Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La logica del desiderio

Il desiderio è al centro dei pensieri e delle azioni umane, non rappresenta una connotazione negativa, ma caratterizza l’essenza stessa dell’uomo, i rapporti di un individuo con il mondo che lo circonda.

Per Spinoza il desiderio è il vero motore dell’essere che spinge ognuno di noi a realizzare ciò che riteniamo possa essere la causa del benessere. Ma in realtà, il desiderio nasce e si sviluppa, in quanto si intravede la possibilità di raggiungere, per il tramite di un oggetto, qualcosa d’altro, il che sottolinea il fatto che le motivazioni del desiderio non sono mai del tutto evidenti e consapevoli.

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L’incontro con l’Altro

Fin dall’inizio, la nostra esistenza presuppone necessariamente l’incontro con l’Altro. Nessuno può da solo realizzare pienamente il progetto di esistere.

La relazione è ineludibile, anche nella solitudine i nostri pensieri mantengono la relazione con gli altri. L’apertura con l’alterità non è semplice e immediata ma faticosa: ognuno porta con sé i propri sentimenti, i propri stati d’animo, ognuno è depositario di un proprium che rende unici e irripetibili.

 Nell’incontro con l’Altro ci rendiamo conto di custodire una profondità di cui era impossibile accorgersi da soli.

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Le ambivalenze della nostalgia

La nostalgia è uno stato d’animo caratterizzato da un processo emotivo complesso, da una parte la malinconia nei confronti del passato e dall’altra una profonda inquietudine di vivere il presente.

Il termine nostalgia nasce dalla combinazione delle due parole greche “nostos” ritorno e “algos” dolore, e corrisponde al dolore del viaggiatore che, lontano dalla sua terra, la rimpiange e desidera ritornare.

Hegel ha dato una definizione di nostalgia “La nostalgia è il dolore per la vicinanza del lontano”, le due parole sembrano in antitesi tra loro, l’accostamento di vicinanza e lontano sembra stridente, ma in realtà riesce a trasmettere in modo efficace il concetto di nostalgia. Lontano può essere qualcosa che appartiene a un altro tempo, qualcosa da cui siamo stati separati, ma che ancora sentiamo vicino. Ed è proprio questa incapacità di allontanare anche emotivamente l’oggetto o la persona lontana che ci provoca dolore. Un dolore che è anche desiderio di ritornare nel luogo lontano o di ritrovare la persona persa. 

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L’instabilità della ragione

In un mondo che celebra la razionalità è importante ricordare che le innovazioni più grandi, così come le idee rivoluzionarie, sono nate da una forza capace di andare oltre i limiti della logica tradizionale. La relazione tra follia e ragione è un tema che ha attraversato secoli di riflessione filosofica, artistica e scientifica. Se da un lato la ragione è stata esaltata come fondamento del pensiero logico, dell’ordine sociale e della risoluzione dei conflitti, dall’altro la follia ha sempre affascinato per la sua capacità di rompere gli schemi, sfidare le convenzioni e dare vita a nuove forme di creatività.

 La ragione è un sistema di regole che mira a creare ordine, ad evitare il caos. Questo sistema è fondamentale per la convivenza sociale e per la costruzione di un sapere condiviso, tuttavia, è proprio questa natura regolativa della ragione che può limitare l’esplorazione dell’ignoto.

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Il valore del tempo

Il tempo è ancora oggi una delle grandi questioni filosofiche ancora irrisolte.

Come teorizzava Agostino è la cosa più personale e soggettiva di cui possiamo fare esperienza. Il tempo è l’aspettativa, il desiderio, la noia, la gioia di vivere e tanto altro ancora. Il tempo è la cifra qualitativa e valoriale della nostra storia quando segue il ritmo interiore. Se siamo passivamente ingaggiati a vivere la vita, compressa e frammentata in ritagli cronologici scivola come sabbia tra le mani.

La nostra efficienza e rapidità nel portare a termine ogni compito e tutto il tempo risparmiato non allungano la nostra esistenza, non abbiamo ancora a disposizione un modo per accumulare il tempo, per conservarlo o tenerlo in stand-by.

Gli antichi greci con il termine kronos indicavano la coincidenza della scelta deliberata con la visione di un’opportunità. Kairos è l’improvvisazione dell’atto più fecondo deliberata nel momento opportuno. Kairos è l’attimo propizio che si schiude a chi crea il futuro, a chi si improvvisa pioniere di una nuova rotta senza troppi strumenti di misurazione, seguendo la navigazione a vista del viandante.

Cos’è il tempo?

Il tempo è una conseguenza di un cambiamento avvenuto. È un’intuizione, un’elaborazione interna alla nostra mente, con importanti risvolti psicologici.

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La nevrosi della perfezione

Le possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica hanno creato nell’uomo una sorta di delirio di onnipotenza, una cultura che prevede che ogni desiderio possa essere realizzato. In questo clima di efficientismo esasperato la vita si trasforma in competizione continua, in tensione permanente.

La cultura dell’efficienza nasce dal concetto di perfezione, dall’idea che l’uomo può e deve essere perfetto. Si definisce perfezione la qualità di ciò che è esente da difetti, il difetto è una mancanza, la perfezione quindi è uno stato di pienezza.

Con il mito della perfezione l’uomo ha perso il senso del limite. Il modello di uomo da raggiungere è quello che va oltre i propri limiti, ma senza rendersi conto che oltre il limite non c’è la perfezione, ma la disumanizzazione. Ogni fallimento, ogni errore mette tutti in crisi. Ogni insuccesso è causa di traumi interiori. La pretesa che la vita sia perfetta diventa pretesa che tutti siano perfetti.

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La vulnerabilità del bene e del male

Bene e male sono i due principi fondamentali che governano la nostra vita, che muovono l’umanità. L’uomo ha da sempre cercato di comprendere questi concetti contrapposti tra loro, spesso insidiati da fraintendimenti e pregiudizi.

Socrate diceva: chi conosce il bene fa il bene; quindi, chi fa il male non conosce il bene. Alla base del male c’è l’ignoranza. Chi fa il male crede che in quel momento il male che fa non sia male; se lo sapesse non lo farebbe. Il male è un fatto storico, il male come danno che un individuo può arrecare a un altro individuo è relativo alla singola situazione storico- politica; può cambiare a secondo i tempi e i luoghi.

Non facciamo il male, ma il bene quando sentiamo che l’altro non è un altro da noi, non è un diverso da noi, cioè un oggetto, ma è una persona come noi, cioè un soggetto. Solo allora non facciamo il male non perché obbediamo a codici di comportamento o per prescrizioni imposte da entità esterne, ma perché non amiamo farlo.

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L’eclissi del pensiero critico

Viviamo in un’epoca frenetica, dove tutto muta, senza riferimenti, sicurezze, punti d’incontro, un’epoca dove non è più importante distinguersi dal gruppo, ma omologarsi ad esso. Ogni individuo è un soggetto unico e irripetibile, ma oggi sembra che tutti siano uguali, non tanto nel modo di pensare o di condividere determinate ideologie, quanto nel modo di apparire. Il nostro è un mondo che ogni giorno di più assume un’unica forma di pensare, di sentire e di esistere.

Un mondo che non tollera differenze, un mondo omologato che non accetta modi di pensare non omologati, subito liquidati come inaccettabili. Viene chiamata uguaglianza quella che dovrebbe essere chiamata indifferenziazione, nella quale trionfa incontrastata la disuguaglianza.

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La fragilità dell’anima

La malinconia come rivelazione della nostra condizione esistenziale

La malinconia descrive la drammatica imperfezione della vita e della profondità umana, in questo fondo dell’essere non sembrano esserci zone protette.

Nella sua refrattarietà a ogni definizione univoca, la malinconia fa emergere una più radicale resistenza ad un sapere aggressivo, che vuole normare l’esperienza senza tenere conto dell’originalità e imprevedibilità dell’iniziativa personale. Non è possibile delineare con precisione l’origine e il motivo di tale esperienza, che si fonda su una sorta di mancanza, di distanza di qualcosa di cui non si sa riconoscere l’oggetto, né dire che cos’è.

 Più si riflette e si abbraccia la condizione umana, più il dolore si fa largo nei pensieri. La malinconia è capace di farci approdare a lidi nascosti della nostra interiorità, ci accompagna a visitare gli abissi del nostro essere, in un processo di conoscenza graduale.

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La paura del Limite

La vita degli esseri umani si dispiega nella consapevolezza di essere circoscritti da ogni parte da limiti e confini, ma anche dall’ostinata volontà di non accettazione delle restrizioni, che si traduce nel desiderio di superare ogni limite.

Il concetto di limite è associato all’idea di ostacolo, come se le due parole fossero sinonimi. La cultura dominante trasforma tutti i limiti in illusioni: il limite è solo apparente, perché una volta superato svanisce. Il superamento costante dei limiti sta compromettendo la vita stessa dell’uomo. La cultura occidentale del progresso ha costruito la società dell’abbondanza, non ci sono limiti al consumo e al flusso di desideri, continuamente indotti, perché funzionali al mantenimento del nostro sistema economico, dove è l’eccesso che diventa un valore perché agevola il superamento dei limiti, favorendo la loro trasformazione in illusione.

Sproniamo noi stessi e i nostri figli a essere forti, a fare del loro meglio per essere vincenti. Oltre a generare sofferenze e disagi il superamento dei limiti mette in evidenza l’esistenza stessa dei limiti. Anche le concezioni di spazio e tempo sono influenzate dall’illimitatezza. Il tempo è visto come qualcosa da riempire, più attività e impegni si riescono a mettere in agenda e più si raggiunge la pienezza della nostra vita, mentre la noia è concepita come perdita di tempo, diventa inutile e da evitare. Per questo motivo la ricerca ossessiva di impegni e l’iperattività sono tra i fenomeni più diffusi.

Considerando il significato etimologico, il concetto di limite deriva da due differenti sostantivi latini, limes e limen. Il primo assume un’accezione negativa di confine, che costituisce per l’uomo una barriera invalicabile, il secondo ha il valore di soglia ed è per l’uomo passaggio, apertura.

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Il male di vivere

L’uomo è un animale sociale e in quanto tale ha bisogno di interagire e di trovare il proprio posto all’interno della comunità, ha bisogno di relazioni gratificanti, potremmo definire la solitudine come quel sentimento che proviamo nel momento in cui questo bisogno non viene soddisfatto.

 Quando non riesce ad interagire ed instaurare legami significativi, l’uomo entra in crisi, mettendo in discussione tutto il proprio mondo. Eppure, la solitudine non viene considerata come si dovrebbe: ovvero come un male pericoloso, trascuriamo i rimedi contro il male oscuro della solitudine, che in realtà non colpisce solo le persone anziane, ma i giovani. Ogni solitudine ha una sua storia, un volto, un racconto, un dolore. C’è la solitudine del dolore, della mancanza e c’è la solitudine di chi sente di non avere la forza per farcela e si rassegna all’isolamento.

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L’altro me stesso

                               

L’amicizia è considerata un sentimento che nasce dall’incontro tra persone che, percependo interessi, valori, e ideali comuni, stabiliscono interazioni fondate su vicinanza, comprensione e fiducia reciproca.

Nel pensiero degli antichi, l’amicizia non veniva ancora nettamente distinta dal concetto di eros, cioè di amore. Il primo filosofo a tracciare una linea tra queste due forme di affettività fu Aristotele, che in Etica Nicomachea, dedicata al figlio Nicomaco, sostiene che la virtù porta la felicità. Essere virtuosi significa essere felici, l’amicizia è necessaria alla vita e come tale è una virtù. L’amicizia è ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Egli definì questo sentimento come “amore di benevolenza”, per cui colui che ama non desidera il bene proprio, bensì quello dell’amico.

L’amicizia è un amore caratterizzato dalla reciprocità e da una comunanza sincera di ideali e consuetudini. Questo sentimento diventa il luogo in cui due anime si incontrano per fondersi nell’affetto reciproco. L’amicizia è necessaria, Aristotele lo ripete incessantemente, nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, ma per essere definita tale, deve rispondere a tre requisiti: la mutua benevolenza, la volontà del bene e la manifestazione esteriore dei sentimenti.

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