
Le possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica hanno creato nell’uomo una sorta di delirio di onnipotenza, una cultura che prevede che ogni desiderio possa essere realizzato. In questo clima di efficientismo esasperato la vita si trasforma in competizione continua, in tensione permanente.
La cultura dell’efficienza nasce dal concetto di perfezione, dall’idea che l’uomo può e deve essere perfetto. Si definisce perfezione la qualità di ciò che è esente da difetti, il difetto è una mancanza, la perfezione quindi è uno stato di pienezza.
Con il mito della perfezione l’uomo ha perso il senso del limite. Il modello di uomo da raggiungere è quello che va oltre i propri limiti, ma senza rendersi conto che oltre il limite non c’è la perfezione, ma la disumanizzazione. Ogni fallimento, ogni errore mette tutti in crisi. Ogni insuccesso è causa di traumi interiori. La pretesa che la vita sia perfetta diventa pretesa che tutti siano perfetti.
La ricerca della perfezione ti impone delle regole che spesso distruggono ciò che sei in vista di un irraggiungibile “dovrei essere”. La ricerca della perfezione disorienta l’uomo, tanto da rendere insopportabile l’esistenza, è fuga dalla normalità, spoglia l’uomo dalla sua umanità. Il centro di tutto diventa sempre più l’io, un io che si gioca tutto pur di arrivare.
Il perfezionista rischia di cadere in una sorta di nevrosi.
Tra i pensatori del ‘900 quello che ha analizzato la coscienza del limite dell’uomo come condizione per diventare umani è Heidegger. L’uomo diventa autentico nel momento in cui, scoprendo la propria morte prende coscienza del suo destino. Morire significa per Heidegger essere consapevoli della propria finitezza, del proprio limite. La morte è la possibilità ultima, quella che chiude ogni possibilità, diventa quindi la misura della nostra finitezza.
Nella società contemporanea la morte è nascosta, è un fatto privato. Tutto tende ad emarginare dolore e morte, ma è esser certo di morire che mi fa prendere coscienza che la mia vita è qualcosa di importante, di unico. Il pensiero della morte mette in ginocchio il delirio di onnipotenza, ci rende meno arroganti, cambia radicalmente il nostro modo di valutare le cose, ci aiuta a discriminare ciò che è importante nella vita.
L’accettazione del limite, che è la morte vuol dire mettersi nell’ottica di una nuova antropologia. Passare dall’antropologia della perfezione a quella del limite. Vuol dire passare da un sistema mentale che considera l’errore, l’insuccesso, il limite come nemico della vita, ad una cultura che considera il limite come un dato che fa parte essenziale dell’esistenza.
Il limite è una realtà che non si può evitare. È qualcosa imposto all’uomo. Il limite è il primo dato che si coglie dall’esperienza. Nel senso fisico la parola limite indica confine, margine, termine.
Nel senso esistenziale indica qualcosa di relativo, finito. Il limite indica imperfezione.
Tutto il nostro conoscere è segnato dal limite. Non è possibile fare qualcosa che non sia segnato dal limite. Il limite non rappresenta un difetto, non è esser privi di qualcosa che era dovuto, ma esser ciò che naturalmente si è. Dare valore al limite vuol dire valorizzare la natura umana così com’è.
Il limite è l’uomo stesso, l’imperfezione è qualcosa di intrinseco alla vita. Bisogna imparare a vedersi non come esseri che sbagliano e falliscono, ma come esseri che proprio a partire dall’accettazione di quello che si è, si aprono alla vita, e la affrontano traendo vantaggi nonostante gli errori.
È proprio attraverso l’errore che possiamo sperimentare la vita in tutta la sua intensità.
L’errore ci rende compatibili con l’umano. Il limite ci allena all’uso di ciò che è fragile e imperfetto. Accettare sé stessi vuol dire accettare le proprie limitazioni. Bisogna prendere coscienza che l’umanità dell’uomo non comincia con la ricerca della perfezione, bensì dall’incontro con la propria impotenza. L’uomo sente il bisogno di superare il suo limite nella relazione, nell’incontro, nella comunicazione. Una relazione intesa non più come luogo di dominio, di sottomissione dell’altro, ma come continua esperienza del proprio autovalutarsi per far spazio all’alterità dell’altro.
Il limite non è da contrapporre al perfezionismo, ma deve apparire il punto di partenza per una esistenza sempre più umana.
L’illusione della perfezione
La società non insegna ad accettare sé stessi, è una società stereotipante, ci fa crescere con ideologie negative che non ammettono la diversità. Le continue pressioni generano insoddisfazione, gli standard sempre più esigenti rendono il fallimento un’abitudine, fallimento come non conformità alle caratteristiche della maggioranza di persone nella società.
Ogni epoca storica ha avuto un modello di bellezza ideale fino a giungere alla nostra società dell’immagine, in cui conta l’apparenza, una perfezione irraggiungibile e finta. Il bombardamento mediatico è così forte da condizionarci.
La percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri è spesso alterata, come se il corpo fosse paragonabile a una moda passeggera, ognuno di noi per quanto possa cercare di migliorarsi ne ha uno differente con caratteristiche peculiari e inalterabili, è facile rendersi conto che è impossibile raggiungere un certo standard, eppure, diventa un’ossessione morbosa.
Il nostro aspetto esteriore contribuisce sull’andamento delle nostre vite, influenza la visione che le altre persone hanno di noi. La perfezione che viene mostrata ci causa insicurezza e disagi, poiché ci portano ad accostare alla nostra immagine, quel canone, quel modello che si paragona a noi e a cui desideriamo aderire ma non riusciamo. Un desiderio falso che fa leva sulla nostra insicurezza, sul nostro senso di insoddisfazione e di inadeguatezza, che vengono alimentati costantemente. La bellezza viene associata e richiesta come valore sociale.
Essere sé stessi, significa così, poter esprimersi in uno spazio normativo, costituito da regole da seguire. Queste norme dimenticano l’individualità e invitano al raggiungimento di standard predefiniti, che diventano gli unici socialmente accettabili.
Nella cura di sé non dedichiamo attenzione alle emozioni, ai desideri e neanche alle nostre azioni e all’effetto che queste hanno sugli altri, ma prestiamo attenzione all’esteriorità, e ciò ci impedisce non solo di accettare il nostro aspetto, ma anche di vivere a pieno le esperienze della vita.
Il mito della felicità
In un’epoca in cui la felicità sembra più un trofeo da conquistare e mostrare, ci si chiede come questa costante ricerca possa far perdere di vista l’essenza stessa. Si è quotidianamente travolti da immagini che tendono a diffondere un ideale di perfezione, che crea un enorme divario con la vita che viviamo tutti i giorni. L’essere umano è diventato un soggetto da prestazione che ambisce a essere sempre felice e distante dal dolore. Una società che spinge gli individui a dare costantemente prestazioni migliori per raggiungere uno stato di felicità, spinge le persone a non accettare i fallimenti e ad attribuire tutta la responsabilità dell’infelicità che ne deriva alla persona, generando frustrazione.
Questo approccio rende l’individuo incapace di accettare l’insuccesso, generando sentimenti di impotenza, di non auto-efficacia con una conseguente chiusura rispetto alla visione della sua vita attuale.
Abbiamo bisogno di continue verifiche, di riscontri e di consensi. Attraverso la continua ricerca di conferme si tenta di sostenere il senso di autostima. Si aspetta dagli altri un costante riconoscimento delle proprie capacità.
Cerchiamo di essere pienamente conformi ad una categoria. La categoria è come una maschera che siamo obbligati a indossare per non essere considerati fuori dal normale. Quando queste aspettative non vengono confermate, si diventa svalutanti verso sé stessi e gli altri. L’illusione è il velo con cui la persona cerca di nascondersi dallo sguardo dell’altro, allontanandosi dalla possibilità di esser visti nei propri aspetti più realistici.
Il nostro profilo Instagram dovrà sempre mostrare una versione perfetta della nostra vita: in una costante ansia da prestazione, rincorrendo desideri che non sappiamo se definire genuini o indotti.
Considerare la perfezione alla portata di tutti ci porta a colpevolizzarci per i nostri limiti. Ci hanno insegnato a essere ottimisti, fino a non saper gestire le sconfitte. Mentre, partire dal presupposto che le cose potrebbero andar male, ci aiuta ad accettare la possibilità del fallimento, a porci una meta, a ritagliarci un margine di errore.
Riappropriarsi della presenza dell’insuccesso e del dolore nella vita di ogni individuo consente di rompere quell’immagine patinata della felicità, rendendola più reale.
Occorre, quindi, rinunciare al mito della perfezione per abbracciare la perfettibilità della realtà: ripartire da Empedocle, quando sosteneva che la vera perfezione è l’imperfezione, perché offre sempre infinite possibilità di miglioramento.
Se l’uomo ricerca in modo ossessivo la perfezione che fatica a trovare dentro di sé, dove può trovarla?
In tutto ciò che è artificiale, in ciò che è anestetizzato e privo di eccesse, quindi perfetto.
La perfezione è una trappola, rischia di essere quello che molte volte ci impedisce di portare a termine un obiettivo. Abbiamo dimenticato di essere umani. La perfezione ostacola il piacere di fare le cose, perché più ci concentriamo sullo svolgimento, meno godiamo del momento presente. LA perfezione è un’illusione, è una costruzione mentale determinata dal nostro ambiente, ma anche dalla nostra esperienza. Possiamo puntare all’eccellenza, purché consapevoli che potrebbero esserci imprevisti e fallimenti, cose che non vanno come previsto, senza sentirci per questo sminuiti nel nostro essere. Bisogna focalizzarsi su ciò che accade qui ed ora, sulle emozioni, senza essere giudicanti verso sé stessi e verso gli altri. Anche gli errori e i fallimenti hanno la loro utilità, perché la vita è un continuum e non una competizione.
Il cammino che si compie ci fa crescere e maturare, sbagliare ci dà la possibilità di imparare dai nostri errori. Sono le nostre imperfezioni, i nostri difetti, le nostre debolezze che ci rendono umani e unici.
L’ideale a cui aspirare non è essere perfetti, ma essere sé stessi, accettando le proprie fragilità. Se ci si confronta con la disillusione, se la si elabora, si può incontrare l’altro con le rispettive specificità, , nelle quali le differenze possono costituire delle risorse.
La presa d’atto delle proprie e altrui fragilità per quanto dolorosa, rappresenta un valore per le relazioni. Il limite può diventare un’occasione per far spazio alle contraddizioni e ad esperienze più autentiche, attraverso cui sperimentare il bisogno dell’altro senza doversi nascondere dietro le illusioni.
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6 ottobre 2024 alle 14:48
Dal punto di vista antropologico, non c’è stato nulla di più terrificante del concetto di perfezione ascetica, apparso soprattutto nelle ex società bizantine. Lo stesso fenomeno si verifica oggi: la volontà incontrollata delle icone diventa familiare con la volontà umana. Le società del Nord sono più libere dal potere dell’icona.
6 ottobre 2024 alle 15:09
Seguo sempre con interesse la Prof.ssa Emanuela Trotta, i contenuti dei suoi articoli ti inducono ad approfondire e riflettere sulle condizioni della nostra attuale società. La ricerca insensata della perfezione non solo genera “nevrosi” ma alimenta in maniera esponenziale un individualismo ormai patologico.
complimenti Dott.ssa
6 ottobre 2024 alle 15:09
Seguo sempre con interesse la Prof.ssa Emanuela Trotta, i contenuti dei suoi articoli ti inducono ad approfondire e riflettere sulle condizioni della nostra attuale società. La ricerca insensata della perfezione non solo genera “nevrosi” ma alimenta in maniera esponenziale un individualismo ormai patologico.
complimenti Dott.ssa