Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Difendere Heidegger: Filosofia, linguaggio e ideologia oltre la caricatura critica

7 commenti

La recente critica rivolta da Alfonso Berardinelli a Martin Heidegger, pubblicata su queste colonne il 22 settembre, rappresenta l’ennesimo esempio di come il dibattito filosofico possa scivolare nella semplificazione polemica, fino a trascurare del tutto la complessità concettuale dell’autore preso di mira. Heidegger non è un pensatore che si possa liquidare con una stroncatura giornalistica, né per il suo stile, né per le sue scelte biografiche, né tantomeno per la profondità della sua proposta filosofica. Muovere una critica a un autore come Heidegger senza riconoscere la densità del suo linguaggio, la radicalità della sua ricerca, e la coerenza interna del suo pensiero, significa ridurre la filosofia a spettacolo polemico. In risposta, è dunque necessario operare alcune puntualizzazioni — non in difesa ideologica, ma in nome di un’analisi rigorosa.

La prima accusa solitamente rivolta a Heidegger è quella dell’oscurità, dell’astrusità, dell’impenetrabilità linguistica. È un refrain ormai codificato: Heidegger sarebbe “incomprensibile”, e dunque colpevole. Ma questa obiezione rivela più un’impostazione anti-filosofica che un difetto del pensiero heideggeriano. Chiunque abbia familiarità con la storia della filosofia sa che il linguaggio concettuale, per definizione, si allontana dal linguaggio ordinario. Le pagine della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, le Meditazioni cartesiane di Husserl, il Tractatus di Wittgenstein — o anche solo i testi di Aristotele letti in greco — richiedono uno sforzo, un’appartenenza a un contesto, una formazione specifica. Accusare Heidegger di essere oscuro significa quindi ignorare la natura stessa del discorso filosofico. Del resto, come già notava lo stesso Wittgenstein — pensatore tutt’altro che indulgente con le derive retoriche — Heidegger è uno dei pochi filosofi continentali a essere riconosciuto anche da chi appartiene alla tradizione analitica. Che proprio il più rigoroso tra i logici moderni abbia preso sul serio Heidegger, persino difendendolo pubblicamente, dovrebbe far riflettere. E lo stesso Wittgenstein sapeva bene che la filosofia si gioca sui limiti del linguaggio ordinario, e che è proprio sul terreno dell’uso linguistico che si misurano le possibilità e i limiti della comprensione.

Il rigore del pensiero heideggeriano non è solo linguistico, ma strutturale. Heidegger si forma alla scuola di Edmund Husserl, il padre della fenomenologia, e da lui eredita l’idea che la filosofia debba ambire a essere una scienza rigorosa — non nel senso positivistico, ma come sforzo sistematico di portare alla luce ciò che nella vita quotidiana resta nell’ombra. Il metodo fenomenologico è, in questo senso, un percorso di disvelamento: la filosofia non inventa il reale, ma lo mostra nella sua struttura originaria. Heidegger si pone fin dall’inizio come un pensatore fenomenologico, e lo resta anche quando prende le distanze dal programma husserliano. L’analitica esistenziale di Essere e Tempo (1927) è un esempio magistrale di questo approccio: il Dasein — l’esser-ci, cioè l’essere umano nella sua esistenza concreta — viene interrogato non da fuori, ma a partire dalla sua esperienza viva, pre-teorica, esistenziale. La difficoltà non è dunque un orpello: è il prezzo da pagare per un pensiero che non si accontenta delle semplificazioni. Come ha scritto lo stesso Heidegger, la filosofia è “una lotta per il linguaggio”.

Uno degli snodi più scivolosi nel dibattito su Heidegger riguarda la sua adesione — effettiva, per quanto breve e ambigua — al nazismo. Heidegger fu iscritto al Partito nazista a partire dal maggio 1933, accettò il rettorato all’Università di Friburgo in un momento in cui il regime cercava intellettuali di prestigio per legittimarsi culturalmente. Ma ridurre tutta la sua opera a questa parentesi storica è un’operazione intellettualmente scorretta. Non solo perché Heidegger si dimise già nel 1934, deluso dal carattere volgare e propagandistico del regime, ma soprattutto perché il suo pensiero — letto integralmente — offre gli strumenti teorici per smascherare proprio le derive totalitarie che il nazismo rappresentò. La Questione della tecnica, conferenza tenuta nel 1953, è forse il documento più esplicito in tal senso: Heidegger denuncia qui la riduzione dell’essere a “fondo disponibile”, alla logica della pianificazione e del calcolo totale, quella stessa logica che informa sia i totalitarismi del Novecento sia il capitalismo tecnologico globalizzato. Non c’è quindi solo una distanza, ma una vera e propria incompatibilità filosofica tra il pensiero heideggeriano maturo e l’ideologia nazista. L’adesione al partito fu un errore storico-biografico grave, ma non costituisce la struttura portante del suo pensiero. Chi continua a insistere su questo legame inessenziale rischia di perpetuare una lettura ideologica, priva di spessore critico.

Altro errore diffuso è quello di cristallizzare Heidegger nella sola opera Essere e Tempo, ignorando la portata della sua svolta successiva. A partire dal 1929, con Che cos’è metafisica?, Heidegger comincia a spostare il fuoco della riflessione: dall’analitica esistenziale del Dasein all’interrogazione più profonda sul senso dell’essere come tale. Il concetto di “verità” diventa centrale, ma non come corrispondenza tra proposizione e fatto: verità è alétheia, dis-velamento, apertura dell’essere. Il linguaggio si trasforma, diventa più rarefatto, poetico, e spesso viene accusato di misticismo. Ma anche qui la lettura attenta mostra altro: si tratta della ricerca di un linguaggio che non sia più quello tecnico-scientifico della metafisica occidentale, ma un linguaggio capace di ospitare l’essere stesso, di nominarlo senza ridurlo. Per questo Heidegger si rivolge alla poesia — in particolare a Hölderlin — e definisce il poeta come colui che abita la casa dell’essere. Non si tratta di un estetismo lirico, ma di una scelta radicale: l’unico modo per superare la metafisica è inventare un nuovo modo di pensare e parlare. In questo senso, filosofia e poesia non si contrappongono, ma si richiamano reciprocamente.

La riflessione ontologica heideggeriana si fonda su una diagnosi radicale: l’Occidente ha dimenticato la domanda sull’essere. Fin dall’antichità, la filosofia ha pensato l’essere come presenza, come ciò che è ora, trascurando la sua dimensione temporale. In Essere e Tempo, Heidegger cerca di recuperare questa domanda fondamentale: che cosa vuol dire “essere”? La risposta passa attraverso l’analisi dell’esser-ci, cioè dell’uomo, unico ente che si pone la domanda sull’essere. Il Dasein è un essere gettato nel mondo, progettante verso il futuro, e comprendente il proprio essere in relazione agli altri e alle cose. Questa struttura è riassunta nel concetto di cura, che diventa la cifra ontologica dell’esistenza. La temporalità non è semplicemente una condizione cronologica, ma l’orizzonte entro cui l’essere si dà. Il passato (la gettatezza), il presente (la manipolazione del mondo), il futuro (i progetti) sono le dimensioni fondamentali in cui si dispiega la nostra esistenza. È qui che la filosofia heideggeriana incrocia le grandi questioni dell’esistenza umana: la morte, l’autenticità, l’angoscia, il linguaggio, il rapporto con gli altri. Heidegger non è un autore da idolatrare, né da demonizzare. È un pensatore da leggere — con attenzione, con pazienza, con rigore. La sua opera, nel suo insieme, rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi del Novecento di rimettere al centro la domanda sull’essere, contro la deriva tecnocratica della razionalità calcolante e la riduzione dell’uomo a funzione operativa del sistema. Berardinelli, con la sua critica aspra e liquidatoria, sembra dimenticare tutto questo. Ma la filosofia non ha bisogno di sentenze, ha bisogno di domande. E quella che Heidegger ha posto — “che cosa significa essere?” — è ancora oggi la più radicale e urgente.

7 thoughts on “Difendere Heidegger: Filosofia, linguaggio e ideologia oltre la caricatura critica

  1. Signor Renzi, lasciando da parte il passato discutibile — e forse non poi così “umano” — di Heidegger, non le sembra che il suo pensiero dovrebbe essere messo in dialogo con la questione più essenziale del nostro tempo? Mi riferisco al potere ormai quasi sovrano delle macchine, delle velocità e degli algoritmi che stanno rimodellando il modo stesso di pensare dell’uomo. All’interno di questa nuova dittatura tecnologica, dove l’intelligenza artificiale pensa al posto nostro, cosa può davvero salvarci: il mondo dei significati profondi sull’essere, che lo stesso Heidegger mise in discussione, oppure un nuovo modo di abitare il rapporto uomo–mondo, come egli stesso lo aveva previsto — forse con un linguaggio oscuro, ma profetico?

  2. Berardinelli è in ottima compagnia: Husserl, Celan, Bernhard, Volpi che alla fine di una vita dedicata a Heidegger scrive: “Enigmatico non è tanto il pensiero dell’ultimo Heidegger, bensì l’ammirazione supina e spesso priva di spirito critico che gli è stata tributata e che ha prodotto tanta scolastica.” “Solo un dio può salvarci”, tutto qui la parola finale del grande filosofo. Ne siamo rimasti veramente annichiliti!

  3. Scusate dov’è l’articolo di Berardinelli citato da Renzi? Grazie

    • Gentile Redazione di Filosofia e nuovi sentieri,mi chiamo Robert Martiko e mi occupo di filosofia, creazione e studi letterari, traduzione e divulgazione culturale.Vi scrivo per sottoporvi un mio contributo dedicato al pensiero di Sergio Givone, dal titolo:“Sergio Givone – tra il male, la bellezza e il senso: la filosofia come atto di rinascita”,che allego a questa email in formato Word/PDF.L’articolo, di taglio riflessivo e divulgativo, esplora il rapporto tra male, bellezza e ricerca del senso nel pensiero di Givone, mettendo in luce il suo dialogo con autori come Dostoevskij, Camus, Nietzsche e Heidegger.Sarei lieto se poteste prenderlo in considerazione per una possibile pubblicazione sul vostro sito o blog.Resto naturalmente a disposizione per eventuali modifiche redazionali o per adattamenti al vostro formato editoriale.Vi ringrazio per l’attenzione e per il prezioso lavoro che svolgete nella diffusione del pensiero filosofico contemporaneo.Un cordiale saluto,Robert MartikoScrittoreResidente a Corfù – Grecia

  4. Il pensiero di Heidegger rimane uno dei più grandi tentativi del Novecento di ricondurre la filosofia all’esperienza viva dell’uomo, ma anche uno dei più rischiosi per i vuoti che lascia dietro di sé. Egli ha dato all’essere una dimensione esistenziale e storica, liberandolo dall’astrazione metafisica, ma in questa liberazione ha cancellato la coscienza come centro di riflessione e di responsabilità. Al posto della ragione ha posto lo “stato d’animo”, al posto del logos l’esperienza, al posto dell’anima soltanto il corpo che muore. La morte, che per lui diventa il fondamento dell’autenticità, esclude ogni dimensione di eternità, ogni memoria del sacro. La verità si trasforma in esperienza storica, relativa, dove il senso non nasce dalla luce della ragione, ma dall’oscurità del destino. Così, l’uomo di Heidegger è un essere che sente, ma non pensa abbastanza; che agisce, ma non si interroga sulla giustizia delle proprie azioni. La forza poetica della sua filosofia affascina, ma al tempo stesso nasconde l’assenza di un orizzonte etico. Oltre Heidegger, si richiede un pensiero che unisca l’esperienza alla coscienza, il tempo all’eternità, e l’essere alla cura per la vita — una filosofia che non si chiuda nell’angoscia della morte, ma si apra alla luce della comprensione.

  5. La filosofia di Martin Heidegger rappresenta una svolta decisiva nel pensiero del Novecento: riportò al centro la domanda sull’essere e liberò la riflessione dalla rigidità logica del razionalismo moderno. Heidegger concepì l’uomo come Dasein — un essere gettato nel mondo, immerso nel tempo, circondato dall’angoscia e dal confronto con la morte. In questo tentativo egli avvicinò la filosofia alla vita, all’esperienza, al sentire. Ma proprio qui risiede il suo limite più profondo: sostituendo il pensiero con l’esperienza, egli dimenticò la coscienza come dimensione morale e spirituale dell’essere.

    Secondo numerosi pensatori contemporanei — da Sergio Givone a Emmanuel Levinas, da Habermas e Adorno a Hannah Arendt e Gianni Vattimo — Heidegger rimane un grande filosofo della domanda, ma non della risposta. Egli trasformò la filosofia in una poesia dell’essere, ma lasciò l’uomo privo di una bussola etica. Givone ha definito il suo pensiero “un’estetica dell’esperienza senza anima”; Levinas lo accusò di aver dimenticato l’Altro, perché invece di interrogarsi sul rapporto con l’altro, Heidegger si interroga solo sul rapporto con la morte. Habermas e Adorno denunciarono l’oscurità del suo linguaggio: una retorica che affascina ma non chiarisce, trasformando la filosofia in un rituale mistico. Vattimo osservò che nel suo mondo “Dio tace”, mentre Arendt ricordava con amarezza che “aveva la mente di un genio e il giudizio di un bambino”.

    Al centro di questo pensiero si apre un vuoto etico: per Heidegger, l’uomo non è più un soggetto che pensa e riflette, ma un essere che sente e agisce. Lo stato d’animo sostituisce la ragione, l’angoscia sostituisce la speranza, la morte sostituisce l’eternità. L’uomo non impara a comprendere la vita, ma ad accettarne la fine. Così la filosofia perde la sua missione originaria: risvegliare la coscienza.

    Oltre Heidegger comincia l’esigenza di una nuova filosofia — una filosofia che unisca esperienza e coscienza, tempo ed eternità, pensiero e cura per la vita. La filosofia non può chiudersi nell’angoscia dell’essere che svanisce, ma deve aprirsi alla luce della vita che comprende. L’uomo non è soltanto un “essere-per-la-morte”, come diceva Heidegger, ma anche un “essere-per-il-senso”, per l’amore, per la responsabilità. Heidegger resta un crocevia imprescindibile del pensiero moderno — egli ci ha insegnato che bisogna domandare sull’essere, ma oltre di lui dobbiamo domandare sulla vita. Perché la vera filosofia non è soltanto rivelazione dell’oscurità dell’essere, ma illuminazione della coscienza che lo abita

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