Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Camminare e filosofare

1 Commento

Il legame tra i piedi ed il pensare ed il camminare come metafora della condizione umana

Le passeggiate dei filosofi antichi e le scoperte della scienza

Scorrendo la storia della filosofia, è possibile imbattersi in un certo numero di filosofi camminatori.

Camminare e filosofare sono, in effetti, attività affini, in quanto attività umane basate sulla ricerca e sull’esplorazione. Sono entrambe attività che rifiutano la fretta, la disattenzione

Gli studi e le ricerche effettuati nel XXI secolo sui benefici del camminare, non fanno altro che confermare quello che nel quinto secolo avanti Cristo il medico e filosofo greco Ippocrate aveva detto su questa semplicissima e salutare attività fisica: che il camminare è la migliore medicina.

Oggi le Università del Michigan e dell’East Anglia, tanto per fare alcuni tra i numerosi esempi, dimostrano, ancora una volta, che camminare nella natura migliora la salute mentale, riducono il rischio di ictus e malattie cardiache, nonché lo stress, l’ansia e la depressione. Camminare favorisce il rilascio di endorfine, cioè degli “ormoni della felicità”.

Altri studi evidenziano che camminare migliora la qualità del sonno, aumenta la longevità, facilita la digestione, riattiva il metabolismo, evita gonfiori, favorisce la perdita di peso, rafforza il sistema immunitario.

Il British Journal of Sports Medicine nel 2024 ha pubblicato uno studio[1] secondo il quale camminare può allungare la vita di cinque anni. Lo studio è stato condotto dai ricercatori della Griffith University in Australia.

Marily Oppezzo e Daniel Schwartz dell’Università di Stanford nel 2014 hanno pubblicato una ricerca basata su quattro esperimenti diversi che hanno dimostrato direttamente la correlazione tra camminata e creatività.[2]

Marc Berman dell’Università della Carolina del Sud, insieme al suo gruppo di lavoro ha dimostrato che gli studenti che avevano camminato in mezzo ad un bosco avevano migliorato le loro prestazioni in un test di memoria più del doppio rispetto agli studenti che avevano camminato lungo le strade cittadine.[3] Il che significa che non è solo importante camminare, ma anche dove.

Ormai non si contano gli studi che dicono tutti le stesse cose: camminare elimina le tossine, tonifica i muscoli, dona lucidità al cervello, migliora la circolazione.

Per contro, vi sono studi che dimostrano il rapporto tra l’obesità e la sedentarietà, sempre più dovuta alla dipendenza da smartphone, tablet, social e videogames

Il primo filosofo intento a riflettere durante una passeggiata è proprio il primo che si incontra nei libri delle scuole superiori: Talete, vissuto nel sesto secolo avanti Cristo.

Durante una filosofica passeggiata nel corso della quale osservava gli astri e il cielo, il filosofo di Mileto si immerse a tal punto nella contemplazione che cadde in un pozzo.

Nel Teeteto Platone scrive:

[Talete], mentre studiava gli astri e guardava in alto, cadde in un pozzo. Una graziosa e intelligente servetta trace lo prese in giro, dicendogli che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, ma non vedeva quelle che gli stavano davanti, tra i piedi. La stessa ironia è riservata a chi passa il tempo a filosofare […] provoca il riso non solo delle schiave di Tracia, ma anche del resto della gente, cadendo, per inesperienza, nei pozzi e in ogni difficoltà.[4]

Un filosofo camminatore era anche Socrate, che passava la sua giornata tra le strade di Atene, praticando l’arte della maieutica in quanto spinto dal suo dàimon (coscienza o voce interiore) che, come un tafano, gli suggeriva di punzecchiare e mettere in discussione le convinzioni dei suoi concittadini, allo scopo di aiutarli a trovare la verità dentro se stessi. Socrate discuteva camminando e questo è un dato su cui tutti gli studiosi sono d’accordo. La vita per lui era concepita come continua ricerca. Attraverso l’ironia, interrogava chi gli capitava e metteva in crisi le sue certezze.

Anche i sofisti, esponenti di una corrente di pensiero che non cercava la verità, ma la persuasione, erano soliti spostarsi a piedi di città in città per dare le loro lezioni a pagamento in pubblico.

L’attività fisica era fondamentale ben prima che i nostri filosofi avessero capito che essa rischiara i pensieri e rende l’immaginazione più vivida. La ginnastica era tra le discipline più importanti per l’uomo greco ed i Giochi Olimpici sono stati inventati in Grecia nel 776 a. C., nella città sacra di Olimpia. Anche l’architettura greca, del resto, accoglie il camminare come attività sociale.

Nella sua Accademia situata in un parco alle porte di Atene, Platone passeggiava e discuteva di filosofia insieme ai suoi discepoli. Un rapporto privilegiato col camminare lo ebbe anche Aristotele, il quale praticava la passeggiata nel suo Liceo, che era conosciuto anche come “Peripato” o “scuola peripatetica”, proprio perché i discepoli filosofavano e discutevano camminando. Da uomo del suo tempo, Aristotele aveva in grande considerazione la pratica sportiva, dalla quale, però, escludeva le donne.

Grande camminatore fu Diogene di Sinope (412 a.C. – 323 a.C.), che viveva in una botte e camminava scalzo tutto l’anno per le vie di Atene. I Cinici come Diogene vagavano per la città, esibendo atteggiamenti provocatori per mostrare ai cittadini il loro disprezzo per le norme codificate e l’aderenza ad una vita secondo natura, priva di sovrastrutture che rendono gli uomini schiavi dei loro bisogni e delle differenze sociali. Sporchi e irsuti, armati solo di bastone, borsa e mantello per proteggersi dal freddo, essi chiedono l’elemosina. Diogene un giorno esce con in mano una lanterna, dicendo “Cerco l’uomo”, ma trova solo uomini schiavi delle loro certezze. Il vagare continuo dei Cinici è una messa in discussione dell’ordine esistente, un progetto di battaglia perpetua.

Si racconta che il padre di Diogene, banchiere di Sinope, in Turchia, sia stato un falsario. Oppure lo è stato suo figlio. Sta di fatto che lo scopo della vita di Diogene diventa quello di falsificare la moneta (nomisma), ovvero di rovesciare la legge (il nòmos), sovvertire i valori della città.

A differenza degli ateniesi, che si identificano esclusivamente con la loro città, lui afferma di essere “cittadino del mondo” e se ne va in giro a mettere in ridicolo i prepotenti, gli ambiziosi, i bigotti. Scandalizza la città mangiando, urinando e masturbandosi in pubblico. Vive all’aria aperta senza negare o nascondere gli istinti e gli impulsi del corpo. Può permettersi qualsiasi trasgressione in quanto non ha nulla da perdere.

In età ellenistica, gli epicurei passeggiavano nel loro “Giardino”, al quale erano ammesse anche le donne, mentre gli stoici passeggiavano sotto la Stoà, cioè sotto i portici di Atene.

In epoca romana il medico Galeno sosteneva che l’esercizio fisico è fondamentale e, nel caso degli atleti, deve sviluppare al massimo le capacità fisiche e intellettive, tali da metterlo in condizione di guidare degli eserciti.

L’età medievale è epoca di spostamenti, di viaggi e pellegrinaggi. Camminano i vagabondi per le strade in cerca di elemosina o di un riparo per dormire. Viaggiano i monarchi, i conquistatori, i crociati, i papi e gli evangelizzatori. Si viaggia per visitare i luoghi di culto (soprattutto Roma, Santiago de Compostela, Gerusalemme), per ottenere grazie o per sciogliere un voto. Viaggiano i mercanti, si mescolano i popoli, viaggia San Francesco che nel 1219 si reca in visita al Sultano e viaggia Marco Polo, ambasciatore e mercante veneziano che scriverà Il Milione, grande capolavoro della letteratura di viaggio, nel quale racconterà della sua esperienza quasi ventennale nel magico Oriente.

Il filosofo francese Pietro Abelardo (1078-1142), muoveva grandi masse di persone nei suoi spostamenti attraverso la Francia. A lui accorrevano soprattutto giovani, affascinati dalla sua eloquenza e dal suo tono di voce molto gradevole[5].  

E mentre Sant’Agostino (354-430) scriveva che “Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”, è anche vero che Tommaso d’Aquino (1224-1274) fu un gran sedentario e passò tutta la sua vita assiso allo scriptorium.

Prima di passare in rassegna le storie di filosofi camminatori, vi fornisco due chicche.

Nel 1717 il filosofo scozzese George Berkeley fece una passeggiata a via Limiti, nella graziosa cittadina di Frigento, in provincia di Avellino, e rimase letteralmente incantato dal panorama sottostante. Si fece poi accompagnare nella Valle dell’Ansanto e la descrisse nei suoi appunti di viaggio.

La seconda curiosità è che la filosofa contemporanea Martha Nussbaum (1947), famosa per i suoi molteplici e ponderosi studi sulle emozioni e sulle capacità umane, è una grande amante della camminata e del jogging e deve la sua linea perfetta al praticare regolarmente queste attività.

Le passeggiate di Rousseau

Il filosofo ginevrino (1712-1778), spirito inquieto e vagabondo, è passato alla storia come un gran camminatore. Mentre passeggia, il filosofo illuminista osserva attentamente i dettagli di ciò che lo circonda, rinfranca il suo spirito e fa un’esperienza estetica del paesaggio. Ed ama raccontare e descrivere letterariamente le sue passeggiate in alcuni sublimi luoghi settecenteschi.

La vita ambulante è quella che fa per me. Camminare a piedi col bel tempo, in un bel paese, e avere per meta un oggetto piacevole: ecco fra i modi di vivere il più caro ai miei gusti. Del resto, si sa già che cosa intendo per bel paese. Mai paese di pianura, per bello che fosse, apparve tale ai miei occhi. Mi ci vogliono torrenti, rupi, abeti, fondi boschi, montagne, scoscesi sentieri da salire o discendere, precipizi ai miei fianchi da farmi paura[6].

I luoghi preferiti delle sue lunghe passeggiate sono in campagna e tra le foreste, come quella di Montmorency, nella regione parigina.

Rousseau fa parte di quella schiera di camminatori forti come Kierkegaard, Kant, Nietzsche, Heidegger e Wittgenstein.

La sua inquietudine esistenziale, il non trovare pace in nessun luogo, è il risultato di un venire al mondo problematico. Sua madre muore nel partorirlo e suo padre lo abbandona quasi subito. Egli diviene molto presto un camminatore quotidiano e solitario, vagando tra la Svizzera, la Francia e l’Inghilterra. Da nessuna parte si sente a casa. Solo nella natura il suo spirito trova la pacificazione ed a contatto con la natura egli sviluppa le sue idee filosofiche più brillanti.

L’esistenza errabonda di Rousseau ha inizio quando, di ritorno da una delle sue passeggiate domenicali in campagna, trova le porte di Ginevra già chiuse. D’impulso decide di lasciare la sua città natale e, lasciatisi alle spalle i cancelli, esce a piedi dalla Svizzera, vagabondando tra l’Italia e la Francia.

Nelle sue Confessioni è spiegato il suo rapporto con la passeggiata solitaria:

 Non ho mai tanto pensato, tanto vissuto, mai sono esistito e con tanta fedeltà a me stesso, se così posso dire, quanto in quei viaggi che ho compiuto da solo e a piedi. La marcia ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l’aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell’osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, da tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più fiducia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell’immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura[7].

Ed ancora:

    La marcia ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l’aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell’osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, di tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più audacia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell’immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura[8].

Non esiste pensiero senza l’attività pedestre:

Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso più, e le testa se ne va in sincronia coi miei piedi[9].

Il valore incommensurabile della passeggiata per l’attività di pensiero è anche espressa nell’opera Nouvelle Héloïse:

È un’impressione generale che tutti gli uomini provano, anche se non tutti la osservano, che in alta montagna, dove l’aria è pura e sottile, ci sentiamo respirare più facilmente, più leggerezza nel corpo, più serenità nella mente, i piaceri sono meno ardenti, le passioni più moderate. Le meditazioni assumono lì un carattere grandioso e sublime, proporzionato agli oggetti che ci colpiscono, una voluttà silenziosa che non ha nulla di acre o di sensuale. Sembra che elevandosi al di sopra della dimora degli uomini si abbandonino tutti i sentimenti bassi e terreni, e che avvicinandosi alle regioni eteree l’anima contragga qualcosa della loro inalterabile purezza. Lì siamo seri senza malinconia, pacifici senza indolenza, contenti di essere e di pensare: tutti i desideri troppo vivi svaniscono; perdono questa punta acuta che le rende dolorose, lasciano in fondo al cuore solo un’emozione leggera e dolce, ed è così che un clima felice mette a disposizione della felicità dell’uomo le passioni che altrove mettono la loro fonte. Dubito che qualunque agitazione violenta, nessuna malattia da vapore possa resistere ad un soggiorno così prolungato, e mi stupisce che i bagni nell’aria salutare e benefica delle montagne non siano uno dei grandi rimedi della medicina e della morale.

Comunemente si dice spesso che l’ascensione ha anche un lato spirituale: ci avvicinerebbe infatti al Cielo, a Dio, ci allontanerebbe dalle preoccupazioni della vita quotidiana per metterci in una posizione dominante e, “sostituire il nostro problemi nel cosmo[10].

Insomma, la condizione di vagabondo solitario gli è veramente congeniale e Rousseau è felice di esserlo. L’erranza è il tratto fondamentale della sua vita e sua è la convinzione (peraltro espressa nel 2° Discorso, la ricerca del primo uomo) che la natura e l’aria aperta aiutino l’attività di pensiero e che la foresta sia un vero e proprio studio.

Rousseau è, così, un esempio di vagabondaggio positivo, anche se da tale modello si possono individuare almeno due deviazioni. Una è quella individuata dal filosofo morale Pascal Bruckner parla dell’accattonaggio dei senzatetto colpiti da “dromomania”, ovvero la mania di vagabondare in continuazione con tutti i loro bagagli al seguito. Un vagabondare patologico, senza obiettivi e senza meta, che è vicino all’altro tipo di vagabondaggio, l’holzewege, concetto coniato da Martin Heidegger per indicare una strada stretta e senza uscita[11].

Fino alla fine dei suoi giorni, Rousseau rifletterà e scriverà sul suo rapporto privilegiato con la natura. La celebrazione della natura si trova nel libro che scrisse verso la fine della sua vita, Fantasticherie del camminatore solitario. Apoteosi di una vita trascorsa senza attaccarsi a nulla se non alla propria libertà, godendo dei benefici della sua solitudine e del potere rigenerante della natura.

L’opera è divisa in dieci capitoli, ognuno dei quali chiamato “Passeggiata” e numerato in sequenza. Si tratta di brevi saggi autobiografici in cui ogni passeggiata gli fornisce l’appiglio per sciorinare una sequenza di pensieri e preoccupazioni, digressioni, libere associazioni di pensieri in contrasto con la forma rigida del discorso. Insomma, un modo di raccontare che avrà fortuna un secolo e mezzo più tardi, con il “flusso di coscienza” e le “associazioni libere” di James Joyce e di Virginia Woolf. Il primo, con il suo romanzo Ulisse, la seconda con La signora Dalloway e Orlando.

Attraverso la passeggiata, Rousseau rivaluta la dimensione privata e la fa entrare nel discorso filosofico e letterario. La sua ribellione privata si avvia a diventare cultura di dominio pubblico.

Kierkegaard, la lettera a Jette

Il filosofo danese Sören Kerkegaard (1813-1855), altro pensatore solitario e dallo spirito tormentato, infermo nella salute fin da bambino, in una lettera del 1847 all’amica Jette parlava del suo rapporto con il camminare:

Soprattutto, non perdere la voglia di camminare. Camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno. I pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata. Stando fermi, si arriva sempre più vicini a sentirsi malati. Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene[12].

Un vagabondo romantico: Thoreau

Un’altra figura di vagabondo romantico, come Goethe, come Rousseau, fu quella di Henry David Thoreau (1817-1862), filosofo, scrittore e poeta statunitense, precursore dell’ambientalismo e della disobbedienza civile.

Grande pensatore e viandante appassionato, Thoureau nel suo diario annotava:

Quanto è vano sedersi a scrivere quando non ci si è alzati a vivere! Penso che nel momento in cui le mie gambe cominciano a muoversi, i miei pensieri cominciano a fluire.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.

Figura ribelle e visionaria, Thoureau proveniva da una famiglia modesta e si laureò alla prestigiosa Harvard University nel 1837. Dopo la morte, per lui assai dolorosa, del fratello John, nel 1842, Thoureau si avvicina alle filosofie orientali e, dopo qualche tempo, comincia la sua personale forma di protesta contro gli obblighi e le costrizioni della società. Si ritira a vivere in solitudine in una capanna da lui stesso costruita presso il lago di Walden, nel Massachusetts, e inoltre si rifiuta di pagare la tassa prevista dal governo per finanziare la guerra schiavista in Messico. Passò la notte in carcere e all’indomani, tra le sue vibrate proteste, la zia lo liberò pagando la tassa al suo posto.

Seguace delle teorie di Ralph Waldo Emerson, fondatore del movimento kantiano del Trascendentalismo, il giovane Thoureau si chiede come fare a mettere in pratica i precetti ambientalisti e pacifisti del suo maestro. La soluzione arriva leggendo i libri di Rousseau. La soluzione è camminare. Ma camminare sul serio. Percorrere boschi, vallate, fiumi e laghi, immergersi nella natura selvaggia e incontaminata. «Non vi è ricchezza che possa pagare l’agio necessario, la libertà e l’indipendenza che sono il capitale di quest’arte. Esso si ottiene solo per grazia divina. È necessaria, per farsi camminatori, un’espressa dispensa del Cielo. Occorre essere nati nella famiglia dei Camminatori. Ambulator nascitur, non fit (camminatori si nasce, non si diventa[13].

Il filosofo francese Frédéric Gros, intervistato dal mensile Philosophie Magazine nel 2017, spiega:

Ci sono stili di camminare che corrispondono a diverse filosofie e proposizioni dell’esistenza. Prendiamo l’esempio del camminare nel bosco: andiamo tra gli alberi come in un labirinto, con la speranza di un ritorno alle origini come orizzonte. È la sindrome di Rousseau che, per scrivere il Discorso sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini, si è perso nelle foreste di Saint-Germain per trovare il modello del primo uomo. Rousseau si rifiutò di andare in biblioteca o di leggere libri per questa ricerca: essi non conservano che le tracce dell’uomo che è già stato socializzato. L’esperienza delle foreste è fatta per sollevare la patina della società, per tornare a un’origine perduta. Le passeggiate nietzschiane, al contrario, sono costruite sul modello dell’ascensione. Quando si è in montagna, si è concentrati su un obiettivo, l’attraversamento del passo. Il modello dominante è quello del superamento dello sforzo e della ricompensa. Ci si eleva al di sopra di tutto, si osserva il destino dell’umanità brulicante che si agita nella valle. Si tratta di esperienze di superamento di resistenze e posizioni strapiombanti.

Il filosofo americano Thoreau offre un terzo stile; per lui camminare è camminare verso l’Occidente, sempre. Mentre camminiamo, ci dirigiamo non verso l’origine, ma verso quello che gli americani chiamano “the wild”, e che in Europa facciamo fatica a pensare perché, per noi, il selvaggio copre un rapporto nostalgico con l’inizio. Nella cultura americana, la natura selvaggia esprime piuttosto una fonte di rinnovamento, un’energia creativa.

Potrei anche menzionare le passeggiate in città. Se dalla passeggiata in campagna è nata tutta una poesia lirica, la poesia in prosa è nata con la frequentazione delle grandi città moderne. L’estetica legata al passeggiare, inaugurata da Baudelaire, consiste nel cogliere scintille di incontro nel frastuono delle città.

Per quanto riguarda il camminare nel deserto, ne ho un’esperienza troppo limitata per parlarne. C’è qualcosa di spaventoso nel deserto, quasi troppo saturo di spiritualità. Sperimentiamo una mineralità disciolta, che ci circonda e in cui sprofondiamo. Per me questa infinità del deserto, intuitivamente e senza averlo sperimentato, è una pienezza bianca quasi agonizzante (traduzione dal francese)[14].

Per Thoureau, camminare nella Natura equivale ad una esperienza religiosa. Le sue passeggiate sono delle vere e proprie esperienze spirituali, un modo per riconnettersi con la natura:

Ma il camminare di cui parlo non ha nulla a che vedere con l’esercizio fisico propriamente detto, simile alle medicine che il malato trangugia ad ore fisse, o al far roteare manubri o altri attrezzi; è, il camminare di cui parlo, l’impresa stessa, l’avventura della giornata. Se volete fare esercizio, andate in cerca delle sorgenti della vita. Come è possibile far roteare dei manubri per tenersi in salute, mentre quelle sorgenti sgorgano, inesplorate, in pascoli lontani!”…“I dintorni offrono ottime passeggiate; e sebbene per molti anni io abbia camminato quasi ogni giorno, e spesso per molti giorni consecutivi, non ne ho ancora esaurito tutte le possibilità. Una prospettiva assolutamente nuova rappresenta una grande felicità, che può venir colta in un qualsiasi pomeriggio. Due o tre ore di cammino mi possono condurre nel luogo più straordinario che mi sia mai accaduto di ammirare.”…”Ed effettivamente è possibile scoprire una sorta di armonia tra le risorse di un paesaggio entro un raggio di dieci miglia, o i limiti di una passeggiata pomeridiana, e i settant’anni della vita umana. Né gli uni né gli altri vi diverranno mai troppo familiari[15].

Non dimentichiamo neppure che per Thoureau il camminare ha un forte significato politico, oltre che spirituale, essendo il filosofo un grande sostenitore delle marce e della disobbedienza civile.

La passeggiata metodica: Kant ed Einstein

La storia è risaputa. Il filosofo prussiano Immanuel Kant (1724-1804) era così metodico e disciplinato nella sua passeggiata pomeridiana, che gli abitanti di Königsberg (attuale Kaliningrad, in Russia), la sua città, regolavano gli orologi sull’orario della sua passeggiata (andata o ritorno).

Metodico nei pasti, nel sonno, nelle conversazioni filosofiche, Kant è metodico anche nella sua immancabile passeggiata delle cinque del pomeriggio. Immutabile l’orario e anche il percorso: la passeggiata si svolge tra i giardini della città, la salita e la discesa del viale dei tigli, che sarà poi ribattezzato il “Viale del filosofo”.

La leggenda vuole che egli abbia cambiato una sola volta nella sua vita l’orario della passeggiata e cioè quando la Rivoluzione scoppiò in Francia. Un’altra volta, preso dalla lettura dell’Émile di Rousseau dimenticò di mettersi gli stivali.

Einstein, non era, come è noto, un filosofo, ma uno scienziato tedesco del XX secolo ed anch’egli era invariabile nella sua passeggiata. Ogni giorno, quando lavorava a Princeton, si recava a piedi al lavoro. Il tragitto casa-lavoro e viceversa fu dapprima da solo e poi in compagnia del collega Gödel. Un’ora al mattino ed un’ora alla sera per godere dell’aria aperta e della compagnia del suo amico.

Insomma, un’abitudine salutare che molti lavoratori di oggi, alle prese con mezzi di trasporto di tutti i tipi e molto spesso anche lunghe percorrenze, possono solo sognare.

Una vita in continuo movimento: Nietzsche

Zarathustra non disse parola e proseguì la sua via. Come ebbe camminato due ore lungo boschi e paludi, l’aver troppo a lungo udito l’urlo dei lupi destò anche in lui la fame. Si fermò quindi a una casa isolata, dove ardeva una luce

(Dal Prologo di Zarathustra)

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) fu un gran camminatore. Percorse a piedi l’Engadina (una valle di montagna nel cantone dei Grigioni, in Svizzera), fino al crollo mentale del 1888, e la Liguria. A Torino, città che amò moltissimo, ebbe particolare attenzione per l’alimentazione e dopo ogni pasto faceva una lunga passeggiata: “Ho bisogno di camminare 6-8 ore all’aria aperta”[16].

A differenza di Kant, che fu stanziale nella sua Königsberg, Nietzsche nel corso della sua vita si spostò di città in città. Il movimento continuo fu la cifra della sua esistenza. Il filosofo soffriva, infatti, di forti mal di testa che lo portavano a spostarsi di continuo alla ricerca di condizioni climatiche che alleviassero i suoi mali.

In Provenza, nel grazioso borgo medievale di Èze, un piccolo gioiello delle Alpi Marittime, si trova il famoso Chemin de Nietzsche, percorso tante volte dal filosofo che qui traeva ispirazione per le sue opere. Fu proprio qui che riuscì a concludere la terza parte dell’opera Così parlò Zarathustra, nel 1883. In effetti, la fama di questo sentiero la si deve solo al filosofo tedesco ed oggi questa passeggiata è diventata un’attrazione turistica. Sarebbe, in effetti, poco più di una sdrucciolevole mulattiera che unisce Èze Bord de Mer ad Èze Village. Il percorso, però, offre una vista mozzafiato sul mare sottostante e sulle balze rocciose soprastanti. Immersi nella macchia mediterranea, si può godere della luce particolare di questo posto e degli odori e profumi che ricordano quelli della Corsica e della Sardegna.

È qui che Nietzsche scrisse: “Tutto muore, tutto rifiorisce, il ciclo dell’esistenza continua eternamente”. Ed è qui che egli affermò: “Ho dormito bene, ho riso molto e ho riacquistato un vigore e una pazienza meravigliosi!”[17]

Sul potere della passeggiata Nietzsche ha scritto:

Stato di ispirazione profonda. Tutto concepito per strada nel corso di lunghe camminate. Estrema elasticità e pienezza corporea.

Bisognerebbe ogni tanto star lontano dai libri per sei mesi e camminare soltanto.

Tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina.

Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli[18].

Maria Zambrano e i chiari del bosco

L’esistenza della filosofa spagnola Maria Zambrano (1904-1991) è stata fortemente segnata dall’esperienza dell’esilio. Oppositrice della dittatura di Francisco Franco, ella, come moltissimi altri, è stata costretta a lasciare il suo Paese. Il suo esilio è durato ben 46 anni e l’ha portata a vivere in vari Paesi e città: Valencia, Barcellona, Parigi, New York, Puerto Rico, l’Avana, Città del Messico, Roma, poi ancora nei dipartimenti francesi de l’Ain e del Giura. Nel suo Manoscritto 154, la filosofa dice «Grazie all’esilio, ho vissuto diverse vite»[19].

Nello scenario caraibico dell’Avana, durante le sue passeggiate nello scenario paradisiaco in cui si trova immersa, non la filosofa può osservare con oggettivo distacco le vicende della vecchia Europa, ma anche elaborare il concetto che più l’ha resa famosa nel panorama filosofico del Novecento: quello di “ragione poetica”[20].

Quarant’anni fa, la filosofa andalusa ritornava nella sua patria: era il 20 novembre 1984.

L’esperienza dell’esilio e della sua vita continuamente mobile è da lei descritto nel suo libro Delirio y destino, uscito nel 1989. Ma non è di questo libro che voglio parlare per la tematica qui affrontata, anche perché tutta la filosofia di Zambrano si prefigura come un perpetuo e umile “mettersi in cammino” (la filosofia come metafora della sua esperienza di esiliata perennemente in cammino), bensì, brevemente di un’altra sua opera: Chiari del bosco, che è l’opera che l’ha fatta conoscere fuori dalla Spagna. Si tratta di un testo fortemente ellittico, evocativo ed altamente ispirato, molto vicino ai testi dei grandi mistici spagnoli, come Juan de la Cruz. Il tema è proprio quello di un cammino della conoscenza, ponendo come metafora i chiari e gli scuri di una selva in cui la mente umana si addentra. La filosofa descrive il cammino dell’anima per i suoi sentieri oscuri, dove incontra i chiari, cioè delle piccole radure offerte nell’ampiezza del loro chiarore. I chiari irrompono all’improvviso. Si tratta di brevi soste, di sprazzi di luce che interrompono il buio fitto del bosco. Sono imprevedibili scoperte che si fanno strada lungo il cammino, soglie nelle quali non sempre è facile entrare e che spesso si resta a osservare dal limite.

Nella conoscenza e nella passione attiva inevitabilmente si presenta il punto assoluto. Il semplice punto di riferimento, che sostiene la vita al di sopra dell’impossibilità dell’essere, scompare, andando solo a identificarsi poco a poco e, se si tratta della morte, « a posteriori », col punto assoluto, irremovibile.

Nel cammino della conoscenza, via via che si schiude, la trasformazione del punto di riferimento in punto assoluto si fa visibile. Posto che originariamente fu più ampio, il punto, quello che si chiama una meta, che si allontana seguendo l’orizzonte, si innalza e si ingrandisce. La meta irraggiungibile. In alcuni istanti le si è arrivati anche molto vicini[21].

È inevitabile il raffronto col tema della radura sviluppato da Heidegger, di cui, infatti, Zambrano fu una lettrice appassionata.

Come infatti scrive Carlo Ferrucci nella postfazione alla versione italiana del testo:

La Zambrano, del resto, ha riconosciuto a più riprese tanto l’importanza di Heidegger, del quale aveva letto molto presto Essere e tempo e avrebbe apprezzato in seguito soprattutto la valorizzazione filosofica della poesia, quanto il proprio debito nei confronti di Ortega, che nella Madrid degli anni venti aveva fatto nascere in lei l’amore per la filosofia. Entrambi, tuttavia, appaiono di fronte a lei come dei pensatori ancora legati alla tradizione «ufficiale» dell’Occidente, secondo la quale il filosofo è un’autorità suprema che somministra verità oggettive anziché una guida che prende per mano i suoi compagni di strada.

In Chiari del bosco, non per nulla, questo gioco di luci e di ombre non è semplicemente al servizio di un rinnovamento del pensiero, ma si propone di agire direttamente sull’interezza della persona, dando vita a nuovi «mezzi di visibilità».

Marcia politica o impegnata: Gandhi, Martin Luther King e le femministe

Thoureau Mahatma Gandhi sono stati due grandi esponenti della disobbedienza civile.

Nel 1930, Mohandas Karamchand Gandhi lanciò una marcia militante di 26 giorni, passata alla storia come Marcia del Sale, per protestare contro il colonialismo inglese. Le sue fila si ingrossavano di giorno in giorno. La marcia fu organizzata dall’Indian National Congress, partendo da Porbandar e arrivando fino all’Oceano Indiano. Gandhi entra nell’acqua e prende un po’ di sale nelle sue mani. Si tratta di un gesto simbolico e derisorio, col quale egli incoraggia i suoi connazionali a porre fine al monopolio inglese sulla distribuzione del sale, monopolio che costringeva tutti gli indiani indistintamente a pagare una tassa sul sale, vietando loro di raccoglierlo e venderlo e, inoltre, costruendo barriere per impedire l’attività illecita di falsi lavoratori del sale.

Martin Luther King, a sua volta, nell’agosto 1963 lanciò una la Marcia su Washington per il lavoro e la libertà. Si trattò di una marcia politica di protesta contro il razzismo e contro l’uccisione di un attivista. Poco dopo, King pronunciò il famoso discorso “I have a dream” e vinse il Premio Nobel per la Pace (1964) per il suo impegno non violento contro la segregazione razziale.

Questi sono esempi di marce non violente per ottenere dei risultati sul piano politico e sociale. Ben diverso è, ad esempio, il discorso della marcia su Roma organizzata da Mussolini in 27 ottobre 1922, allo scopo di impressionare fortemente il governo liberale in carica e fare pressione politica.

Le marce delle femministe nel Novecento erano effettuate per ottenere diritti civili e politici. Oggi le marce e le dimostrazioni di piazza servono ad opporsi al sessismo, alla sessualizzazione continua del corpo femminile ed alla dilagante violenza di genere. La scrittrice canadese Nancy Huston afferma che la donna è continuamente sottoposta alla strumentalizzazione dello sguardo maschile, che la trasforma in un oggetto sessuale:

E non può essere che così, secondo la scrittrice, perché l’uomo (più della donna), è succube di condizionamenti atavici che la cultura può disciplinare, ma non silenziare. Di questo bisogna tenere conto, a suo avviso, se non si vuole correre il rischio di muoversi su un piano di angelismo astratto, che non ha giovato in questi anni né alla causa femminista, né alla liberazione della donna, che si ritrova oggi apparentemente liberata, in realtà reificata e usata, forse umiliata, come non era mai accaduto, complici anche i media e persino la fotografia[22].

 Conclusione

La passeggiata ha avuto ed ha uno stretto legame con la ricerca filosofica.

I vari filosofi l’hanno declinata in maniera diversa. Kant come disciplina. Rousseau come ispirazione, purificazione, creazione, contatto con la genuinità non contaminata da scorie sociali. Nietzsche come balsamo per le sofferenze dell’anima e del corpo. Thoureau ne fa uno strumento di disobbedienza civile, al pari di leaders politici come Gandhi e Martin Luther King. Per Maria Zambrano il cammino è sia fisico, in quanto strettamente congiunto alla sua esperienza personale di esiliata, che conoscitivo, come esperienza filosofica mai conclusa e non cristallizzata in “sistemi” dal sapore cartesiano. Le donne marciano anche oggi, soprattutto per rivendicare la dignità dei loro corpi difronte al dilagare della violenza sessuale e all’oggettivizzazione di cui sono vittime.

Gli studi scientifici del XX e XXI secolo confermano quanto Ippocrate e Galeno sostenevano nell’antichità: la camminata è la migliore medicina, atta a sviluppare al meglio le doti psicofisiche dell’individuo.


NOTE

[1] https://bjsm.bmj.com/content/early/2024/10/07/bjsports-2024-108125?rss=1

[2] http://www.apa.org/pubs/journals/releases/xlm-a0036577.pdf

[3] https://journals.sagepub.com/doi/10.1111/j.1467-9280.2008.02225.x

[4] Platone, Teeteto, 174 a-174 c.

[5] Ricordiamo che nel 1108 Abelardo fonda una sua scuola sul colle di Sainte-Geneviève, vicino a Parigi, primo nucleo di quella che poi diventerà la Sorbona di Parigi.

[6] Jean Jacques Rousseau, Le confessioni, Garzanti, Milano 2000, p. 177.

[7] Jean Jacques Rousseau, Confessioni, Garzanti, Milano 2000, p. 167.

[8] Jean Jacques Rousseau, Confessioni, Libro Quarto, consultato su http://www.blia.it/libriweb/confessioni.htm.

[9] Jean Jacques Rousseau, Confessioni, Libro Nono, consultato su http://www.blia.it/libriweb/confessioni.htm

[10] Jean Jacques Rousseau, Nouvelle Héloïse, Rizzoli 2004, p. 89.

[11] “Il titolo di questa collezione è Holzwege. Questo titolo tedesco è molto ambiguo. Se infatti il ​​significato primario di Holzweg è proprio quello di una pista che va nel bosco, esiste un significato derivato – che ha anche completamente eclissato, nell’uso tedesco, il significato primario – e questo significato derivato è quello di “ percorso falso”, “percorso perduto”. Il tedesco che legge il titolo Holzwege capisce “vicoli ciechi”, “strade sbagliate”. L’Holzweg è una via che non porta da nessuna parte. Questo non è possibile. Allora cos’è un Holzweg? È la traccia che il bosco che riporta il taglialegna lascia al limite del bosco. Questo sentiero in realtà non porta da nessuna parte, poiché si interrompe bruscamente nel bosco. L’Holz, in Holzweg, significa bosco (…). Mentre i sentieri sono lì per non fermarsi al bosco, né attraversandolo né aggirandolo, lì si perde il Holzweg. Comprendiamo che tutti coloro per i quali il bosco è un ostacolo nel progredire da un luogo all’altro, viaggiatori, commercianti temono soprattutto di entrare in un Holzweg dove possono solo perdersi. Ma chi ha a cuore il bosco, chi lo ha scelto per la propria ubicazione? Non si perdono quando prendono il Holzweg, perché li porta direttamente al loro posto di lavoro, nel cuore del bosco”. Martin Heidegger, Vie che non portano da nessuna parte. Nota preliminare di François Fédier all’ed. dal 1962.

[12] La citazione è riportata nel saggio breve di Gisbert Greshake, Camminare. Vie, deviazioni, crocevia, viae crucis, Queriniana Editrice, Brescia 2020.

[13] Henry David Thoureau, Camminare, ebook Oscar Mondadori, tr. it. Maria Antonietta Prina, Milano 2013. Nel libro Thoureau cita Geoffrey Chaucer e i suoi Racconti di Canterbury, centoventi storie narrate da un gruppo di pellegrini durante il loro pellegrinaggio dalla Locanda del Tabarro a Southwark alla Cattedrale di Canterbury per visitare il santuario di San Thomas Beckett: «E gli uomini ricercano pellegrinaggi, e i pellegrini terre sconosciute».

[14] http://www.philomag.com/articles/un-intensificateur-de-presence

[15] Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano 2015, p. 21

[16] http://www.tolove.it/blog/index.php/nietzsche-a-torino-la-mole-i-portici-il-labirinto

[17] http://www.salutbyebye.com/chemin-nietzsche-eze

[18] Si tratta di citazioni che abbiamo reperito su diversi siti Internet.

[19] Manoscritto 154 in M. Zambrano, L’esilio come patria, Morcelliana, Brescia 2016, p. 27.

[20]  Maria Zambrano alcun sistema filosofico, visto come “castello di ragioni, muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto“. Ha sempre aspirato a una verità al di fuori di criteri e stereotipi, una “filosofia vivente”, disposta a confrontarsi con l’essere umano nella sua interezza. In “Filosofia y Poesia” del 1939 chiamò “ragione poetica” un metodo di pensiero che, ispirato alla poesia e alla mistica, apriva un mondo di conoscenza alternativo a quello della filosofia occidentale. Negli anni dell’esilio a Cuba, ha denunciato spesso la preoccupazione per l’esclusione delle donne dai luoghi del dire e del sapere ufficiale, il dolore per la mancanza di una parola femminile che restava muta, sottomessa, priva di riconoscimento e di voce. La negazione della donna reale è per la filosofa il riflesso dell’incapacità della vita umana di albergare l’amore in tutta la sua forza vitale e rivoluzionaria. Il tema centrale della sua riflessione filosofica verte intorno alla necessità di ‘coniunctio’ tra il mondo femminile e quello maschile, tra mente che crea e anima che sente e vive. l suo è stato un ‘pensiero appassionato’, che aspira a una sintesi tra ragione e cuore, e dunque anche tra poesia e filosofia.

[21] Zambrano Maria, Chiari del bosco, SE, Milano 2016, ebook, p. 90.

[22] Carminella Biondi, Nancy Huston, Reflets dans un œil d’homme. Online su : https://journals.openedition.org/studifrancesi/2006

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Questo saggio uscirà con altri approfondimenti e corredo fotografico a colori sulla rivista semestrale Reportages Storia & Società num. 38/2025

Autore: Lucia Gangale

Lucia Gangale, native of Benevento, is a journalist, blogger, essayist and professor of History, Philosophy and Human Sciences. PhD in Philosophy, with a thesis on Martha Nussbaum discussed in France. In addition to books of history and sociology he wrote stories and poems. He is dedicated to photography and director of short films. It 'an expert in communication techniques and tourism marketing. She is the editor in chief of the six-monthly cultural publication “Reportages Storia & Società”, founded in January 2003. https://www.bookelis.com/auteur/gangale-lucia/29762 Journaliste, blogger, essayiste et professeure d’histoire, de philosophie et de sciences humaines. Docteur en philosophie, avec une thèse sur Martha Nussbaum soutenue en France. En plus des livres d’histoire et de sociologie, elle a écrit des histoires et des poèmes. Elle se consacre à la photographie et réalisateur de courts métrages. C’est une experte des techniques de communication et du marketing touristique. En janvier 2003, elle a fondé le magazine semi-annuel “Reportages”. Elle collabore sur des portails de philosophie et est “brain” de “AgoraVox”, www.agoravox.fr. Son blog est: luciagangale.blogspot.com

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