Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La “fucina del mondo”. Modi della complessità

4 commenti

>di Giuseppe Brescia*

“Complessità”, dall’etimo “*cum-plexus”, “tessuto insieme”, è caratterizzazione centrale nel pensiero sociologico contemporaneo, da risultare operante nelle rivisitazioni di ermeneutica filosofica, nelle prosecuzioni di epistemologia e teoria fisica, nelle dottrine dello storicismo o negli studi di bioetica.

Con rapido scatto della mente, proverò a raccogliere alcuni aspetti, o ‘modi regolativi’, tematizzati ai vertici del pensiero, presso autori classici nella storia delle idee e della filosofia, per sospingerli verso una nuova “sintesi”. Il ‘succo’ della indagine è nella formula della “Fucina del mondo”, adottata da Francesco De Sanctis a proposito della poesia di Dante giovanile; formula ripresa dall’amico fraterno Pietro Addante, per illustrare l’evoluzione e i principali percorsi del mio pensiero, almeno fino al “1994” ( Schena, Fasano 1994 ). Ma la formula si avvale di molti passaggi, alla ricerca dei “modi categoriali” ( di cui resto interprete, come riconobbero Felice Ippolito ed Ettore Picutti, su “Le Scienze” del 1990 ). Equivalgono – essi – a ufficio di “funzioni” per le “sostanze”, “archi” per le “fondamenta”, modi “forti” nella apparente “debolezza”, “nervature” con le “strutture”, ‘modi’ tessuti tutti di “com-plessità” e nella “complessità”, sulla linea tracciata da Edgar Morin a Karl R. Popper, da Hans G. Gadamer a Luigi Pareyson e Francewsco Barone ( per tacer d’altri ). Gianni Vattimo arriva, così, a parlare di “complessificazione”; mentre Dario Antiseri volentieri discorre delle “ragioni del pensiero debole”.
Prenderò in esame la teoria dell’anima in Aristotele, i quattro sensi delle scritture in Dante, le vie della purgazione in Pico, i fondamenti in Kant ed Hegel, la teoria dei colori in Goethe, le dottrine di Croce e Hirscham, la epistemologia di Popper e Koestler, la teoria del gioco in Roger Caillois, i tentativi di Calvino ed Eco; per tentare una conclusione sul limite della conoscenza.
Già in Aristotele, De Anima, l’anima come anima nutritiva, senziente nutritiva, e generante, è dotata di senso per i sensibili propri ( che sono i cinque sensi ) e per i sensibili comuni ( che sono il movimento, la quiete, la figura, la grandezza, il numero e l’unità ). Inoltre, l’anima stessa è distinta in anima cosciente, in quanto: a) coscienza sensibile e senso comune e b) coscienza intellettiva che si esplica in Immaginazione e Intelletto. Mentre lo spirito pratico si caratterizza come: a) desiderio e b) volontà propriamente detta. Aristotele, però, va oltre e trova felicemente dei veri e propri “modi categoriali” o “princìpi regolativi”, che agiscono nelle funzioni dell’ anima: la “medietà” del senso; la “proporzione” della coscienza sensibile; e il “movimento dei sensibili comuni”. Molto prima di Kant (1781) e dello Hegel, l’ analisi aristotelica costituisce uno sforzo poderoso di indagine sulle “pieghe” dell’animo umano, sui “trascendentali” già intuiti nella delicatezza e profondità delle loro “funzioni”. Il che fece dire a Giorgio Hegel, nel volume II° su Aristotele della sua “Storia della filosofia” (1833-1836), per il “De Anima”, di trovarsi davanti “l’opera migliore e forse l’unica per interesse speculativo intorno a tale oggetto, per le trattazioni che contiene circa gli aspetti e gli stati particolari dell’anima” (Brescia 2000).
Molta scolastica prese a piene mani da Aristotele; e padre Dante vi attinse a suo modo nella dottrina che ispira la struttura della “Commedia”. Di più, l’Alighieri tematizza nel Convivio e nella celebre Epistola a Cangrande della Scala la teoria dei “quattro sensi delle Scritture” ( letterale, allegorico, morale, anagogico o spirituale ). Più piace soffermarsi, hic et nunc, su Pico della Mirandola, le cui “pieghe” trascendentali sembrano attrattive. Per solo esempio, si vedano le quattro guise o i quattro fiumi della “purgazione” nella celebre Oratio de dignitate hominis, premessa a giustificazione della audace raccolta delle “Novecento Tesi”, sospette di eresia; e l’interscambio complesso tra le poesie giovanili e la “Primavera “ del Botticelli (1478-1483), dopo il soggiorno ferrarese e la visione delle classiche Tre Grazie al Palazzo di Schifanoia, fino alla lettera programmatica a Ermolao Barbaro del 1485 ( “Ora fioriscono le Veneri”; v. Teoria della Tetrade, 2002 con le Ipotesi su Pico, 2011 ).
Terzo vertice è il Kant delle tre “Critiche” ( 1781 – 1786 – 1790 ), e della funzione del “sentimento di piacere e dispiacere” nella Introduzione del 1790 alla Critica del Giudizio, sulla quale funzione non mi dilungo qui ulteriormente, per averla assunta e ripresa ad insegna dei “modi categoriali”.
Stimolante in sommo grado è, qualche anno di poi, l’originale analisi che Wolfgang Goethe dedica al “circolo spirituale” come Teoria dei colori, o meglio dentro la Teoria dei colori (1810 ). E’ il genio che ci parla, e ci fa vedere, tale stupenda simbiosi, in fondo poco ascoltato finora ( Troncon; Brusatin ). Ci sono quattro quadranti, nello stemma studiato e rappresentato dal Goethe, a significare le quattro forme di attività spirituale ( ‘Phantasie’; ‘Vernunft’; ‘Verstand’; ‘Sinnlichkeit’: Fantasia; Ragione pensante; Intelletto astraente; Sensibilità ). Ma poi ci sono sei qualificazioni ‘valoriali’, ad arco, che vi corrispondono: ‘Schoen’ ( Il Bello ); ‘Edel’ (Il Nobile ); ‘Gut ( ‘Il Bene’ ); ‘Nuetzlich’ ( l’ Utile ); ‘Gemein’ ( Il Comune ); infine, ‘Unnuetz’ ( o Il Disutile ). Fascia di collegamento tra le ‘modificazioni della mente umana’ ( come aveva detto il nostro Vico, Altvater) e le qualificazioni di valore, sono – appunto – i ‘colori’: marrone, rosso, giallo, verdino, verdescuro. Tutti gli incroci portano a una nuova “filosofia dello spirito”, che punta -come su una leva- su tutte le categorie acquisite nell’età neoclassica, idealistica e protoromantica ( “Nobile quiete e placida grandezza” ). Si avvalorano le poetiche del Turner (1775-1850): onde “i colori sono azioni della luce, azioni e passioni”, e primeggia “una luce avvolgente, nel segno del giallo”; di Vincent van Gogh (1853-1890), onde il giallo è segno della “relazione” in Ritratto del sig. Roulin (1898), nei campi e nelle terrazze dei caffé; e via via di Valerj Kandinskj, nello Spirituale nell’arte (1912) e Paul Klee, con lo “Schema dei colori”: Viola – Rosso, al centro Azzurro – Arancione, e in basso Verde – Giallo. “Modo categoriale”, come ultimo acquisto ermeneutico, è, qui, il “giallo”. Sulla tavolozza dei colori, ridisegnata da Richard Gregory ( Occhio e Cervello, Cortina 1998 ), in Rosso Verde Violetto e Giallo, il Giallo entra non solo nella “sintesi” di Verde + Rosso; ma altresì in quella dei colori secondarii ( come Giallo + Rosso = Marrone; Giallo + Verde = Oro; e Giallo + Violetto = Argento ). A codesta rilettura ci porta il Goethe, squadernandoci le varie combinazioni interne della sua “Teoria dei Colori”, vista come “Simbolica Spirituale” (Brescia 2005).
Nell’ erede suo altrettanto grande, che fu Benedetto Croce, i “modi categoriali” all’interno del sistema circolare delle forme spirituali sono – come è noto – prima il “sentimento”, in varii luoghi della Filosofia della pratica ed in Teoria e storia della storiografia ( 1908 – 1915/1917 ); poi la “moralità” nella Storia come pensiero e come azione ( Capitolo IX ) del “tragico” 1938; infine, la “vitalità” nelle estreme pagine delle Indagini su Hegel ( 1951 ) e delle lezioni su Storiografia e idealità morale. Ma codeste “funzioni”, reindagate in profondità e spessore, non fanno che riportare alla dialettica di memoria – sentimento e tempo, quest’ultimo concepito nelle tre “forme ideali” di successione – simultaneità e permanenza ( prospettiva – colpo d’occhio; memoria ‘latente’ e a ‘risveglio’; catarsi tragica, o dialettica delle passioni e coincidentia oppositorum, rispettivamente ). E fu il mio acquisto in sede di ermeneutica filosofica, degli anni 1978 – 1980/81.
Grandeggiano due altre “topiche” delle modalità categoriali nel secolo scorso: il Ge-viert di Heidegger, “Terra – Cielo – Mortali – Divini”, su cui molto si è discusso e il cui paradigma figurativo può ben consistere nel classico Grifone di Bitonto ; e le quattro forme della “amicizia” nel teologo e filosofo russo Pavel Florenskj, con la simbolica di Maria, meglio Sophia, “Quarta Ipostasi della verità”, ne La Colonna e il fondamento della verità e nei molti studi sull’ Icona (Brescia 2003).
Massimo sforzo nella interpretazione del mondo simbolico e delle forme espressive della mente produsse Italo Calvino, più forse che nei “Nostri Antenati”, nelle “Città Invisibili” o nelle sue “Lezioni Americane”, Six Memos for next Millennium, del 1988: dove sono caratterizzate le modalità della Leggerezza, della Esattezza, della Rapidità, di Visibilità, e Molteplicità ( lasciata sullo sfondo, come sbiadita, del manoscritto, la ‘Consistenza’, ultima e appena disegnata lezione newyorkese ).
La Leggerezza rappresenta il “salto del poeta filosofo”, nuova “forma del vitale”, in quanto “ricerca di leggerezza come reazione al peso del vivere”. La Esattezza si costituisce – heideggerianamente – come “radura” o “mezza luce”: dove campeggiano i momenti ed aspetti della “simmetria” e del “cristallo”. Vi assurge a nume tutelare Eugenio Montale, con la ermeneutica delle “tracce”. La Rapidità si polarizza nei paradigmi di Mercurio, emblema della “sintonia” o della “comunicazione”; e di Vulcano, alimento di “focalità” e di “concentrazione”. Mentre la Visibilità – in sintesi – è la prerogativa del “Mondo non mai saturabile” di Giordano Bruno, partendo dallo “Spiritus phantasticus” e dal nostro “Pico visivo”, sino ad approdare alle immaginative epistemologiche di Godel e Hofstadter. E la Molteplicità riguarda da un lato il “pluralismo dei valori”, il rapporto di unità-distinzione delle forme ( sulla linea Kant – Croce – Weber – Dilthey – Musil – Gadda – Proust e Borges ); e dall’altro, sia l’ “accadimento” come campo globale e il romanzo come “rete” da una parte, che la stessa “molteplicità” nella propensione “postmoderna”. La Consistency, ripetiamo, rimane invece sullo sfondo (Brescia 1989).
Ogni ‘percorso’ assurge a semenzaio per altri ‘discorsi’. – “Ha molte facce la polla schiusa”, classicamente insegna – sul punto – il genio poetico di Eugenio Montale, all’esito degli Ossi di seppia (Brescia 2015). Calvino apre, così, molte ‘facce’ e ‘tracce’ di epistemologia, innamorato qual è di scienza, astronomia e filosofia della scienza. Pure, ‘Maestro’ di episteme contemporanea è, specialmente, Karl Popper, cui si debbono la dottrina dei Tre Mondi della Conoscenza ( nel Dialogo con Sir John Eccles, L’io e il suo cervello ) e La ricerca non ha fine ( versione italiana della autobiografia, Unended Quest ).
In verità, Popper “territorializza” – per così dire – i rapporti tra Natura Coscienza e Cultura, Mondo 1 della percezione sensoriale, Mondo 2 della intenzionalità cosciente e Mondo 3 del Sapere come ‘acquisto per sempre’ ( Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper, Fasano 1986 ). Dove io procuro di “temporalizzare” – invece – i nessi tra le forme, intanto conferendo il ‘primato’ ( autentico ‘Mondo Uno’ ) a ‘Mondo 2’ della Coscienza e della Intenzionalità, sull’interscambio operante tra le altre due forme della conoscenza ( ‘Mondo 1’ e ‘Mondo 3’ ); quindi, cogliendo la differenza delle interazioni tra sfera percettiva e sfera memoriale, rispettivamente in età adulta e in età infantile; e – poi- tra la proiezione immediatamente ‘geniale’ della intuizione artistica in ‘possesso per sempre’; quindi nella sua ‘trascrizione’ segnica ( primo caso: ‘arte’ – l’eureka’ della scoperta ), ovvero come ‘traduzione’ materiale e simbolica precedente la perfezione dell’opera ( ed è il secondo caso del possibile rapporto: la ‘tecnica’ – o la ‘comunicazione’ -, ‘opus perfectum’ ).
Alcuni amici non intesero subito perché avessi inserito la discussione del metodo riabilitativo, che prendeva nome dal cecoslovacco Vojta, nel saggio Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper ( Cap. VI ). In effetti, si confermava sul punto che ogni “vera storia” è sempre “autobiografia”. Con il trattamento delle zone grilletto a livello sensoriale, si provocavano risposte nella corteccia cerebrale, risposte che si ritrasmettevano all’arto periferico impegnato da “stupore del nervo”, all’atto della nascita. Con quel trattamento si può ben “salvare” la propria figlia, tempestivamente presa in “cura”, a livello neo-natale. Dunque, la riabilitazione neuromuscolare costituiva, e costituisce ancora, un caso di rapporto corpo-mente, in special modo tra Mondo 1 ( ‘esperienza’ sensoriale ), Mondo 2 ( ‘attesa’ della coscienza ) e Mondo 3 ( fissazione della risposta nel sorriso materno e dunque nella ‘memoria’ ).
Con tutte e per tutte le sue topiche, il “gioco” relazionale è – allora – profondamente “serio”.
Magistrale ne fu la sintesi del sociologo francese Roger Caillois, che in Il gioco e gli uomini, ben distinse le quattro forme simboliche e antropologiche del “gioco”: “Alea” ( Il rischio ); “Agon” (la competizione ); “Mimicry” ( La maschera ) ed “Ilinx” ( La Vertigo ). Plesso tematico, di cui si possono scavare ancora implicazioni e passaggi. Per es., le coppie Agon-Alea e Mimicry-Ilinx sono “casuali” ( come inclina a volte a credere Caillois ) o “necessarie” ? E non impegnano forse la dialettica di “vita” e “morte”; o non trascendono, assestandosi in “quaternità”, quando la “vertigine” deve riequilibrarsi nel concerto delle forme del gioco? (Brescia 2002).
Ma più importa rivedere una tematica poco esplorata, per quanto geniale, del testimone ungherese di libertà, Arthur Koestler ( 1905-1983 ), studioso attento dell’ “Atto della creazione”, oltre che di Darkness at Noon (“Buio a Mezzogiorno”) e della complessa autobiografia Schiuma della Terra: la cui epistemologia della creatività, tra tante perle, chiarisce come dal rapporto tra la dimensione “tragica” dell’esistenza e la “banalità” del quotidiano si sprigioni la “ricerca dell’Assoluto”. Per esempio, questo aspetto spiega l’interesse delle storie del Premio Nobel francese Patrick Modiano nel 2015 ( lo diresti, il “Bassani francese” ), quando le foto di famiglia, l’arte del ‘flaneur’, i ricordi comuni forniscono il piedistallo per la commozione intensa e l’epifania del destino dei personaggi, specialmente femminili, sfuggiti a persecuzioni e sviamenti (Dora Bruder). E dove, sia consentito postillare, al contrario, lo “schema” degli “intellettuali organici” nostrani si istituisce spesso tra i due poli della “ideologia” ( di cui è referente il ritrovato “realismo” ) e la “maniera del giocoliere” ( romanzi a scatole cinesi à la Umberto Eco, dal Nome della rosa al Pendolo di Foucault e da Baudolino al Cimitero di Praga ): corto circuito dal cui “innesto” si esprime o – meglio – squaderna la “retorica” ( in certi casi, la “paranoia” ) del “complotto” ( fino ai vertici deliranti del Cimitero di Praga, sorta di cavalcata di tutte le ideologie del complotto, di ebrei e massoni, gesuiti e patrioti, giacobini e reazionari ), senza pathos tuttavia e senza cuore. Il che non ha impedito a editori postumi di Eco di immettere sul mercato vecchie lezioni a proposito di fascismo e antifascismo, dove tra le forme di “fascismo” è compresa proprio la stessa dottrina del complotto, vagheggiata dallo scrittore e semiologo alessandrino; anche se non è chiaro se l’ascrizione alla categoria di “fascismo eterno” della idea di “complotto” si riferisca alla critica epistemologica della “teoria del complotto” ( acquisto liberale di scuola eminentemente austriaca ) ovvero alla adozione paradigmatica della stessa “retorica”.
La sociologia più scaltra e avvertita entra potentemente in campo nella attualizzazione di Albert Otto Hirscham, teorico acuto delle forme di “defezione” prima (1970): “Loyalty” – “Exit” – “Voice” ( come dire “Lealtà – Defezione – Protesta” ); e nelle “Retoriche della Reazione” poi (1991): “Perversity” – “Futility” – “Danger” ( che sarebbero, rispettivamente, “Perversità – Futilità – Messa a Repentaglio” ). La tarda modernità, dopo l’epistemologia e la scuola austriaca, potrebbe ritmare anche qui con diverso accento i percorsi tracciati, leggendo: “Cum-petere” ( per la Lealtà ) – “De-Regulation” ( modalità errata ed eslege di mercato: Exit ) – Conseguente “Legittimazione alla Protesta” ( Voice ). E per l’altra triade sociologica, di cui restiamo debitori all’esule tedesco e amico di Eugenio Colorni, possiamo evidenziare: “Welfare”, come sistema di prassi e utilizzo in “Perversity” – “Liceity of Debt” per fenomenologia della “Futilità” e sistematica adozione erronea – fino all’esito della “Messa a Repentaglio”, e comunque “Danger”.
Insomma, tutte le ermeneutiche, e anche le più audaci e raffinate dottrine delle “modalità”, si riconducono evidentemente al solco del nostro sentiero umanistico, quello delle “guise della prudenza”, delle vichiane “modalità” e “modificazioni della mente umana”. Sì che le stesse metodiche possono, e debbono, essere ripensate alla luce della sussistenza o meno del rispetto per le “regole”, i “modi”, le “misure” ( “quantitativo-qualitative”, direbbe Giorgio Hegel nella Logica ): pena il rischio della messa a repentaglio o del declino delle nazioni. Infatti, 1) E’ quando si sommano due o più opposti errori, che si forma ed avvia il ‘declino delle nazioni’. E poi 2): Ciascun sistema sociale ed economico o schieramento politico ha ragione nel sottolineare gli ‘errori’ del sistema alternativo. Quindi: 3) Occorre recuperare il ‘senso comune’, con le ‘guise della prudenza’ – ‘De Constantia Jurisprudentis’ (Brescia 2017).
A Dario Antiseri, che giustamente osserva la presenza di un “fair game” ermeneutico su quasi tutto il terreno delle idee ( sul Tempo e i valori, su Vico e Croce, e Einstein e Popper ), oppongo la ricerca del “full game” delle categorie e dei modi categoriali. A Francesco Alberoni, che dottamente contesta Il regresso culturale odierno in una effemeride del 21 gennaio 2018 ( es.: televisione; filmografia; narrativa poliziesca; letteratura d’intrattenimento o d’occasione; comunicazione ‘effusiva’ sui social media; dibattiti socio-politici; ‘retorica in ogni direzione’, dalla perifrasi sessantottesca ‘nella misura in cui’ agli insistiti ‘ovviamente’ e ai ‘dopo di che’, del mondo della chiacchiera attuale e trasversale, aggiungo io ), allego la ricerca del “fare più alto”, del “sapere più alto”, della “scienza più alta” e della “capacità di ragionare più diffusa”, magari a partire dalla rilettura delle Notti bianche di Fedor Dostoesvkj: “Che meraviglioso linguaggio, che incredibile fantasia, che emozioni sublimi ! Mi son detto: ma come siamo caduti in basso, dove stiamo andando?” (Brescia 2002 [2]).
Si ha sempre un bel dire e ridire, tergiversare e complicare le cose quanto si vuole; ma senza la lezione vichiana, onde è il possesso del ‘come’ a garantire il ‘fare scienza’, non avremmo avuto la fenomenologia, la filosofia ‘positiva’ dello Schelling maturo, né – in fondo – la critica del Popper all’essenzialismo e al nominalismo in ambito scientifico. E non avremmo avuto nemmeno la centralità dei fattori neuronali in medicina; la scoperta del nerve growth factor di Rita Levi Montalcini; la netta preminenza della endocrinologia e della immunologia, nello studio delle ‘funzioni’ a cavaliere – per dir così – degli ‘organi’; forse, della eziologia e terapia delle forme tumorali, o di tanti mali cosiddetti ‘incurabili’. Venga il nuovo genio a fondere analisi del tempo, dei processi degenerativi, del rapporto freno-acceleratore nella patogenesi delle cellule impazzite, in definitiva studio delle più segrete e profonde ‘modalità’ della natura ( dove un pizzico di ‘idealismo’ storicistico non guasterebbe ); e si vedranno – forse e senza forse – mirabili resultanze.
Torna, alla fine, l’antinomia tra ambiziosa “Teoria del Tutto” e l’ “umiltà” religiosa del fare umano.
Nel canto III del Purgatorio ( vv. 37-45 ), Virgilio si rivolge magistralmente a Dante, sgomento per il fatto che non vede innanzi a sé fratta l’ombra della propria guida. “State contenti, umana gente, al quia; / ché, se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria; / e disiar vedeste sanza frutto / tai che sarebbe lor disio quetato, / ch’etternalmente è dato lor per lutto: / Io dico d’Aristotile e di Plato / e di molt’altri”; e qui chinò la fronte, / e più non disse, e rimase turbato”.
Dove la congiunzione latina quia sta per: quia sunt, appagamento al fatto che “le cose sono”, non al quomodo, e cioè al “modo in cui sono”. Perché, infatti, delle ombre dei morti, “corpi incorporei” ( è questo il punto notevole della poetica didascalìa ), spiega nel medesimo contesto Virgilio ( vv. 31-33 ): “A sofferir tormenti, caldi e geli / simili corpi la virtù dispone / che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli” . Si possono, e debbono, enucleare – in merito – ancora “quattro sensi delle guise”: 1) regole o conoscenza delle regole; 2) ‘modificazioni delle mente umana’, o ‘forme di attività spirituali’; 3) mediazioni o ‘modi categoriali’ nel ‘rapporto tra le forme’; 4) ‘giudizio’, o ‘guisa delle guise’, “Senso comune”, o buonsenso.
Ecco, il come fa, è propriamente quel che distingue la coscienza di un accadimento, dalla scienza dello stesso; il cogito ergo sum cartesiano, dal verum ipsum factum vichiano; le “guise della prudenza” o le “modalità” e il “come”, rispetto a nominalismo ed essenzialismo di che cosa è una cosa (Vico 1725-1744). Il come fa distingue il Sosia plautino, citato ironicamente dal Vico a proposito di Renato Delle Carte, dal “secondo” Schelling, inteso fenomenologicamente allo studio della filosofia “positiva”. Il come fa è quanto la Provvidenza ( dice Virgilio a Dante ) esclude dal mettere a disposizione degli uomini. E il come fa costituisce l’àmbito, e l’ambizione insieme, della scienza moderna: “fioco lume” della ragione pensante ( per stare a termini ancora danteschi ) di fronte al “folle volo” della conoscenza (Brescia 2013).

Bibliografia

  • Brescia 1989, V. La nuova ‘koiné’, Seconda Parte di Pascal e l’ermeneutica, Fasano, Schena.
  • Brescia 2000, Epistemologia come Logica dei modi categoriali, Laterza, Bari.
  • Brescia 2002, Teoria della Tetrade, cit., Andria.
  • Brescia 2002 [2], Tolstoj e Dostoevskj nella Utopia degli antichi – Distopia dei moderni, Andria.
  • Brescia 2003, Teoria della Tetrade, Guglielmi, Andria 2002; Il gioco come momento ermeneutico, Bari.
  • Brescia 2005, Il circolo cromatico di Goethe e altre note di Estetica, Bari.
  • Brescia 2013, Il vivente originario, con Prefazione di Franco Bosio, Libertates, Milano.
  • Brescia 2015, Tempo e Idee. ‘Sapienza dei secoli’ e reinterpretazioni, Albatros, LibertatesLibri, Milano.
  • Brescia 2017, Le “guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi, Laterza, Bari.
  • Vico 1725-1744, De nostri temporis studiorum ratione; la Scienza Nuova prima e seconda.

*Giuseppe Brescia, Presidente della Libera Università “G. B. Vico” di Andria, Preside titolare nei Licei, Medaglia d’oro per i benemeriti della Scuola nel 1990 e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, dopo la fase filologica (La poetica di Aristotele e Croce inedito del 1984), ha espresso un sistema in quattro parti: Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva in due volumi (Bari 1999); Epistemologia come logica dei modi categoriali (2000); Cosmologia come sistema delle scienze di frontiera (1998) e Teoria della tetrade (2002). Ha lavorato all’innesto tra umanesimo storicistico, epistemologia ed ermeneutica, dando valore attrattivo ai tempi del “tempo” e della “Lebenswelt”; alle Ipotesi e problemi per una filosofia della natura (1987), L’azione a distanza (1990) e Pascal matematico (1991); alle attualizzazioni dei problemi del male e del sofisma (Critica della ragione sofistica, 1997; Ipotesi su Pico, 2000 e 2011; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, 2002; Il vivente originario. Saggio sullo Schelling, Milano 2013).

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4 thoughts on “La “fucina del mondo”. Modi della complessità

  1. grato, partecipando, forse alcuni matematici come dei fisici l’hanno vissuta e sviluppata tra verità e bellezza

  2. Grazie per l’attenzione. In effetti, la relazione modale tra verità e bellezza campeggia in Goethe e la teoria dei colori e in Croce nella circolarità delle forme spirituali ( per tacer d’altro: teoria dei giochi, teoria fisica ). Giuseppe Brescia

  3. Insomma: dai colori del fare si comprende il tutto! E’ di moda il giallo verde (Fare in Natura) per contrapporsi al rosso blu (Combinare in modo tecnologico)! La natura semplifica, l’artificio complica!
    Sulla teoria dei colori leggere:
    http://pibond.blogspot.com/…/goethe-e-il-suo-cerchio-colora…
    Sul fare:
    http://www.pibond.it/…/ho…/files/otii/12_azioni_uomini_6.pdf

  4. Grazie anche a Bond ! Per restare sul grande Goethe, si badi al fatto che la teoria dei colori nello stemma del 1810 non è soltanto descrizione ‘cromatica’ ma – piuttosto – ‘simbolica spirituale’. Quindi, non è solo la natura a ‘semplificare’, e nemmeno l’artificio a ‘complicare’; ma tutto l’intreccio tra Fantasia, Ragione pensante, Intelletto astraente e Sensibilità (circolo esterno), da una parte, e le sei qualificazioni valoriali ( Bello, Nobile, Bene, Utile, Comune e Disutile o Dannoso ), in corrispondenza nel circolo interno, dall’altra; e tutte e due ‘mediate’ dai colori: marrone, rosso, giallo, verdino, azzurro, notturno, a con-dividere i quadranti, in una vera e propria “complessità” ermeneutica. E si potrebbe andar oltre con un saggio per ogni con-divisione, sul sentiero che conduce a Storicismo, Filosofia dei valori, Ermeneutica, Estetica filosofica ed Epistemologia nella modernità. Ad es., la Fantasia con-divide l’ Inutile e il Bello; la Ragione pensante, il bello e il Nobile; Intelletto astraente, il bene e l’Utile; e la Sensibilità, l’utile e il Comune. Qui ci sono, ‘in nuce’, Croce, Gadamer, Assunto, Carabellese, Dilthey, Hartmann, Windelband, per dirla in breve. Ed è come trovarsi di fronte ai disegni di Giordano Bruno: la cui ‘interpretazione’ è in-finita. Poi ci sono i colori, e tutti quanti gli altri innesti proposti nella mia ‘sintesi’.Giuseppe Brescia

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