Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Leggere le filosofe

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Quattordici filosofe che hanno inciso sulla storia del pensiero trattando temi classici con una diversa sensibilità, descritte da altrettante docenti e ricercatrici attuali che ne continuano il cammino.

Una panoramica volutamente limitata: dal Settecento ad oggi. Le filosofe italiane contemporanee non sono nella lista, anche se, come è scritto nella prefazione «sono state preziose ispiratrici di questo volume», (p. 13). Ciò sembra preludere ad altre iniziative del Gruppo di ricerca filosofica Chora, per arrivare forse ad una storia della filosofia declinata al femminile, capace di arricchire quel cammino del pensiero per troppo tempo esclusivamente maschile.

Scorrendo la panoramica generale e soffermandosi su quelle che più hanno attirato la nostra attenzione, vediamo come alcune facciano della condizione femminile l’oggetto del loro indagare, del loro proclamare e del loro ribellarsi, per altre invece i temi possono essere i più vari. Visto che fino al Novecento la filosofia e la relativa sua storia, con rarissime eccezioni, è sempre stata patrimonio maschile, anche sulle questioni già trattate il genere femminile ha qualcosa di nuovo da dire, per affrontare con strumenti più adeguati il futuro.

Le prime pensatrici prese in esame, cominciando con Olympe de Gouges, 1748 – 1793, dimostrano in primo luogo di aver ben appreso il messaggio dei filosofi, nei casi trattati di parla di idee illuministe, ma sono molto attente a coglierne le contraddizioni. La libertà deve essere per tutti ma anche per tutte; i diritti che si dichiarano universali non possono essere tali se si esclude metà del genere umano, un’uguaglianza così posta si contraddice da sola.

Come ogni organismo e ogni comunità organica quando sono deprivati di qualche cosa attuano delle strategie compensative, così le donne, in questo caso parliamo delle pensatrici che comunque vivevano in un ambiente che glielo permetteva, mettono in moto ed elaborano un pensare filosofico che rivela delle interessanti differenze da quello tradizionale maschile.

Cercando la parità, dei diritti, generano una diversità nel pensare. Una volta che il processo è partito, per alcune almeno, il discorso diventa ricerca della verità senza preoccupazioni di genere. Del resto la posizione subordinata della donna porta a delle analogie, ma pure a delle sostanziali differenze che meritano attenta riflessione, con la situazione degli sfruttati, di coloro che si trovano in condizione di svantaggio.

Nella trattazione che Stefania Tarantino fa di Marìa Zambrano, 1904 1991, il tema dell’esilio è certamente preminente rispetto quello del genere; è pur vero che la Zambrano, parlando di sé stessa e della sua decisione di dedicarsi agli studi filosofici nella Spagna degli anni Venti del Novecento, dice che la vedevano come “un’eresia, una donna barbuta o una curiosità da circo”. Nonostante questo e nonostante la situazione ribollente del suo Paese, dell’Europa e del mondo intero, vivendo un’esistenza itinerante con lunghi periodi lontano dalla sua terra d’origine, ha dato un contributo originale al pensiero filosofico, o per meglio dire al sentire e al vivere nella ricerca della verità.

Un pensiero consolidato nel tempo indica una netta separazione tra la tenebra dell’ignoranza e la luce della ragione: la porta che divide i sentieri della notte e del giorno di cui parla Parmenide o la caverna platonica, con l’interno della buia cattività inconsapevole di sé stessa e l’esterno della libertà illuminata dalla luce del sole che porta alla conoscenza. A questo la Zambrano oppone il raggio di luce che entra dalla persiana socchiusa e illumina parzialmente la stanza. Racconta sé stessa l’esperienza mentre ascoltava una lezione di Xavier Zubiri sulle Categorie aristoteliche: «Ad un tratto mi ritrovai, non tanto presa da una rivelazione folgorante, quanto pervasa da qualcosa che si è sempre rivelato più adatto al mio pensiero: la penombra toccata dall’allegria» (Verso un sapere dell’anima, p. XIII). Da qui sarebbe nata la decisione di continuare lo studio della filosofia, che non è solo fredda razionalità ma anche un sentire del cuore e dell’anima.

Simone de Beauvoir, 1908 – 1986, qui descritta da Elena Magalotti, ha cominciato a vivere la libertà in situazione, ancor prima di teorizzarla. Natanel primo Novecento, di agiata famiglia, educata per farne una ragazza perbene, una jeune fille rangée, come ha scritto lei stessa nelle sue prime memorie.

Il suo rapporto con l’esistenzialismo la porta a riflettere sull’essere per sé e sull’essere in sé, già elaborato da Sartre, per ciò che riguarda la condizione della donna in generale. Chi sceglie di trascendere la propria condizione iniziale in un libero agire e chi rimane in sé stesso passivamente, senza un progetto fondamentale, in balìa delle contingenze. A parte le eccezioni nell’uno e nell’altro genere, per la donna nel corso della storia la situazione è sempre stata quella dell’impossibilità di auto-progettarsi. Padri, fratelli, mariti si sono sempre assunti il compito di guidarla e proteggerla. Per secoli l’uomo ha modellato la donna per farne oggetto di soddisfazione, per mettere al mondo figli e per servirlo. Lo ha fatto talvolta esaltandola, idealizzandola per nascondere la realtà.

La donna indipendente, la donna ribelle è l’alternativa al regime patriarcale, che magari concedeva pian piano dei diritti ma manteneva pressoché intatto quel modo di concepire e di agire che riguarda il rapporto tra i due sessi. Il cammino verso l’indipendenza richiede prima di tutto un lavoro interiore per raggiungere la consapevolezza della propria condizione, questo non può avvenire nella solitudine ma in un dialogo con altre donne. I collettivi femminili con la loro dinamica organizzazione servono a questo. La donna deve acquisire la coscienza del suo proprio corpo e nelle scelte cruciali della vita non deve subire imposizioni di sorta.

Questo non significa perenne lotta di donne contro uomini, ma un rapporto amoroso paritario «tra due individui completamente bastevoli a sé stessi e che si considerano l’uno rispetto all’altro sempre come dei fini e mai semplicemente come mezzi» (Leggere le filosofe, p. 169).

Quindi parità effettiva di ogni individuo a prescindere dal genere, condizione raggiungibile superando la società capitalistica per volgersi piuttosto verso una certa visione marxista, ben presente in certi ambienti del movimento femminista del tempo.

Se tante filosofe, a cominciare dal Settecento, si pongono l’obiettivo di un rapporto paritario uomo donna, Luce Irigaray, n. 1930, descritta da Lilli Barbieri, punta decisamente sulla differenza, che detta così potrebbe sembrare un ritorno indietro invece è un deciso passo in avanti. Si tratta di ben altra differenza: un differire della differenza che porta in altra direzione. La parità nei diritti e quella più sfuggente della mentalità nel vivere quotidiano sono fuori discussione ma non è sufficiente, si tratta ora di valorizzare la diversità, questa ricchezza che rende più autentici i rapporti tra i generi, dalla quale tutti hanno a beneficiare.

Oltre che nel modo comune di pensare anche la psicoanalisi rimarca già delle differenze nel sesso femminile che vanno tutte in un senso: «La donna è sempre stata concepita soltanto come “mancante di …“, sprovvista di …”, “invidiosa di…”, “gelosa di …”. Ma di che cosa?» (Leggere … p. 202; in riferimento a L. Irigaray, Speculum, p. 20).

Il fallocentrismo è la visione che ha imperato nel pensiero, almeno occidentale; il punto assiale da cui si dipartono le differenze, a volte accettate ed anche apprezzate, ma senza mai mettere in discussione il fondamento. «Il destino del pensiero freudiano, dunque, è la sua costante incapacità di interpretare la sessualità femminile, essendo accecato dalla centralità del discorso sul fallo» (Leggere …, p. 206).

Per superare la posizione freudiana ed anche lacaniana bisogna sostituire lo specchio piano con lo speculum, strumento medico per esplorare le cavità corporee in particolare quella vaginale. Lo specchio piano rimanda simmetricamente l’immagine, ogni punto è chiaramente determinato, lo speculum opera in carenza di luce, deve guadagnarsi la vista negli anfratti della cavità femminile.

Questo cambio di visione ha una qualche analogia, non saprei se si potrebbe definire scolasticamente: analogia di attribuzione, con il passaggio dalla tradizionale geometria alla topologia. In quest’ultima, che a un profano sembrerebbe a prima vista un deformare caotico e privo di senso, si trova invece una nuova armonia. Lo speculum che deforma dà dignità al vuoto, che non è un nulla «ma l’intenso bagliore d’una speleologia dalle mille sfaccettature. Concavità scintillante e incandescente, anche del linguaggio […]. Basta scavare più basso, scendere ancora un po’ nella caverna sedicente oscura […]. Nel luogo in cui ci si aspetta di trovare la matrice opaca e silenziosa d’un logos immutabile nella certezza delle sue luci, cominciano invece a brillare fuochi e cristalli che intaccano l’evidenza della ragione» (Leggere … p. 208, in riferimento a Speculum, p. 139).

Questo distillato di immagini allusive, che in altre parti del testo trova spiegazioni con un linguaggio più tradizionale, vuole dire che il femminile, proprio a partire dall’organo sessuale, ha un valore di per sé. Se fino ad ora la psicoanalisi non l’ha considerato, ora dovrà cominciare a farlo.

BIBLIOGRAFIA

AA. VV., Leggere le filosofe, a cura di Annamaria Loche, Alessandro Peroni, Laura Sanò, Ibis Edizioni, Como-Pavia 2024.

Irigaray Luce, SPECULUM. L’altra donna, Traduzione dal francese e cura di Luisa Muraro, Feltrinelli, Milano 1989.

Teroni Sandra, SIMONE DE BEAUVOIR. Percorsi di scrittura, Donzelli Editore, Roma 2021.

Zambrano Marìa, Verso un sapere dell’anima, a cura di Rossella Prezzo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022.

2 thoughts on “Leggere le filosofe

  1. Nelle società di concezione marxista, non solo la donna ma l’uomo stesso, in generale, ritorna in uno stato primitivo, secoli interi indietro. Solo nelle società occidentali, che hanno attraversato un Rinascimento spirituale, si può parlare di un’ulteriore crescita della personalità di una donna.

  2. Società di concezione marxista attuali faccio fatica a vedere; nella società occidentale la donna ha certamente un ampio spazio, che si è conquistata nel tempo. Ma c’è una larghissima parte del mondo, né marxista né occidentale, dove il problema è molto grave.

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