Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Intersoggettività mediata e esperienza dello sguardo nell’ecosistema digitale

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Uno dei luoghi in cui l’ecosistema digitale manifesta in modo più evidente la propria incidenza sulle strutture fondamentali dell’esperienza vissuta è senza dubbio quello dell’intersoggettività. L’esperienza dell’altro, lungi dall’essere semplicemente mediata da strumenti tecnologici, risulta al momento del tutto ristrutturata nelle sue condizioni fenomenologiche di possibilità, e segnatamente riguardo a presenza, reciprocità e riconoscimento. Ciò che viene in questione non è soltanto come ci relazioniamo agli altri, ma che cosa significa fare esperienza dell’altro all’interno di un ambiente caratterizzato da visibilità permanente oltre che da esposizione riflessiva.

Un riferimento fenomenologico imprescindibile è costituito dall’analisi sartriana dello sguardo. In L’essere e il nulla, Sartre descrive l’irruzione dell’altro nella mia esperienza non come un evento neutro, ma come una trasformazione radicale del mio modo di essere-al-mondo (J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano, 2023).

Lo sguardo non è qui una semplice percezione visiva, ma una struttura ontologica dell’intersoggettività. In altri termini, attraverso lo sguardo dell’altro, il soggetto fa esperienza di sé come esposto, valutabile, potenzialmente giudicabile. In questa dinamica si produce una tensione costitutiva tra soggettività ed oggettivazione, che non può essere eliminata senza dissolvere l’esperienza intersoggettiva medesima.

L’ecosistema digitale radicalizza tale struttura, estendendola ben oltre la situazione concreta e localizzata descritta da Sartre. Nelle piattaforme digitali, lo sguardo dell’altro non è episodico né tantomeno situato, ma assume la forma di una presenza diffusa, anonima e potenzialmente illimitata. L’altro non si dà come volto determinato, bensì come pubblico implicito, uno sfondo anonimo ma presente oltre che sempre presupposto. In questo senso, l’esperienza dell’intersoggettività tende a trasformarsi in un’esperienza di esposizione permanente.

È precisamente su questo punto che le analisi di Eva Illouz, nonostante si collochino più in ambito sociologico che teorico, consentono di articolare una critica sociologico-fenomenologica decisamente feconda. In Intimità fredde, Illouz osserva come, nelle società tardo-moderne, le emozioni siano progressivamente integrate nei circuiti del mercato e della valutazione sociale. In altri termini, Le emozioni sono diventate entità pubbliche, valutabili, comparabili, sottoposte a criteri di successo e fallimento (E. Illouz, Intimità fredde, Feltrinelli, Milano, 2007). Ciò che emerge è una trasformazione dell’intersoggettività in senso performativo, e segnatamente il rapporto con l’altro non è più soltanto luogo di reciproco riconoscimento, ma spazio di messa in scena dell’identità emotiva. In ambiente digitale, tale dinamica viene amplificata: l’esperienza emotiva tende a essere anticipata in funzione della sua possibile ricezione, misurazione o approvazione. L’altro non è più soltanto colui che mi guarda, ma colui per il quale io mi guardo. La natura del doppio movimento fa sì che l’esperienza del vissuto abbia il sé come proprio focus, ma un sé riflesso nella percezione altrui.

Zygmunt Bauman, da parte sua, descrive questa trasformazione nei termini di una progressiva liquefazione dei legami intersoggettivi. In Amore liquido, egli sottolinea come le relazioni contemporanee siano sempre più caratterizzate da reversibilità e precarietà (Z. Bauman, Amore liquido, Laterza, Roma-Bari, 2025).

Letta fenomenologicamente, questa liquidità non riguarda soltanto la durata delle relazioni, ma la loro stessa struttura esperienziale. L’altro, nell’ecosistema digitale, si offre come presenza sempre accessibile e sempre revocabile, come figura con cui è possibile entrare in relazione senza esporsi pienamente al rischio del legame. L’intersoggettività viene così svuotata della sua dimensione di irreversibilità, che costituisce invece uno dei tratti fondamentali dell’esperienza condivisa. L’ecosistema digitale non è semplicemente un insieme di strumenti o piattaforme, ma una condizione strutturale del vivere contemporaneo, che riconfigura il modo in cui percepiamo il mondo, gli altri e noi stessi. La filosofia della tecnologia e la fenomenologia ci aiutano a comprendere la profondità di questa trasformazione. Luciano Floridi descrive l’ecosistema digitale come infosfera, ossia un ambiente integrato in cui informazione e realtà si intersecano: «Non viviamo più occasionalmente online, ma siamo diventati organismi informazionali che abitano strutturalmente un ambiente digitale e analogico integrato»
(L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano, 2017, p. 21).

Da un punto di vista fenomenologico, Merleau-Ponty può aiutarci a leggere come il digitale intervenga sulle modalità incarnate della percezione. Infatti, IL corpo non è un mero oggetto nello spazio, ma il soggetto percepente attraverso il quale il mondo e gli altri ci appaiono (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003). Il digitale modifica radicalmente il rapporto tra corpo e mondo: la percezione dell’altro, la reciprocità e la presenza fisica vengono mediate da schermi, interfacce e algoritmi, ridefinendo le possibilità di contatto, esposizione e riconoscimento. Zygmunt Bauman offre un’analisi sociologica che integra questa prospettiva: «I legami umani oggi sono pensati e vissuti come connessioni, non come relazioni: qualcosa che può essere interrotto senza conseguenze irreversibili» (Z. Bauman, Amore liquido, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 13). In questo ecosistema, l’altro diventa contemporaneamente pubblico, giudicante e reversibile. L’intersoggettività non è più soltanto una relazione diretta e concreta tra corpi, ma un fenomeno strutturale mediato dai dispositivi digitali e dai flussi di informazioni.

In questo contesto, la dinamica descritta da Sartre conosce una mutazione decisiva: lo sguardo dell’altro non mi inchioda più in una situazione concreta, ma mi accompagna come possibilità costante, interiorizzata e diffusa. L’esperienza dell’essere-visti si trasforma in auto-sorveglianza, e l’intersoggettività scivola progressivamente verso una forma di riflessività autoreferenziale. L’altro non scompare, ma viene assorbito come funzione dello sguardo su di sé.

Questa ristrutturazione dell’intersoggettività ha conseguenze profonde sull’esperienza vissuta. Il rapporto con l’altro perde la sua opacità costitutiva, ossia quella resistenza che rende possibile il riconoscimento autentico, e viene ricondotto a un orizzonte di prevedibilità e gestione dell’impressione. L’esperienza dell’altro come alterità si indebolisce, mentre si rafforza l’esperienza di sé come oggetto esposto. È in questo slittamento che si possono rintracciare alcune delle tonalità emotive caratteristiche dell’esperienza digitale contemporanea, come l’insicurezza, l’ansia da visibilità, il bisogno di conferma.

In questa prospettiva, l’ecosistema digitale non produce semplicemente nuove forme di relazione, ma riconfigura la struttura fenomenologica dell’intersoggettività stessa. L’altro non è più soltanto colui attraverso cui il mondo si apre come condiviso, ma diventa parte integrante di un dispositivo di esposizione che modella l’esperienza di sé e degli altri. Comprendere tale trasformazione è condizione preliminare per qualsiasi riflessione critica sull’esperienza umana nell’epoca digitale.

Se, come evidenziato, l’ecosistema digitale tende a trasformare l’intersoggettività in auto-sorveglianza e performance di sé, è però possibile rintracciare aperture per un’esperienza ancora autentica, che non si riduca alla logica della visibilità. Merleau-Ponty sottolinea la dimensione incarnata dell’esperienza dell’altro, che non può essere completamente sostituita da immagini o interfacce digitali (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia.cit.).

Il corpo vissuto funge da ponte tra sé e l’altro, mediando la relazione in maniera sensibile e immediata. Anche nell’interazione digitale, la presenza del corpo reale (gesti, espressioni, intonazione, anche mediata da videochiamate) può permettere una percezione dell’altro più ricca, e meno ridotta a performance. La tecnologia, in questa prospettiva, non annulla completamente l’intersoggettività, ma la ridefinisce in termini di corpo virtuale incarnato e interazione mediata.

Ricoeur contribuisce ulteriormente a questo sviluppo critico attraverso la sua riflessione sul riconoscimento narrativo. L’altro si manifesta come soggetto riconoscibile non solo nel momento immediato della relazione, ma nella continuità narrativa della sua esperienza: «Il riconoscimento dell’altro richiede che lo si interpreti come soggetto di una storia che si protrae oltre l’istante presente. Solo così si può percepire la sua alterità come qualcosa di più di una semplice immagine riflessa» (P. Ricoeur, Soi-même comme un autre, Seuil, trad. it. Se come un altro, Jaca Book, Milano, 2016. p. 251).

Applicata all’ecosistema digitale, questa prospettiva suggerisce che la narrazione e la continuità delle esperienze condivise possano costituire un’ancora per l’intersoggettività autentica. Nonostante la visibilità permanente e la fluidità dei legami, l’altro può ancora emergere come soggetto portatore di storia, consentendo una relazione che non si riduce a performance auto-riferita.

In sintesi, le posizioni di Merleau-Ponty e Ricoeur mostrano che, sebbene l’ecosistema digitale imponga nuove forme di esposizione e riflessività, non esaurisce completamente le possibilità dell’intersoggettività vissuta. La presenza incarnata, la percezione sensibile e la continuità narrativa costituiscono pertanto strumenti critici onde preservare una relazione con l’altro che mantenga un minimo di autenticità, anche all’interno di ambienti digitali pervasivi.

Temporalità digitale.

Uno degli effetti più profondi dell’ecosistema digitale sull’esperienza vissuta riguarda la temporalità: il modo in cui gli individui percepiscono la durata, la continuità e la sospensione del tempo. La fenomenologia offre strumenti indispensabili per analizzare questi mutamenti. Husserl, nella sua Lezioni per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, sottolinea che la temporalità non è una successione di istanti isolati, ma un flusso vissuto articolato in ritenzione (passato immediato), attualità (presente vivido) e protensione (attesa futura) (E. Husserl, Lezioni per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, trad. it. in Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Franco Angeli, Milano, 2001). Nell’ecosistema digitale, questo equilibrio triadico viene profondamente sollecitato. Notifiche, feed continui e aggiornamenti istantanei interrompono la ritenzione e frammentano la protensione, generando una percezione del tempo discontinua e iper-accelerata.

Bernard Stiegler coglie questo fenomeno in termini di erosione dell’attenzione e della memoria. In La società automatizzata, osserva che l’eccesso di stimoli tecnologici produce un’incapacità a sostenere l’attenzione e che la memoria diventa frammentaria, mentre la temporalità vissuta si riduce a un flusso di presente continuo, incapace di sedimentarsi (B. Stiegler, La società automatizzata, Meltemi, 2019, p. 62).

Stiegler interpreta quindi la digitalità come forza che proletarizza la nostra esperienza temporale, riducendo il vissuto a un presente senza spessore. Questo approccio entra in tensione con Husserl: se per Husserl il tempo vissuto è coesivo, per Stiegler l’ecosistema digitale lo frammenta e lo dissolve. Jonathan Crary, infine, offre una prospettiva più sociologica ma non meno fenomenologica, osservando l’effetto dell’illuminazione continua e dell’iper-connessione sulla nostra esperienza quotidiana. In 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, afferma che viviamo in un mondo che non conosce più il riposo come interruzione necessaria del flusso temporale. L’accessibilità costante, la presenza incessante di stimoli visivi e informativi, ci sospinge in un tempo continuo che annulla la notte e la riflessione (J. Crary, Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino, 2015).

Il confronto con Husserl e Stiegler diventa evidente: mentre Husserl struttura la coscienza del tempo come flusso unitario e Stiegler denuncia la frammentazione, Crary mette in luce la dimensione collettiva e socio-tecnica della temporalità digitale.

Il dibattito tra Husserl, Stiegler e Crary permette di cogliere tre aspetti complementari:

  1. Strutturale (Husserl): la temporalità è costituita fenomenologicamente da ritenzione, attualità e protensione;
  2. Psico-tecnologico (Stiegler): la tecnologia digitale frammenta il tempo vissuto, impoverendo l’esperienza della durata;
  3. Socio-materiale (Crary): il flusso continuo e la disponibilità permanente modellano una temporalità collettiva senza pause, esponendo l’individuo a sollecitazioni incessanti.

In sintesi, l’ecosistema digitale non altera solo il contenuto dell’esperienza, ma la forma stessa della temporalità vissuta, generando un nuovo orizzonte in cui l’intersoggettività, il corpo e l’attenzione vengono costantemente rimodellati.

L’analisi della temporalità digitale mette in luce come l’ecosistema tecnologico non si limiti a modificare la sequenza cronologica delle nostre azioni, ma riconfiguri la struttura stessa della coscienza vissuta. La frammentazione del tempo, l’iper-connessione continua e la riduzione delle pause naturali producono un nuovo ritmo dell’esperienza, che si riflette inevitabilmente sulla percezione di sé e degli altri.

Se l’intersoggettività mediata ci ha mostrato come lo sguardo dell’altro digitale possa trasformarsi in auto-sorveglianza e performance, la temporalità digitale ci mostra ora come la continuità e la sedimentazione dell’esperienza stessa siano compromesse. In questa cornice, l’esperienza emotiva non può essere separata dalle strutture fenomenologiche di tempo, corpo e relazione: le emozioni diventano tonalità esperienziali, intrecciate con l’architettura stessa del mondo digitale.

La sezione finale si propone quindi di esplorare le conseguenze emotive e fenomenologiche di queste trasformazioni, ricostruendo come fragilità, ansia e auto-riflessione costante emergano come tratti caratteristici dell’esperienza digitale contemporanea.

Fragilità, ansia e tonalità emotive nell’ecosistema digitale

La temporalità frammentata e l’intersoggettività mediatizzata producono una gamma di effetti emotivi e fenomenologici che non possono essere ridotti a mere manifestazioni individuali o patologiche. Sono, piuttosto, tonalità strutturali dell’esperienza digitale. Vincenzo Costa, in La società dell’ansia, osserva: «L’ansia contemporanea non è un disturbo occasionalmente presente, ma una modalità diffusa di abitare il mondo; essa segna la percezione di un continuo obbligo alla performance e alla vigilanza»
(V. Costa, La società dell’ansia, Inschibbolet, Roma, 2024, p. 34). In parallelo, Eva Illouz evidenzia come la digitalizzazione delle relazioni renda le emozioni pubbliche e valutabili, trasformando ogni interazione in una prova costante di riconoscimento sociale: «La digitalizzazione delle relazioni rende le emozioni continuamente osservabili e giudicabili, imponendo agli individui una costante verifica del proprio capitale emotivo» (E. Illouz, Intimità. cit., p. 45). Il confronto tra questi autori mostra come l’ansia non sia una semplice risposta individuale, ma un effetto sistemico dell’ecosistema digitale: essa nasce dall’interazione tra esposizione permanente, giudizio altrui e ritmo temporale frammentato (per un approfondimento, cfr. A. Pizzo, La società dell’ansia. Un’indagine fenomenologica tra legami, senso e tecnica, “Rivista internazionale di Filosofia e Psicologia”, 2025, https://doi.org/10.4453/rifp.2025.0015). Eugenio Borgna, richiamando l’esperienza emotiva incarnata, sottolinea: «La fragilità non è una debolezza da correggere, ma la cifra ineliminabile dell’umano; riconoscerla significa abitare la vita con consapevolezza delle proprie vulnerabilità» (E. Borgna, Fragilità. cit., p. 21). Integrando Merleau-Ponty, il corpo diventa l’elemento attraverso cui fragilità e ansia si manifestano concretamente: Il corpo vissuto è il mediatore tra soggetto e mondo, attraverso cui la nostra presenza al mondo e agli altri prende forma e significato (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia. cit.). In questo quadro, la digitalizzazione non elimina la fragilità, ma la rende più visibile e socialmente mediata, trasformando l’esperienza emotiva in un intreccio tra vulnerabilità, esposizione e consapevolezza corporea.

Combinando le analisi di Husserl, Merleau-Ponty, Stiegler, Crary, Sartre, Illouz, Bauman, Costa e Borgna, emerge un quadro coerente che possiamo riassumere brevemente come segue;

  1. L’ecosistema digitale riconfigura in profondità le strutture dell’esperienza, ovvero il tempo, il corpo e rla elazione;
  2. L’intersoggettività mediata e la temporalità frammentata producono tonalità emotive specifiche, come ansia e fragilità varie;
  3. Tali effetti non sono meri fenomeni patologici, ma condizioni costitutive della vita digitale, offrendo un terreno fertile per una riflessione filosofica oltre che una più ampia critica sociale.

Concludendo, si deve avere la consapevolezza che l’esperienza digitale non è neutra: ogni emozione, ogni gesto, ogni relazione porta tracce della struttura fenomenologica imposta dall’ecosistema. Comprendere queste tracce è il primo passo per una filosofia che non si limiti a descrivere, ma sappia anche intervenire criticamente sul mondo che dimoriamo, e che, dunque, anche, esperiamo.

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