
Si comincia col cedere sulle parole e si finisce per cedere sulla cosa.
Sigmund Freud
Dire e pensare l’Occidente oggi: con quali parole, a partire da quali concetti? Questo potrebbe essere – in sintesi – la linea sottesa ai contributi raccolti nel volume a cura di Giuseppe Valditara e Giampaolo Azzoni, Manifesto per l’Occidente. I valori universali della nostra cultura (Guerini e Associati, Milano 2026, pp. 174, euro 20,50). Un volume denso e con un obiettivo sicuramente ambizioso, ma chiaro: la difesa dei cosiddetti valori occidentali dall’assalto della cancel culture e della presunta cultura woke, nonché degli studi post-coloniali a esse correlate. Un volume però che, tramite i 25 lemmi attraverso i quali dovremmo/potremmo dirci ancora (se mai lo siamo integralmente stati) occidentali, apre ad alcuni scenari sicuramente problematici, e forse proprio per la sua ambizione e per la prospettiva non velatamente sottesa da cui muove.
Se tale obiettivo è infatti chiaramente esplicitato dalla introduzione dei due curatori, ossia la salvaguardia della civiltà occidentale contro ogni relativismo e contro ogni negoziabilità dei suoi elementi identitari, limpida appare fin dall’avvio anche l’intenzione di alleviare il peso delle responsabilità storiche di questo stessa civiltà occidentale, riconducendole a una generica impossibilità a «[…] sradicare il male dalle vicende umane» (p. 11). Dicono, a riguardo, i due curatori: «Quello che rifiutiamo è il fatto che vi sia una correlazione necessaria o comunque causale tra i valori dell’Occidente e una logica di dominio fatta di violenza, sopraffazione e sfruttamento dell’uomo o della natura» (p. 11). Espungere, insomma, il male dalla storia dell’Occidente, come se non ne fosse parimenti e storicamente costitutivo della sua identità e della sua operatività, è quindi l’obiettivo neppure troppo sotteso: detto altrimenti, restituire una sorta di verginità all’Occidente, per poter continuare a essere tale, e pertanto – magari – anche a sopraffare, ad annientare, a violentare la natura ecc. Come se questa volontà di potenza e di sopraffazione – come avrebbe detto Nietzsche – non ne fosse parte, e una parte – occorre ribadirlo con forza – rilevante. E via, quindi, nel citare i bravi e buoni padri nobili di questo Occidente che, temiamo, più immaginario che reale: solo quelli, non affiancandogli le forze demoniache, per dire così, che contestualmente hanno albergato nell’Occidente medesimo e che ne sono tuttora parte integrante, anche e soprattutto di quel senso che si vorrebbe restituire dell’Occidente stesso. Manca quel coraggio, parafrasando Croce, di guardare anche il male presente e passato per quello che è, e che è insito nell’essere occidentali, e proprio per poterlo fronteggiare al meglio (rendendo così, probabilmente, anche un miglior e più coerente servigio all’Occidente, ai suoi valori e alla loro difesa).
Nel fare questo si scavalcano epoche e spazi: non si tiene conto – volutamente, credo – del fatto che una consapevolezza occidentale si sarebbe avuta solamente nella modernità e che, forse, proprio tale modernità è l’Occidente, con quanto questa modernità ha implicato anche in sopraffazioni, stermini di massa, deprivazioni, attacco alle risorse ambientali ecc. La scelta è invece di abbracciare e imbarcare nel Vascello della speranza riferimenti, opere, autori e valori anche precedenti, a nobilitarne – come detto – la storia stessa, ed edulcorare quanto accaduto dalla modernità a noi in nome di questo Occidente, facendo solo blandi e fugaci riferimenti alle sue responsabilità storiche. Non è un caso che tra gli autori coinvolti nel progetto compaia un solo storico (dell’età contemporanea, peraltro), ma soprattutto nessun antropologo culturale, né un sociologo: non c’è spazio – mi sembra – per voler approfondire il raffronto con altre società e altre culture e chiedersi se quei valori che si professano siano o meno effettivamente solo occidentali, o se non siano rinvenibili anche in contesti socio-culturali altri, declinati magari con altre parole o mediante un differente ordine di pensiero. Ciò che manca, detto ancora, è un confronto con quell’altro che, come insegnato da Ricouer, è però sempre costitutivo di ogni Sé, e quindi di ogni identità, impostando il discorso secondo una visione dell’Occidente che potremmo definire essenzialista. E, d’altro canto, se la paura di tale confronto è la paura del relativismo, come esplicitato dagli stessi curatori, valga a riguardo il monito espresso da Martin Heidegger, fin dal 1924, in una conferenza ai teologi di Marburgo e pubblicata postuma recando il significativo titolo Il concetto di tempo. Dice Heidegger: «L’interpretazione comune dell’esistenza evoca come minaccia il pericolo del relativismo. Ma la paura del relativismo è la paura dell’esistere. Il passato in quanto storia autentica è ripetibile nel “come”. La possibilità di accadere alla storia si fonda sulla possibilità secondo la quale un presente sa essere di volta in volta futuro. Questo è il principio primo di ogni ermeneutica» (Martin Heidegger, Il concetto di tempo, Adelphi, Milano 1998, p. 48). Dal libro emerge pertanto la paura che quei valori di cui si fanno paladini i Nostri siano nel tempo e cambino nel tempo, o che possano ancora valere, ma in un modo diverso da come li intendono loro, rispetto a uno sguardo che – a questo punto – potremmo definire antiquario, come avrebbe detto ancora Nietzsche, ovvero non vivo ma imbalsamatorio. Dalla cancel culture io credo che ci si possa difende ben più efficacemente attraverso un lavoro storiografico, sociologico e antropologico: ricollocando gli eventi sotto assedio nella prospettiva storica ed ermeneutica appropriata, anche riconoscendo cosa quell’evento è stato nella sua negatività, nelle sue conseguenze. Impostazione che sembra – viceversa – ampiamente scartata aprioristicamente nell’impianto del volume e dimentichi peraltro, come insegnava Abelardo, che la tradizione è sic et non, ossia un intreccio di dissonantiae: non è mai una, unica e medesima.
In questa operazione, poi, credo che emergano altri chiari costrutti di riferimento nella lettura dei valori proposti. Anzitutto vi è sicuramente un riferimento incessante alle radici cristiane dell’Europa, dimenticando il contributo che, se non il paganesimo, almeno l’ebraismo e l’Islam hanno apportato nel medioevo alla cultura del Vecchio continente. Inoltre, anche in questo caso, di una certa lettura e interpretazione del cristianesimo, non condivisa neppure da tutta la comunità dei cattolici, non solamente dei cristiani: quella di Benedetto XIV, per intenderci, o di una certa neoscolastica. Ma risulta tra le righe anche una certa qual ammirazione – magari in versione soft – per quel coacervo cultural-politico rappresentato dalla corrente MAGA.
Ulteriore il riferimento di molte voci è poi il rimando a un presunto e oramai palesemente indimostrabile diritto naturale (il quale, ci ricorda Gramsci, è concetto «[…] essenziale e integrante della dottrina sociale e politica cattolica», Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, vol. III, Quaderni 12-29 (1932-1935), a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 2007, p. 2315), che dovrebbe fondare l’universalità di certi valori. Non ci si interroga sul processo di diffusione dei valori occidentali, né – tantomeno – sugli strumenti di tale diffusione, spesso violenti o coercitivi. Non ci si interroga – e questo, a mio avviso, è ancora più grave – sull’effettivo e conseguenziale rispetto di tali valori. A parte invocare la malvagità umana per giustificarne la sospensione in alcune circostanze, non ci si interroga se tali deflessioni non siano in verità uno dei valori – in tal caso negativi – dell’Occidente stesso, più attento al vero paradigma di riferimento, sul quale si è costruito dalla modernità a noi, che al rispetto di quei valori sbandierati come costitutivi del proprio essere: ovvero il proprio profitto. La controprova di cosa sia l’Occidente la si è avuta all’ONU alla votazione del 27 marzo 2026 sulla risoluzione presentata dal Ghana che definisce la schiavitù dei nativi africani come il crimine più atroce commesso dall’umanità. Israele e Usa (oltre all’Argentina) hanno votato contro. Tutti gli stati europei si sono astenuti. Fine. Mi sembra, in definitiva, che vi sia una chiara dissonanza tra valori professati de iure e valori praticati de facto dall’Occidente: non hanno mai pienamente collimato e, soprattutto, la rinuncia de facto a questi valori, in diverse occasioni, non sembra dovuto tanto alla cattiva volontà di qualcuno, ma al dispositivo intrinseco e costitutivo dell’Occidente stesso che, per sopravvivere, utilizza o meno determinati valori a dipendenza delle proprie convenienze.
Anche su alcuni singoli aspetti dei cosiddetti valori occidentali sarebbero possibili, e in alcuni casi doverosi, rilievi critici particolari. Ci limitiamo, tuttavia, a pochi e scarni riferimenti. Rispetto, ad esempio, al bene comune come «[…] uno dei concetti centrali per la teoria politica occidentale» (Markus Krienke, Bene comune, in Giuseppe Valditara – Giampaolo Azzoni (a cura di), Manifesto per l’Occidente, op. cit. p. 24), occorrerebbe domandarsi se questo è alla base anche di quel processo proprio della modernità occidentale nata e alimentata da un progressivo e incessante indebolimento di ogni bene comune, dalle enclosures in avanti. E senza valutare come esso fosse e, in molti casi, sia presente e meglio tutelato in società non occidentali e contro le quali proprio l’Occidente si è sempre mosso, con il suo spirito predatorio, per accaparrarsi quei beni (materiali o immateriali) che quelle comunità consideravano come proprietà comune, e negando ogni principio di sussidiarietà. Il bene ambiente ne è – attualmente – la più triste delle esemplificazioni. O che dire della costante disattesa di un altro «[…] dei valori costitutivi della civiltà occidentale […]» (Domenico Lassandro, Caritas, in ivi, p. 36), ossia la caritas. Questo valore, che dovrebbe condurci dritti dritti alla «[…] realizzazione costante della giustizia e della pace» (ivi, p. 39), dove sarebbe nei CPR, o in alcuni territori oggetto di carneficine di civili e bambini (Palestina, Libano) e rispetto a cui l’Occidente continua a voltare la testa dall’altra parte, se non a difendere e armare il carnefice? Anche attorno al concetto di democrazia occorre dire qualcosa. Siamo sicuri che ha costituito uno dei valori dell’Occidente? Quanto a lungo gli stati del Vecchio Continente non hanno conosciuto tale forma di governo, se non – in moltissimi casi – in tempi recentissimi? Nella forma moderna, in quanti paesi e per quanto tempo è stata effettivamente praticata? Non appare quale un elemento residuale anziché centrale della storia politica occidentale? Infine, se si richiamano – come fa il testo – forme di partecipazione assembleare nella delibera delle decisioni da parte di popolazioni medioevali (quali germani, scandinavi, franchi o anglosassoni), pur suffragare la continuità di tale valore dall’antica Atene ai giorni nostri, non è allora arbitrario negare il carattere democratico a forme analoghe di autogoverno comunitario espresse da popolazioni non occidentali, negando quindi di fatto che la democrazia non sia un valore di cui l’Occidente ha l’esclusiva, come ampiamente documentato dall’antropologo statunitense David Graeber? Che dire, infine, della esaltazione del merito in una società, quale quella italiana, dove la mobilità sociale è pari a zero, piazzandosi al trentaquattresimo posto su 82 paesi presi in considerazione dal World Economic Forum? E dove – checché ne dica l’autore del contributo, Riccardo Puglisi – il background familiare è ancora decisivo nel posizionamento sociale del singolo? Del resto, la voce successiva ha già pronta la risposta per chi il sistema ultraliberista lascia indietro: la misericordia, e solo quella.
Il sospetto di fondo che sembra prendere il lettore, mentre sfoglia via via le pagine del volume, è che la stesura delle voci sia stata svolta recitando a soggetto, per usare una metafora teatrale, o con quel metodo idealistico denunciato da Feuerbach nei confronti di Hegel, ossia mediante un ribaltamento dei normali rapporti soggetto-predicato. Detto altrimenti, si ha come l’impressione che si siano preventivamente limitati i riferimenti possibili e gli esempi da citare solamente a un determinato orizzonte culturale, ovvero quello europeo-occidentale (e, peraltro, a sua volta opportunamente selezionato), con una precauzionale esclusione di possibili riferimenti o culture o tradizioni extraeuropee, e extra-occidentali, dai quali attingere.
Ultima, ma non meno importante osservazione. Manca, tra tutte le voci, quella che forse è la più fondante del nostro essere occidentali: l’empatia. Raphaël Gluksmann, in un libro di qualche anno fa, ricordava come l’empatia fosse il collante fondante lo stesso legame sociale, la possibilità medesima di ogni legame sociale. Citando l’episodio della restituzione del corpo di Ettore a Priamo, compiuto da Achille dopo le suppliche di quest’ultimo e proprio perché mosso da empatia (Raphaël Gluksmann, I figli del vuoto. Abbattere la tirannia dell’individualismo e del populismo, Piemme, Milano 2019, pp. 46-47), Glucksmann invitava anche, indirettamente, a riflettere sul destino dell’Occidente. Se l’Iliade è il documento che inaugura – e, quindi, fonda – la nostra cultura occidentale, e se l’empatia viene posta dallo stesso Omero, con l’episodio appena ricordato, come fondamento della civiltà greca (e, quindi, occidentale), il tramonto dell’empatia, l’abdicazione a una condizione post empatica, significa il tramonto dell’Occidente e di ciò che ha rappresentato in termini di civilizzazione (cfr. Anna Donise, Critica della ragione empatica. Fenomenologia dell’altruismo e della crudeltà, Il Mulino, Bologna 2019). Questa post empatia, aggiungiamo, si manifesterebbe, in particolare, nella perdita del senso del tragico (altra voce mancante, peraltro) di fronte a tutte le questioni rilevanti, derubricate costantemente a un orizzonte di lettura rassicurante. Il pensiero tragico è, del resto, il pensiero basato sulle tensioni e sulle contraddizioni della vita: è il pensiero della tensione esistenziale. È un pensiero pertanto della crisi: è il pensiero della caducità e transitorietà del reale e della vita, proprio le dimensioni che si vogliono non solo superare in questo testo, ma forse anche negare. La visione tragica, infatti, si nutre del contingente, delle laceranti antinomie che costituiscono il tessuto della vita umana, come insegnatoci da Eraclito. Il sapere tragico è il sapere delle cose nella loro fragilità, che è il contrassegno della realtà, come invece ha sottolineato Simone Weil. Il sapere tragico è, in conclusione, la consapevolezza e l’accettazione incondizionata del non senso della vita umana.