essenza originaria della realtà insieme a quella dell’uomo.
Tornare a interrogarsi sullo statuto della metafisica impone la domanda sullo statuto ontologico di colui che pone in essere questa problematica, osservando come la tematizzazione di tale quesito interpelli direttamente l’essere umano. Carlini è interessato soprattutto a quest’ultimo punto della questione, lì dove egli si mostra preoccupato di collocare Heidegger all’interno di quella dimensione esistenziale, nella quale gran parte della critica della seconda metà del Novecento ha deciso – ad avviso mio e non solo – erroneamente di ridurre la dottrina heideggeriana sull’essere. Essa, infatti, se per un verso non può esimersi dal trattare di quello specifico spazio-tempo, nel quale accade la domanda di senso sull’essere, vale a dire l’essere umano, d’altro canto non può limitarsi in alcun modo alla sola dimensione umana nella quale avviene la trattazione della metafisica. Quest’ultima non riguarda semplicemente il modo umano di essere al mondo, ma anche la modalità originaria nella quale l’essere stesso consente all’uomo di esistere come lo specifico “ci” dell’essere stesso. Solo in questa duplice co-appartenenza di esistente umano e di essere stesso si comprende la dimensione “esistenzialistica” dell’esserci; fuori da questa dualità di rapporti viene meno non soltanto la dimensione della differenza ontologica, ma ancor più la tematizzazione intrinseca tanto all’essenza della metafisica in sé, quanto a quest’ultima in rapporto all’umano essere al mondo.
Per quanto riguarda, invece, il secondo punto al quale si alludeva sopra, vale la pena porre in evidenza la lettura che propone Sollazzo nell’impegno di spingere la riflessione oltre il pensiero heideggeriano, in ordine ad un superamento speculativo e non semplicemente storico-filosofico. L’elemento di maggior rilievo in questa lettura ermeneutica consiste, a mio intendere, nel fatto che la riflessione heideggeriana sia valutata alla stregua di una “metafisica dell’immanenza” (p. 16), alla luce della quale divengono comprensibili i tratti caratteristici e i limiti dell’approccio speculativo di Heidegger. L’impegno nel voler intendere la realtà secondo i termini della domanda di senso, prima, e della tematizzazione del fondamento della realtà, poi, vorrebbe profilarsi – in questa linea interpretativa – non come una ricerca della causa, ma come una contemplazione dell’origine. In questa sostanziale inversione di prospettiva, Heidegger tenterebbe un superamento della metafisica classica, la quale ricerca nelle cause prime della realtà l’essenza ultima dell’essere stesso. Ma tale specifica essenza, sembra suggerire Heidegger nella lettura proposta da Sollazzo, non si lascia categorizzare alla stregua di un’oggettivazione razionalistica, né imbrigliare nelle immagini allegoriche di una visione mistica (e mistificatrice) del reale. Piuttosto, ciò che impone l’esegesi heideggeriana a cavallo fra l’esserci umano e l’essere stesso è la comprensione dell’orizzonte storico-destinale della verità dell’essere. Ciò che occorre intendere per poter dipanare la matassa differenziale e non dialettico-conciliativa sull’approccio metafisico di Heidegger alla realtà – contemplata come orizzonte immanente e non idealistico dell’intero – è appunto la storia dell’essere. In quest’ultima si colloca infatti tanto la domanda di senso sulla metafisica, quanto l’ultimo capitolo di un accadere nel quale noi oggigiorno viviamo l’evento dell’essere, vale a dire la tecnica.
Come la critica ha ormai ampiamente compreso, l’obiezione di Heidegger alla tecnica non consiste in una mera valutazione apocalittica di come la strumentazione tecnologica stia rendendo l’essere umano sempre più ebete e incapaci di pensare. La preoccupazione del filosofo di Messkirch nei confronti della tecnica ha che fare con qualcosa di molto più ampio della mera dimensione antropologica dell’uomo che si rapporta alle invenzioni tecniche. Se infatti la tecnica va inquadrata nell’orizzonte dell’evento-appropriazione (Ereignis), cioè dell’accadere originario nel quale si situa ogni reale in quanto ricompreso nella dimensione differenziale essere-ente, essere-esserci; allora anche la tecnica deve essere collocata in relazione alla questione della metafisica, cioè in rapporto all’orizzonte fondamentale dell’essere. Il livello sul quale deve essere posta l’argomentazione non è cioè quello della causalità, in nome della quale bisognerebbe ricercare i motivi per i quali si sia giunti alla determinazione di un’epoca come quella dell’era atomica e della quarta rivoluzione industriale, cioè quella della cibernetica. Piuttosto, occorre pensare la tecnica come quella specifica metafisica che, facendo dell’oblio dell’essere il suo senso ultimo, ha decretato uno specifico accadimento nella storia dell’essere, che l’essere umano non ha “causato” ma piuttosto – se volessimo dirlo in una maniera ancora inappropriata – subìto.
Nell’accadimento della tecnica gli esseri umani si trovano coinvolti in una delle potenzialità intrinseche all’eventuarsi dell’essere. Tutti noi ci comprendiamo cioè implicati in una dimensione originaria, nella quale siamo radicati e fondati secondo una modalità che non siamo liberi di scegliere, al pari di come non risulta per noi lecito poter scegliere della nostra stessa essenza. È vero che i singoli uomini possono decidere sul loro rimanere o meno in vita, ma a nessuno è dato determinare la nostra qualificazione sostanziale per la quale non possiamo non essere in relazione al principio. E quest’ultimo, d’altro canto, non è possibile che sia altrimenti da come esso fattivamente è, vale a dire l’orizzonte di senso e di fondazione internamente al quale ogni cosa può darsi ad essere e può esistere secondo le sue modalità proprie. Tale potenzialità d’essere e di esistere non è nient’altro che la stessa δύναμις immanente alla realtà intesa come storia e verità dell’essere stesso. Di questa immanenza, propria della potenza dell’essere che consente agli enti di essere nell’ordine originario della loro essenza e del fatto specifico della loro sussistenza ontica; di tale specifica immanenza si riveste l’argomentazione heideggeriana sull’essere e sulla sua indicibilità positiva, sempre bisognosa della circolarità ermeneutica dell’essere e del pensare.
La relazione identificabile nell’essere tra l’essere stesso e l’esserci umano non si può esautorare in singoli eventi della storia, neppure in quello assai critico e attuale della tecnica. Tale dialettica non si lascia neppure sintetizzare in formule astratte pretenziose, né conciliare in formazioni sistematiche con pretese assolute ed eterne, in quanto essa rimane pur sempre storica e soggetta alla storicità dell’accadere. Ciò che però risulta essenziale in questo scorrere del divenire è il continuo darsi immanente dell’essere. Esso, se da un lato fonda ogni cosa presente nella sua sussistenza ontica o nella propria esistenza personale, d’altro canto mantiene in essere ogni realtà nell’attualità potenziale del suo “ci”. Una dimensione spazio-temporali, quest’ultima, che non è soltanto esclusivo appannaggio della coscienza consapevole dell’uomo (come sostenuto da Heidegger col suo concetto di Dasein), ma che si mostra propria di ogni singola eventualità dell’accadere in quanto questa giunga alla fattualità del proprio mostrarsi.
Sebbene il presentarsi fenomenico di ogni singola cosa è soggetto alla temporalità, ciò che rimane di fondamentale in ogni singolo manifestarsi è appunto il tratto inattuale dell’essere stesso. È appunto quest’ultimo che, mostrandosi attraverso ogni singolo evento transeunte della realtà, si presenta come quell’accadere appropriativo, nel quale sia ogni singola cosa diviene se stessa, sia l’intera realtà nel suo complesso si ribadisce propria di se stessa e sola. In questo senso, la metafisica si scopre essere non semplicemente la trattazione che l’essere umano fa del suo proprio esserci, ma ancor più radicalmente il riconoscimento che l’essere attua in se stesso rispetto sia al proprio complesso, sia alle sue parti. È questa l’immanenza, paradossalmente, inattuale in ogni attimo dell’esistenza; la dimensione dell’ora non meramente temporale ma piuttosto ontologica, nella quale ogni volta si mostra il celarsi della verità dell’essere. Vale a dire: il mostrarsi di quella origine comune all’intero essente, che continua a riverberare nel proprio nascondimento, fautore della fondazione originaria di ogni cosa che in generale è o potrebbe mai essere.


Martin Heidegger, Che cos’è la metafisica? e altri scritti, ed. goWare, 2018. A cura di F. Sollazzo

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