Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Echologia, normalità e potere: a partire da E. Bazzanella.

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Accostarsi ad un qualsiasi autore implica diverse difficoltà o, meglio, in base all’obiettivo che ci si pone nascono, di conseguenza, determinati problemi: da quelli meramente storiografici a quelli, invece, di scelta dei temi da voler toccare, sfiorare o rimodulare. Si ha, spesso, la necessità di racchiudere in un unico movimento la totalità dell’opera dell’autore interessato, quasi a volerne esaurire i contenuti ma, ciononostante, il contenuto dell’opera non potrà mai venir davvero esaurito e sistematizzato all’interno di un singolo testo, saggio, articolo, ect., soprattutto se l’autore in questione, Emiliano Bazzanella, conta alle sue spalle più di trenta opere.

Il significato di queste parole non costituisce soltanto una giustificazione per l’inevitabile limitatezza delle pagine a seguire ma, soprattutto, esse motivano il movimento interno di queste breve articolo il quale ha di mira, molto umilmente, i seguenti obiettivi: presentare l’echologia bazzanelliana, vederla applicata ad un determinato fenomeno (psicopatologia) e, contemporaneamente, far emergere sullo sfondo alcuni elementi che, probabilmente, potrebbero rivelarsi indispensabili per la comprensione dell’umano contemporaneo e futuro.

La prospettiva echologica

Diverse indagini di Bazzanella hanno come obiettivo mettere sotto accusa le cornici di senso dominanti le quali, a loro volta, istituiscono le visioni di vita entro cui noi tutti agiamo e che, noi stessi, contribuiamo a rafforzare. L’idea comune, delle tante analisi bazzanelliane, potrebbe essere così formulata: indebolire, fin dove è possibile, le diverse strutture edificatrici di umano per scovare quegli elementi di forza minimali a partire dai quali diventa possibile l’edificazione stessa. Dopo un attento studio di alcuni autori che, in modi differenti, hanno tentato un operazione analoga, Bazzanella, alle soglie del nuovo millennio, arriva a delle conclusioni, teoretiche-pratiche, molto interessanti e che ritrovano nella dinamica della relazione il punto nevralgico attorno al quale ruotano, rideterminandosi, una vasta gamma di elementi.

Mettere l’accento su quella che Bazzanella definisce “ipotesi relazionistica” significa “privilegiare un piano di immanenza che non conosce il principio di contraddizione e per il quale sia l’io che il tu o l’Altro, nella loro accezione più ampia, sono indefinitivamente permutabili e compenetrati”. Da ciò emerge l’impossibilità di postulare “un’identità assoluta, una coincidenza in cui il soggetto si ritrovi, poiché questi si articola in una perenne instabilità che è la sua diffusione omeopatica in nessun luogo, ovvero perennemente eflessa”. Il proprio [e qui Bazzanella introduce il lemma centrale] echologico, l’oikeios a-ontologico e anti-economico, è proprio tale dis-centramento, un nomadismo che non è il vagare di qualcuno, ma puro flusso, rilancio, debordamento” (Bazzanella, 1999, p. 118).

Echologia, quindi, come nomadismo e rilancio debordante, uno spazio in cui a farla da padrone è una “relativizzazione [di ogni] struttura categoriale” in cui il complesso dell’esistere non viene inquadrato come “il prodotto di un definitivo processo di eterogenizzazione” ma, piuttosto, emerge una dinamica di “tensionalità e rapporti che non possono essere ricondotti alla monoliticità della sostanza, ma dispiegano il territorio dell’echologia, tutto giocato su offuscamenti, sulla labilità dei confini e delle delimitazioni categoriali, sull’infinita permutabilità” (ivi, p. 32). L’echologia, da questo punto di vista, “eccedendo la categorialità stessa” (ivi, p. 22) si confronta con il disomogeneo provando a “prescindere dal piano dell’essere: ciò significa escludere sin dove è possibile l’assetto gerarchico del nostro sistema linguistico e della nostra concezione del mondo”, provando a conquistare il piano a-logico degli slittamenti infiniti dove non sussistono differenze radicali ma, al contrario, “un campo d’immanenza assoluta”, una “pura relazionalità” in cui “c’è un rapportarsi senza rapporto, un relazionarsi senza relati, un avere senza avente e senza avuto” (ivi, p. 70).

L’echologia bazzanelliana, da questo angolo visuale, diventa la via per accedere ad un diverso sguardo sul mondo che consente di “analizzare i momenti di passaggio dall’abitare all’essere” permettendo di comprendere la genesi del senso (inteso come totalità del mondo umano) “alla luce del fatto che le nozioni di identità, realtà, esistenza, ect., costituiscono delle categorizzazioni senza alcuna priorità nei confronti delle altre, puri fattori finzionali o figure all’interno di un plateau completamente liberato da ogni trascendenza e nel quale ogni meta-linguaggio si dimostra esso stesso finzionale” (Bazzanella, 2004, p. 218).  L’analisi, in questo modo, si impegna in un processo di “relativizzazione di nozioni cardinali” come, ad esempio, “il soggetto o il significato” che, però, non vengono completamente squalificati ma relativizzati mediante il “processo echologico di costante scivolamento che presiede alla concezione di questi concetti” (Bazzanella, 2002, p. 29).  Ed è sotto questa luce che, ad esempio, il concetto dell’essere appare costituire “un significante imperativo”, un “principio-comando che direziona, fissa, pregiudica sin dal principio l’articolazione del linguaggio”, l’essere “rappresenta una fissazione, una certa interruzione del flusso che implica una direzione e un senso” (Bazzanella, 1999, p. 12).

Si è accennato che “l’echologia cerca di […] raccogliere” le istanze “disomogenee, prescindendo dal piano dell’essere” (ivi, p. 70) e questo significa, per Bazzanella, escludere il più possibile gli assetti gerarchici dei nostri sistemi di senso nonché, ulteriore dato, di fare a meno delle sostanze-principi per provare a raggiungere, attraverso un processo genealogico, un piano alogico e orizzontale. Il piano/processo echologico così formulato, però, rimane un limite “logico, simile al corpo senza organi di Deleuze e Guattari” in quanto, esso, non può sussistere senza “l’ancoraggio alla dimensione ontologica, poiché alla fine il non-senso” viene necessariamente fissato “in una direzione e innestato in un organismo” (ivi, p. 71). Ciononostante l’echologia, per non rimandare ad un nuovo tipo di ontologia, né per diventare il puro luogo dell’indeterminato, può declinarsi in “analisi essematica” (ivi, p. 73).

Quest’ultima, supponendo l’esistenza dell’indeterminato, tenterebbe ogni volta, perché sempre nuova, “lo studio delle relazioni e dei meccanismi che poi conducono alla costruzione di cose, identità, oggetti, categorie, etc.” (2023, p. 175), l’indagine essematica avrebbe il compito di mostrare gli essemi in azione, dove con quest’ultimo termine bisogna intendere “una [minimale] formazione di senso composta da un nocciolo di sedimentazione […] e da un alone di debordamento”. Rintracciare gli essemi significa compiere dei tentativi “di circoscrivere spazi […] riempiti da tensioni, relazioni, pertinenze”, motivo per cui, il compito delle analisi essematiche coinciderebbero con il “misurare il carattere provvisorio e finzionale di ogni concetto o idea ai quali così fiduciosamente spesso ci appoggiamo” (2004, p. 219). Quindi, e in definitiva, l’essema e tanti altri neologismi derivanti dal mondo echologico rappresentano il tentativo di descrivere lo “stare in un determinato rapporto: gli oggetti non esistono autonomamente, ma stanno in relazione sino a coincidere con la relazione stessa” e, a tal proposito, Bazzanella individua almeno quattro essemi fondamentali: “il coessema, l’inessema, il diessema, il riessema” (Bazzanella, 2023, p. 175).

L’approccio per riconoscere gli essemi consiste, semplicemente, nell’osservare la concretezza del vivere umano/biologico: l’umano “viene al mondo, nasce con gli altri, in un determinato ambiente, dif- ferenziandosi come soggetto, […] dif- ferenziando il fuori in categorie e nomi che può controllare e articolare tra di loro, ri-petendo i propri gesti e i propri movimenti e creando così delle regolarità che si concretizzano in enti autonomi e abitudini che successivamente danno luogo a morali, etiche, etc.” (ivi, p. 176). Vedremo, nel prosieguo, come queste dinamiche daranno vita a quelle che Bazzanella definisce normotipie e che vanno a costituire i vari sistemi di senso/habitat umani per antonomasia che direzionano i possibili corsi del vivere umano.

Gli essemi, ad ogni modo, e qui Bazzanella introduce un ulteriore elemento di complessità, non esistono singolarmente ma, al contrario, “sono allacciati l’uno all’altro moltiplicando” i livelli “relazionali e formando dei gangli e quindi delle relazioni di relazioni: non relazioni tra cose, ma relazione di relazioni che a loro volta sono in relazione” (ivi, p. 177).  Si intuisce, da quanto detto, che il con, l’in, il di, il ri implicano “a loro volta delle relazioni di dipendenza” o, meglio, costituiscono propriamente “la cifra di una dipendenza più generale” (ibidem) e costitutiva. Il piccolo di specie, in questo modo, non esplora lo specifico sistema di senso in cui in-è ma “vi è letteralmente gettato”, sicché il con-essema “rappresenta una prima forma di relazione obbligata” (ivi, p. 178).

In questa inquadratura è difficile non pensare che il soggetto esista soltanto all’interno di uno specifico senso-sistema anzi, e più azzardatamente, esso è propriamente il suo spazio di senso formato, come vedremo, da trame di potere e di controllo preesistenti. Ad ogni modo, “quel pezzo di Reale che la relazione coessematica ci ha ludicamente e traumaticamente fatto incontrare” è in continua mutazione fino a trasformarsi “in qualcosa di famigliare, rilassante e protettivo” (ivi, p. 179): è questo senso-sistema ad andare a costituire un primo microluogo all’interno del quale il soggetto inizierà la sua dipendenza. Il modo di esistere del soggetto, allora, “è la stessa multi-dipendenza”.

Ciò che comunemente chiamiamo “libertà, non è che il passaggio, la migrazione da una forma di dipendenza a un’altra;” la libertà, ancora meglio, è “il nome per il lasco, limitato temporalmente, che talvolta si apre tra una dipendenza e l’altra” (ivi, p. 188). Questo gioco di andirivieni tra una dipendenza e l’altra, tra un’illusoria libertà e l’altra, avviene, come prima accennato, all’interno di quel meccanismo storicizzabile che l’autore definisce normotipia e che “funziona da elemento normativo e normalizzante”, il quale stabilisce “il senso stesso del senso” (Bazzanella, 2004, p. 15). La struttura stessa del senso, il suo funzionamento, tende ad essere normotipico “cioè, stabilisce una qualche norma e una legalità rispetto alla quale ciascun flusso-senso idiosincratico deve rapportarsi” (ivi, p. 213): ogni individuo deve confrontarsi con questa realtà, ognuno di noi deve, ogni volta, calibrare il proprio senso/valore a seconda della determinata situazione in cui si trova a vivere e non può non farlo, non ci si può non allineare con una specifica istituzione, persona, ect., pena il non riuscirsi ad integrare (normotipizzarsi): da questo punto di vista, allora, la stessa esistenza appare essere un continuo allinearsi, o meno, ad un certo senso normotipico, ad un certo potere che, volente o nolente, direziona una persona, una comunità, uno Stato.

Nominare e normare”, in questo senso, “costituiscono un plesso unico” (ivi, p. 24) che va a formare, come accennato, le grandi costruzioni di senso all’interno delle quali l’umano istituisce realtà tenendo presente, però, che tali realtà/normotipie sono costituite da sensi e significati “imperativi che introducono una sorta di modello di conformità”, di normalità; le normotipie, allora, “costituiscono un piano di referenza, cioè divengono ciò-rispetto-a-cui un’altra costruzione di senso ha senso” (Bazzanella, 2009, p. 152). Risulta chiaro, allora, come noi tutti viviamo all’interno di spirali normotipiche multidipendenti dove ogni punto di appoggio, oltre a risultare sdruccevole, diventa esso stesso, a sua volta, ulteriore elemento per accrescere una determinata normotipia. In queste spirali, allora, il linguaggio umano, istitutore di significati/realtà appare essere “un sapere con una propria evoluzione storica” e la logica, dunque, “si pone alla base di ogni processo di normotipizzazione” risultando, quindi, essere “un dispositivo normotipico che implica un accordo sociale, un’istituzionalizzazione e un’applicazione microfisica del potere che si insinua sin nella comunicazione intra-famigliare o nei monologhi di cui è anche intessuto il nostro pensiero” (Bazzanella, 2012, II, p. 21).

Se le cose stanno in questo modo, allora, il senso-sistema o, meglio, questa “modalità rituale e tecnico-sistemica con cui l’uomo affronta il reale” (Bazzanella, 2010, p. 94) risulta essere, appunto, un sistema raffinato “e sedimentato di addomesticamento del non-senso”. Il senso-sistema, detto in modo più incisivo, appare essere “un dispositivo collettivo di creazione di sfere simboliche” atto, attraverso processi di “immunizzazione e autoimmunizzazione”, a costituire “l’antropotecnica dell’addomesticamento” (ivi, p. 15-16) di cui l’umano si serve per edificare i suoi specifici habitat. Può dirsi, allora, che il piccolo di specie non venga semplicemente al mondo, “egli viene anche – e soprattutto – al senso[sistema]-in-quanto-reale” (Bazzanella, 2011, I, p. 266); multidipendenza, di nuovo, che si istaura tra il piccolo di specie e l’umano adulto che, a sua volta, incarna uno specifico senso-sistema multidipendente, ancora, da un sovrasistema e così via all’infinito.

L’umano, quindi, nascendo si ritrova immesso in una spirale in divenire che comporta il suo continuo essere “as-soggettato al reale”, processo di significazione, implicante “il segno di una sottomissione originaria” dal momento che, la sua esistenza, è ovunque “intaccata dall’Altro e controbilanciata da un assoggettamento poliforme, multiplo e sempre cangiante” (ivi, p. 194). Queste dinamiche, nel prosieguo, acquisteranno ulteriore significato calate all’interno del discorso echopatologico ma, ciononostante, già a quest’altezza discorsiva il dispositivo normotipico traccia un contorno marcato tra la mutevolezza e non padroneggiabilità umana e le dinamiche di controllo-potere che, già dai primi giorni di vita, l’umano è costretto a subire e ad incanalare nei suoi vissuti. Vediamo come, infatti, il bambino nascendo all’interno di queste specifiche dinamiche senso sistemiche, viene immesso nel gioco delle continue relazioni normotipiche in cui, inizialmente, si abbandona “all’ossessione e alla psicosi” ma, il suo comportamento, “dev’essere immunizzato innanzitutto dai suoi eccessi” per venire poi, in un secondo momento, “reincanalato in sistemi autoimmunizzanti” e “adattivamente perfezionati”.

In queste relazioni emerge bene come lo specifico sistema di potere faccia passare, il piccolo di specie, “da ossessioni e psicosi assolutamente personali e individuali a ossessioni e psicosi collettive paradossalmente” normotipicizzate con le quali, l’umano, “si scontra come se fossero delle realtà vere e proprie” (Bazzanella, 2012, I, p. 188): da ciò emerge come, in definitiva, ogni sistema di potere crei i propri individui calibrati su specifiche relazioni psicotiche e ossessive che, in uno specifico tempo e luogo, vengono ritenute essenziali al consolidarsi ulteriore del proprio apparato sociale. Queste dinamiche di potere si riflettono in ogni interstizio del mondo umano a partire, ad esempio, proprio dal linguaggio e dai significati che esso istituisce, istituzione-consolidazione che impone inevitabilmente specifiche regole: “Sia il bambino quando gioca con i soldatini o con i suoi pupazzetti, sia l’adulto quando gioca a ramino, a dama […] (o quando pratica il linguaggio) in-è in un mondo di regole artificiali che divengono però la sua realtà, con-è insieme ad altri con cui gioca, […] e, infine, giocando non fa che iterare e ri-petere quelle stesse regole conferendole una sorta di realtà oggettiva” (ivi, p. 86).

Vediamo, quindi, come lo stesso linguaggio vada a rafforzare e ad alimentare le dinamiche di potere o, meglio, che lo stesso linguaggio costituisca uno dei molteplici elementi formanti il megasistema di senso-potere o, meglio, del potisenso. Il linguaggio, come elemento e strumento di potere, è “in grado di produrre effetti nel reale che mutano l’assetto del mondo” (ivi, p. 153): il senso, in questo modo, “non costituisce soltanto l’oggetto che significa, ma è anche una soggettivazione oggettuale, cioè un assoggettamento che manipola e controlla” (ivi, p. 213).

 Echopatologia, normalità e anormalità

L’esigenza, da parte di Bazzanella, di avventurarsi nell’operazione di un’echopatologia potrebbe essere fatta risalire, in parte, alla stessa esigenza di tutto quel filone di studi che, un po’ semplicisticamente, si potrebbero ricondurre al campo di studi dell’antipsichiatria. Autori come Georges Devereuz e Thomas Szasz oppure, per citare alcuni classici, Foucault, Deleuze e Guattari o, ancora, Basaglia e Fornari in Italia i quali, senza sminuire né tantomeno forzare la loro lettura, soprattutto per la loro ampiezza di contenuti, nonché per la loro estendibilità a molteplici settori del vivere umano, potrebbero rappresentare la punta di diamante di quel processo di de-ideologizzazione e denudamento di tutti quei fenomeni che, nel corso della storia umana, hanno determinato l’edificazione di strutture fisse di potere attraverso le quali, le varie istituzioni, hanno controllato e continuano a farlo le forme di soggettivazione.

Messa a nudo e scavo archeologico, deco-di-struzione dei vari discorsi umani per far emergere la possibilità di uno sguardo diverso, per attuare una storicizzazione e relazionizzazione degli eventi per reinterpretare e riscrivere l’umano in forme sempre differenti.

All’interno di questo processo si può affermare, senza incorrere in errore, che l’obiettivo dell’echologia bazzanelliana sia proprio quello di riconcettualizzare la nozione, nella sua accezione più ampia, di senso senza nessun riguardo per lo specifico settore disciplinare cui essa dovrebbe concernere. Anzi, l’idea portante del discorso echologico è proprio quella di evidenziare che, indipendentemente dal contesto, ci troviamo dinanzi ad infinite molteplicità da cui non dipartono, automaticamente, suddivisioni aprioriche di genere, specie, tipologie logiche, saperi e, proprio per questo, il senso stesso esiste e si dispiega proprio come l’effetto di commistioni di fissazioni, significati e slittamenti, di momenti e di integralizzazione in norme, valori, ideali e continui scivolamenti verso campi eterogenei.

All’interno di questo discorso, come prima accennato, la nozione di soggetto, suggerisce Bazzanella, dovrebbe essere “ridescritta in termini totalmente nuovi, giungendo a pensare a soggetti che non sono più coincidenti con l’io nella sua integrità, con l’uomo in quanto unico essere animale dotato di autocoscienza e di consapevolezza della propria finitudine, ma semmai estendibili a tutto il campo del reale”. Si evince, da quanto accennato, che la psyche, sia per come viene interpretata in settori psicologici-psichiatrici, sia nel suo ruolo di fondamento di una certa cultura occidentale, non costituisca nient’altro che “un significato-supposto inserito in un determinato flusso-senso, a sua volta coalescente con infiniti altri flusso-sensi” che, al loro interno, contengono ulteriori significati e spazi di debordamento.

In questo modo, la questione psicopatologica, sembra riguardare in modo molto intimo la questione del senso-sistema: “il disturbo comportamentale e il disagio psichico sono questioni di senso e non-senso, con particolare riferimento a un canone ben definito di significatività condivisibile da una collettività di individui” (Bazzanella, 2004, pag. 146). L’intento di Bazzanella, partendo da queste premesse, è quello di scoprire, a partire dall’echologia, il senso del disturbo mentale e “il significato di normalità […] così fondamentale nella delineazione della psicopatologia” nonché, compito più arduo, di delineare “un qualche protocollo terapeutico, sebbene non si tratti più di curare, bensì ridisegnare nuovi orizzonti sistemici e relazionistici di senso” (ibidem).

Già a quest’altezza discorsiva, per i più accorti, si potrebbe intuire come la stessa psichiatria potrebbe risultare ammalata o, meglio, insensata in quanto, è la stessa struttura discorsiva a mostrare un qualcosa di patologico – e si vedrà in che modo – o, meglio, di echopatologico in quanto, di nuovo, è la stessa “formazione organizzata (e un po’ dogmatizzata) di sapere, […] sequenza codificata e fissata (fondata) di significati” (ivi, p. 147) ad essere, in sé, patologica. Dal nostro punto di osservazione, ogni formazione di senso risulta intrinsecamente e potenzialmente echopatologica, e una psicopatologia generale, così come il suo risvolto psichiatrico, non può costituire che un’ulteriore forma di senso echopatologico alla stregua di tutte le altre formazioni di senso della nostra cultura(ibidem).

Vediamo come, Bazzanella, con queste parole operi un allargamento della nozione di patologia che sarà funzionale, come vedremo, per la comprensione sia del potisenso che, in modo più specifico, della psicopatologia. Tutt’oggi, ci informa l’autore, si considera il disturbo mentale come uno squilibrio/disordine operante a qualunque livello di analisi: “tra le funzioni dell’Io, del Super-io, dell’Es o del principio di realtà, tra l’identità personale e l’ideale dell’io, tra il Sé e il suo ambiente, […] tra aspettative genitoriali e fallimenti”. Dalla prospettiva echologica in cui il senso-sistema o, meglio, il potisenso è continuo squilibrio da un significato all’altro, il problema sorge nel momento in cui si presenta un eccesso di equilibrio o di padronanza, in quest’ottica “il disturbo mentale […] dovrebbe essere riguardato come una particolare relazione tra flussi di senso continuamente cangianti” ma, tutto questo, avviene sempre nel contesto della “normotipia (ossia la supposta normalità)” anch’essa echopatologica, eccessivamente controllante e composta da una “collezione di significati fissata e integralizzata” (ivi, p. 148).

Il punto di partenza dell’analisi bazzanelliana risiede nel concetto di malattia mentale che, automaticamente, chiama in causa un’anomalia comportamentale e dell’umore calibrata su una condizione di riferimento che costituirebbe la cosiddetta normalità e il benessere psichico. La stessa malattia mentale, contrapposta al mentalmente sano, non può che essere riferita ad una pregressa normalizzazione, ovvero a una statuizione valoriale di ciò che dovrebbe essere degno di essere considerata vita umana. Benessere, vitalità, buona salute, sanità mentale, guarigione, cura, ect., sono tutti concetti che fanno parte di un processo di medicalizzazione e normotipizzazione della società e, conseguentemente, del senso-sistema intento a stabilire i canoni di accettabilità da cui gli individui dovranno dipendere e, a partire dai quali, potranno definirsi individui.

Si può intuire, da quanto affermato, che esista una sorta di ideologia della malattia mentale, cioè, esistono idee e teorie che giustificano la sua gestione repressiva. La principale di queste teorizzazioni normotipiche sembra che riguardi, seguendo le analisi di Jervis, la negazione del carattere relativo e relazionale (convenzionale) della malattia mentale: “nelle culture secolarizzate, soprattutto se è prevalente l’ideologia della scienza, l’ordine sociale tende a trovare la sua giustificazione ideologica nella oggettività delle leggi naturali. Il deviante viene allora identificato come un malato o come un essere biologicamente anormale. Il codice della devianza si riferisce in questo caso a una ideologia naturalistica” (Jervis, 1975, p. 68).

Vediamo, quindi, come la supposta normalità non costituisca un dato primario e/o naturalistico ma, all’opposto, essa è un prodotto pistemologico consistente in una sorta di ritualizzazione di uno specifico senso-sistema che, a sua volta e a cascata, va a riverberare negli altri interstizi sociali: anche il concetto di normalità, come tanti altri, sembra essere, alla fin fine, una nozione dipendente da una specifica condizione del potere sempre storica e situazionale. Da un lato, quindi, vediamo la presenza e la sempre continua rimodulazione di un’imperatività della norma, in quanto regola che segna un confine/devianza, dall’altro assistiamo al consolidamento di una normalità all’interno della quale una collettività di agenti tende ad identificarsi perpetuando, in questo modo, il consolidamento attraverso canoni di riferimenti valutativi.

Così, seguendo Bazzanella, notiamo come “la normalità costituisce […] una mescolanza di vincoli e slittamenti, di fissazioni e deviazioni, poiché essa stessa, per avere propriamente senso, deve scivolare, cambiare, declinare verso nuove formazioni di normalità; oppure può bloccarsi patologicamente in una determinata situazione” (Bazzanella, 2004, p. 151). La malattia mentale o il delirio, allora, vengono integrati in una dimensione situazionale del senso-sistema la quale, scomodando Karl Jaspers di Psicologia delle visioni del mondo, non riesce a cancellare la molteplicità delle variazioni prospettiche le quali, nessuna esclusa, divengono punti di vista ugualmente dotate di valore e di senso. La stessa molteplicità delle visioni del mondo, però e come già sottolineato, richiede la necessità di una normotipizzazione o, per dirla con Michael Foucault, di un controllo strategico che, con i vari momenti di iterazione, innesca una ritualizzazione, fissazione e, conseguentemente, un direzionamento della norma che alimenta il potisenso. Ciò spiega, ulteriormente, come i concetti di normalità, malattia mentale, ect., siano determinati da precise coordinate storico-situazionali e, quindi, vadano a costituire degli impianti discorsivi convenzionali, labili e mutevoli.

A tal proposito, per sintesi espositiva, ci affidiamo alle parole di Moscovici che, dal suo punto di vista psicologico-sociale, afferma che “di conseguenza, il normale e il deviante vengono definiti in relazione al tempo, allo spazio e alla loro particolare situazione nella società. La devianza non è un semplice incidente che capita a un’organizzazione sociale, insomma una manifestazione di patologia sociale, individuale; essa è anche il prodotto di una tale organizzazione, il segno di un’antinomia che la crea e che essa crea” (Moscovici, 1976, pp. 13-14). Notiamo, quindi, come l’assiologia sottostante alla pratiche e visioni psicologiche-psichiatriche innestate, ad esempio, su un’idea oggettivistica dell’anomalia organica, rappresenti il tentativo estremo di fissare la norma dell’accettabile per favorire un surplus di controllo sulla malattia mentale (non-senso).

In questo modo, nota Bazzanella, ad emergere è “un’impostazione di tipo deterministico che vorrebbe misurare e quantificare ogni aspetto del comportamento umano” per creare “una misura singola per il funzionamento globale” della società; l’esasperazione categoriale-concettuale, in questo modo, “finisce per smascherare qual è la reale concezione sottostante a tutto il DSM IV: una valutazione dell’individuo in termini funzionalistici, dove il disturbo insorge soprattutto laddove il meccanismo umano per così dire s’inceppa e non è più utile al sistema sociale”. Non-utilità che, probabilmente, ha avuto come conseguenza il far sorgere l’idea, poi consolidata “nella tradizione psichiatrica da Kraepelin sino a oggi”, che la malattia mentale, in fondo, non sia altro che “fonte di squilibrio sociale e deficit produttivo” improntando, quindi, il discorso della “guarigione e del miglioramento del quadro clinico” su fenomeni misurabili “da un numero della scala VGF” (Bazzanella, 2004, p. 155).

Precedentemente si è affermato, un po’ scivolosamente, che lio, la psyche, il self, non siano altro che, chiosando Bazzanella, dei concetti-tappo utili a tracciare un profilo netto di ciò che abitualmente crediamo di essere, funzionali ad essere assunti come centri operativi per impostare, secondo specifiche coordinate, tutta una serie di pratiche esistenziali e senso-sistemiche. Ebbene, ciò che può collegare il discorso fin qui svolto ad un ulteriore orizzonte di senso è proprio il concetto di io che, ripartendo da Freud, Bazzanella tenta di sviluppare per giungere, appunto, ad inquadrare in modo differente la questione psico[echo]patologica.

Potere normotipico

Nel testo del 1915, Freud, imposta il discorso concernente le pulsioni infantili partendo dal presupposto che, il piccolo di specie, inizialmente riuscirà a distinguere due livelli, per così dire, energetici proporzionalmente alle sue capacità di scarica pulsionale, infatti, lo psicanalista afferma che “egli avvertirà da un lato stimoli dai quali si potrà ritrarre mediante un’azione muscolare (fuga), e attribuirà questi stimoli a un mondo esterno; ma dall’altro avvertirà pure stimoli nei confronti dei quali una tale azione non serve a nulla, e che, a dispetto di essa, serbano permanentemente il loro carattere assillante; questi stimoli costituiscono l’indice di un mondo interiore, la prova dell’esistenza di bisogni pulsionali” (Freud, 1976, p. 15).

Ebbene, Bazzanella mette in evidenza, a partire da questa dinamica pulsionale, un concetto che Freud svilupperà più propriamente a partire dal 1920 ma che, nella citazione riportata, era già in nuce, ci riferiamo alla nozione del legame che evidenzia come il piccolo di specie sia, in qualche modo, legato a questo processo esistenziale: l’infante si lega, si aggrappa inconsciamente a determinati processi pulsionali e di scarica. Questo processo, sottolinea il filosofo triestino, “mostra notevoli attinenze con il piano della dinamica echologica” in quanto se “la fisica del funzionamento neuronale si esprime attraverso la nozione di flusso […] (cioè il rimando dei significanti), la costituzione di complessi funzionali e ideici deriva da una sedimentazione o blocco del flusso” deriva, appunto, da molteplici legamenti. In questa prospettiva “l’io costituisce una breve costanza all’interno del flusso di cariche, è un punto di sedimentazione che non possiede alcun valore stabile poiché il processo dei legami è articolato e continuamente cangiante” (Bazzanella, 2004, p. 159).

Potrebbe affermarsi, d’altronde, che sia la stessa pulsione a diramarsi infinitamente ma, allo stesso tempo, essa individua “dei posti – e quindi una padronanza, dei posti di potere – e degli sfuggimenti” motivo per cui ad emergere è un continuo andirivieni di ritmi e flussi scanditi “da stretture e iterazioni, o, ancora meglio, zoppicamenti”: “il piacere” e la stessa esistenza sarebbero caratterizzati da “un ritmo zoppicante, un invio giocato attraverso legami e posti di potere-padronanza sempre messi in scacco” (ivi, p. 160). Da una prospettiva, per così dire, freudiana le pulsioni costituiscono il carburante mediante il quale l’individuo si va, via via, costituendo ed esse, per lo più, sono inconsce perché altre, differenti rispetto al campo della consapevolezza e si presentano in modo, per così dire, anomalo nella misura in cui hanno la capacità di disorganizzare il senso-sistema dominante. Esempi, in questo senso, sono gli episodi di sogni particolarmente lucidi e surreali o episodi di delirio, mentre nell’esistenza quotidiana tali manifestazioni sono rare poiché il senso-sistema di cui l’individuo fa parte si è strutturato in modo da mantenere attive delle vie di fuga per le cosiddette scariche pulsionali.

Ad esempio, da questo punto di vista, potrebbe affermarsi che la stessa struttura della società contemporanea, come tutte le altre d’altronde, sia anche e soprattutto uno strumento razionale/normotipico funzionale alla creazione di vie controllate per le scariche pulsionali o, che potrebbe essere lo stesso, le stesse cariche pulsionali, con il loro diramarsi, inducono gli individui ad attuare precise scelte che modulano lo stesso senso-sistema. La relativizzazione di questi impianti discorsivi conduce l’autore triestino a suggerire che, se la psicopatologia si fondasse su un preliminare studio echopatologico, arriverebbe probabilmente a ridisegnare il quadro clinico del malato mentale; lo ripetiamo: tutto sta nel comprendere che la nozione di malattia mentale è il prodotto/effetto di una determinata configurazione pistemica, consolidata perché secolare.

Con Bazzanella si è imparato che ogni tipologia di senso/significato sorge in uno spazio di con-significazione pistemica normotipica e, quindi, ogni fenomeno psichico viene letto a partire da coordinate già preliminarmente fissate: “in altre parole la stessa psichiatria scorge come alla base e al termine della propria disciplina ci sia un’aporia insolubile, nella quale e con la quale bisogna soggiornare poiché all’origine di ogni formazione di senso”. Arrivati a questo punto si potrebbe pensare, provvisoriamente, che la manifestazione di un’echopatologicità corrisponderebbe ad un “blocco nel passaggio-scivolamento tale da impedire la fluttuazione del senso”, la patologicità di uno specifico individuo, allora, deriverebbe da uno specifico “blocco” del senso/significato “o dal suo ristagnare in una determinata posizione”. In questo modo, allora, l’accento andrebbe posto sull’eccesso della significazione che, conseguentemente, creerebbe i presupposti di un legame patologico nei confronti della realtà: “la stessa figura del soggetto o del cogito costituisce una figura anomala o folle, eccessiva, per così dire, talchè il suo irrigidimento o una sua normalizzazione sono paradossalmente la fonte della sua patologia” (Bazzanella, 2004, p. 163).

Non pochi esiti del pensiero filosofico e psicologico del novecento, d’altronde, hanno messo bene in evidenza come la stessa costruzione dell’io e la sua conseguente stabilità non siano altro che “espressioni tranquillizzanti per isolare e fissare un qualcosa che è invece estremamente labile e fluente” (ivi, p. 168) ed è soprattutto a quest’altezza discorsiva che “l’echopatologia si distingue preliminarmente dalla psicopatologia”: quest’ultima, per esistere, deve “supporre il soggetto umano, cioè un significato della psyche che istituisce una precisa cornice di slittamento del significante” (ivi, p. 167) che, nella maggior parte dei casi, è incline a rafforzare ulteriormente la normotipia vigente. Questa caratteristica, ovvero l’interconnessione tra il potere della normotipia e l’istaurarsi stesso del senso, fu messa in evidenza già da Laing quando, nel 1959, ebbe modo di osservare specifiche contraddizioni interne alle società: “un uomo che preferisce la morte al comunismo è normale; ma uno che dice di aver perduto la sua anima è matto. Un uomo che dice che gli uomini sono macchine può essere un grande scienziato; ma uno che dice di essere lui stesso una macchina è, nel gergo psichiatrico, spersonalizzato. Un uomo che dice che i negri sono una razza inferiore può ottenere stima e rispetto; ma uno che dice che la bianchezza della sua pelle è una forma di cancro perde i diritti civili” (Laing, 1969, p. XXVIII).

È lo stesso DSM IV che fa trapelare, anche se indirettamente, la forza esercitata dal potere normotipico nel definire, in modo specifici, soggetti affetti, ad esempio, da disturbi della personalità: questa condizione, si legge nel testo, “rappresenta un modello di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è passivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio e menomazione” (DSM-IV-TR, 2000, p. 729). E, ancora, lo stesso Bazzanella fa notare come specifici “riti pubblici” come, ad esempio, le partite di calcio, gli scioperi, lo sport o la guerra stessa dimostrano di costituirsi in termini “patologici” che potrebbero “rientrare nel novero dei disturbi psichiatrici se non fossero inseriti in una precisa normotipia” (Bazzanella, 2004, p. 169). Per cui, se volessimo riallacciarci alla schizoanalisi di Gilles Deleuze e Felix Guattari, si dovrebbe iniziare ad accettare che “il senso in generale e in quanto tale risulta schizofrenizzato, e che ciò che […] classifichiamo con le categorie nosologiche di schizofrenia” o disturbo schizoide e così via, non dipende da una struttura valoriale e organicistica assoluta ma, al contrario, da un “determinato e contingente rapporto con la dimensione normotipica” (ivi, p. 164).

Si capisce, da quanto detto, che se proprio di malattia mentale si volesse parlare, essa, andrebbe inquadrata come “il mantenimento di un determinato equilibrio” o come “un temporaneo vincolo del footing […] la cui inadeguatezza o adeguatezza è determinata a sua volta da un ulteriore senso” (ivi, p. 165) e dal potere esercitato dalla normotipia vigente. Questi tipi di processi vengono definiti dall’autore processi di conferimento(ivi, p. 195), ovvero sistemi normotipici che indirizzano, attraverso l’istituzionalizzazione di pistemiche, i sensi e i significati delle masse destinati, a loro volta, a rifluire in dinamiche echopatologiche; si assiste, insomma, “al blocco di un [pluriverso significante] e a un conseguente processo di gerarchizzazione nel quale tutti gli individui costituenti la massa divengono co-soggetti subordinati e inclusi” (ivi, p. 196).

Detto in termini più ruvidi: assistiamo ad una psicopatologizzazione dell’intera normotipia o, se si vuole, dell’intera normalità (dell’intera società).

D’altronde, in sintonia con la proposta echologica, è la stessa istituzione/consolidazione di significati ad essere “vincolante e incorniciante”: è lo stesso significare che “zonizza” (ivi, p. 199) determinati habitat umani rendendoli normali o anormali. Limpasse non è risolto ma, quantomeno, palesato: “se il Mental Disorder è anche qualcosa che riguarda il senso in generale, è emerso il fatto inequivocabile che il senso in se stesso è per sua natura disorderizzato e che se la devianza deve per forza essere caratterizzata nei confronti di un canone di riferimento o di una norma, quest’ultima risulterà paradossalmente malata e insensata”. Da ciò emerge, come più volte sottolineato, che ad essere echopatologica è la struttura stessa del significare umano, creatore e rinnovatore di normotipie, indi per cui, la definizione di una psicopatologia “non può risultare che da un confronto, arbitrario quanto convenzionale, con un supposto e fissato senso normotipico” (ivi, p. 202).

Tutto questo comporta, infine, che l’umano è continuamente esposto, e lo sarà sempre, al rischio di istituire significati e pratiche non conformi alle normotipie e, quindi, di divenire potenzialmente un deviante. Possiamo affermare, per concludere, che la stessa follia è potenzialmente presente “in qualsiasi forma di senso e che il suo realizzarsi […] dipende da circostanze ben precise”; dipende da continui andirivieni sbilanciati da fissazioni continue di normalità e anormalità e, anzi, è proprio “a causa di questa co-presenza […] che un senso può essere tale: nel passaggio da un significante all’altro, il senso è folle e ogni istante della nostra vita psichica non è che un aver a che fare con la follia” (ivi, p. 203).

Bibliografia primaria:

Emiliano Bazzanella, Echologia. Introduzione a una fenomenologia della proprietà e a una critica del pensiero ontologico, Asterios, Trieste, 1999.

Id, Fede, echologia, sapere, Asterios, Trieste, 2002.

Id, Trattato di Echologia, Mimesis, Milano, 2004.

Id, Logica e tempo, aBiblio, Trieste, 2009.

Id, Religio I. Senso e fede nel tardocapitalismo, Mimesis, Milano, 2010.

Id, Religio II. La religione del soggetto, Mimesis, Milano, 2011.

Id, Filosofie della paura. Verso la condizione post-postmoderna, Asterios, Trieste, 2012, I.

Id, Religio III. Logica e follia, Mimesis, Milano, 2012, II.

Id, Dipendenza. Dalla relazione alla patologia, Mimesis, Milano, 2023.

Bibliografia di riferimento:

A cura di C. L. Musatti, Opere di Sigmund Freud, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976.

A cura di V. Andreoli, G. B. Cassano, R. Rossi, DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentale, Masson, Milano, 2000.

F. Basaglia, Che cos’è la psichiatria?, Baldini&Castoldi, Milano, 1997.

G. Devereuz, Etnopsichiatria generale, Armando Editore, Roma, 1973.

G. Deleuze, F. Guattari, Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, 1997.

G. Jervis, Manuale critico di psichiatria, Feltrinelli, Milano, 1975.

K. Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio, Roma, 1950

M. Foucault, Malattia mentale e psicologia, Cortina, Milano, 1997.

Id, Nascita della clinica, Einaudi, Torino, 1969.

R. Laing, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale, Einaudi, Torino, 1969.

S. Moscovici, Psicologia delle minoranze attive, Boringhieri, Torino, 1976.

T. Szasz, Il mito della malattia mentale. Fondamenti per una teoria del comportamento individuale, IlSaggiatore, Milano, 1966.

 

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