
Il y a là cendre, vi è là cenere, espressione che appare alla fine di un’opera di Jacques Derrida intitolata “Dissémination”: un tessuto di citazioni, come chiarisce la prefazione. Sembrerebbe che l’accento che ha trasformato l’articolo determinativo femminile singolare in avverbio di luogo, ma in un certo senso anche di tempo (in quel tempo là), sia un semplice refuso. Oltretutto leggendo la breve citazione con il là o con il la i suoni non cambiano, solo una minuscola distanziazione dopo il là differenzia la versione voluta dal sospetto di un refuso.
Se l’autore della frase avesse scritto il y a là de la cendre, il discorso sarebbe finito nell’ovvietà, chiuso ad ogni altra considerazione. Una certa quantità di materia che è là e che rimane in tutta la sua fisicità, ingombrante, imbarazzante e difficile da smaltire. Nel presente saggio si parla anche di morte, di tomba, mentre non si fa alcun accenno all’urna cineraria e viene da pensare che questo modo di considerare la cenere, certamente come memoria e traccia di qualcosa, di qualcuno, ma nella fissità e nella determinatezza, stia proprio all’opposto del pensare di Derrida.
Non c’è alcun dubbio che la posizione che prende il Nostro è altra, fin dall’inizio di questo breve saggio va in un altro senso, anzi, in più sensi, con tanti percorsi che nel loro procedere, a volte si intrecciano altre si ignorano. Oltre a Dissémination, che qui scriviamo con l’iniziale maiuscola essendo il titolo di un’opera, ricorre nel parlare derridiano anche il termine greffe, innesto, legati entrambi al mondo vegetale allo stato naturale, oppure nei rapporti con le tecniche agricole. La disseminazione è altro dalla semina, avviene perlopiù in natura ma a volte è l’uomo stesso che senza volerlo la produce. Anche l’innesto, che è una tecnica agronomica, può in certi casi verificarsi come fenomeno naturale. Nella sfera del linguaggio il significato che un autore attribuisce ad un suo testo si disperde in una molteplicità di altri significati; d’altra parte si verifica anche l’innesto di uno scritto su di un altro che funge da, metaforico, portainnesto.
Ma torniamo alla cenere, che Derrida concepisce come metafora e metonimia di sé stessa, traccia di qualcosa che è stato, il fuoco che non è più, e che va verso la dispersione, qualcosa che non sarà mai qui. Si possono inseguire altri possibili significati: Cenere con l’iniziale maiuscola per indicare un nome femminile, potrebbe essere una donna scomparsa, o ancora, la stessa parola cenere in tutto il suo grigiore che risalta su di un bianco foglio.
Vista l’importanza che l’autore attribuisce ad ogni lettura, anche nel suo scorrere sonoro, tentiamo pure noi ad addentrarci, almeno per un po’, in questo testo breve ma aperto a sviluppi imprevedibili, esso va oltre la tradizionale coerenza sintattica e semantica per cogliere da inquadrature molto particolari il rapporto tra i termini che appaiono sul foglio scritto: le analogie foniche che raggiungono talvolta l’omofonia, gli effetti suggestivi nei rapporti tra segni fonici e grafici e interpretazioni originali, impreviste, di tanti tratti del presente saggio.
Già dalle prime righe: «’Vi è là cendre’. Leggevo e rileggevo; era così semplice ma capivo benissimo che non c’ero per nulla: senza attendere me, la frase si ritirava verso il suo segreto» (p. 10). Si presenta un po’ come un’immagine effimera che ci è apparsa ben chiara ma che in seguito ci pone tanti interrogativi ai quali si cerca di rispondere seguendone la traccia: pulviscolo destinato a disperdersi fino ad annullarsi o nome di donna che non c’è più, indicata dalla differenza tra una c e una C, che il nostro orecchio non percepisce. Diventa chiaro ora che «La frase non dice ciò che essa è ma ciò che essa fu, […] non dovete dimenticare che essa resta – memoria del fuoco – in memoria di un fu, della parola fu nell’espressione fu il tale fu la tal altra. Cenere di tutte le nostre etimologie perdute: fatum, fuit, functus, defunctus» (p. 17).
La frase in questione che il misterioso autore aveva scritto, dice che in precedenza l’aveva letta, quindi proveniva da altro. «Lei, questa cenere, gli fu data o imprestata da infiniti altri, da infiniti oblii, e d’altra parte, qui, nessuno incensa di un qualche commento questo segreto. Di esso non sveliamo letteralmente nulla, nulla che in fin dei conti non la lasci intatta, vergine (non gli piace altro), indecifrabile, impassibile e tacita, in poche parole al riparo della cenere che è là e che è lei. […] Al presente, qui ed ora, eccoci dunque con una materia – visibile ma leggibile appena – la quale, siccome non rinvia che a sé, non si fa più traccia, a meno che non tracci perdendo quella traccia che di lei resta appena – che di lei resta per un po’, prima di sparire» (p. 25).
Viene da pensare che la lettura di questo saggio non sia qualcosa che possiamo in qualche modo inquadrare, mettere in ordine, far combaciare un’espressione con un’altra, essa è piuttosto un passeggiare che ci mette difronte a visuali che non avremmo mai pensato. È bello gustarle nel loro dinamismo infinito di significazioni.
Jacques Derrida, Ciò che resta del fuoco, titolo originale: Feu la cendre, traduzione di Stefano Agosti, SE SRL, Milano 2026.