
In Italia è da tempo in corso un ampio ed articolato dibattito sullo stato della scuola e dell’istruzione. In particolare, è stato oggetto di ampia discussione un articolo di Massimo Cacciari, uscito sul quotidiano La Stampa del 28 luglio 2025, in cui il filosofo italiano accusa la politica di ignorare una cosa fondamentale: e cioè che “educare” significa “liberare”. Per usare le sue parole, significa “significa trarre fuori dal giovane la potenza che già è in lui, aprire la sua mente, i suoi occhi, e non informarlo di ciò che padri e nonni hanno compreso e vissuto”. La politica, da alcuni decenni, ha accantonato questa visione, perseguendo invece l’obiettivo “di addomesticare il giovane al mercato, ossessionata dalla peregrina idea dello “sbocco occupazionale”, sarà necessariamente il trionfo dell’ordinamento burocratico, del controllismo formale”.
Cacciari afferma che alla politica non interessa realmente la formazione dei giovani ed il risultato è la trasformazione della stessa in una sorta di pre-lavoro: “Modello non solo culturalmente odioso, ma semplicemente idiota, poiché esso prefigura una scuola che si troverà sempre in costante ritardo rispetto alle trasformazioni organizzative e tecnologiche”. Tutto ciò genera un abbassamento della qualità dell’istruzione, una riduzione del numero dei laureati (solo il 30% nella fascia tra i 25 e i 30 anni, cioè il 10% in meno rispetto alla media europea) ed una burocratizzazione insostenibile della professione docente, che non lascia ai professori il tempo per leggere, pensare e aggiornarsi. In una scuola siffatta contano solo le continue procedure e rendicontazioni, in nome di un fantomatico “successo formativo” che esiste solo sui tanti documenti da compilare con diligenza.
La scuola attuale ha perso di vista quello che ne è il cuore: i maestri.
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