
«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». La frase di Wittgenstein (Wittgenstein, 2009a, p.81) risuona oggi con la forza di una diagnosi clinica. Perché le lingue vivono, respirano, subiscono pressioni profonde e trasformative. E la pressione che subiamo ha un nome preciso: il sistema capitalistico globale e la sua lingua franca, l’inglese. Non l’inglese di Shakespeare o di Virginia Woolf, ma un inglese strumentale, progressivamente adattato a veicolare i pilastri del sistema: la riduzione di ogni relazione alla compravendita, all’individualismo atomizzato, all’assenza di mediazione tra gli esseri. Qui non si parla dell’inglese letterario o filosofico, ma della sua forma globale operativa. È un codice che si infiltra nel nostro lessico e, più profondamente, plasma le nostre strutture cognitive. La posta in gioco è ontologica: è la scelta della nostra stessa identità.
Accettiamo di essere descritti, e dunque di esistere, solo nelle categorie di mercato? Oppure vogliamo un mondo abitabile in tutte le sue dimensioni, ricco di chiaroscuri e contraddizioni, di bellezza inutile e verità non monetizzabili? Per Wittgenstein (Wittgenstein, 2009b) il linguaggio è una «forma di vita»: il mondo si costituisce attraverso le nostre pratiche linguistiche. Non esiste un mondo dato che poi etichettiamo: è attraverso il nostro parlare che il mondo si articola e diventa abitabile. Ecco perché la nostra tesi deve essere forte: l’italiano, erede di una stratificazione millenaria, era (e potrebbe ancora essere) capace di articolare il mondo con una ricchezza che l’inglese globale dei mercati sta tendendo a ridurre continuamente.
Una lingua non esiste come entità astratta o “in sé”; esiste solo nei suoi usi storici concreti. Non esiste “l’inglese” (come ogni altra lingua) come opportunità ipotetica, ma solo nel modo in cui gli uomini la esprimono vivendola, pensando e parlando inglese.
Il deficit strutturale. Povertà del verbo e tirannia del fatto
L’inglese globale è una lingua perfettamente adatta al calcolo, ma molto meno adatta alla contemplazione concettuale. È efficiente per trasmettere dati, ma inadeguata a esprimere la stratificazione dell’interiorità. Partiamo dal verbo, il centro generativo di una lingua. L’inglese ha un sistema verbale estremamente semplificato: flessione personale quasi assente, coniugazione ridotta all’essenziale. Questo limita la capacità di esprimere sfumature modali: atteggiamento del parlante, intenzione dell’azione, relazione tra soggetto e processo.
L’italiano, invece, si esprime attraverso la ricchezza dei suoi modi. Prendiamo il congiuntivo. Non è un arcaismo, ma lo spazio grammaticale del possibile, del dubbio, del desiderio. È la sintassi dell’interiorità. «Penso che Luca sia intelligente»: il congiuntivo segnala che non stiamo parlando di un fatto del mondo, ma del contenuto soggettivo ipotetico. È la grammatica della soggettività e della distanza critica dal fatto. «Voglio che tu stia bene»: esprime un desiderio, una realtà non attuale ma auspicata. È la grammatica del possibile non attuale. In inglese queste costruzioni richiedono l’indicativo: “I think Luca is intelligent” e “I want you to be well”.
Facciamo un esempio: «Che io sia nato in un tempo di transizione non mi assolve dalla responsabilità di comprenderlo». Il congiuntivo (sia) sospende il fatto, apre lo spazio dell’ipotesi: ammesso che, anche se fosse così.
La traduzione inglese grammaticalmente corretta richiederebbe il congiuntivo: “That I were born… does not absolve me”. Ma l’inglese non ha una morfologia dedicata al congiuntivo: “were” è identico all’indicativo passato plurale (we were, they were). Questa ambiguità fa sì che molti anglofoni contemporanei non percepiscano più “were” come congiuntivo, e usino spontaneamente l’indicativo: “That I was born…”. Anche dove il congiuntivo esiste formalmente, è opaco, non immediatamente riconoscibile come in italiano.
L’inglese moderno non dispone di un congiuntivo produttivo equivalente, tratta l’evento come fatto acquisito: poiché è così. La differenza è abissale. L’italiano segna grammaticalmente l’ipotesi, l’irrealtà, la distanza critica. L’inglese ribadisce il dato. È la differenza tra un pensiero che interroga le condizioni e uno che le registra. Il congiuntivo non marca solo l’irrealtà logica, ma la sospensione ontologica dell’enunciato.
Questo appiattimento del possibile sul reale si consolida nella sintassi. L’inglese globale predilige la struttura lineare Soggetto-Verbo-Oggetto (naturalmente presente anche in molte altre lingue, ma dominante e rigidamente stabilizzata nell’inglese globale operativo). Promuove un pensiero sequenziale, additivo: fatto dopo fatto. È la sintassi del report. L’italiano, con la sua ipotassi, costruisce periodi stratificati, gerarchie logiche, nessi causali complessi. Ma il meccanismo più insidioso è la nominalizzazione. L’inglese globale trasforma sistematicamente azioni e processi in sostantivi astratti: “to implement” diventa “implementation”, “to decide” diventa “decision-making process”. È la reificazione fatta grammatica: trasforma il dinamismo verbale in oggetti statici, processi in entità manipolabili. L’italiano, pur non essendo immune, resiste meglio grazie alla vitalità e centralità del suo verbo, che mantiene vivo il senso dell’azione in divenire.
La cancellazione del Tu. L’atrofia grammaticale dell’incontro
Se il verbo è il cuore, i pronomi sono lo scheletro relazionale di una lingua. Ed è qui che si compie una mutilazione antropologica di portata radicale: la scomparsa del tu. L’inglese moderno ha eliminato il pronome di seconda persona singolare soggetto (thou) e oggetto (thee), sostituendoli con il you generico, originariamente caso obliquo della seconda persona plurale “ye”, con funzione anche di forma di cortesia.
Perché è così grave? Perché i pronomi personali non sono tutti uguali. “Io” e “Tu” sono soggetti attivi, poli di un dialogo fondativo. Sono pronomi deittici originali: esistono solo nella relazione viva del parlare. “Egli, lei, essi” sono terze persone, descrittive, oggettivanti. Con la scomparsa del thou, l’inglese ha perso il principale marcatore grammaticale per rivolgersi a un tu come soggetto attivo e singolare. You è ambiguo: può riferirsi a una persona o a molte, essere formale o informale. Ma soprattutto, non marca più l’alterità singolare come categoria grammaticale distinta.
Il risultato è una mappa relazionale distorta: Esiste un soggetto assoluto: l’Io che parla. Esiste tutto il resto del mondo, chiamato indistintamente you/they/it, che diventa, di fatto, oggetto del mio discorso.
La perdita del thou indebolisce un argine grammaticale contro l’egocentrismo. E’ significativo che il filosofo Martin Buber (Buber, 1997), per descrivere la relazione autentica e reciproca, abbia scelto il tedesco Ich und Du, reso in italiano con la naturale forza dell’Io e Tu. In inglese, però, la traduzione moderna I and You attenua fortemente il senso filosofico di reciprocità singolare: per renderlo fedelmente si dovrebbe ricorrere all’arcaico I and Thou, fossile linguistico estraneo al registro filosofico contemporaneo. E’ il segno linguistico di uno iato concettuale: ciò che in tedesco e in italiano è immediato, in inglese moderno non è pienamente rendibile senza ricorrere a forme arcaiche. È la grammatica perfetta per un’epoca di individualismo solipsistico e di relazioni appiattite su un generico you del pubblico o del mercato. L’italiano, che ancora distingue con cura tra tu, Lei e voi, preserva nella sua struttura la possibilità di un incontro autentico: quello tra un io e un tu, riconosciuti nella loro reciproca e diversa soggettività.
L’etica dell’incontro: Lévinas, Ubuntu e il debito greco
Ma non si tratta solo di una questione linguistica: è un problema etico ed esistenziale. Su questo punto il pensiero di Emmanuel Lévinas (Lévinas, 1990) è decisivo. Per Lévinas, non è l’Io a fondare se stesso, ma l’incontro con l’Altro. L’Altro mi si presenta come Volto. Ma il Volto, per Lévinas, non è un oggetto della vista: è l’esposizione nuda, vulnerabile, che mi guarda e mi dice, silenziosamente: “non uccidermi”. È un appello etico che precede ogni parola, origine stessa della mia responsabilità. Prima di essere un io pensante, io sono un io responsabile (respons-abile = colui che deve e può rispondere). La mia identità si genera nella risposta all’appello del Tu. Senza un Tu che mi interpella, io sarei una coscienza chiusa in sé, ma non un sé eticamente costituito dalla responsabilità. Un “Io” senza un “Tu” è un soggetto incompiuto, non fondato. È un’eco che parla nel deserto.
Ma questa verità non appartiene solo alla tradizione europea. La tradizione etico-antropologica espressa dalla celebre formula Ubuntu (Mbembe, 2021; Ngomane, 2019), “Umuntu ngumuntu ngabantu”, viene spesso tradotta con “Io sono perchè noi siamo”. Ma una lettura più attenta alla struttura relazionale della lingua bantu permette di renderla con: “Io esisto perché tu esisti, e insieme noi esistiamo”. Non “io penso dunque sono”, ma “io sono perché tu sei”. È la versione relazionale e comunitaria dello stesso principio: l’umano nasce tra gli esseri, non in ciascuno di essi.
E la nostra stessa culla, la Grecia classica (Vernant, 2000), insegnava la medesima verità. Alla domanda “Chi sei tu?”, un antico greco si sarebbe definito primariamente per appartenenza alla polis. Avrebbe risposto non “Socrate, figlio di Sofronisco”, ma “Io sono un figlio di Atene“. La sua identità era un’appartenenza generativa. L’io non era il punto di partenza, ma il punto di arrivo di una storia comunitaria che lo aveva plasmato. E con questo portava un secondo, vertiginoso sentimento: il vivente deve un debito a chi non è nato, a colui di cui ha preso il posto nel mondo. La vita era un prestito ricevuto dai morti, da restituire con gli interessi della memoria e dell’onore.
Grecia antica, Ubuntu, Lévinas: tre tradizioni, lontane nel tempo e nello spazio, convergono su un punto: il soggetto non è origine, ma risposta. L’Io è relazione, oppure non è.
Il grande equivoco. Cartesio e il trionfo dell’Io desolato
Come siamo dunque giunti a questa dimenticanza? Come abbiamo scordato Ubuntu, dimenticato di essere figli di Atene, evitato di ascoltare l’appello del Tu? Le cause sono molte, ma il sigillo filosofico su questa dimenticanza ha un nome preciso: Cartesio (Cartesio, 2007). Il suo Cogito ergo sum è, nella storia degli effetti, l’atto di nascita dell’io moderno occidentale: un io che sembra auto-fondarsi nella certezza del proprio pensiero. La filosofia cartesiana è più complessa, ma è questa vulgata (l’io come origine e proprietario di sé) che ha conquistato l’immaginario occidentale e si è alleata con la razionalità tecnico-economica. L’unica verità indubitabile è il suo stesso pensiero. Il mondo, il corpo, gli altri diventano oggetti di quel pensiero, entità la cui esistenza deve essere garantita. È la sovranità dell’io isolato.
Va detto: i grandi filosofi continentali, da Kant (Kant, 2000) a Hegel (Hegel, 1996), superarono quel cogito. Kant lo svuotò della sostanzialità, trasformandolo in una funzione trascendentale unificante. Hegel lo dissolse completamente nella dialettica, mostrando che l’autocoscienza nasce solo nel riconoscimento reciproco di un’altra autocoscienza. Ma nella cultura comune di oggi ha vinto Cartesio. Anzi, ha vinto una sua volgarizzazione riduttiva, facilmente alleatasi con la razionalità tecnico-economica moderna.
Il “cogito” si è trasformato nel I want therefore I am del consumatore, o nel I earn therefore I am del professionista. Il capitalismo globale ha richiesto proprio quell’individuo atomizzato, scollegato dalla comunità, senza debiti ontologici, che vede il mondo come un insieme di risorse. Un individuo la cui identità si fonda sui like, sul CV, sul reddito. La sua verità è la sua esperienza personale: “I feel therefore I am“.
La tragica ironia? L’io cartesiano che ha vinto culturalmente è una figura tragica e infelice. È senza mondo, ridotto a oggetto; senza l’Altro, ridotto a concorrente; senza passato, cancellato il debito. Ha conquistato la sovranità su di sé e perso il senso dell’essere-in-relazione. Soffre di un’angoscia esistenziale, perché una vita che non deve nulla a nessuno è una vita senza peso, senza scopo, senza direzione.
La diagnosi di Bauman e la causa linguistica della liquidità
Zygmunt Bauman (Bauman, 2002) ha definito la nostra epoca “modernità liquida”. Ha descritto con lucidità i sintomi: relazioni fragili, identità fluide, impegni evanescenti, un presente continuo che dissolve il passato e non progetta un futuro. Una società dove, come già Marx ed Engels (Marx e Engels, 1848, cap.I) scrivevano nel Manifesto, «tutto ciò che è stabile e consolidato svapora,…». Bauman diagnostica il male in modo magistrale, ma non arriva a indicare uno degli agenti solventi più potenti: la mutazione della lingua in codice operativo.
Già Marcuse (Marcuse, 1967), negli anni sessanta, descriveva il linguaggio della società industriale avanzata come ‘operativo’: il linguaggio della società tecnico-industriale tenda a diventare linguaggio di comando e di pura operatività, senza spiegare, senza aprire a nuove possibilità, ma prescrivendo e facendo accettare il dato. Non è una lingua nazionale, ma una forma linguistica funzionale. Esattamente ciò che oggi vediamo affermarsi perfettamente nell’inglese globale operativo: amministrando il mondo.
La liquidità non è solo un fatto sociale o economico, prima di tutto è un fatto linguistico-cognitivo. Come possiamo pensare la durata, la fedeltà, la profondità stratificata dell’essere, se la grammatica che usiamo quotidianamente ci predispone al pensiero sequenziale, al fatto puntuale, alla relazione come transazione? La “liquidità” è anche l’effetto di una sintassi tendenzialmente paratattica nell’uso globale operativo (“and, but, so“) che giustappone frammenti senza gerarchia, e di un lessico che privilegia il provvisorio (“trending“, “update“, “briefing“) e dissolve le entità stabili in processi volatili (“to network“, “to leverage“). L’inglese globale metaforicamente, lingua-software del capitale, non è lo sfondo neutro della liquidità: ne è il moltiplicatore grammaticale. Per capire la causa profonda della liquidità, dobbiamo guardare alla struttura del pensiero che la lingua veicola perché ciò che non è dicibile tende a diventare impensabile. Noi vogliamo e dobbiamo conoscere questa connessione per non essere semplici pazienti della diagnosi, ma architetti della cura.
Il malinteso su Amleto: “To be” come possesso, non come esistenza
Questo deficit filosofico si manifesta anche nell’interpretazione di uno dei versi più famosi al mondo: «To be or not to be, that is the question» (Shakespeare, 2006, III.1). Per molta sensibilità linguistica contemporanea di area anglofona, quel “to be” tende spesso ad essere interpretato come essere qualcosa: essere di successo, essere ricco, essere felice. La domanda diventa: “farcela o non farcela?“, “Riuscire o fallire?“.
In italiano “Essere o non essere” riesce miracolosamente a mantenere entrambe le dimensioni: poeticità e profondità ontologica.
Ma Amleto non sta ponderando una carriera. Sta meditando sull’esistenza e sulla nullità, sulla sofferenza di esistere e sul terrore del nulla. Il “to be” shakespeariano è carico di tutta la pesantezza metafisica dell’essere contrapposto al non-essere. È la domanda sull’esistere o sul cessare di esistere. La traduzione filosoficamente corretta dovrebbe risuonare come “Esistere o non esistere“. L’inglese moderno, abituato a un verbo “to be” prevalentemente copulativo (io sono qualcosa), nell’uso contemporaneo prevalente, tende a non sostenere spontaneamente il peso ontologico di quel nudo “essere“. È un sintomo della rimozione: la lingua si è inaridita al punto da far fraintendere il suo stesso più grande poeta. Nel contesto shakespeariano il valore ontologico è invece pienamente presente. Shakespeare, ovviamente, quel peso ontologico lo intendeva perfettamente. Il problema è come oggi lo si ascolta. L’inglese moderno, abituato a un verbo “to be” copulativo, fatica a sostenere quel nudo “essere” senza tradirlo in “essere qualcosa”. Si pensa alla performance, quando il testo parla del fondamento. Perde, così, la capacità di pensare l’ombra, il limite, l’assenza come presenze attive della condizione umana, impoverendo la profondità del campo esistenziale.
L’inaccessibilità del pensiero continentale e la violenza dell’ignoranza
C’è una conseguenza culturale e, in fin dei conti, politica, a questo scivolamento linguistico. Autori fondamentali del pensiero continentale come Hegel (Hegel, 1996), Heidegger (Heidegger, 1970) , Camus (Camus, 1947), Sartre (Sartre, 2014), Deleuze (Deleuze, 1997), non solo sono poco letti dal pubblico anglofono non specialistico, ma sono di fatto difficilmente traducibili senza perdita concettuale. Sono confinati alle università, a piccole cerchie di specialisti. Perché? Perché le loro domande radicali sull’essere, sul nulla, sulla relazione, sulle differenze ontologiche, trovano nell’inglese globale operativo ambiente strutturalmente poco ospitale alla semantica ontologica. Come tradurre l'”essere-per-la-morte” heideggeriano in una lingua che, nel suo uso globale funzionale, tende ad appiattire gli usi ontologici del verbo essere? Come esportare la “passione dell’assurdo” di Camus in un lessico dominato dall’ottimismo strumentale?
Il risultato non è una semplice lacuna culturale. È una forma di violenza epistemologica. Per violenza epistemologica si deve intendere una forma specifica di asimmetria: non solo non conoscere l’Altro, ma possedere strumenti linguistico-concettuali così ridotti da rendere quella conoscenza strutturalmente impossibile. Si interviene sul mondo (tecnicamente, politicamente, militarmente) senza possedere le categorie per comprendere ciò che si sta modificando o sopprimendo. Si crea un mondo in cui una civiltà (quella anglo-americana) può legittimamente ignorare i fondamenti filosofici ed esistenziali di un’altra (quella continentale europea, ma anche di altre). Si interviene tecnicamente e politicamente su realtà complesse senza possedere gli strumenti linguistico-concettuali per comprenderne l’anima. Si è quindi disposti a “risolvere problemi” (parola-chiave di quella mentalità) semplificando o cancellando realtà di cui non si possiedono categorie adeguate. L’impoverimento linguistico non produce solo anime povere; evidenzia soprattutto un’arroganza del potere, che distrugge ciò che non ha mai avuto gli strumenti per ascoltare e conoscere. Uccidere un uomo senza averlo mai riconosciuto come “Tu” è la tragica, logica conseguenza di parlare una lingua che ha dimenticato come si dice “Tu”.
Conclusione. La differenza come ricchezza in opposizione alla riduzione a discarica
Una precisazione è doverosa per sgombrare il campo da fraintendimenti. Studiare le lingue e immergersi nel pensiero di altri popoli, è un arricchimento imprescindibile. Ogni differenza, nel senso glorioso di Gilles Deleuze (Deleuze, 1990), è una piega nuova del possibile, una linea di fuga dall’ovvio. La conoscenza dell’inglese, in sé, è una di queste ricchezze. Il problema non è la differenza, ma la riduzione e la sostituzione. Mentre i governanti di destra denunciano una presunta sostituzione etnica, sul piano culturale si opera una reale sostituzione linguistica: standardizzazione progressiva del parlare (e quindi delle forme del pensare) al servizio delle logiche capitalistiche. Il modello non è il dialogo tra un ricco italiano e un ricco inglese, ma l’impoverimento progressivo dell’italiano a dialetto emotivo, mentre l’inglese globale si installa come unico codice serio degli affari, della tecnica, del pensiero utile.
Ciò che subiamo non è un arricchimento, ma un’operazione di discarica. Nel sistema capitalistico la lingua è spinta ad essere trattata come strumento, e tratta come scarto tutto ciò che non è immediatamente convertibile in efficienza, misura, profitto. Il congiuntivo (troppo lento, troppo ipotetico), il “tu” (troppo impegnativo, troppo personale), la sfumatura lessicale (troppo imprecisa per un database): tutto rischia di finire nella discarica dello “stile antico”, del “folclore”, mentre il nuovo lessico globale, funzionale e desensibilizzato, occupa il centro. Difendere la potenza dell’italiano non è rifiutare la differenza, ma rifiutare che la propria differenza venga trattata come scarto. È lottare perché il giardino delle lingue non diventi una monocultura, circondato da discariche di parole considerate ormai non redditizie.
Ed ecco perché la difesa dell’italiano non è provincialismo, né nostalgia. È un atto di resistenza culturale ed esistenziale nel momento di massima egemonia di una grammatica riduttiva e funzionalmente tossica.
L’inglese globale è la lingua vettore di quella visione del mondo. È la lingua dell’io (“I“) che agisce su un mondo di “it” e si rivolge a un generico “you“. È la lingua del “doing” più che del “being”, della “performance” più che della relazione.
L’italiano, con il suo verbo essere impegnativo, il suo congiuntivo ipotetico, il suo tu chiaro e distinto, la sua sintassi che lega e stratifica, custodisce nella sua struttura gli antidoti a quella tossicità. Preserva gli strumenti linguistici per pensare un’identità che sia relazione, un’esistenza che sia responsabilità, una vita che sia riconoscenza.
Riappropriarci della sua potenza non significa rifiutare il mondo. Significa rifiutare la grammatica spirituale di un mondo ridotto a calcolo. Significa ricordare, nella nostra casa linguistica, chi siamo stati e chi potremmo ancora essere: non “io” solitari, ma nodi di una rete di voci, di volti, di debiti e di grazie.
Alla domanda “Lingua inglese sì? Lingua inglese no?“, la risposta non è un rifiuto strumentale. È una scelta ontologica: inglese come apertura e arricchimento, sì; inglese come sostituzione integrale del pensare, no. Scegliamo di custodire la lingua che ci permette di dire “grazie”, prima di dover dire “io”. Perché in quel “grazie” (verso la comunità, verso i morti, verso il “Tu” che ci interpella) è racchiuso il segreto di un mondo veramente abitabile.
La posta in gioco, in fondo, è salvare gli strumenti per non dimenticare che la nostra vita non è un “asset”, ma una risposta.
Postafazione
Questa ricchezza non è esclusiva dell’italiano. È caratteristica delle lingue europee continentali: il tedesco con i suoi due congiuntivi e la sua capacità compositiva filosofica (Dasein, Weltanschauung); il russo con il suo sistema aspettuale perfettivo/imperfettivo; il francese con il suo subjonctif; lo spagnolo con il suo subjuntivo.
Tutte queste lingue preservano strutture grammaticali per pensare il possibile, l’ipotetico, la relazione, la complessità ontologica. Tutte distinguono ancora tu/voi (seconda persona singolare/plurale). Tutte hanno sistemi verbali articolati che l’inglese ha semplificato o perduto.
Il problema, dunque, non è “italiano vs inglese”. È lingue europee continentali vs inglese globale operativo. E poiché l’inglese globale si sta imponendo come unica lingua “seria” del pensiero (nell’accademia, nella ricerca, negli affari) questa sostituzione non colpisce solo l’italiano. Colpisce l’intera famiglia delle lingue continentali, con il loro retaggio greco, latino, germanico, slavo.
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