
Perché è contrario all’abolizione del quorum ai referendum?
Sono contrario perché sostanzialmente c’è poi il rischio che ogni referendum consegua il suo risultato senza che ci sia nemmeno la consapevolezza da parte dei cittadini. Tutto sommato, con i limiti che pure ha, ritengo che il quorum sia un argine rispetto a cambiamenti che possano sconvolgere la vita già sconvolta del paese.
La accusano di avere un linguaggio troppo complicato, non adatto per le masse. Chi è il destinatario dei suoi libri?
Io non scrivo per le masse: io faccio filosofia, quindi provo a esprimere con la pazienza del concetto temi e problemi che sono quelli della filosofia; è anche un po’ ridicolo prendersela in questo senso con un uso articolato del linguaggio. La filosofia, come diceva bene Hegel, ha una sua lingua, un suo lessico. La pretesa di “abbassare” la filosofia al livello di chi non è in grado di ascoltarla non fa altro che rendere un cattivo servizio tanto alla filosofia quanto a chi la ascolta. Socrate parlava in piazza con tutti, ma in maniera articolata e senza fare sconti sui concetti o sulle riflessioni radicali. Tutti possono accedere alla filosofia; ma, come per ogni cosa, è necessario un apprendistato adeguato.
Si è mai autodefinito “filosofo”?
“Filosofo” può sembrare un’espressione un po’ pomposa, autogratificante. Io sono uno studioso di filosofia e amo fare filosofia. Non sta a me definirmi in tal modo – anche perché quando penso ai filosofi penso soprattutto ad Aristotele, a Hegel, a Spinoza, non ovviamente a me stesso e nemmeno, se posso permettermi, ai viventi del nostro presente.
L’uso da parte sua di espressioni come “il guitto di Kiev”, “il codino biondo che fa impazzire il mondo”, “il bardo cosmopolita dal suo attico di Nuova York”, suona irrispettoso per qualcuno.
Ma non sono espressioni irrispettose, anche perché non sono mai offensive in quanto tali, sono piuttosto tentativi di comprendere l’essenza del personaggio in questione. Di certo non c’è da parte mia la volontà di offendere nessuno; c’è piuttosto l’intenzione di comprendere l’essenza di personaggi che popolano la tumultuosa scena politica (e non solo politica) contemporanea. D’altro canto, non ho inventato nulla di particolarmente originale: Fichte, ad esempio, chiamava Napoleone “der Namenlose”, il “senza nome”.
A che cosa serve la filosofia oggi?
Serve esattamente a mettere in discussione il dogma secondo cui tutto debba servire a qualcosa: la filosofia non serve a nulla, se non a pensare e quindi a esercitare la parte che si presume migliore di noi. In tal modo mette in discussione l’utile, il grande idolo del nostro tempo; la filosofia è il pensiero fine a se stesso, che tuttavia può poi produrre tutta una serie di conseguenze pratiche: ha sempre una sua portata pratica, nell’ambito etico, nell’ambito politico. E quindi – come bene dice Aristotele – accanto alla scienza etica c’è anche la scienza pratica. Credo che le due non vadano tenute distinte.
In cosa consiste l’attualità di Hegel?
A mio giudizio, Hegel è – se vogliamo usare questa categoria – il filosofo più attuale dell’intero canone moderno europeo, nella misura in cui – lo dico ovviamente con una mostruosa sintesi – è il pensatore del rapporto tra verità è storia. Hegel ci insegna che la verità ha una sua storia – il vero come intero, quindi il vero come risultato di un processo – contro il tempo odierno della fine della storia, del pensiero analitico e post-storico. È anche il pensatore della eticità e quindi degli enti comunitari contro l’individualismo liberale – famiglia, società civile, stato; e ancora è il pensatore che riconosce nella realtà un processo di autosviluppo dell’idea, quindi non ha una concezione statica del reale bensì dinamica, progressiva, aperta al futuro; è colui il quale meglio di tutti – tra l’altro prima di Marx – comprende le tragedie dell’etico che il sistema del libero mercato produce se non è disciplinato dalla potenza politica dello stato; egli comprende per primo nella filosofia europea l’importanza antropogenica del lavoro, ovvero il fatto che noi siamo umani nella misura in cui ci oggettiviamo nel lavoro; ancora comprende per primo che, nel rapporto tra servo e signore, la verità del rapporto sta nel servo, il quale ha dunque sempre il diritto di spezzare le catene – con buona pace di chi fa di questo autore un pensatore adattivo, conservatore o reazionario. Insomma, a mio avviso Hegel è l’autore più attuale, più imprescindibile. Anche più dello stesso Marx.
Che cosa ne pensa dell’interculturalità?
L’interculturalità è fondamentale, non lo dico in termini moralistici – oggi va di moda l’imperativo d’essere “interculturali” o “multiculturali” – perché ritengo che l’interculturalità rientri nell’idea stessa di cultura, ovvero la cultura è necessariamente interculturale, in quanto una cultura esiste solo in relazione con le altre e quindi nella consapevolezza del fatto di non essere unica, ma di essere se stessa proprio nella misura in cui non è le altre e si definisce in relazione, in dialogo, con esse. L’idea di una sola cultura globale è una contraddizione in termini, proprio perché le culture esistono solo al plurale nella loro relazione dinamica.
Che rapporto è possibile tra filosofia e scienza?
Il rapporto tra filosofia e scienza è a mio giudizio il rapporto fra due diverse espressioni dello spirito; se correttamente intese, fra di esse non vi è alcuna conflittualità, anzi, possono fecondamente cooperare. La scienza si occupa del certo, ovvero della parte, della rappresentazione empirica di singole parti della realtà, secondo quello che Hegel chiamava l’intelletto astratto; la filosofia invece ha per oggetto l’intero, quindi la verità e non la certezza, e non utilizza l’intelletto astratto ma la ragione dialettica. Di conseguenza, filosofia e scienza non hanno alcun motivo per confliggere, perché è diverso il loro oggetto – la parte, per la scienza; la totalità, per la filosofia – ed è diverso il loro metodo. Quello della contrapposizione fra scienza e filosofia mi pare dunque un falso problema: se ciascuna riconosce il proprio ambito operativo, non soltanto non confliggono, ma essendo entrambe fondamentali per l’attività dell’uomo, possono cooperare nella loro distinzione. È banale osservare che, se abbiamo bisogno di curarci, ci rivolgiamo alla scienza medica; se abbiamo bisogno di conoscere l’atomo, ci rivolgiamo alla scienza fisica. Così come, se abbiamo bisogno di risposte di senso sulla totalità dell’essere del mondo, o di Dio o dell’eterno, ci rivolgeremo al sapere assoluto, come lo chiamava Hegel: cioè alla filosofia e al suo concetto, alla religione e alla sua rappresentazione, all’arte e alla sua figurazione.
Menscevismo, o bolscevismo?
Io do un giudizio estremamente positivo del bolscevismo, che ha rappresentato il grande assalto al cielo nel ’900, il più grande tentativo delle classi subalterne di rovesciare i rapporti di forza dominanti e di instaurare una democrazia radicale di massa, con l’Unione Sovietica. Il bolscevismo e il leninismo sono dunque a mio avviso una figura fondamentale dello spirito, se Hegel fosse vissuto a sufficienza avrebbe inserito anche il bolscevismo come figura della fenomenologia dello spirito, del cammino dello spirito che guadagna nella storia la sua coscienza di libertà universale.
Cosa rispondere a chi ritiene che Marx sia superato?
Ritengo che Marx sarà superato quando il sistema capitalistico sarà tramontato. A parte il fatto che il pensiero filosofico di Marx, in quanto il più grande allievo di Hegel, avrà sempre una sua perennità, avrebbe un senso dire che Marx sia superato se si fosse superato il capitalismo. Ma dato che oggi viviamo in un’epoca che è ancora più capitalistica di quella in cui viveva Marx, possiamo dire paradossalmente che Marx è più attuale oggi di quanto non fosse nell’800.
[La terza e ultima parte dell’intervista verrà pubblicata il 3 luglio 2026 – Leggi la prima parte dell’intervista]
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