Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Franz Kafka, ’A metamorfosi, ed. Coppola, 2024. Trad. in napoletano di John McDillan.

Interessante e benvenuta l’operazione di tradurre in napoletano classici della letteratura (oltre a Kafka, gli editori Marotta e Cafiero – “Coppola” è un loro marchio – propongono Fedro e Perrault) nel formato tascabilissimo (6,5 x 13 cm) della collana “i fiammiferi”, che con questo titolo supera quota cento. A disposizione di chi voglia leggere un napoletano che non sia quello classico di Scarpetta e De Filippo.

Purtroppo l’esito non è all’altezza dell’idea e della veste editoriale, in quanto il contenuto esibisce una scarsa cura tanto del testo quanto della lingua. Al di là di questioni discutibili (e ancora discusse), come ad es. l’uso degli apostrofi a fine parola (francamente inutile, dato che in napoletano la vocale finale è muta); o come l’uso della consonante iniziale raddoppiata in certe parole dal suono più forte; o ancora l’uso dell’eufonica in espressioni come ad arapì, ad arrefonnere, ed ecco, quello che risalta è una scrittura casuale, priva di una guida salda in termini grammaticali e lessicali (strana al riguardo l’assenza di una nota critica di chiusura circa gli standard utilizzati).

Alcune osservazioni sul testo.

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L’Erranza, la Solitudine

«Écrire est rechercher la chance»

(Georges Bataille, Le Petit)

I.

Su un vecchio taccuino impolverato, a firma del Maestro, stavano queste parole:
“Più di quindici le vacche del Sole, sette le principesse del re Bahram, ma una sola la via.
Ho viaggiato per conoscere l’uomo; tanta polvere hanno calpestato questi piedi, tante pietre hanno segnato il loro cammino. Ho viaggiato per conoscere l’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho mangiato alla tavola dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho bevuto il vino e l’acqua dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho dormito nel letto dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho trovato l’amore fra le braccia dell’uomo, ma egli mi ha scacciato. Ho ottenuto la morte per mano dell’uomo, ma egli mi ha scacciato.
Ho ripreso il cammino. Il sangue dei piedi ha marchiato il terreno, ha lasciato tracce.
Chi seguirà le mie tracce se non l’uomo che mi ha scacciato?
Più di quindici i profeti maggiori e minori, sette le porte di Tebe e molteplici le vie. L’uomo non fu fatto a somiglianza di Dio ma dell’immagine di Dio che aleggiava sulle acque. L’uomo è l’immagine di Dio che si specchia nel mondo”.

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Il bisogno di perdersi. Saggi di Gianluca Viola intorno a Georges Bataille

Il bisogno di perdersi Gianluca Viola

«Un senso che non riuscivo dapprima ad avvertire, ma che si è poi consolidato in me fino a farmi disprezzare così profondamente il pronome di prima persona singolare, da costringermi ad usarlo perfino più del necessario, per liberarlo definitivamente da quell’annientamento. Tutte le esperienze analizzate nelle pagine precedenti implicano la necessità di questo movimento; la filosofia e lo studio non ne sono la condizione, ma solo uno dei possibili mezzi. La “verità” di quel che ho scritto non sta in quello che ho scritto. (…) La mia vita è stata finora ossessionata dal bisogno di perdere. Non trovo nessun’altra locuzione adeguata ad esprimere il sentimento di pathos profondo che ti inonda fino alla dissipazione di te. La comunità di me e Bataille vive, a sua volta, nella vibrazione di questa perdita. Ambisco a divenire, poco alla volta, questa perdita stessa. (…) La mia vita con Georges Bataille è una comunità. Il mio libro è questa comunità» (Gianluca Viola, Il bisogno di perdersi. Saggi intorno a Georges Bataille, Editrice Clinamen, Firenze 2024, p. 242)

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Filosofi inconsapevoli

Nel recente libro di Paolo Del Debbio, noto conduttore televisivo, professore universitario e giornalista, dal titolo Siamo tutti filosofi senza saperlo troviamo sei racconti di altrettanti percorsi di vita. Sono storie che portano i protagonisti a scoprire alcuni aspetti fondamentali delle rispettive esistenze. Arrivano inconsapevolmente ad essere filosofi, come è detto anche nel titolo, che però estende questa condizione a tutti. Deve trattarsi certamente di un’iperbole perché poi nel testo si vede che di fatto alcuni ne restano esclusi. Appare comunque chiaro che arrivarci dipende di più dalla disposizione interiore che dalle condizioni esterne dell’ambiente nel quale ci si trova. Questi filosofi inconsapevoli, hanno una certa analogia con i cristiani anonimi del cristianesimo implicito di cui parla Karl Rahner a cominciare dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Sappiamo bene che può anche capitare la situazione inversa: chi studia e magari parla in modo forbito di filosofia senza averla interiorizzata nell’anima, questi possono essere ammirati da chi li ascolta ma non sono filosofi e, quel che è peggio, sono convinti di esserlo. Si tratta di quelli di cui parlava Cartesio nella prima parte del Discorso sul metodo in cui criticava la cultura dell’epoca. Ecco le testuali parole in merito: «la filosofia dà il mezzo di parlare con verosimiglianza di tutte le cose e di farsi ammirare dai meno dotti» (p. 13).

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Gramsci e Marinetti: un confronto tra due pensieri

Il futurismo è stato con molta probabilità il movimento letterario, artistico e culturale[2] più importante e significativo che l’Italia ha prodotto nell’intero Novecento. Il futurismo non è stato un movimento d’avanguardia circoscritto soltanto all’ambito letterario, ma con una quantità smisurata di manifesti, appelli e conferenze, ha proposto nuove e mai esplorate strade per tutte le arti, ha avuto una chiara posizione politica[3], ha cercato di stabilire una sua morale e un nuovo senso del vivere. Tra i manifesti futuristi più significativi, dov’è proprio stabilito cosa vuol dire essere futurista, vi è quello di Filippo Tommaso Marinetti pubblicato su «Le Figaro» nel 1909. Di seguito riportiamo alcune delle parti salienti del testo:

«Avevamo vegliato tutta la notte – i miei amici ed io – sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli, in quell’ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all’esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che si agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a folle corsa…
Allora, col volto coperto dalla buona melma delle officine – impasto di scorie metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti – noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra.

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FONDAMENTO. Il primo libro di Filosofia, della conoscenza, la comprensione, e tutto quanto.

Abstract: foundation-theory. Let’s dissolve the opposites finite/infinity into a simple, let’s build the complexity of the world from a simple, let’s conclude the complexity of the world in a simple.

Keywords: foundation, philosophy.

Introduzione

Tre sono gli oggetti che accompagnano il nostro cammino: infinito, Niente, Tutto. Dalla loro definizione costruiamo una Teoria del fondamento che scioglie gli opposti finito/infinito in un semplice.

Sì giunti, introduciamo la storia del fondamento, la sua influenza sulle culture del mondo. Seguono alcune questioni strettamente correlate a esso, per poi aprirci agli scenari della causa e del paradigma, controllori del caos, i quali dal fondamento ci portano a Gaia. Il saggio prosegue ricamando istruzioni sul suo cammino, al fine di costruire la complessità del mondo dal semplice e riportare la complessità del mondo al semplice. Esattamente, l’iter è questo:

Cammino del fondamento

      • Sciogliamo gli opposti finito/infinito in un semplice e ne osserviamo l’intorno;
      • Costruiamo la complessità del mondo da un semplice;
      • Concludiamo la complessità del mondo in un semplice.

Questo percorso a tre tappe dovrebbe garantire la stabilità del Sistema fondamento. È diviso in sezioni atte a rilevare le differenti aree attraversate dalla presente comunicazione sul fondamento. L’opera, per la natura anteriore del suo oggetto, è sostanzialmente priva di riferimenti bibliografici, in compenso ha una bibliografia di incantevoli luoghi dove potete non trovarci. Come segue.

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Donald Trump e Patrick Bateman

di Riccardo Mazzeo*

Oltre alle cose costose da esibire, ciò che sta più a cuore a questo gruppo di “spensierati” amici, il cui divertimento preferito è far sventolare una banconota davanti a un mendicante per poi rimettersela nel portafoglio, è il ristorante in cui ceneranno e la capacità di prenotare un tavolo. Le loro compagne, il loro lavoro, qualunque altro pensiero viene azzerato rispetto a questo: “Quando arriviamo al Pastels sto per scoppiare in lacrime tanto sono sicuro che non troveremo posto e invece il tavolo è ottimo, e il sollievo è come un maremoto che mi sommerge come un’ondata gigantesca” (B.E. Ellis, American Psycho, 1991, tr. it. American Psycho, Bompiani, Milano 1991; Einaudi, Torino 2001, pag. 47). McDermott, che si è assicurato il tavolo, suscita l’invidia degli altri, ma forse anche per questo motivo, quando continua a insistere che si ordini anche una pizza al dentice, Bateman sbotta: “- Nessuno vuole la pizza al dentice, cazzo! La pizza dev’essere ben lievitata e appena croccante e ricoperta di mozzarella! Qui la mozzarella praticamente non c’è, cazzo, e quel pezzo di merda dello chef cuoce troppo tutto quanto! La pizza viene fuori bruciacchiata e secca!” (Ivi, pag. 56).

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Il concetto d’intelligenza nella teologia medievale

Parlare d’intelligenza, o meglio del suo concetto nel Medioevo, non è cosa semplice, poiché l’articolazione di tale pensiero è completamente diversa da quella odierna e muove dai dettami della scolastica. Per comprendere meglio tutto ciò è bene far iniziare il nostro percorso proprio da quella luce dantesca. Con la Commedia, Dante ci accompagna in quel suo personale viaggio mistico-filosofico che tutta la antichità ha, più o meno segretamente e variamente, indicato e visto: è il viaggio che ci è mostrato da Omero nella Odissea e che porta l’eroe al rinvenimento della Casa (Itaca)[2], è la “la conversione, la resurrezione” cui ha invitato Gesù, è il “passeggiare con Jhwh” ovvero il vedere un divino che è il vedersi nel divino. Dunque, non è possibile concepire l’opera dantesca senza quel supporto teologico su cui essa si fonda. A tal proposito ci sovviene in aito il passo del saggio di Nino Borsellino, Ritratto di Dante (1998): «Per Boccaccio Dante ha pari diritto a più titoli. Lo ricorda nella Vita (§ 2): “E di tanti e sì fatti studi non ingiustamente meritò altissimi titoli; però che alcuni il chiamarono sempre poeta, altri filosofo, e molti teologo, mentre visse”. Ma è certo che dei tre solo il titolo di poeta può interamente soddisfare, e non perché ripudi gli altri, ma perché solo esso li comprende tutti., mentre gli altri non definiscono che se stessi»[3].

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Ribellarsi con filosofia

È il titolo di un recente libro di Matteo Saudino, insegnante nei licei di storia e filosofia, autore di numerose pubblicazioni e ideatore del canale You Tube BarbaSophia. Tutto ciò accompagnato da tante altre iniziative rivolte ai giovani studenti ed anche ad un pubblico più vasto che si interessa del pensiero filosofico senza essere necessariamente esperto in materia.

Presentando la vita ed il pensiero di dieci sapienti, due sono di genere femminile: Ipazia e Olympe de Gouges, pensa che si possa far vedere come questa forma di sapere, inutile a prima vista per risolvere i problemi della vita nella concretezza immediata, possa invece diventare strumento per agire nel mondo al fine di renderlo un luogo più bello e giusto, come si trova scritto nella quarta di copertina. Aristotele afferma che la filosofia non serve a nulla perché è il sapere più nobile; potremmo dire che le spetta di essere servita. Leggiamo nel testo di Saudino: « … la ricerca filosofica è dunque tanto inutile quanto indispensabile, proprio perché è una vitale e gratuita attività del pensiero che fa crescere e trasforma in profondità l’essere umano, rendendolo libero dalle catene dell’ignoranza e, dunque, consapevole di se stesso» (p. 10).

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ALLA RICERCA DELLA COERENZA DEL DIVENIRE: ZENONE DI ELEA

Abstract: We address Zeno’s paradoxes on motion, in the search for the coherence of becoming, defining step by step a becoming-theory.

Keywords: becoming, Zeno, space, time, paradoxes.

Introduzione

Di Zenone trattiamo 10 principali argomenti: direttamente i quattro principali enigmi sul moto, (a.) Achille (b.) Dicotomia (c.) Freccia (d.) Stadio; indirettamente i sei principali enigmi sul molteplice, (e.) della divisibilità infinita (f.) del grande e piccolo (g.) del limitato e illimitato (h.) dell’uguale e diverso (i.) del chicco di miglio (l.) dello spazio. Secondo la IEP (Internet Encyclopedia of Philosophy), ci sono delle soluzioni standard SS che tentano di affrontarli, anche se alcune sono più controverse che comunemente accettate: (a.b.) per Achille e la Dicotomia, SS impiega il calcolo della serie convergente all’infinito e dell’analisi reale; (c.) per la Freccia, SS impiega la teoria at-at del movimento; (d.) per lo Stadio, SS non è definita; (e.f.) per la divisibilità infinita e per il grande e piccolo, SS impiega l’idea di una grandezza continua composta da punti; (g.) per il limitato e illimitato, SS impiega l’idea che fra due oggetti fisici non necessariamente c’è un terzo oggetto fisico che li separa; (h.) per l’uguale e diverso, SS impiega la soluzione platonica; (i.) per il chicco di miglio, SS impiega il concetto di parti con proprietà diverse dagli insiemi che costituiscono; (l.) per lo spazio, SS impiega la negazione che i luoghi abbiamo luoghi in cui stare.

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La nevrosi della perfezione

Le possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica hanno creato nell’uomo una sorta di delirio di onnipotenza, una cultura che prevede che ogni desiderio possa essere realizzato. In questo clima di efficientismo esasperato la vita si trasforma in competizione continua, in tensione permanente.

La cultura dell’efficienza nasce dal concetto di perfezione, dall’idea che l’uomo può e deve essere perfetto. Si definisce perfezione la qualità di ciò che è esente da difetti, il difetto è una mancanza, la perfezione quindi è uno stato di pienezza.

Con il mito della perfezione l’uomo ha perso il senso del limite. Il modello di uomo da raggiungere è quello che va oltre i propri limiti, ma senza rendersi conto che oltre il limite non c’è la perfezione, ma la disumanizzazione. Ogni fallimento, ogni errore mette tutti in crisi. Ogni insuccesso è causa di traumi interiori. La pretesa che la vita sia perfetta diventa pretesa che tutti siano perfetti.

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Il linguaggio in Hegel

Hegel a differenza di molti autori che lo hanno preceduto non affrontò mai direttamente la questione legata all’origine del linguaggio. C’è però da dire che nelle sue opere egli lascia trapelare una sua idea senza però cadere nella querelle relativa alla nascita del linguaggio come dono divino o come frutto dell’evoluzione umana. In Italia le due autrici che meglio hanno affrontato questo tema sono Lucia Ziglioli[2] e Caterina De Bortoli[3].

Hegel parte dal presupposto che l’uomo essendo un essere razionale sia sempre stato dotato di linguaggio. Secondo il filosofo non è neanche corretto concepire il linguaggio come un mezzo inventato per uno scopo, poiché così lo si andrebbe a ridurre a mero strumento. Il dibattito sull’origine del linguaggio è in realtà uno pseudo-problema che concepisce il linguaggio stesso come sistema chiuso, isolabile dall’evoluzione dell’umanità[4]. Bisogna invece pensare al luogo del linguaggio: «il segno ed il linguaggio sono inseriti da qualche parte, a mo’ di appendici, nella psicologia o ancora nella logica, senza che si sia pensato alla loro necessità e alla loro connessione nel sistema dell’attività dell’intelligenza»[5]. Il linguaggio può trovare il suo fondamento solo se studiato all’interno dell’intelligenza, è proprio quest’ultima a far si che i segni si connettano tra loro e possano avere un senso compiuto. Nella concezione hegeliana del linguaggio, esso ha senso solo all’interno della sua funzione determinata che spinge l’intelligenza alla conoscenza.

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