
1. L’irruzione dell’agente non umano e la crisi della cultura
Il panorama della tarda modernità è segnato da una novità senza precedenti: l’ingresso di agenti non umani, dotati di intelligenza artificiale, all’interno dello spazio vitale e decisionale dell’uomo. Questa trasformazione, a ben guardare, non è un semplice aggiornamento tecnico, ma una vera e propria modifica profonda della nozione stessa di “agentività”. Pertanto, se storicamente la cultura è stata l’espressione esclusiva della creatività e dell’intelligenza umana, oggi essa emerge come il risultato di un’interazione sempre più stretta tra agenti biologici ed agenti artificiali.
Ci troviamo, allora, di fronte a un sostanziale cambio di paradigma, ovvero la conoscenza, l’etica e la simbolizzazione rischiano di perdere il loro tradizionale statuto antropologico per configurarsi come prodotti di una “razionalità algoritmica”. Come nota Hobsbawm, viviamo in una società che muta con una rapidità tale da non permettere il riconoscimento dell’esperienza umana nei propri artefatti. Il rischio è quello di una “perdita di senso”, un’eclisse dei fini di fronte al dilagare di una ragione meramente strumentale (E. J. Hobsbawm, La fine della cultura. Saggio su un secolo in crisi di identità, Rizzoli, Milano, 2015). Il rischio derivante dalla razionalità algortimica è esattamente questo: privare gli agenti umani della possibilità di potersi riconoscere nei frutti culturali della propria attività. Ed è sicuramente degno di nota che ciò abbia luogo come effetto del nuovo perimetro dell’esperienze semiotica: è l’ecosistema digitale che riscrive i termini dei rapporti conoscitivi e valoriali riguardo all’esperienze del mondo. Il mondo vecchio è entrato in crisi, il mondo nuovo non ha ancora raggiunto una sia strutturazione stabile nel tempo.
Continua a leggere




















