
Nella sua opera Significato e fine della storia, il filosofo bavarese Karl Löwith sosteneva che l’interpretazione della storia, così come si è andata sviluppando in Occidente nel corso dei secoli, riposa su una particolare esegesi delle Scritture bibliche anche se i nostri filosofi sono stati sempre riluttanti ad ammetterlo. Per Löwith, perfino coloro che hanno esplicitamente rifiutato la tradizione giudaico-cristiana, hanno in realtà fatto cripto-teologia, in quanto dietro le loro costruzioni filosofiche si stagliavano le categorie progresso, linearità, compimento, discendenti da quella particolare esegesi. La sola differenza fra la teologia cristiana e la filosofia della storia occidentale consisteva nella secolarizzazione della prospettiva biblica di un futuro escatologico, ove la provvidenza divina veniva rimpiazzata dal concetto mondano di progresso. Attraverso Significato e fine della storia, Löwith si è gettato nell’impresa sia di mettere in luce il rapporto segreto tra rivelazione cristiana e filosofia occidentale sia di dimostrare che il cristianesimo non ha mai tentato di dare una risposta chiara riguardo al senso della storia: letti «alla luce della fede – scriveva Löwith – gli eventi secolari prima e dopo Cristo non costituiscono una successione continua di avvenimenti significativi ma soltanto la cornice esterna della storia della salvezza».
Il filosofo bavarese affermava inoltre che la storia umana a partire da Cristo era sì radicalmente mutata, ma tale mutamento rimaneva invisibile, aggiungendo che la teologia del Nuovo Testamento era sostanzialmente indifferente alla storia politica di questo mondo. Sosteneva infine che, «quanto più retrocediamo dalla filosofia della storia dei secoli XIX e XVIII alla sua ispirazione originaria nella fede biblica […], nei Vangeli non si può rintracciare il minimo accenno di una filosofia della storia…».[i] Questa posizione quasi dogmatica rivela in realtà una carenza di fondo nello studio delle Scritture, ammessa peraltro dallo stesso Löwith. Egli si era avvalso, infatti, del contributo dell’opera Cristo ed il tempo di Oscar Cullmann, un testo che agli inizi del XXI secolo non possiamo non considerare superato grazie agli sviluppi degli studi sui testi biblici, ed in particolare sull’Apocalisse canonica, i quali hanno riportato in auge la teoria ciclica del tempo. Come sostenuto negli anni ‘90 dal teologo Joseph Ratzinger, la storia umana non procede in avanti secondo le categorie filosofiche progresso, linearità, compimento, erroneamente riconducibili alle Scritture, ma su quelle di ritorno dell’identico e di decadenze cicliche: «Se si legge l’Apocalisse, si vede che l’umanità si muove in realtà in circolo […]. L’idea che le cose umane migliorino sempre non trova fondamento nel cristianesimo».[ii] Qualche anno più tardi, sempre Ratzinger interpretava la traiettoria dell’Occidente secondo lo schema proposto dal filosofo tedesco Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente, di fatto confermando quando sostenuto in precedenza: la storia umana, pur tendendo verso un fine, procede in circolo e non in modo lineare e progressivo.[iii]
A cavallo fra il XX ed XXI secolo, l’approccio filosofico al significato della storia universale ha preso pertanto due strade divergenti: da un lato vi sono coloro i quali continuano a tenere in vita il pensiero illuminista, fondato sulle presunte categorie teologiche di progresso, linearità, compimento. A questo gruppo appartiene ad esempio Francis Fukuyama. Con la sua opera La fine della storia e l’ultimo uomo, il filosofo nippo-americano interpretava la caduta del comunismo e l’emergere degli Stati Uniti ad unica superpotenza come il segnale dell’ingresso del pianeta in una nuova dimensione storica, nella quale si avveravano le profezie hegeliane dell’espansione indefinita dei princìpi democratici della Francia rivoluzionaria del 1789. Si era giunti, secondo Fukuyama, alla fine della storia, al suo compimento. All’altro versante appartengono filosofi e pensatori che hanno rigettato l’idea che il progresso della storia universale coincida con quella dell’Occidente e che, anche quando quest’ultimo sembra entrare in crisi e la sua storia segnare un regresso, tale regresso è apparente e deve essere interpretato come la premessa per un salto in avanti. In altre parole, essi sostengono non solo che la fine dell’Occidente non coincide con la fine della storia universale ma che sull’Occidente è calata «una lunga notte, nella quale non s’intravede il chiarore di una nuova alba» dal momento che tale degrado appare inarrestabile e senza ritorno.[iv]
In questo quadro di sfiducia verso le sorti progressive della storia ritornano in voga le teorie di Oswald Spengler, considerato a ragione uno dei maggiori profeti del Novecento, che al tramonto dell’Occidente ha dedicato la sua maggiore opera filosofica. Come ricorda Giuseppe Bedeschi, autore di un breve ma documentato saggio sull’evoluzione del concetto di tempo nel pensiero europeo, Spengler è stato da subito inserito, insieme a Nietzsche ed Heidegger, nella lista di quei filosofi le cui idee vengono considerate antiumanistiche ed antiliberali.[v] A simili accuse da parte liberale si aggiungono quelle provenienti dalla sinistra intellettuale. Nel suo saggio Impero, il filosofo Antonio Negri così si esprimeva parlando di lui: «Conosciamo bene le numerose teorie cicliche […] proposte dagli autori del XX secolo come Spengler e Ortega y Gasset. Ci sono naturalmente enormi differenze […] tra l’ideologia nazista di Spengler e il vigoroso storicismo di Braudel».[vi] Le accuse rivolte a Spengler di antiliberalismo, se non di filo-nazismo, sono del tutto infondate ma trovano una facile spiegazione. David Engels, uno dei maggiori studiosi contemporanei del filosofo tedesco, evidenzia come troppo spesso si tenda ad identificare gli studi scientifici sugli aspetti deterministici e ciclici del divenire storico con i desideri privati o le idee politiche dei rispettivi autori.[vii] I critici di Spengler contesteranno naturalmente questo assunto, affermando che è l’uomo a forgiare il suo destino e non viceversa. Non rimane a questo punto che attendere gli eventi per vedere se si avvereranno le profezie di Spengler, fra tutte quella più importante: la fine della democrazia e l’avvento del cesarismo. Mentre il tempo scorre ed il momento della verità si avvicina, la profezia sembra compiersi proprio attraverso le battaglie ideologiche di chi intende contrastare il cesarismo: in un libro dal titolo La paura e la ragione, lo storico Timothy Snyder chiama alle armi le élite intellettuali e politiche dell’Occidente per frenare il collasso della democrazia e l’affermarsi dell’autocrazia in Russia, Europa ed America.[viii] Se la profezia non si compirà, avranno ragione i detrattori di Spengler. Se al contrario si realizzerà, troveranno conferma le parole con cui il filosofo tedesco conclude il suo capolavoro: «Ducunt fata volentem, nolentem trahunt». Il destino conduce docilmente colui che ad esso si assoggetta e trascina con sé, come uno schiavo, chi si oppone.
[i] Karl Löwith, Significato e fine della storia, est, Milano 1998, pp. 211-219
[ii] Joseph Ratzinger – Papst Benedikt XVI, Salz der Erde: Christentum und katholische Kirche im neuen Jahrtausend. Ein Gespräch mit Peter Seewald, Heyne, München 2004, pp. 26-27. Il lettore troverà in questa e nella successiva nota il richiamo alle opere in originale di Joseph Ratzinger. Chiunque intendesse approfondire l’argomento e non avesse familiarità col tedesco, può in ogni caso consultare le edizioni italiane come ho fatto anche io nel libro recentemente pubblicato, dal titolo L’Apocalisse dell’Occidente, dove ho approfondito il tema della visione circolare della storia secondo il pensiero di Ratzinger. Nel presente articolo ho invece deciso di citare e menzionare le opere in originale per una semplice ragione: viste le recenti, infuocate polemiche relative alle dimissioni di papa Benedetto XVI, lo scrittore e giornalista Andrea Cionci ha evidenziato la traduzione imprecisa, talune volte senza dolo ma talune altre intenzionale, degli scritti di Ratzinger. Il richiamo alle opere originali sgombra il dubbio da qualsiasi errata traduzione e, pertanto, dal fraintendimento del pensiero di papa Benedetto XVI
[iii] Joseph Ratzinger, Werte in Zeiten des Umbruchs, Herder, Freiburg – Basel – Wien 2005, pp. 68-88
[iv] Giuseppe Bedeschi, Declino e tramonto della civiltà occidentale. Studi sulla caduta dell’idea di progresso nella cultura europea, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2019, p. 11
[v] ibidem
[vi] Michael Hardt, Antonio Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002, p. 225
[vii] David Engels, Oswald Spengler: Werk, Deutung, Rezeption, Kohlhammer, Stuttgart, 2021, p. 49
[viii] Timothy Snyder, La paura e la ragione. Il collasso della democrazia in Russia, Europa e America, BUR, Milano 2024