Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La passione triste

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L’invidia è un sentimento scomodo. Sin dall’antichità è stata ammantata di colpa e vergogna, collocandosi tra i principali vizi capitali. Lo sguardo infastidito e malevolo è stato il simbolo utilizzato per raffigurarla. Fu Dante, che nella Divina Commedia descrisse gli invidiosi con gli occhi cuciti da un filo di ferro, in modo tale che non potessero più vedere. Dante tematizza questi peccati nel Purgatorio, dove gli invidiosi sono seduti sorreggendosi a vicenda, quasi a voler alludere che l’invidia è un sentimento indotto e passa attraverso il senso della vista, come suggerisce l’etimologia del termine latino in-videre, cioè non poter vedere o meglio guardare in modo errato.

L’invidia nasce da una percezione di una differenza a proprio svantaggio, per cui un aspetto posseduto dall’altra persona entra in risonanza con la sensazione di una propria mancanza. La caratteristica altrui viene invidiata poiché rappresenta un desiderio che non si riesce ad esprimere in sé stessi. Vedo nell’altro un’immagine di completezza di cui mi sento carente. A differenza della semplice ammirazione, l’invidia si carica di ostilità e di critica, anche se non è sempre facile riconoscerlo.

Questi vissuti negativi caratterizzano il livore spesso inconfessabile, che in realtà nasconde una frustrazione ancora più grande, da cui inconsciamente, ci si vorrebbe preservare.

L’invidia come relazione

L’invidia come tutti i sentimenti umani esprime una relazione, non riguarda solo un soggetto, ma due, colui che invidia e colui che è invidiato. L’invidioso si sente non aggressore, ma aggredito, non percepisce sé stesso come colui che attacca, ma come colui che si difende, che è costretto a difendersi da una provocazione. L’altro lo provoca ostentando i propri meriti e i propri successi e lui reagisce per istinto di conservazione. L’invidiato può essere una persona che ostenta il proprio valore e i propri meriti, che siano veri o presunti, ma nel momento in cui questi gli vengono riconosciuti, provocano invidia da quanti si sentono offesi e sminuiti da quel riconoscimento. Non si invidia colui che non ottiene alcun riconoscimento, si prova invidia per colui che è oggetto dell’altrui ammirazione.

L’invidioso è intrappolato nella frustrazione della sua rabbia impotente. Neanche la modestia è sufficiente per placare la rabbia, perché la riservatezza potrebbe essere interpretata come superbia, e la timidezza come arroganza.

Alla base della dinamica relazionale dell’invidia vi è un conflitto tra dipendenza e autonomia, per cui si ha la necessità di un altro al quale aggrapparsi e somigliare, ma poi lo si attacca. Ci sono situazioni in cui è comprensibile il bisogno di annullare le disuguaglianze, ma è anche vero che le variazioni individuali sono necessarie per distinguere le persone. Infatti, è anche nella differenza che si struttura il confine relazionale e la molteplicità di espressione. Essere diversi significa anche poter essere separati dagli altri, facendo i conti con le rispettive peculiarità e lo scarto tra ciò che si vorrebbe diventare e ciò che si è. Non è sempre facile tollerare la propria parzialità ed i limiti della relazione, mettendosi in gioco e rischiando il confronto. L’essenza dell’invidia è l’insopportabilità di una mancanza, di una differenza, percepite come un’ingiustizia.

Le declinazioni dell’invidia

Il vocabolo “invidia” è stato adottato in tre occasioni differenti. Nel mondo classico era molto di più di un sentimento negativo o di un semplice vizio, era una forza potente e distruttiva, dalla quale bisognava difendersi. Un secondo significato è l’invidia come vizio, come un’attitudine costante a moltiplicare progetti distruttivi, l’invidia paralizza, immobilizza, nei confronti di chi possiede più di noi.

Con la psicologia e con la psicoanalisi emerge un terzo significato, l’invidia come sentimento spontaneo, irriflesso, è il desiderare ciò che l’altro possiede. Tutti noi siamo abitati da bisogni, avvertiamo passioni e desideri, ma questo non ha una valenza negativa, perché esprime la sana constatazione di uno scarto tra avere e non avere. L’invidia diventa negativa quando il confronto tra la mancanza che si vive e la fortuna che si vede nell’altro suscita rabbia, rancore, cattiveria, odio.

L’invidia nel suo duplice manifestarsi esistenziale e patologico si configura come forza devastante. Raramente l’invidioso ammette il suo sentimento, anzi lo configura negli strati più nascosti della sua coscienza, attua una serie di strategie per occultarlo, ma riaffiora in tutta la sua forza devastante. L’invidioso avverte il suo senso di incompiutezza rispetto all’altro che ottiene gratificazione, vorrebbe imitarlo, ma non ci riesce. Avverte la propria inadeguatezza, l’impossibilità strutturale di ottenere le stesse gratificazioni, gli stessi traguardi dell’altro. L’altro diventa il nemico da distruggere, la proiezione ideale del proprio io limitato, mancante dei requisiti necessari per passare dall’invidia all’essere invidiato. Lo scopo dell’invidioso diventa eliminare la visibilità sociale dell’altro. La filosofia contemporanea sottolinea come all’origine dell’invidia ci sia proprio la relazione con l’altro, quella che Lèvinas definisce “apertura del volto”. Nel caso dell’invidia, la relazione si fa arida, non autentica, carica di energie negative. Il volto, dice Lèvinas, è esposto, minacciato, tale da sfidarci quasi a un atto di violenza. Colui che soffre di invidia non vede nel volto dell’invidiato una sua “povertà essenziale”, non pensa che possa avere le sue debolezze, le sue delusioni, in lui vede solo un essere da uccidere psicologicamente. Goethe nel suo romanzo “Le affinità elettive” diceva che “contro la grande superiorità di un altro non c’è mezzo di salvezza all’infuori dell’amore.” Ma l’invidioso non conosce questo linguaggio e neppure quello dell’ammirazione, perché viene soggiogato esclusivamente dai suoi impulsi interiori.

Il vizio che non dà piacere

È stata riconosciuta all’invidia la peculiarità di essere a differenza degli altri vizi capitali, un vizio senza piacere, una passione triste, un tema vasto, su cui tanto è stato scritto. Russel in un suo saggio “La conquista della felicità “dedica un capitolo proprio all’invidia. Mentre in una prospettiva cristiana, l’invidia costituisce un vizio molto grave e un peccato capitale, perché è la negazione assoluta della carità verso il prossimo, secondo Russel, anche in una prospettiva più laica essa si rivela comunque una fonte d’infelicità, rappresentando per molti un’inclinazione psicologica e spirituale irresistibile. Russel la considera una delle più forti cause d’infelicità, ma anche una delle passioni umane più radicate. Tra tutte le caratteristiche della natura umana è la più deprecabile, perché la persona invidiosa, oltre a volere l’infelicità degli altri, rende infelice anche sé stessa, perché invece di trovare piacere in ciò che ha, soffre per quello che gli altri hanno. Questa forma di malignità si manifesta attraverso l’amore per lo scandalo, il fatto che molte calunnie vengano credute anche sulla base della più debole apparenza lo testimonia. L’invidia è strettamente connessa alla competizione e per questo l’abitudine di porsi sempre in termini di paragone si rivela fatale, in quanto non fa che alimentarla incessantemente.

Nel suo Dizionario dei vizi e delle virtù, S. Natoli sostiene che l’invidia a differenza di ogni altro vizio è un vizio che non dà piacere. Nell’invidia l’individuo logora sé stesso senza alcun beneficio e si consuma nel desiderio inestinguibile della distruzione dell’altro. E anche quando l’altro fosse distrutto, la soddisfazione non sarebbe ugualmente raggiunta, poiché la fine dell’altro non procurerebbe in alcun modo l’accrescimento di sé. L’invidioso che distrugge impoverisce il mondo senza riuscire in alcun modo a valorizzare sé stesso.

Galimberti ribadisce questa tesi nel suo “Vizi capitali e nuovi vizi”, dove afferma che chi è preda dell’invidia è anche capace di trarre una certa soddisfazione da questo stato d’animo. Egli riconduce una simile soddisfazione al fatto che l’invidia costituisce un meccanismo di difesa, un tentativo disperata di salvaguardare la propria identità, quando si sente minacciata dal confronto con gli altri. Un confronto che l’invidioso, da un lato non sa reggere e dall’altro non può evitare, perché sul confronto si regge l’intera impalcatura sociale. È una strategia che nel tentativo di sottrarci a un confronto umiliante, lo rinnova con effetti che si rivelano distruttivi.

L’ invidia e il desiderio di uguaglianza

Secondo Aristotele, l’invidia tende ad insorgere rispetto a persone che consideriamo uguali a noi e riguarda la fortuna, non quando questa è immeritata, perché si proverebbe indignazione, bensì quando è meritata. L’ invidia è sempre congiunta col paragonarsi, con l’esigenza di raffrontare i propri beni con quelli altrui. La gioia per il male altrui nasce da ciò. Il danno che colpisce l’altro rende quest’ultimo uguale a lui, riconcilia la sua invidia.

L’invidia nasce dove l’uguaglianza è fondata, l’invidioso avverte ogni innalzarsi di un altro al di sopra della misura comune e lo vuole riabbassare fino ad esso.

Il risentimento che lo caratterizza e che consiste in un misto di impotenza e di desiderio di vendetta è per Nietzsche destinato a crescere, perché le differenze sociali appaiono un’offesa cui non si riesce a porre rimedio, non si tollera ciò che si eleva al di sopra della mediocrità. L’uguaglianza conduce a negare l’esistenza di qualsiasi superiorità o gerarchia tra gli individui.

L’invidia di fronte alle ricchezze e al potere di alcuni individui privilegiati può caratterizzare sia le società capitalistiche, che quelle comuniste. L’invidia sociale si manifesta attraverso un diffuso conformismo, che induce a considerare il tempo che ciascuno dedica a sé stesso, lo stile di vita di coloro che conducono un’esistenza solitaria come elementi non funzionali alla vita sociale e pericolosi, in quanto si sottraggono al controllo che lo stesso conformismo vorrebbe esercitare sulle loro vite individuali. Le società capitalistiche tenderebbero a rafforzare questo vizio, perché gli individui potrebbero accettare meglio i propri limiti se non avvertissero il rischio di poter divenire per questo socialmente irrilevanti in una società che fa della competizione la sua norma motrice. In questo contesto l’invidia si rivela una sorta di impotenza relazionale, che sorge dal confronto implicito che l’individuo propone tra le sue caratteristiche più peculiari e quelle da cui passa ogni riconoscimento da parte della società. Questa è la ragione per cui l’invidioso è costretto a nascondere il suo sentimento e a non lasciarlo mai trasparire, perché altrimenti mostrerebbe la sua impotenza, la sua inferiorità e la sua sofferenza. L’invidia tende a livellare tutto per celare le mancanze, per abolire ogni pretesa di distinzione ed eccellenza, dando origine a una società che si costituisce all’insegna della mediocrità, nella quale a nessuno deve essere concesso di innalzarsi al di sopra della rassicurante uniformità della massa. Quanto più l’uguaglianza si estende all’intero tessuto sociale, tanto più si sminuisce e si ridimensiona l’altro. Da qui hanno origine quelle strategie insidiose come la maldicenza e la calunnia, la svalutazione dell’altro mascherata da pretesa di oggettività di giudizio, che l’invidia pone in atto per ristabilire l’equilibrio. Ed è qui che nasce quel sentimento di soddisfazione di fronte al male dell’altro. Più l’invidia è impotente, più è devastante e carica di risentimento, essa si rivela ancora più impotente quando ha per oggetto dei valori non acquistabili, quando si rivolge all’essere. Questo tipo di invidia può perdonare qualcuno per ciò che ha, ma non per ciò che è, perché con la sua semplice esistenza mette in discussione i principi e i valori su cui si fonda il proprio approccio alla vita, “posso perdonarti tutto, ma non il fatto che ci sei e sei ciò che sei, e che io non sono ciò che tu sei”, è un’invidia che considera l’altro come limitazione della propria persona. Per cui l’invidia è un indotto sociale, e fatta salva l’istanza di giustizia che può promuovere, è un sentimento inutile, perché non approda al recupero della valorizzazione di sé.

L’invidia condivisa

Il conformismo è connaturato all’invidia, anche lo spirito che anima la competizione e la concorrenza, il desiderio di superare l’altro sono animati da questo sentimento omologante. La logica conformista dell’invidia tende a uniformarci all’altro, appiattendo le differenze, impedendo all’individuo di scoprire quelle che sono le sue peculiarità e vocazioni più profonde. L’invidia è la disposizione d’animo più antitetica all’amore cristiano, è un inciampo che può rivelarsi paralizzante. L’invidia pur essendo un sentimento inconfessabile si manifesta secondo modalità irriconoscibili quando è condivisa, può essere annunciata da sorrisi, congratulazioni ed elogi e dal “venticello della calunnia”, così da non destare sospetti di parzialità e risentimento. Il tipo di piacere che l’invidia procura è sempre venato da dispiacere, se esso è così persistente, dipende dall’effetto compensatorio che riesce a conseguire. Tale sentimento viene vissuto nella complicità delle chiacchiere e della calunnia, e può apparire come una normale presa d’atto delle lacune della personalità invidiata. Alla fine, le persone che risultano più invidiate sono proprio quelle meno inclini a provare invidia, persone che, con la loro stessa presenza costituiscono un’alternativa, esse dimostrano di sapersi sottrarre ad una logica che è invece socialmente riconosciuta come inevitabile.

La maschera di una complicità sociale può far sembrare l’invidia legittima. Se essa può esser vista come “passione triste” è perché è in grado di produrre una sorta di piacere attraverso una gratifica sociale, tuttavia, un simile piacere è triste, nella sua essenza, perché non è nient’altro che odio trasfigurato, un odio che è particolarmente abile a trovare pretesti per auspicare il dolore nelle persone, la cui esistenza può mettere in discussione i valori cui è improntata la vita della personalità invidiosa.

 È un piacere che non è mai in condizioni da trasformarsi in gioia, se si tratta di una passione triste, non è perché ci sia tristezza in tali persone, ma perché il piacere che possono provare, pur potendo essere condiviso, nella misura in cui si rallegrano del dolore o dell’insuccesso di altri, non può accedere a quella dimensione universale e partecipativa, che della gioia è propria, non potrà mai essere trasformata in un sentimento che sia apportatore di autentica e duratura felicità. L’invidia impedisce di sviluppare una vita spirituale che si alimenti di relazioni umane sincere e autenticamente vissute, e impedisce di custodire la propria anima e il proprio equilibrio.

Bibliografia

Aristotele, Retorica, tr, it. Bari, 1973.

Umberto Galimberti, Vizi capitali e nuovi vizi, Feltrinelli, 2003.

Salvatore Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, 2017.

Bertrand Russel, La conquista della felicità, Tea, 2003.

Francesco Alberoni, Gli invidiosi, Garzanti, 2000.

E. Lèvinas, L’epifania del volto, Pazzini, 2016.

S. Petrosino, Visione e desiderio, Jaca Book, 2010.

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