
Il nostro tempo esalta il potere e l’esibizione della perfezione in tutte le sue forme, per questo si vuole eclissare la fragilità umana, che viene considerata come un handicap da nascondere. Ma la fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti.
Proprio nella fragilità sono custoditi i più preziosi valori umani di sensibilità, partecipazione, empatia e comprensione della sofferenza e della gioia.
I filosofi, sin dalle origini, testimoniano la fragilità dell’essere umano e la considerano come caratteristica propria del suo essere- nel mondo, segnato dall’esperienza del limite e della finitezza.
Eppure, riconoscere la propria fragilità è sempre stato un problema e lo diventa ancora di più in una società che ci vuole tutti perfetti. Come scrive Andreoli, viviamo un tempo in cui bisogna accettare la propria fragilità. Mascheriamo difetti e paure, mostrandoci invincibili, perché la sensibilità ci rende vulnerabili. Ci insegnano che la vita è competizione e che gli altri sono avversari da abbattere.
Cerchiamo ogni giorno di corrispondere all’immagine della persona forte, ma quando veniamo posti di fronte ai nostri limiti, siamo costretti a prendere coscienza che la fragilità non è un incidente di percorso, ma è parte costitutiva della condizione umana.
Bisogna prendere coscienza che l’umanità dell’uomo non comincia con la ricerca della perfezione, ma dall’incontro con la propria impotenza. Non si può rifiutare il proprio limite, perché è ciò che aiuta a capire l’uomo nella sua profondità.
Bisogna creare un equilibrio tra l’accettare ciò che non può essere cambiato e l’essere attivi rispetto alle proprie possibilità.
Occorre non temere la fragilità, ma individuarla e attraversarla nella certezza di non essere soli. Mai, come la presente fase storica, l’uomo ha accarezzato il mito dell’onnipotenza, la convinzione di essere padrone della propria storia, di essere in grado di autodeterminarsi e di poter spostare sempre un po’ più in là la soglia della propria finitudine. Eppure, è proprio la fragilità che ci restituisce la nostra umanità, che ci richiama a un principio di realtà, alla consapevolezza che ci sono eventi che sfuggono al nostro controllo, mancanze con cui dobbiamo imparare a convivere.
È nel percepirci come esseri finiti e limitati che riusciamo a valorizzare appieno il tempo che ci è dato da vivere, a comprendere tutto ciò che nelle nostre quotidianità rimanda alla dimensione della fallibilità.
La vita è un continuum, il cammino che si compie ci fa sbagliare, ma ci dà la possibilità di imparare dai nostri errori. Sono le nostre imperfezioni, i nostri difetti che ci rendono umani e unici.
L’ideale a cui aspirare non è essere perfetti, ma essere sé stessi, accettando le proprie fragilità. La presa d’atto delle proprie e delle altrui fragilità rappresenta un valore per la relazione, per costruire esperienze più autentiche senza doversi nascondere dietro le illusioni.
Mostrarsi forti è una prerogativa della società moderna, prova ne sia il fatto che ci si concentra più sulla cura estetica del corpo che sulla propria interiorità perché è facilmente riconoscibile e ottiene l’ammirazione degli altri.
Indossiamo armature, che in modo fittizio coprono grandi voragini interiori, celano la natura reale dell’individuo e gli impediscono di essere in contatto autentico con i propri desideri. Si mostra la parte migliore di sé, si nascondono le imperfezioni, ma ci si allontana dall’accettazione della vulnerabilità, e quindi dall’accettazione di sé stessi. Si perde la propria identità.
In tempi in cui è di moda la forza e la competizione, è il caso di riscoprire la fragilità. La fragilità è l’uomo stesso e negarla significa sprecare un pezzo essenziale della nostra persona. Scriveva Pascal “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutte in natura, ma è una canna pensante”.
Tutto è fragile, da un’idea di cui eravamo convinti fino all’arroganza e alla supponenza, a un sentimento soggetto all’usura del tempo, dalla gioia che sogniamo come irraggiungibile al dolore che arriva senza preavviso. Ma la nostra forza matura dalla debolezza, fornendoci risorse che non sospettavamo di avere.
La fragilità è un’opportunità da non sprecare, ci consente di guardarci dentro, di ripensare al nostro stile di vita, alle nostre passioni, al chi siamo e dove siamo diretti. Ci aiuta ad essere consapevoli delle nostre debolezze, dei nostri limiti scoprendo l’importanza dell’umiltà.
L’arte da imparare non è quella di essere perfetti ma quella di saper essere come si è, fragili e imperfetti.
La fragilità è cosa umana e come tale riguarda tutti, coinvolgendo tutti possono nascere sentimenti di solidarietà e amore. Eppure, talvolta, ci conduce alla paura al disprezzo e all’avversione.
L’incontro avviene quando la fragilità diventa un invito alla prossimità, un appello a sentirci responsabili degli altri, a prendercene cura.
La fragilità è un punto di forza perché è all’origine della comprensione dei bisogni.
Essere fragili è un indicatore che ci mostra l’intensità delle nostre emozioni, la sensibilità con cui viviamo i nostri sentimenti e la difficoltà che abbiamo nel mostrarci come siamo per paura di essere feriti.
Nel tentativo di mostrarci forti spesso nascondiamo le nostre fragilità, non ci permettiamo di mostrarci sensibili.
Sopprimendo le nostre emozioni e alzando dei muri di fronte a tutto ciò che proviamo, diamo agli altri il permesso di conoscerci solo in modo superficiale, finendo così, per avere relazioni superficiali, senza nessun impegno.
Perdiamo chi siamo. Viviamo intrappolati nella paura per cercare di chiudere fuori il dolore. Dobbiamo correre il rischio di esporci, siamo in grado di mettere alla prova la nostra forza quando continuiamo ad avere fiducia, quando mostriamo la nostra vulnerabilità.
Se avessimo coraggio di guardare in faccia i nostri difetti, le nostre paure, diventeremmo più socievoli e vedremmo nell’altro non un essere da dominare per i nostri bisogni, ma un essere simile a noi, fragile come noi, con cui condividiamo desideri e paure.
La fragilità permette di affidarsi all’altro in una relazione d’amore che può nascere soltanto, come insegnava Platone nel Simposio, dal senso del limite che ognuno avverte dentro di sé, in cui la voglia di amare coincide con l’essere amato: due fragilità si uniscono e si fanno forza nel mistero dell’amore.
Nasciamo con la consapevolezza di dover morire, proprio per questo la fragilità può diventare una risorsa per creare amicizia tra gli esseri umani. I legami si instaurano in chi riconosce nell’altro la propria fragilità.
Fragilità è spesso usata come sinonimo di inconsistente, usata in senso negativo. Occorre, invece, svincolare il temine dalle negatività per diventare qualcos’altro, come delicato, vulnerabile, sensibile.
È nell’estrema fragilità che si scopre la grandezza della vocazione umana, la fragilità può valorizzare la nostra comunicazione veloce e superficiale, in fuga dall’ascolto.
La fragilità considerata generalmente dannosa deve essere riscoperta nella sua profondità e anche nella sua forza, poiché è ciò che rende percepibile il bisogno degli altri, di una vicinanza in grado di dare conforto.
Il nostro è il tempo degli eccessi, delle dicotomie: si è troppo amici e perfetti sconosciuti in breve tempo, perché anche le amicizie sono fragili, si reggono su un equilibrio delicato.
Le relazioni sono fragili, vivono di attesa, ancorate ad un porto insicuro da cui, ormai troppo spesso, navi attraccate l’una accanto all’altra prendono, all’improvviso, rotte differenti.
Le relazioni sono esposte alle ferite della stanchezza, dell’orgoglio, delle influenze esterne. Bauman la definisce modernità liquida, dove i rapporti umani sono temporanei, secondo la logica dell’usa e getta. La qualità delle relazioni è passata in secondo piano a favore della quantità. I legami richiedono tempo, ma non siamo più disposti ad investire tempo. Si costruiscono rapporti effimeri, una moltitudine di individui isolati tra loro, collegati senza soluzione di continuità a una rete globale, dove è facile confondersi, cambiare identità e perfino perderla.
Viviamo in un mondo complesso e soggetto a cambiamenti continui, dove eventi imprevisti possono travolgere le nostre vite. È’ a partire dalla consapevolezza dei propri limiti che si possono costruire nuove opportunità.
Il limite non è mancanza da colmare, ma una caratteristica naturale della nostra condizione umana.
Il materiale che meglio rappresenta la fragilità della condizione umana è il vetro.
Il rischio del vetro è di frantumarsi. Il nostro corpo è fragile e come ci ricorda Simone Weil può essere trafitto da qualsiasi pezzo di materia in movimento. Ma anche la nostra interiorità è fragile, vulnerabile perché soggetta a immotivati cambiamenti d’umore, in balìa delle cose e di altri esseri come noi, altrettanto fragili.
La nostra personalità, la trama delle relazioni sociali da cui dipendiamo e che ci costituisce è esposta al caso: tutto può ferirci e mettere in discussione la rappresentazione che abbiamo di noi stessi.
La nostra estrema esposizione alla precarietà dell’esistenza è evidente nell’atto stesso del nascere. Nasciamo in una condizione di totale non autosufficienza, eppure saremo liberi di orientarci in modo unico e irripetibile.
Ogni bambino, come spiega Martha Nussbaum, oscilla tra desideri narcisistici di onnipotenza e disperata consapevolezza dei propri limiti. Appena nati, i bambini si trovano in un mondo che non hanno scelto e che non controllano.
Le prime esperienze del neonato oscillano tra una fase in cui tutto sembra ruotare attorno a lui per la soddisfazione dei suoi bisogni, e una disperata consapevolezza di impotenza, quando le cose non arrivano nel momento desiderato. L’onnipotenza infantile è unita all’ansia di sapere di non essere affatto onnipotenti.
Il desiderio narcisistico di essere padrone del mondo induce l’uomo, non solo a rifiutare quegli aspetti che gli ricordano la sua condizione fragile, ma anche a proiettarli fuori da sé, in soggetti che egli comincerà a considerare come deboli. È così che si creano le gerarchie sociali.
Arendt ha rilevato nella nascita, nella compresenza di dipendenza e libertà, la forza originaria della fragilità.
La forza della fragilità può sembrare un ossimoro, come può essere forte ciò che si può spezzare? Eppure, è proprio questa consapevolezza che può diventare forza di trasformazione e riscatto.
Non si tratta di valorizzare la fragilità, ma di riconoscere e mostrare come nella fragilità stia la forza della vita umana, perché solo nel riconoscimento del nostro essere esposti alla non-autosufficienza e vulnerabilità, gli oggetti del mondo mostrano la loro preziosità.
L’umanità fragile è perciò fallibile, fragile è qualcosa che va protetto e curato, non segnala un negativo, ma un positivo che va salvaguardato perché può essere perduto.
Abitare la propria fragilità è farla compagna della propria vita, renderla una lente attraverso la quale guardare le persone. Abitare contiene in sé l’idea di una consuetudine, di una frequentazione, indica l’umanità più intima.
Se non si arriva ad accogliere la propria fragilità non si può avere una comunicazione con gli altri, ma una fuga da sé.
La fragilità è l’antitesi del potere; poiché non vuole fondare nessuna supremazia sull’altro, piuttosto può solo sentire di averne bisogno. Fragile è colui che necessita dell’altro. Diversamente dall’ideologia della perfezione che domina il nostro quotidiano, la fragilità richiama la vera bellezza, poiché si focalizza su ciò che una persona è nella sua essenza e non su come appare.
Riconoscere la fragilità può aprirci ad un uso ponderato delle parole, dei gesti e delle scelte che quotidianamente compiamo, al fine di non ferire l’altro da noi.
In una società caratterizzata dall’ideologia del potere e del successo è quanto mai importante educare alla fragilità, non come scarto da eliminare, ma come essenza ontologica della nostra individualità.
Per noi uomini, segnati dal limite del fallimento, delle sofferenze e della morte, riconoscere la fragilità non è un sintomo da curare, ma un’espressione irrinunciabile del nostro essere-nel-mondo, significa vivere con la consapevolezza che la forza non sta nel potere, ma nella fragilità che l’infinito lo cerca instancabilmente.
In una società ammalata di potere, chi è l’uomo di potere?
L’autorità non è potere, è distruzione del potere. L’autorità porta a servire.
Il potere ha bisogno dell’altro per imporsi, l’altro che è distaccato da sé come un oggetto su cui misurare la propria forza. Il potere è una malattia sociale, è l’antitesi della fragilità, l’uomo potente non sa amare, non può sperimentare la forza dei legami, ha bisogno dell’altro per poterlo dominare.
È solo nella fragilità, invece, che cerco di capire chi ho davanti in maniera il più possibile profonda. È possibile attivare una relazione solo attraverso la fragilità.
Il potere non è relazione, non è uno scambio, non è un andare dentro l’altro per aiutarlo, cercando di poter realizzare quello di cui l’altro sente bisogno.
Non è avvertire la sua paura, perché quella paura l’hai conosciuta anche tu.
Lui che ti è di fronte, ha vissuto il senso di vuoto che hai provato anche tu, la mia fragilità è la misura della possibilità di essere uomo e di dedicarmi agli altri.
Andreoli afferma che il più grande uomo della storia ad aver mostrato la propria fragilità è il Cristo, poiché si è fatto uomo, esempio di umanità; il Cristo è l’uomo della fragilità, l’uomo del dolore e della solitudine.
L’uomo della fragilità ha due modalità per conoscere la propria condizione, la prima è quella della razionalità: la conoscenza del tempo e della scienza. C’è un secondo modo di conoscere: un modo per ottenere risposte senza rimandare nel tempo e scatta quando la condizione del dubbio diventa paura e la paura è la percezione del rischio che c’è o forse non c’è, ma è imminente.
È la condizione di chi avverte la paura della morte. Freud, ricordava che tutte le paure sono riconducibili alla paura della fine. Il mio tempo, non solo finisce ma è finito, e nel panico non c’è possibilità di spiegare nulla. Gli attacchi di panico sono drammatici: in un attimo si passa da una condizione di apparente tranquillità a un momento di fine.
La conoscenza dei sentimenti si fonda sull’essere ammaliati dal carisma, qualcosa che non è riscontrabile alla ragione. L’amore è mistero: se nella razionalità c’è bisogno di controllare tutto ciò che noi facciamo per capire, nei sentimenti si avverte che la risposta proviene dall’esperienza, dall’attimo in cui ci si lega all’altro.
La fragilità è legata al mistero, mistero inteso non nella contrapposizione con la scienza, ma del mistero nonostante la scienza.
Il mistero dal nulla alla vita. Il mistero della fine, la fine che si sente arrivare, che spaventa, al di là della verità che contiene. La fine dal punto di vista dei vissuti, dei sentimenti è mistero.
Quando senti la fine che giunge vorresti fermare il tempo, avere ancora un minuto, per poter fare ciò che non si è fatto e dire ciò che non si è detto.
La fragilità si lega al mistero della condizione esistenziale, è il fondamento dell’umanesimo, dell’essere uomini, basta averne consapevolezza.
Anche la malattia è mistero, è non sapere, perché è impossibile sapere il mistero della condizione umana.
I medici non conoscono il senso dell’uomo, di quell’uomo che soffre, perché la sofferenza è mistero. La fragilità è la condizione umana che ha bisogno dell’altro; la mia fragilità ha bisogno della tua, perché solo mettendole insieme mi sembra che si faccia forza.
Ognuno può aiutare l’altro a vivere, solo allora il mistero consola, non spaventa.
La fragilità non è un difetto, perché sai che la tua fragilità può trovare risposta nella fragilità dell’altro. La vera grandezza non sta nel dominio, ma nel condividere la propria fragilità. L’umanesimo non si fonda sull’io ma sul noi.
Pensiamo a dare risposte ai bisogni dell’io e abbiamo dimenticato il noi.
Anche nella famiglia conta la fragilità, è come una piccola orchestra dove ciascuno deve suonare bene uno strumento, ma è necessario che quegli strumenti si mettano insieme e siano armonizzati.
È l’integrazione degli strumenti a caratterizzare l’armonia, la famiglia è tenuta insieme dalle fragilità.
La fragilità è la forza dell’insieme, le individualità, le capacità di ciascuno non vengono mortificate, ma anzi potenziate.
Occorre educare alla fragilità e non nascondere ciò che sembra non favorire il potere. In una comunità dei legami si scoprono parole che non sono più usate, come cooperazione. La fragilità non è debolezza.
Il termine inquietudine esprime bene la fragilità. Il sentire di avere bisogno di un altro che ancora non c’è, di raggiungere uno scopo che ancora è lontano. Andreoli richiama al colloquio che si svolge sul Golgota tra Gesù e uno dei ladroni. Gesù inchiodato sulla croce, non gli chiede chi sei, che cosa hai fatto?
Certamente aveva commesso dei reati, ma gli dice Oggi tu sarai con me in Paradiso. Gesù mostra la fragilità di un uomo che è sulla croce, che invita un altro uomo fragile come lui a unirsi con lui. L’unione delle fragilità dà salvezza.
Dalla conoscenza della fragilità che è in noi, dovremmo imparare ad essere gentili, capaci di ascolto e di accoglienza.
Immedesimandoci nelle fragilità dell’altro, nella loro interiorità, nelle loro attese e nelle loro inquietudini dell’anima, nelle loro ansie, comprendiamo meglio anche noi stessi.
La fragilità è un ponte che ci consente di uscire dalla nostra solitudine e dai nostri egoismi.
Fragile, quindi come luce interiore che ci fa scoprire lati luminosi e profondi di noi stessi e degli altri, ma la fragilità è anche ombra, può essere sorgente di sofferenza e di tristezza, ma queste caratteristiche non vanno rifiutate, perché ci rendono umani e bisognosi di aiuto.
La fragilità ci impone di allargare lo sguardo e di guardare oltre, può diventare capace di mobilitare una società e di creare rapporti di solidarietà.
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