Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Ontologia dell’eccesso e estetica dell’accecamento nel pensiero di Georges Bataille

1 Commento

Introduzione

Il compito che mi sono posto in questo articolo è di delineare i tratti caratteristici dell’ontologia dell’eccesso nella filosofia di Georges Bataille e di mostrare come a livello estetico, livello che in lui è primario e originario, questo si traduca nel concetto di accecamento. Concetto che trova espressione nella metafora dell’occhio in Storia dell’Occhio, ma prima ancora in un occhio sui generis, l’occhio pineale, in L’ano solare e nei Dossier sull’occhio pineale.

1. Ontologia dell’eccesso

«Anche il pensiero (la riflessione) si compie in noi solo nell’eccesso. Che significa la verità, al di fuori della rappresentazione dell’eccesso, se non vedessimo quel che eccede la possibilità di vedere, quel che è intollerabile vedere, come, nell’estasi, quel che è intollerabile godere? se non pensassimo quel che eccede la possibilità di pensare…?» (G. BATAILLE, Madame Edwarda, ES, Milano 2004, p. 16.)

Georges Bataille è il pensatore dell’eccesso.
Nessun altro filosofo o saggista nel secolo scorso ha osato spingersi così avanti e con questa ostinazione nelle proprie opere. L’eccesso può essere definito, a partire anche dalle parole in esergo di Bataille, come l’urgenza di superare i limiti imposti, siano essi naturali o di convenienza, di pensare l’impensabile e di fissare l’attenzione là dove per lo più l’uomo non ha l’ardire di andare.
Il concetto di eccesso, di conseguenza, più di altri è la chiave di volta del suo pensiero e che più caratterizza la sua vicenda umana e intellettuale.


Non mi si deve fraintendere, non è di un eccesso solo collegato alla biografia e perciò appariscente che sto parlando: so bene che ci sono stati artisti o pensatori, da questo punto di vista, si sono spinti ben oltre rispetto a Bataille e che hanno pagato con la loro stessa vita l’aver osato troppo; per quanto soprattutto negli anni ‘20 e ‘30 egli abbia condotto una vita dissoluta, il ritratto di Bataille che complessivamente possiamo tratteggiare non è quello di un ribelle, ma di un borghese: basta soffermarsi a osservare le foto che sono state pubblicate e che conosciamo, che sono per lo più immagini dell’ultimo periodo, degli anni ‘50 e al principio dei ’60: ne possiamo senz’altro ricavare l’immagine di un uomo elegante, gentile; testimonianze audio di chi lo ha incontrato di persona direttamente (ad esempio, varie interviste radiofoniche a Jean-Jacques Pauvert, suo editore di Storia dell’occhio) confermano, in effetti, quest’impressione. Di conseguenza, molti di quelli che lo hanno conosciuto in vita sono stati scioccati dal contrasto tra la sua figura e le cose che ha scritto, tra l’uomo distinto, dal sorriso e dai modi affabili, dolci e il contenuto sulfureo e angoscioso dei suoi scritti, soprattutto dei suoi racconti erotici (che come sappiamo hanno un fondamento nella sua vita privata irregolare) ma non solo; in Bataille, infatti, coesistono il bibliotecario compito, l’intellettuale impegnato e l’uomo dissoluto, il borghese padre di famiglia e l’habitué dei bordelli.
Tuttavia, non è di un eccesso eclatante e evidente che sto parlando. Il mio discorso è più profondo: riguarda l’essenza stessa delle cose che ha scritto: non c’è dubbio che nessun altro è riuscito ad avvicinare il pensiero in modo così singolare al limite e si è consumato nel tentativo di superarlo.
Per chiarire in che senso per Bataille l’eccesso è la matrice dell’uomo possiamo partire da constatazioni semplici. Affinché si possa eccedere ci deve essere un perimetro di partenza, caratterizzato da limiti e ci deve essere il desiderio di superare quel perimetro per andare verso qualcos’altro. Come si vede sto usando termini generici che dovrò chiarire; tutto questo allo scopo di avere il quadro iniziale della posta in gioco.
Ricapitolando si dà eccesso se ci sono tre fattori: dei confini ben precisi, il desiderio di superarli e ciò verso cui il superamento si protende.
Se per Bataille l’eccesso è il motore del pensiero e dell’agire sovrano, dell’essere autentico dell’uomo, ne consegue che il normale ordine possiamo considerarlo “falso” o in ogni caso non autentico. Il superamento del limite poi non si dà mai in condizioni normali, ma in determinati momenti, attraverso determinate esperienze che hanno la comune caratteristica dell’intensità violenta. E spesso si presentano malgrado la nostra volontà: noi possiamo solo, più o meno volontariamente, abbandonarci a questo movimento, favorirlo con certi comportamenti o censurarlo con altri, sta di fatto che dobbiamo ammettere che è una parte di noi che agisce quasi sempre a nostra insaputa.
Bisogna però subito aggiungere che questo “essere autentico” per Bataille, nonostante qualche oscillazione e differente sfumatura qua e là, non ha nulla di positivo, tanto che non può essere considerato un fine da perseguire; l’essere dell’eccesso è sempre negativo rispetto alla trascendenza umana e sfugge a qualsiasi tentativo di recupero dialettico; in una definizione è il negativo senza impiego. (Cfr. M. PERNIOLA,Georges Bataille e il negativo, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 9-37).
Se dovessimo utilizzare una metafora, potremmo dire che il modo d’essere dell’uomo autentico in Bataille è quello di un fiume in piena che, malgrado gli argini, vale a dire i confini in parte naturali in parte artificiali, conseguenza del lavoro e della ragione, esonda e devasta la campagna circostante. La volontà c’entra poco in tutto ciò: l’essere umano ha la necessità di superare gli argini, “deve” farlo, siamo in presenza di un impulso irrefrenabile di trasgredire le norme. Ho parlato di essere umano: si tratta di un’indicazione provvisoria e parziale: sarebbe infatti più corretto parlare di essere in generale, infatti per Bataille quella dell’eccesso è una legge universale che non riguarda solo l’uomo, è cosmica ancor prima che psicologica; come negli antichi alchimisti in Bataille c’è una perfetta corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo. Non a caso uno dei suoi primi scritti pubblicati, L’ano solare, è sì una prosa poetica (strana e delirante), ma è anche e soprattutto una cosmologia mitologica, una descrizione di forze che regolano la vita dell’universo.
Per tornare quindi all’eccesso come fondamento del pensiero di Bataille, possiamo perciò affermare che così come nell’individuo certi istinti lo spingono ad eccedere e superare gli argini del buon senso, della ragione, allo stesso modo nella società e nella natura, emergono forze, o modi particolari di eccesso, sotto forma di dispendio improduttivo, la dépense. C’è perciò corrispondenza tra economia generale e psiche, tra le forze che portano a infrangere i limiti della produzione e accumulazione di risorse e i rapimenti cui va soggetto l’uomo.
L’uomo e in generale ogni essere oggettivo, determinato, soffre in virtù del suo essere frammentario, particolare, e anela a superare i limiti per raggiungere qualcosa che il linguaggio non è in grado di esprimere pienamente, qualcosa davanti al quale è possibile solo il silenzio; ciononostante Bataille cerca sempre di fare fronte alla carenza delle parole e di indicare questo culmine, nominandolo in molti modi diversi e cerca di portarlo in chiaro a partire da differenti prospettive, usando parole evocative più che definizioni precise.
Perché per dire l’indicibile, raggiunto tramite l’eccesso, Bataille non si limita a una sola parola, ma usa tanti nomi?
Per comprenderlo possiamo affermare che il movimento è sì sempre lo stesso e che tutta l’opera di Bataille parte da questo presupposto; tuttavia, a seconda dell’aspetto della realtà e del comportamento umano che di volta in volta è implicato (filosofico, religioso, politico, letterario, ecc.), ciò a cui l’eccesso mette capo è qualcosa di volta in volta differente sia nel nome che nella sfumatura particolare di significato. Ecco perché in Bataille troviamo molte parole chiave differenti che paiono riferirsi sempre alla medesima esperienza. L’elenco è lungo: il riso, il sacrificio, il male, la morte, l’eterogeneo, il negativo senza impiego, il non-sapere, l’esperienza interiore, la chance, la sovranità, l’erotismo, l’immanenza, l’impossibile, un certo tipo di letteratura, la poesia ecc. Con ciò non si vuol affatto ridurre la complessità del suo pensiero in affrettate equivalenze, né affermare che le parole chiave siano sinonimi e utilizzabili una al posto dell’altra, tuttavia, se si riesce ad avere uno sguardo d’insieme, non si può non rimanere colpiti dalla formidabile coerenza dell’aspetto più prettamente teoretico del pensiero di Bataille, ecco perché si può abbozzare un tentativo di sintesi attraverso la nozione di eccesso e quindi caratterizzare la filosofia di Bataille come una vera a propria ontologia dell’eccesso.
La coerenza è rintracciabile poi anche nello sviluppo della sua opera, tanto che lo stesso pensiero ossessivo è presente a partire dalle prime opere scritte e pubblicate, Storia dell’occhio, L’ano solare (1927-8), fino all’ultima: Le lacrime di Eros (1961).
Cominciamo quindi con stabilire i primi elementi dell’ontologia dell’eccesso batailliana.
Possiamo individuare due regioni dell’essere regolate da due principi affatto differenti.
Da un lato, l’ordine del mondo in cui per lo più viviamo, quello che potremmo dire diurno, accettato e accettabile, alla luce del sole, in cui s’inscrive la nostra vita di cittadini, la nostra coscienza, nel quale vige il principio di utilità e della misura, delle passioni temperate e innocue, insapori, dove la fanno da padrone il lavoro come principale attività, come meccanismo che ci porta alla produzione e all’accumulazione di risorse, la scienza come unico sapere efficace e ammesso e il mondo dell’oggettività e dei rapporti quantificabili. Tutto è piano e anodino, accettato e accettabile.
Dall’altro lato, l’opposto: l’aspetto caotico del mondo, quello interdetto, in una parola notturno, la notte del non-sapere, l’erotismo sadico dove il piacere perverso è collegato alla morte, dove l’attività principale è la dépense, il dispendio improduttivo, dove è bandita l’utilità e pertanto l’unico fine dell’attività umana è quello di non avere un fine.
Si tratta pertanto di due regioni separate e opposte, che sembrano contrapporsi tra di loro. L’uomo le abita entrambe e per quanto cerchi di negarne una, quella negativa, per affermare l’altra, non potrà mai ridursi a essere una sola regione, quella positiva. Il lato notturno in determinate condizioni sopravanza e mette a tacere il lato diurno, si esprime in tutta la sua soffocante virulenza. Come detto, per Bataille solo questi momenti di trasgressione del normale ordine sembrano avere valore.
Tutto sta nel comprendere quali siano le condizioni che permettono l’eccesso e qual è il modo tipico in cui si esprime.
Per questo penso sia importante ritornare su uno dei testi più rivelativi del suo pensiero. Non si tratta di un saggio teoretico, anzi a prima parrebbe uno scritto minore e potrebbe passare inosservato a un lettore disattento e non abituato alla singolarità del modo di procedere di Bataille. È cionondimeno uno degli scritti più profondi e densi della sua produzione, tanto che vale la pena soffermarsi quasi su ogni frase.
Mi riferisco alla prefazione al racconto erotico Madame Edwarda. Il racconto venne pubblicato sotto lo pseudonimo di Pierre Angélique (la prima edizione è del 1941 con le Edition du solitaire). Nel 1956 per la sua terza edizione, pubblicata da Jean-Jacques Pauvert, Georges Bataille scrive e firma la prefazione (Per le informazioni sull’edizione: Cfr. G. BATAILLE, Madame Edwarda, cit. p. 73). Anche se tutti erano al corrente del fatto che lui fosse l’autore di Madame Edwarda, quest’opera, come anche altre, il caso più eclatante è Storia dell’occhio, non venne mai pubblicata a suo nome fin quando fu in vita. Nell’edizione del 1956, Bataille quindi si sdoppia e assume da un lato la veste di scandaloso narratore e dall’altro quella di interprete del pensiero che sottostà alle oscene e scottanti vicende raccontate.
Il fatto che si accostino qui un testo teoretico di Georges Bataille, un discorso filosofico e astratto quindi, a un racconto erotico di un certo Pierre Angélique (in realtà, come detto, lo stesso Bataille) che narra dell’incontro del protagonista con un prostituta, crea un insieme paradossale. Per inciso, questa è la cifra stilistica più propria e originale dello scrittore francese, fatta di contrasti e di stridenti passaggi da un registro all’altro, non solo come in questo caso con accostamenti bizzarri tra due testi all’apparenza eterogenei, ma anche, come accade in altri scritti, con passaggio da un modo di scrivere all’altro anche all’interno dello stesso libro (al ragionamento astratto può seguire la poesia o un pezzo di diario, ecc.). Ciò, come vedremo, è perfettamente coerente con la logica che sottende la sua creazione: discorso serio, da maître à penser e discorso considerato dai più “leggero” o volgare o intimo o quanto meno non degno di essere preso in considerazione dalla filosofia, in lui vanno di necessità insieme e sono allo stesso livello; la verità per lui deve sempre passare al vaglio dell’esperienza diretta e personale.
Franco Rella nel suo splendido saggio Lo sguardo ulteriore della bellezza (Cfr. F. RELLA, Lo sguardo ulteriore della bellezza, in G. BATAILLE, La parte maledetta, Bollati Boringhieri, Torino 1992, pp. XI-XXXVIII) ha ragione nel definire l’opera di Bataille «un immenso frammento composto da una miriade di frammenti» (Ivi, p. XIII) e nel porre l’accento sul fatto che risulta difficile comprendere perché Bataille abbia scelto di pubblicare alcuni scritti, mentre altri, pur elaborati e corposi, siano stati lasciati inediti. Questa particolarità del suo modo di scrivere rende particolarmente difficile l’attività dell’interprete che vada alla ricerca di una chiave unitaria per comprenderne l’opera. Tuttavia, la logica del frammento che sottende ai suoi libri non è solo una questione di stile, è anche questione di un modo differente e nuovo di pensare, aperto all’infinità del possibile, al reale che non è contenibile all’interno di un concetto o di un sistema chiuso.
Per tornare alla prefazione a Madame Edwarda posso affermare che proprio qui, in queste poche righe, sono incastonate gemme che ci danno la chiave di lettura non solo del racconto che la segue, ma addirittura di tutto il pensiero di Georges Bataille.
È dello stesso avviso Rocco Ronchi che in un suo articolo, molto pertinente ai fini del nostro discorso, intitolato proprio Un’ontologia dell’eccesso (Cfr. R. RONCHI,Un’ontologia dell’eccesso, in AA.VV. Bataille-Sartre un dialogo incompiuto, Artemide edizioni, Roma 2002, pp. 89-104) prende in considerazione la prefazione di cui stiamo trattando.
L’essere nel pensiero di Bataille si dà come eccesso, di conseguenza non si dà mai come un che di compiuto, come una totalità o una perfezione chiusa in sé, ma sempre come qualche cosa di aperto, di ulteriore.
Dice infatti Ronchi: «ciò che fonda la comunicazione, ciò che mi dischiude l’immensità nella quale mi perdo, è l’essere in quanto eccesso, un essere desostanzializzato, palpitante, ritmico – un essere che ha in se stesso una trascendenza costitutiva, un essere incontenibile nella forma della identità e eccedente lo spazio rivelativo del giudizio apofantico.» (Ivi, p. 93).
Da questo deriva che per Bataille, la sostanza non è un essere, ma un «punto d’arresto propizio ad uno sgorgo, un arresto provvisorio tra lo splendore della perdita e l’accumulazione di forze» (Ivi, p. 95).
Proprio così: la sostanza come punto di arresto, o per riprendere la metafora di cui sopra, come argine che dovrà inesorabilmente essere superato, esondato.
All’inizio dello scritto Bataille parte da un’importante constatazione: l’uomo tende a fuggire sia davanti all’estremo del piacere, che all’estremo del dolore e tutta una serie di interdetti ci allontana dai punti culminanti di queste due esperienze. C’è dunque tra questi due opposti contrari, dolore estremo e piacere estremo, un simmetria. Con il tempo, tuttavia, l’uomo ha cominciato a considerare con leggerezza tutto ciò che concerne il piacere estremo e la sessualità e ha caricato di tragicità ciò che concerne la morte. Si è in buona sostanza spezzato il legame tra i due estremi.
Ciò che Bataille qui vuole riportare alla luce e sottolineare è questo legame negletto e quindi l’aspetto tragico dell’erotismo: vuole operare un capovolgimento rispetto al normale modo di intenderlo.
Perché l’uomo per lo più ride o prende con leggerezza l’erotismo, il piacere estremo? Forse per autodifesa: proprio perché non vuole affrontare una verità spiacevole, l’uomo ha bisogno della menzogna.
«Se l’uomo ha bisogno della menzogna, è affar suo! (..) Ma insomma: non dimenticherò mai quel che di violento e meraviglioso si lega alla volontà di aprire gli occhi, di vedere in faccia quel che accade, quel che è. E io non saprei quel che accade, se non sapessi nulla del piacere estremo, se non sapessi nulla dell’estremo dolore» (G. BATAILLE, Madame Edwarda, cit. pp. 13-14).
Dunque, Madame Edwarda, come anche tutta la letteratura erotica di Bataille, ha come cardine la stretta parentela tra Eros e Thanatos, piacere e dolore, pienezza di vita e morte. E questo per la constatazione che nell’eccesso i due estremi opposti si uniscono, diventano identici. Nel suo scritto filosofico più letto, L’erotismo, Bataille riprende questo concetto e afferma che l’erotismo è «l’approvazione della vita fin dentro la morte» (G. BATAILLE, L’erotismo, ES, Milano 1991, p. 13). Solo questo legame tragico istituito dall’erotismo ci può allontanare dalle facili ironie comuni e dalla leggerezza con cui trattiamo l’erotismo.
Concetto ribadito chiaramente da Bataille anche nella sua ultima opera pubblicata in vita Le lacrime di Eros: «L’erotismo, in un certo senso, è risibile… L’allusione erotica ha sempre il potere di suscitare l’ironia. Anche parlando delle lacrime di Eros, lo so, posso offrire il fianco al riso… Eros è nondimeno tragico. Cosa dico? Eros è innanzitutto il dio tragico.» (G. BATAILLE, Le lacrime di Eros, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 55-56).
E in Madame Edwarda:
«Ciò da cui ci distoglie questo gran ridere, che la facezia licenziosa suscita, è l’identità del piacere estremo e dell’estremo dolore: l’identità tra l’essere e la morte, tra il sapere che approda a questa abbagliante prospettiva e la definitiva oscurità. Di tale verità potremmo in definitiva ridere, ma questa volta di un riso assoluto, che non si fermi al disprezzo di quel che può essere ripugnante, ma il cui disgusto ci annienti.» (G. BATAILLE, Madame Edwarda, cit. p. 14).
Qui sta il punto fondamentale da comprendere: l’ontologia dell’eccesso, nel suo movimento di superamento dei limiti, postula l’identità tra piacere estremo e dolore estremo e in ultima analisi di essere e nulla.
Sottolineo, en passant, che qui si opera la distinzione tra un riso superficiale, un riso innocuo, “comune” potremmo anche dire, e un riso assoluto: è proprio attraverso il riso assoluto, la pratica della gioia davanti alla morte, che all’uomo si spalanca l’abisso della verità. Il riso assoluto non è un semplice atteggiamento umano, ma una vera e propria forma di conoscenza.
Ma continuiamo a seguire il discorso di Bataille che poco alla volta viene in chiaro su queste paradossali affermazioni; ciò che per la logica, infatti, andrebbe separato e tenuto agli antipodi qui viene affermato: dolore e piacere possono devono andare di pari passo e collaborare l’uno con l’altro.
Dice infatti Bataille che «per giungere al colmo dell’estasi in cui godendo ci perdiamo, dobbiamo sempre fissarne il limite immediato: l’orrore» (Ibidem) e che «non che l’orrore si confonda con l’attrazione, ma se non può inibirla, distruggerla,l’orrore rafforza l’attrazione! (…) Noi non giungiamo all’estasi se non nella prospettiva, sia pur remota, della morte, di ciò ci distrugge.» (Ivi, p.15).
Qui parla di estasi come perdita di sé e equipara esplicitamente, come già in altre opere, l’estasi dei mistici con l’estasi del piacere erotico, ovviamente di un erotismo estremo collegato con la morte.
E partendo da questo inusuale accostamento fissa i principi di quella che ho chiamato ontologia dell’eccesso.
«L’essere ci è dato in un superamento intollerabile dell’essere, non meno intollerabile della morte. E poiché, nella morte, nel momento stesso in cui l’essere ci è dato, ci è anche sottratto, noi dobbiamo cercarlo nel sentimento della morte, in quei momenti intollerabili in cui ci sembra di morire, perché l’essere in noi è ormai solo presente per eccesso, quando la pienezza dell’orrore e quella della gioia coincidono. Anche il pensiero (la riflessione) si compie in noi solo nell’eccesso. Che significa la verità, al di fuori della rappresentazione dell’eccesso, se non vedessimo quel che eccede la possibilità di vedere, quel che è intollerabile vedere, come, nell’estasi, quel che è intollerabile godere? se non pensassimo quel che eccede la possibilità di pensare…?» (Ivi, p. 16).
Questo passo è davvero essenziale per comprendere il pensiero di Bataille. Di primo acchito ciò che afferma è contraddittorio: l’essere è insieme essere, quindi sé stesso e allo stesso momento si supera, è altro da sé. E Bataille aggiunge che tutto ciò è intollerabile.
Perché? In primo luogo, per il motivo che per la ragione umana, fondata sul principio di non contraddizione, non è possibile che lo stesso sia e non sia nello stesso momento, non è possibile che l’essere superi sé stesso, diventando altro da sé.
Ciò significa che il punto di partenza per un’ontologia dell’eccesso è la messa tra parentesi della ragione e della logica astratta. Se ci basiamo sui suoi principi rigorosi e in primo luogo la non contraddizione, il discorso di Bataille non sembra avere senso.
Intollerabile, però, è un aggettivo carico di emozione, non può essere solo una questione di logica, Bataille non avrebbe usato un termine così forte, avrebbe anche potuto omettere l’aggettivo (dando una semplice definizione del tipo: l’essere ci è dato nel superamento dell’essere). Perché dare questa connotazione emotiva forte al movimento ontologico dell’essere che si supera?
Proprio perché il superamento non viene in modo piano, senza scosse, ma in modo violento, con la necessaria, nello stesso tempo temuta e desiderata, perdita di sé da parte del soggetto, quindi con la morte.
Che Bataille fosse consapevole della sfida alla logica (quindi “intollerabile” nel primo senso) del suo discorso risulta dalla nota che aggiunge e che riporto qui integralmente perché fondamentale.
«Mi si perdoni di aggiunger qui che tale definizione dell’essere e dell’eccesso non può fondarsi filosoficamente, poiché l’eccesso eccede il fondamento: l’eccesso è ciò per cui l’essere è innanzitutto, prima di ogni cosa, fuori da tutti i limiti. Senza dubbio l’essere si trova anche entro dei limiti: tali limiti ci permettono di parlare (anch’io parlo, ma parlando non dimentico che la parola, non soltanto mi sfuggirà, ma già mi sfugge). Queste frasi metodicamente disposte sono possibili (lo sono in larga misura, poiché l’eccesso è l’eccezione, è il meraviglioso, il miracolo…; e l’eccesso designa l’attrazione – l’attrazione, se non l’orrore, tutto ciò che è più di ciò che è), ma la loro impossibilità è data sin dall’inizio. Al punto che io non sono mai vincolato; non sono mai asservito, ma conservo la mia sovranità, che solo la mia morte, che proverà l’impossibilità in cui mi trovavo di limitarmi all’essere senza eccesso, separa da me. Non rifiuto la conoscenza, senza la quale non scriverei, ma questa mano che scrive è morente e, per questa morte a lei promessa, sfugge ai limiti accettati scrivendo (accettati dalla mano che scrive ma rifiutati da quella che muore).» (Ivi, pp. 16-17 nota 1).
Qui risulta perfettamente chiaro che Bataille è consapevole che il suo discorso da un punto di vista strettamente filosofico non è fondato e che si sta muovendo con le sue frasi come un funambolo su una corda tesa sopra un abisso.
È interessante però ciò che aggiunge: che l’eccesso è il fondo infondato di tutto, che l’impossibilità, il caos, l’illogicità, è in buona sostanza la caratteristica stessa della realtà, ciò che costituisce la stoffa dell’essere. Ciò non significa che non possiamo parlare e vivere normalmente, scrivere frasi anche intorno all’argomento “eccesso”, proprio perché per lo più noi non viviamo nell’eccesso, l’eccesso è l’eccezione, il meraviglioso, il miracolo. La stessa nostra conoscenza è resa possibile solo quando non ci troviamo nell’eccesso. Non dimentichiamo che l’eccesso si rivela in determinate condizioni, ma che nel momento in cui si rivela il soggetto viene meno e non può più parlarne.
Dunque, quando parliamo, allineiamo frasi e cerchiamo di dire qualcosa di essenziale intorno al fondamento infondato dell’essere, dobbiamo essere consapevoli dei limiti del linguaggio, di come le parole e le frasi e quindi la scrittura non possano attingere a quella fonte abissale.
Da un certo punto di vista, per rifarmi alla distinzione operata sopra, potremmo dire che la regione dell’essere diurna i cui per lo più viviamo è sempre inautentica, falsa, perché all’interno dei limiti dell’essere privo di eccesso. Ciò che è importante però è essere consapevoli e mai dimenticare che esiste il lato notturno, la parte maledetta, l’altra regione dell’essere, che ci abita ed è sempre pronta a rivelarsi.
A questo punto risulta anche chiaro che parlare di regioni dell’essere significa peccare di imprecisione, perché l’essere, pur essendo sempre essere dell’eccesso e quindi mai identico a sé, pur essendo quindi differenza, ciò non di meno è uno. Il discorso razionale, tuttavia, deve porre dei limiti, individuare delle regioni dell’essere e dicotomie, per poter dire in modo approssimativo ciò che sfugge per principio al discorso.
Per completare il quadro dell’ontologia dell’eccesso dobbiamo ancora aggiungere un ultimo elemento.
«Al termine di questa patetica riflessione che, in un grido, annichila se stessa in quanto sprofonda nell’intolleranza di se stessa ritroviamo Dio. È qui il senso, l’enormità di questo libro insensato: questo racconto mette in gioco nella pienezza dei suoi attributi Dio stesso; e questo Dio, nondimeno, è una prostituta, in tutto e per tutto simile alle altre. Ma quel che il misticismo non ha potuto dire (al momento di dirlo, veniva meno), lo dice l’erotismo: Dio non è niente se non è superamento di Dio in tutti i sensi; nel senso dell’essere volgare, in quello dell’orrore e dell’impurità; in definitiva nel senso di niente.» (Ivi, p. 17).
In questo passo risulta chiaro come si produce l’eccesso: attraverso l’unione degli opposti contrari, attraverso l’identità di ciò che è opposto: tra ciò che è più in alto e al di sopra di tutto e tutti, Dio, con ciò che è in basso e disprezzato dalla società borghese, vale a dire una prostituta. E non è un caso che vengano associati erotismo, sacro e religione.
Questo per Bataille è l’unico modo in cui si può parlare di Dio, del divino e del sacro e quindi in un modo affatto differente da quello della teologia e della religione tradizionali, un modo non dogmatico e senz’altro blasfemo.
Abbiamo quindi chiarito che l’eccesso in cui l’essere supera se stesso, si esprime mediante l’unione degli opposti, a cominciare dall’identità di essere e non essere o essere sé e essere altro da sé.
Nel contesto particolare di questo racconto erotico, questo si esemplifica con l’identificazione di Dio con una prostituta, vale a dire con una figura che dalla morale corrente è considerata appunto “niente” e che dalla società viene tenuta ai margini come uno scarto.
Davanti a questa identificazione sacrilega degli opposti, incarnata da Madame Edwarda, la prostituta che si dice Dio, il protagonista si perde, si annulla, va in estasi, perché attinge all’essenza stessa dell’essere come eccesso.
Potremmo anche dire che il perdersi del soggetto, il suo uscire fuori di sé nell’estasi (non dimentichiamo che l’ek-stasis è infatti, alla lettera, essere fuori) ha il suo corrispettivo nell’essere oggettivo nell’identità di ciò che a prima vista è infinitamente distante, Dio e una prostituta, o, il che è lo stesso, nel considerare divino e alto ciò che è più basso e vile.
D’altro canto la visione dell’unione degli opposti può essere la causa scatenante di estasi per il soggetto: nel racconto la prostituta, Madame Edwarda, fa vedere il suo sesso (i suoi “stracci” le guenilles) al protagonista mentre gli dice che è Dio e, di fronte alla sua ritrosia, insiste che deve guardare.
« “Vuoi vedere i miei stracci?” mi disse. Le mani artigliate al tavolo, mi voltai verso di lei. Seduta, teneva alta una gamba divaricata: per meglio aprir la fica, tirava la pelle con le mani. Così gli “stracci” di Edwarda mi guardavano, rosei e pelosi, pieni di vita come una piovra ripugnante. Balbettai piano: “Perché fai questo?”. “Vedi,” disse “io sono DIO…”. “Io sono pazzo…”. “Ma no, devi guardare: guarda!”» (Ivi, pp. 29-30).
Ho voluto riportare questo passo perché testimonia l’importanza per Bataille sulla necessità di vedere e su un particolare tipo di visione, insieme oscena e assoluta.
Ripetiamo, infatti, che l’eccesso ci porta a scoprire una verità che nasce da un vedere «che eccede la possibilità di vedere» e che ci mette di fronte a «quel che è intollerabile vedere.»
Il senso della vista e un vedere di tipo particolare, intollerabile (l’impossibile unione degli opposti), in Bataille è un’esperienza primordiale che precede e scatena l’estasi.
C’è da dire che la tradizione filosofica occidentale ha sempre considerato il vedere come la via conoscitiva privilegiata. Il nostro stesso linguaggio con la preponderanza di termini provenienti dal vedere o dalla luce per descrivere i passi del procedimento del conoscere è l’indice di questa eredità.
Bataille s’inserisce forse in questa tradizione? Nient’affatto. Egli declina infatti questo primato della vista in modo singolare e rivoluzionario: in lui, il vedere fino in fondo, il “vedere eccessivo”, s’identifica con l’opposto, con il non vedere nulla, con la cecità assoluta, con la notte.
Quindi, come nell’erotismo l’estremo piacere si identifica con l’estremo dolore, così, nell’estetica, la visione dell’eccesso, l’estremo del vedere è anche non vedere più, diventare ciechi.
Vedere e non vedere s’identificano e si produce l’accecamento.

2. Estetica dell’accecamento. Metafora dell’occhio.

«Allargando le cosce di Simone, che si era sdraiata sul fianco mi trovai faccia a faccia con ciò che, così immagino, attendevo da sempre, come una ghigliottina attende un collo da troncare. Mi sembrava perfino che gli occhi mi schizzassero dalle orbite, quasi fossero diventati erettili a forza d’orrore; nella vagina pelosa di Simone vidi con esattezza l’occhio azzurro pallido di Marcelle che mi guardava piangendo lacrime d’urina. Scie di sperma tra i peli fumanti conferivano a quella visione lunare un tocco di disastrosa tristezza.» (G. BATAILLE, Storia dell’occhio, SE, Milano 2008, p. 76).

Il concetto di accecamento è forse quello che riassume meglio la posta in gioco dell’estetica di Georges Bataille.
Questa è una mia chiave interpretativa: non si tratta, infatti, di un concetto esplicitamente tematizzato dallo stesso Bataille, anche se sono tantissimi i luoghi della sua opera in cui vi si accenna. Per questo penso sia pertinente utilizzarlo per approfondire qual è il tipico modo in cui si esprime l’immaginazione batailliana.
Come abbiamo chiarito nel precedente paragrafo, l’ontologia dell’eccesso – per cui l’essere in determinate condizioni è superamento dell’essere, di sé stesso – ha condotto al concetto di unione degli opposti e in particolare a quello di identità tra essere e nulla.
Tutto ciò tradotto nell’ambito della sensazione comporta la necessità di trovare immagini e metafore adeguate, efficaci, che muovano il soggetto fuori di sé nell’estasi.
Bataille ha individuato nella metafora dell’occhio un’incarnazione che rende sensibile il fondo abissale della realtà. Più di qualsiasi parola, quindi, sono le immagini a esprimere nell’istante ciò che il linguaggio non riesce ad articolare. Il linguaggio viene sempre dopo l’esperienza, la visione, invece, o viene prima o è contemporanea all’estasi.
Ciò che è interessante comprendere è in che modo il filosofo francese sviluppi questa metafora e come questo sviluppo collimi perfettamente con l’ontologia dell’eccesso e con il concetto di accecamento.
Prima di procedere dobbiamo però chiarire che cos’è l’accecamento.
L’accecamento presuppone, come detto, l’unione di vedere e non vedere. Tuttavia, ci possiamo chiedere: quand’è che noi siamo accecati concretamente? Di norma quando una luce troppo forte colpisce i nostri occhi e in questo modo non riusciamo più a vedere nulla. Pensiamo al gioco che da bambini abbiamo fatto tutti: quello di provare a fissare il sole. La luce intensa del sole ci costringe a distogliere lo sguardo e per qualche minuto rimaniamo quasi ciechi. Oppure pensiamo a quando da un luogo buio usciamo alla luce del giorno: per un momento siamo abbagliati e ci sembra di non vedere nulla.
L’accecamento, però, non è solo un fenomeno fisico e ottico, ha anche una valenza metafisica.
Da questa elementare esperienza appena descritta, quella dell’eccesso di luce, di luminosità, che è per l’uomo insopportabile e conduce al suo opposto, alla cecità e alla notte, la logica paradossale di Bataille porta alle seguente necessaria conclusione: nell’eccesso c’è perfetta identità tra luce e tenebra e questo è provato dal fatto che in quel particolare momento, il soggetto “muore”, non essendo più in sé, la coscienza si smarrisce. Se, quindi, nell’eccesso possiamo identificare gli opposti, ciò significa che anche la visione di ciò che è basso, il più lontano dalla luce, interdetto, è abbagliante proprio come se cercassimo di fissare il sole e viceversa il movimento verso l’alto, verso il sole, non può che precipitarci verso il basso, verso il buio.
«L’erezione e il sole scandalizzano come il cadavere e l’oscurità delle cantine (…). Gli occhi umani non sopportano né il sole, né il coito, né il cadavere, né l’oscurità, ma con reazioni differenti» (G. BATAILLE, L’ano solare, SE, 1998 Milano, pp. 15-16).
È questa unione di alto e basso a essere esplosiva, questa unione nell’estremo tra la luce più forte e la tenebra più impenetrabile a causare il rapimento proprio dell’estasi mistica.
Ci sono quindi due movimenti speculari che alla fine si identificano: quello verso il basso, verso la terra, verso il fango e lo sporco, verso gli organi genitali, verso le zone non illuminate, verso le zone maledette, proibite, che può abbagliarci come se stessimo fissando il sole, una caduta che è anche un’ascesa; quello verso l’alto, verso il cielo, che avvicinandosi troppo al sole non può che renderci ciechi e farci precipitare con violenza, un’ascesa che è anche una caduta.
In un articolo per la rivista Documents Bataille sottolinea come questo secondo movimento sia ben rappresentato dal mito greco di Icaro dove infatti «il sommo dell’elevazione si confonde con una caduta subitanea, di una violenza inaudita (…). Il mito di Icaro (…) divide chiaramente il sole in due, quello che brillava nel momento dell’elevazione di Icaro e quello che ha fuso la cera, determinando la defezione e la caduta violenta quando Icaro si è troppo avvicinato» (G. BATAILLE, Documents, Edizioni Dedalo, 1974 Bari, p. 112).
Questa unione è sempre un misto di piacere e angoscia e proprio per questo profondo legame tra alto e basso, tra divino e bestiale, può presentarsi sia nell’erotismo che nell’estasi religiosa. Ecco perché le grandi sante mistiche del passato, letture predilette da Georges Bataille, Angela da Foligno, Teresa d’Avila, ad esempio, descrivono con termini essenzialmente e inconsapevolmente erotici le loro esperienze estatiche di incontro con Cristo e con Dio. Per Bataille, infatti, l’erotismo è sempre religioso e «il senso dell’erotismo sfugge a chiunque non ne veda il senso religioso! Inversamente, il senso delle religioni nel loro complesso sfugge a chiunque trascuri il legame che esso presenta con l’erotismo.» (G. BATAILLE, Le lacrime di Eros, cit. p. 60).
L’accecamento è perciò l’espressione più precisa dell’unione, nell’estremo, tra luce e tenebra, tra alto e basso.
L’uomo, tuttavia, pur possedendo quest’istinto che lo spinge verso l’accecamento non possiede un organo adeguato la cui funzione sia quella di percepire o intuire la verità ultima qui espressa.
Gli occhi dell’uomo non riescono a fissare il sole, non sono in grado di vedere ciò che trascende il loro normale orizzonte.
Eppure, Bataille proprio sulla metafora dell’occhio costruisce il suo immaginario. Bisogna comprende in che modo egli riesca a tradurre nei suoi testi questo paradossale anelito a vedere oltre, a eccedere la normale visione.
Farò riferimento soprattutto agli scritti giovanili. Il racconto erotico Storia dell’occhio, la prosa poetica de L’ano solare, alcuni saggi pubblicati per la rivista Documents, le riflessioni su l’occhio pineale, destinate a rimanere inedite e pubblicate dopo la sua morte, sono la testimonianza concreta del lavoro di Bataille sull’immaginazione nel tentativo di esprimere in modo plastico l’unione degli opposti.
Consideriamo in primo luogo Storia dell’occhio, la prima opera che ha pubblicato.
Ha ragione Roland Barhes in un suo saggio a dire che Storia dell’occhio non è tanto la storia delle vicende del protagonista con Simone e Marcelle, ma è piuttosto la storia di un oggetto, l’Occhio, che si reincarna in modi differenti (le uova, i testicoli del toro, ecc.). Ecco la definizione che Barthes dà del romanzo:
«L’Histoire de l’oeil è dunque, essenzialmente, una composizione metaforica (…): un termine, l’Occhio, viene variato attraverso un certo numero di oggetti sostitutivi, che sono con lui nello stesso rapporto di oggetti affini (perché tutti globulari) e tuttavia dissimili (perché hanno nomi diversi).» (R. BARTHES, La metafora dell’occhio, in G. BATAILLE, Storia dell’occhio, cit. p. 158).
Il racconto è diviso in brevi capitoli e narra delle esperienze erotiche sempre più estreme e perverse del protagonista con la sua complice e amante, vale a dire con Simone, la prima delle eroine messe in scena da Bataille. Non ci interessa qui ripercorrere le vicende narrate, ma appuntare la nostra attenzione sul brano messo in esergo, che è il culmine abissale e del racconto e della metafora dell’occhio.
Dopo aver commesso, con la complicità del protagonista e di Sir Edmond, l’omicidio di un prete e averne enucleato l’occhio, Simone inizia a usarlo per vari giochi erotici e alla fine lo inserisce nella sua vagina. Questa è l’immagine sconvolgente che riassume la concezione della visione dell’accecamento: l’Occhio non vede più nulla, è un globo enucleato che, inserito nel sesso, diventa così una comica e insieme tragica parodia della visione. Non vede più nulla, non svolge più la sua funzione, è diventato un oggetto scandaloso che esprime l’inesprimibile mediante un’immagine: infatti proprio nell’enucleazione e nel non vedere più sta il segreto più profondo e più torbido del vedere.
La vagina con dentro il globo oculare cieco è la massima espressione metaforica della verità dell’accecamento. Il sesso di Simone non è più solo un organo di piacere e riproduzione, ma assume una funzione in più, quella di occhio. Al protagonista sembra di vedere l’occhio di Marcelle, il terzo personaggio più importante del racconto, una vittima delle loro fantasie sadiche, che impazzisce e muore suicida.
L’inserimento del globo dell’occhio enucleato dal cadavere del prete nella vagina di Simone è quindi il gesto che conduce all’intuizione abbagliante (e quindi insieme evidente e affatto misteriosa) della verità dell’erotismo che è sempre accecamento.
Notiamo qui numerose analogie con il racconto che abbiamo già commentato, Madame Edwarda.
Che questa insistenza sull’occhio e in collegamento all’attività sessuale e a certi tipi perversi di sessualità abbiano una motivazione psicanalitica e autobiografica è lo stesso Bataille a rivelarlo in un’appendice al racconto (intitolata Coincidenze nella versione del 1928 e Reminiscenze in quella del 1967). (Cfr. G. BATAILLE. Storia dell’occhio, cit., pp. 83-84 e pp. 146-147).
Se la particolare inclinazione dell’erotismo di Bataille, il suo gusto erotico, che insiste molto sugli occhi, sull’urina, su particolari inusitati e sadici, è sicuramente imputabile alla sue vicende biografiche (il rapporto di amore-odio con il padre sifilitico cieco e paralizzato, la follia della madre e i suoi tentativi di suicidio) e va a suo onore l’avere avuto il coraggio di rendere note le circostanze terribili in cui è cresciuto e che possono spiegare un immaginario così estremo, ciò non toglie che il significato di fondo, quello dell’accecamento, è una verità che non si può limitare al suo caso, è universale. (Per i dati biografici cfr. M. SURYA, Georges Bataille, la mort à l’ouvre, Gallimard, Paris 2012, pp.13-24)
Insomma, non possiamo ridurre la metafora dell’occhio e la sua verità estetica a una fantasia malata; non possiamo fare di Bataille un caso clinico (come certi suoi critici hanno tentato di fare: Boris Souvarine, Simone Weil e in parte anche Jean-Paul Sartre): sarebbe, infatti, troppo semplice e ingiusto.
Il suo pensiero è tutt’oggi importante proprio perché a partire dal suo particolare è riuscito a portare in luce intuizioni e sentimenti universali.

3. Estetica dell’accecamento. Occhio pineale.

«È così che l’amore grida nella mia gola: io sono il Gesuvio, immonda parodia del sole torrido e accecante. (…) Il Sole ama esclusivamente la Notte e dirige verso la terra la sua violenza luminosa, verga ignobile, ma si trova nell’incapacità di colpire lo sguardo o la notte anche se le distese terrestri notturne si dirigono continuamente verso l’immondezza del raggio solare.
L’anello solare è l’ano intatto del suo corpo di diciotto anni al quale niente di così accecante può essere paragonato a eccezione del sole, benché l’ano sia la notte.» (G. BATAILLE, L’ano solare, cit. p. 17).

A mio avviso, tuttavia, non è nel romanzo Storia dell’occhio che troviamo l’espressione più alta e quindi (per la logica di Bataille) più abissale dell’eccesso e dell’accecamento, ma negli scritti che lo precedono e lo preparano e il cui influsso poi continua a farsi sentire anche negli anni successivi: mi riferisco in particolare a L’ano solare che è stato composto un anno prima rispetto a Storia dell’occhio,nel 1927, e pubblicato solo successivamente nel 1931 e a diversi appunti, formidabili per intensità di scrittura e capacità visionaria, che vennero pubblicati postumi sotto il titolo di Dossier de l’oeil pinéal nelle Oeuvres completes, vol. II, Gallimard, Paris 1970. (Cfr. M.SURYA, op. cit. pp. 131-135). Si tratta di cinque versioni de L’oeil pinéal di cui una sola abbiamo una datazione certa (Le Jésuve) del 1930.
Raramente l’immaginazione di Bataille è stata così sfrenata e libera come in questi appunti inediti; si tratta certo di pagine ancora grezze, spigolose, a tratti ripetitive, che egli forse avrebbe modificato e levigato in caso di pubblicazione, ma questo non è un difetto: il loro carattere magmatico, caotico, il loro procedere per immagini folgoranti, spesso atroci e abissali, per intuizioni improvvise, le rende ancora più preziose, poiché ci danno un’istantanea della creazione batailliana in atto. Se a prima vista possono apparire deliranti e assurde, non esito a dire che sono, invece, se lette con attenzione, illuminanti e profonde e hanno il pregio di svelare il fulcro del pensiero di Bataille.
Apprendiamo subito che la concezione qui sviluppata, quella relativa all’occhio pineale, è stata per lui una vera e propria ossessione e che è precedente a Storia dell’occhio: risale infatti al 1927, anno tra l’altro della stesura de L’ano solare (Cfr. G. BATAILLE, Dossier dell’occhio pineale, in IDEM, L’ano solare, cit. pp. 21-23). Potremmo anche considerare gli abbozzi dei Dossier un tentativo di spiegare concettualmente ciò che ne L’ano solare è espresso poeticamente (ipotesi confermata dal fatto che lo stesso Bataille riprende nei Dossier alcuni passi de L’ano solare facendo un’auto-esegesi).
Partiamo da una constatazione preliminare: in quegli anni Bataille pensava seriamente che un terzo occhio dovesse spuntargli in cima al capo, in corrispondenza alla ghiandola pineale.
«A quell’epoca, io non esitavo a pensare seriamente alla possibilità, che quest’occhio straordinario finisse per farsi strada realmente attraverso la parete ossea della testa, perché credevo necessario che dopo un lungo periodo di servilità gli esseri umani avessero un occhio speciale per il sole (…). Non ero pazzo ma davo senza dubbio eccessiva importanza alla necessità di uscire in una maniera o nell’altra dai limiti della nostra esperienza umana.» (Ivi, pp. 23-24).
Dobbiamo credergli? Certo, forse è un’esagerazione, ma un fondo di verità c’è nella sua affermazione: lo dimostrano le considerazioni che fa successivamente a proposito dell’evoluzione dell’uomo in rapporto alla scimmia.
In fondo, l’uomo per come lo conosciamo noi è il frutto di un lento e progressivo cambiamento a partire dai progenitori che erano molto diversi e non si può escludere a priori che nuovi organi o nuove funzioni fisiche possano trasformarlo e farlo evolvere in qualcos’altro.
Non si tratta di un semplice abbaglio o un ideale senza alcun appiglio nella realtà, non si tratta di non-senso, ma di logica conseguenza della trasformazione materiale dell’uomo.
Ciò che affascina e suggestiona Bataille è l’ipotesi, avanzata verso la fine del diciannovesimo secolo, che la ghiandola pineale fosse un embrione di un terzo occhio.
Nel ventesimo secolo poi si è finalmente appurato che si tratta di una ghiandola endocrina, se n’è studiata la fisiologia e attualmente si ha un quadro completo delle suo funzioni e dei suoi secreti.
Ma torniamo alla suggestione dell’occhio pineale.
Cosa rappresenta per Bataille?
«L’occhio pineale risponde probabilmente alla concezione anale (cioè notturna) che mi ero fatta primitivamente del sole (…) Mi raffiguravo l’occhio in cima al cranio come un orribile vulcano in eruzione, proprio con il carattere losco e comico che si attribuisce al di dietro e alle sue escrezioni. Ora l’occhio è senza dubbio il simbolo del sole abbagliante e quello che io immaginavo in cima al mio cranio era necessariamente infuocato, essendo votato alla contemplazione del sole al sommo del suo splendore. (…) Del resto l’interesse eccessivo per la semplice rappresentazione dell’occhio pineale è necessariamente da interpretare come una voglia irresistibile di diventare sole (sole cieco o sole accecante, poco importa)». (Ivi, p. 23).
L’occhio pineale dunque è l’incarnazione stessa dell’accecamento, si tratta di un occhio che vuole identificarsi con il sole, vuole fissare il sole rimanendone abbagliato.
Bisogna notare subito che Bataille dà una paradossale e del tutto eretica rappresentazione del sole: non più come nella tradizione simbolo regale, di potenza, di divinità, di elevazione, bensì, all’opposto, legato a ciò che è più basso: l’ano, gli escrementi e la putredine.
«L’occhio fecale del sole si è così strappato da queste viscere vulcaniche e il dolore di un uomo che si strappa da sé gli occhi con le dita non è più assurdo di questo parto anale del sole.» (Ivi, p. 43).
Ecco uniti insieme nell’accecamento (doloroso e voluttuoso insieme) sole e ano.
L’occhio pineale in cima al capo, quindi, crea un collegamento assiale, lungo l’asse verticale, tra il sole, che l’occhio vorrebbe fissare, e l’ano. Per come lo descrive Bataille, poi, l’occhio pineale è del tutto simile a un vulcano che erutta, o a un ano, anche se in altri passi parla di un pene in erezione.
Nell’occhio pineale, quindi, lo scrittore francese individua l’organo dell’eccesso e l’immagine perfetta per la sua concezione filosofica.
Si tratta di un nuovo e inaudito paradigma per la storia della filosofia. Mentre infatti per l’apollineo Cartesio la ghiandola pineale era la sede dell’anima, per il dionisiaco Bataille è un occhio sui generis la cui funzione principale è esprimere l’eccesso attraverso l’identificazione tra alto e basso, tra il sole, o Dio, l’essere supremo, e l’ano o la notte, il nulla.
Bataille inventa un nuovo strano termine, che rende bene l’idea, per chiamare l’occhio pineale: il Gesuvio. Molto probabilmente si tratta dell’unione Je-Jésus con Vésuve Io-Gesù e Vesuvio. Si tratta di un neologismo che opera una sacrilega identificazione tra sacro e immondo.
Dice Bataille: «Io sono il Gesuvio (Jésuve), immonda parodia del Sole torrido e accecante» (G. BATAILLE, L’ano solare, cit. p. 17). L’occhio quindi è anche un vulcano infuocato che emette lava e, per analogia, un ano. Infatti, aggiunge «il globo terrestre è coperto di vulcani che gli servono da ano». (Ivi, p. 16).
Carlo Pasi nel saggio Georges Bataille. La ferita dell’eccesso dà un’interessante interpretazione psicanalitica di questo passaggio de L’ano solare.
«Il figlio (Jésus) può ora compiere nel basso il rapporto incestuoso con la madre. La fusione del Je-Jésus con il Vésuve, elemento eruttivo e terrestre (…) mima nel basso l’unione “alta”, ma già intaccata da una tara avvilente, fra l’ano (rovesciamento del sesso femminile quale è vissuto dallo sguardo del bambino) e il Sole (il sesso maschile). Ma il Jésuve è anche il prodotto eruttato da questa copula cosmica. È forse la scrittura. Ma la scrittura degradata e oscena che si è ribellata contro il padre, lo ha defecato dopo averlo ucciso e ingoiato.» (G. PASI, Georges Bataille. La ferita dell’eccesso, Bollati Boringhieri, Torino 2002, p. 46).
Per penetrare appieno questo simbolo folgorante e abissale, questo simbolo accecante, Gesuvio o Ano solare, che non ha solo un senso psicologico e biografico, ma anche ontologico, occorre riprendere alcune delle considerazioni antropologiche che Bataille qui abbozza. Tra parentesi, in queste pagine troviamo il seme di quella pianta che frutterà più tardi opere maggiori come La parte maledetta.
Infatti, «l’occhio che è posto nel mezzo e in cima al cranio e che, per contemplarlo in una sinistra solitudine, si apre sul sole incandescente, non è un prodotto dell’intelletto, ma bensì un’esistenza immediata: si apre e si acceca come una consumazione o come una febbre che mangia l’essere o più esattamente la testa, e rappresenta così la parte dell’incendio in una casa. (…) Questa grande testa bruciante è la figura e la luce sgradevole della nozione di dépense.»(G. BATAILLE, Dossier dell’occhio pineale, cit. p. 38).
Possiamo senz’altro affermare quindi che l’Ano solare è il simbolo a livello estetico e intuitivo, del pensiero della dépense, di quel dispendio improduttivo che, secondo la sua visione, è la legge dell’economia generale e in buona sostanza dell’intero universo.
A partire dalle acquisizioni dell’antropologia scientifica relative all’evoluzione dei primati dall’Homo neanderthalensis fino all’Homo sapiens, Bataille sviluppa quella che lui definisce un’antropologia mitologica che utilizza i dati scientifici per cercare una verità non osservabile o deducibile ma non per questo arbitraria o assurda.
Ecco perché Bataille individua due assi che regolano la vita sulla terra: l’asse verticale, quello dei vegetali, che spinge gli esseri dal basso verso l’alto, verso il sole e l’asse orizzontale, quello degli animali.
L’uomo nella sua preistoria apparteneva all’asse orizzontale, animale, e progressivamente con la conquista della posizione eretta è diventato partecipe dell’asse verticale, quello dei vegetali, e ciò ha modificato materialmente il suo aspetto: le energie prima concentrate nella zona anale e genitale si sono trasferite verso la parte alta, con lo sviluppo in quella zona di tutte le facoltà più proprie, la voce, il linguaggio, l’espressività.
Tuttavia, secondo Bataille questa elevazione non si è compiuta del tutto; l’uomo, infatti, ha mantenuto la visione orizzontale (e non quella verticale che è rappresentata appunto dall’embrione di occhio corrispondente alla ghiandola pineale) e per certi aspetti continua a partecipare dell’orizzontalità animale.
«È facile discernere due direzioni nell’uomo: l’una dal basso in alto (che comporta il ritorno dall’alto in basso) le cui tappe sono contrassegnate dalle regole della morale e dai vizi che ne risultano, i termini estremi dall’accecamento solare e dalla caduta con grandi grida; l’altra per lungo e per largo, analoga a quella degli animali, cioè parallela al suolo terrestre, determinante dei movimenti che non sono mai più tragici né più ridicoli di quelli delle bestie e che, rozzamente parlando, non hanno che per scopo l’utilità.» (Ivi, p. 70).
A partire da queste semplici considerazioni, le pagine del Dossier sono percorse da un’immagine ossessiva e brutalmente comica. Mi riferisco all’insistenza di quella visione che Bataille ci riporta in più passi e di cui ha avuto esperienza diretta al Zoological Garden di Londra: la visione dell’orifizio anale di una scimmia che a suo dire lo ha gettato in una specie di abbrutimento estatico.
Come spiegare questa reazione?
Bataille insiste nel mostrare come, mentre nell’uomo con la conquista della posizione eretta la liberazione dell’energia si è concentrata verso la testa, nelle scimmie (dai lemuri fino al gorilla) accade l’opposto.
«È verosimile che un certo potenziale di splendore e di abbagliamento propri alla natura animale e generalmente orientato verso la testa (l’apertura boccale) tanto negli uomini quanto negli animali, abbia potuto dirigersi nelle scimmie verso l’estremità contraria, cioè verso l’apertura anale» (Ivi, pp. 25-26).
La visione improvvisa, quindi, della sporgenza anale della scimmia crea in Bataille un turbamento estatico (in altri passi anziché riferirsi alla propria esperienza parla dell’esperienza di ragazzine «abbagliate dai posteriori – così lubrichi – delle scimmie» [Ivi, p. 47]).
La motivazione di questa reazione appare chiara: l’ano della scimmia è una visione abbagliante e fonte di estasi proprio perché richiama il suo opposto, vale a dire perché ci fa intuire immediatamente l’esistenza dell’asse verticale, quello che nell’accecamento cerca di unire e identificare, con la brutalità di una violenta erezione, basso e alto, ano e sole. «Perché è evidente che le parti nobili di un essere umano (la dignità, la nobiltà che caratterizzano il suo viso), invece di lasciare un corso sublime e misurato agli impulsi profondi e tumultuosi, cessano bruscamente di opporre la minima barriera a un’eruzione subitanea che scoppia in maniera tanto provocante, tanto licenziosa come quella che gonfia la protuberanza anale di una scimmia.» (Ivi, pp. 30-31).
Movimento verso l’alto che nell’uomo spiega l’esistenza dell’occhio pineale che a Bataille appariva «come un organo sessuale di una sensibilità inaudita, che avrebbe vibrato» (Ivi, p. 30).
Questa unione tra opposti dalla forte carica erotica e sacra, si svolge essenzialmente unendo alto e basso e non è senza conseguenze per il soggetto che è destinato a perdersi, ad annullarsi.

Conclusione

L’ontologia dell’eccesso in Georges Bataille è l’elaborazione successiva sul piano filosofico di un’intuizione estetica di un’esperienza che egli ebbe precocemente e sviluppò fin dall’inizio della sua opera.
Infatti, in lui la visione estrema, che produce l’estasi, precede la riflessione.
La verità primordiale, quella per cui l’essere si dà solo nel superamento dell’essere e per cui la vita può raggiungere il massimo della sua pienezza solo se comprende il suo stretto legame con la morte, non può essere conosciuta in condizioni normali, né appresa in primo luogo concettualmente. Si esprime attraverso l’erotismo in una visione per la quale non sono sufficienti gli occhi normali, già sempre irretiti nel mondo abituale dell’utilità, per cui è quindi necessario un nuovo di tipo di occhio che riunisca in sé il doppio movimento del voler vedere e conoscere tutto e del non-vedere più nulla, precipitando nella notte non-sapere. Tuttavia, l’unione tra vedere e non-vedere è impossibile.
L’occhio pineale, come testimonia la sua posizione in cima al capo, nasce per fissare il sole e simboleggia l’asse verticale dell’elevazione: l’uomo è diventato veramente uomo solo acquisendo la posizione eretta ed emancipandosi dall’orizzontalità animale; tuttavia, questo asse verticale non è solo un movimento d’ascesa, ma è anche una linea che mette direttamente in contatto (e tende ad identificare) l’alto, rappresentato dal sole e dalle parti nobili dell’uomo, con il basso: l’ano, la notte, l’eterogeneo.
Di modo che l’esigenza di vedere (si ripensi all’intimazione di Madame Edwarda al protagonista di guardare) si traduce, nell’accecamento, nel suo opposto: nel non vedere più nulla, nella notte del non-sapere. E, allo stesso tempo, solo ciò che è basso, eterogeneo, diventa la via autentica al sacro e al divino e abbaglia come il sole.

Autore: Daniele Baron

Daniele Baron [Pinerolo 1976] vive in provincia di Torino. Nel 2004 si laurea con lode in Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi su Jean-Paul Sartre. Dopo gli studi, trova lavoro come impiegato presso un Comune. È appassionato dell’opera del filosofo e scrittore francese Georges Bataille: per «Filosofia e nuovi sentieri» cura la pagina Batailliana. È scrittore e pittore: i suoi quadri e disegni sono visibili in rete sia sul suo blog personale sia su altri portali. Ha pubblicato in volume: una raccolta di racconti dal titolo "Il gioco dell'insolito" (ed. Porto Seguro, Milano 2023), un romanzo "Il Risveglio" (ed. Robin, Torino 2022) thriller psicologico, un romanzo giallo “Mise en Abyme” (ed. Il Seme Bianco 2019), un’opera poetica sperimentale, “Il Cantico di Hermes” (ed. Controluna 2018) e cinque racconti noir per la collana Tutto Sotto (ed. Neos 2020-21-22-23-24).

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