
La filosofa americana Martha Nussbaum ha dedicato molta parte della sua opera all’importanza dell’immaginazione narrativa e del giudizio critico. Ella dice che sono entrambe facoltà necessarie ad una società democratica ed a nutrire l’empatia verso il prossimo. Empatia, compassione, amore, ben miscelate conducono ad avere istituzioni decenti ed a scelte politiche che tengano davvero conto dei bisogni delle persone, delle loro fragilità e della loro umanità.
Nel corso di un cinquantennio di attività, Nussbaum ha sempre ribadito la fondamentale importanza delle arti e delle opere letterarie come nutrimento del nostro spirito, in quanto pratiche ideali per “coltivare l’umanità” (come dice il titolo di una sua famosa opera di carattere pedagogico).
Da grande specialista del mondo antico e delle opere classiche, ella ha ribadito che la funzione del teatro, nella Grecia antica, era proprio quella di educare il popolo, perché portava in scena le emozioni umane, come il disgusto, l’odio, l’invidia, il rancore, la paura, la compassione e, in una parola, la precarietà della vita umana. Portava in scena storie personali e familiari in cui gli spettatori potevano identificarsi e sulle quali potevano riflettere. Le opere teatrali, attraverso la loro potente capacità di narrare storie, erano strumento di democrazia, perché le persone, attraverso questo rituale collettivo per loro sacro, potevano riflettere sulla natura umana, sulla morale e sulla politica.
Martha Nussbaum, nel corso della sua prolifica carriera, ha sempre utilizzato le opere letterarie e teatrali per supportare le sue affermazioni filosofiche. Nel contempo, ha rilevato la crisi degli studi umanistici, che sono quelli che insegnano a pensare e ad alimentare il senso critico e quindi la partecipazione democratica, ed ha anche sottolineato l’invadenza della cultura del profitto anche tra le aule scolastiche e universitarie:
Sono in corso radicali cambiamenti riguardo a ciò che le società democratiche insegnano ai loro giovani, e su tali cambiamenti non si riflette abbastanza. Le nazioni sono sempre più attratte dall’idea del profitto; esse e i loro sistemi scolastici stanno accantonando, in maniera del tutto scriteriata, quei saperi che sono indispensabili a mantenere viva la democrazia. Se questa tendenza si protrarrà, i paesi di tutto il mondo ben presto produrranno generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da sé, criticare la tradizione e comprendere il significato delle sofferenze e delle esigenze delle altre persone. Il futuro delle democrazie di tutto il mondo è appeso a un filo[1].
Ad evidenziare l’attuale povertà narrativa è, da circa dieci anni a questa parte, un altro filosofo che molto successo sta riscuotendo in Italia proprio in questi ultimi anni. Si tratta di Byung-Chul Han, filosofo sociale di origine coreana e di adozione tedesca. Han parla di una vera e propria “crisi della narrazione”[2] che pervade il mondo digitalizzato, dove le esperienze evaporano nel mondo della rete, le connessioni sostituiscono le relazioni e l’infodemia sostituisce il racconto di esperienze individuali.
Si legge poco, si passa il tempo chini sugli smartphone, si passa il tempo a cercare attenzione e “likes” attraverso l’esposizione della propria intimità ai confini del pornografico, dice Han. Il quale, utilizzando la sua ottima conoscenza della filosofia di Heidegger (cui ha dedicato la sua tesi di dottorato), afferma che:
Fino a quando i racconti sono stati il nostro punto di ancoraggio all’essere, ci hanno assegnato un luogo e grazie a essi il nostro essere-nel-mondo è stato un essere-a-casa, fino a quando hanno dato un senso, un sostegno e un orientamento alla vita, il che significa finché il vivere stesso era un narrare, non si parlava affatto né di storytelling né di narrazioni.
L’uso di tali concetti si è inflazionato proprio quando le narrazioni hanno perso la loro forza originaria, gravitazionale, il loro segreto e la loro magia.
Nel momento in cui le narrazioni vengono viste come un qualcosa che può essere costruito seguendo delle regole di composizione, viene meno il loro momento di verità interno. Le narrazioni sono percepite come contingenti, sostituibili a piacimento e modificabili. Ciò che ci vincola fiduciosamente e ciò che ci lega non proviene più da esse. Non ci ancorano più all’essere.
La community, dice Han, è oggi composta da consumatori che sono isolati di fronte agli schermi. Il senso di comunità raccolta intorno al fuoco è stato soppiantato da tanti individui che, con le loro Storie condivise sulle piattaforme social, non sono in grado di rimuovere il vuoto narrativo:
Esse non sono nient’altro che una pornografica esibizione o promozione di sé stessi. Postare, mettere like e condividere, proprio perché sono pratiche consumistiche, non fanno altro che intensificare la crisi dell’esperienza narrativa.
Grazie allo storytelling il capitalismo si appropria della prassi narrativa e la sottomette alle regole del consumo. Lo storytelling produce racconti che hanno la forma di oggetti di consumo. Con il supporto dello storytelling i prodotti si caricano emotivamente, così da promettere esperienze uniche.
E così ci troviamo a comprare, vendere, consumare racconti ed emozioni. Le storie vendono. Raccontare storie coincide con il vendere storie [Storytelling ist Storyselling]
Han rimarca l’assenza di empatia che la presunta condivisione evidenzia. Non c’è una reale condivisione, ma mercificazione del vissuto umano:
Le Storie sui social media, che in verità non sono altro che messe in mostra di sé, isolano gli esseri umani. A differenza dei racconti, non creano né vicinanza né empatia. Esse sono, in ultima analisi, delle informazioni agghindate con immagini che svaniscono dopo esser state velocemente notate. Non raccontano nulla, ma pubblicizzano. Elemosinare attenzione non istituisce alcuna comunità. Nell’epoca in cui raccontare storie significa vendere storie, racconto e pubblicità diventano indistinguibili. Ed è questa l’odierna crisi della narrazione.
Ed ancora
Nel mondo dello storytelling tutto viene ridotto al consumo e in questo modo noi perdiamo la capacità di vedere altre narrazioni, di vedere altre forme di vita, di avere altre percezioni e di vedere altre realtà.
Questa, infine, è la crisi della narrazione nell’epoca dello storytelling.
È interessante notare che Martha Nussbaum ha molto parlato di empatia nelle sue opere di filosofia morale, ribadendo che l’educazione gioca un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle capacità di immaginazione, del senso critico e dell’estensione della nostra empatia agli altri. La filosofa americana ha sempre insistito sull’utilità delle scienze umane e delle arti nell’educazione, in quanto esse arricchiscono la vita e la comprensione umana[3].
È anche interessante citare un passaggio della sua opera in cui la filosofa nota che i social incoraggiano l’ossessione della reputazione personale. Le persone, afferma, oggi sono ossessionate dal numero dei “mi piace” che i loro posts raccolgono e, oggi, più che mai, vivono sempre di più attraverso lo sguardo degli altri, per cui le nostre vite sembrano entrare in una classifica, nella quale salgono e scendono.
La filosofa americana nota bene questo aspetto di mercificazione che ha invaso le nostre vite minuto per minuto, cosicché ogni immagine postata, ogni pensiero, ogni frase, sembrano messe lì appositamente per “vendere” al meglio la propria immagine. Nussbaum ad un certo punto afferma:
Ciò che è sbagliato nell’ossessione per lo status è che la vita non è solo questione di reputazione; ci sono cose di maggiore sostanza: amore, giustizia, lavoro, famiglia[4].
Nessuno può negare, oggi, il potere della narrazione emozionale che proviene dagli schermi, creando reazioni molto forti e molto spesso divisive nell’ambito dei commenti scambiati sulle piattaforme social. I primi giorni del 2026 si sono aperti con due notizie che continuano a destare reazioni contrastanti nell’opinione pubblica: l’esplosione del locale Le Constellation a Crans-Montana (Svizzera) dove sono morti 40 giovanissimi, di cui sei ragazzi italiani, e 116 feriti; e l’aggressione americana al Venezuela, con la cattura del dittatore Maduro, che ha segnato una netta linea di demarcazione tra coloro che giustificano l’operazione di Trump verso un despota che ha affamato il suo popolo e altri che parlano di arbitraria violazione del diritto internazionale.
Tutto è continuamente esposto al giudizio dei singoli e della massa, in una sorta di sterminato salotto virtuale dove ognuno ha il diritto di parola.
Ma l’interrogativo di Chul Han diventa proprio questo: quanto passato rimane effettivamente in questa incessante narrazione globale in cui tutti siamo immersi e che ha sostituito quella che si tramandava col passaparola nella dimensione comunitaria precedente all’era digitale?
E quanta solitudine può esserci in un mondo interconnesso, leggero e portatile, privo di presenza fisica e di reale contatto con la realtà?
Sono domande più che legittime, in un’era dove si verificano casi di adolescenti che hanno come amico Chat gpt ed in cui canzoni e romanzi possono essere scritti servendosi dell’intelligenza artificiale. Per non parlare dei fenomeni di infodemia, distrazione, panico e dipendenza generati dai dispositivi elettronici.
Non è certo il caso di demonizzare la tecnologia che avanza, ma essere consapevoli che in un mondo basato sulla “forza delle connessioni”, non sempre c’è un corrispettivo in termini di qualità delle relazioni umane.
Bibliografia
MARTHA CRAVEN NUSSBAUM, Cultivating Humanity : A Classical Defencese of Reform in Liberal Education, Harvard University Press, Cambridge 1997, tr. it. Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, Carocci, Roma 2006.
— Upheavals of Thought: The intelligence of Emotions, Cambridge University Press, Cambridge 2001. Tr. it. L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna 2004.
— Not for Profit. Why the Democracy Needs the Humanities, Princeton University Press 2010. Tr. fr. Les émotiones democratiques, éditions Flammarion, Paris 2011. Tr. it. Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, Bologna 2013.
— Political Emotions: Why Love Matters for Justice, Harvard University Press, Cambridge 2013. Tr. it. Emozioni politiche. Perché l’amore conta per la giustizia, Il Mulino, Bologna 2014.
BYUNG-CHUL HAN, Die Krise der Narration, MSB Matthes & Seitz, Berlin 2023. Tr. it. La crisi della narrazione, Einaudi, Torino 2024.
Questo articolo uscirà in lingua francese sulla rivista scientifica lepartageculturel.worpdress.com
[1] NUSSBAUM MARTHA C., Non per profitto, il Mulino, Bologna 2011, pp. 21-22.
[2] La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quotidiana di Byung-CHUL HAN (Autore), Armando Canzonieri (Traduttore) Einaudi, Torino 2024.
[3] In particolare nelle opere Not for profit (2010) e Cultivating humanity (1997). Si veda anche L’intelligenza delle emozioni (2004), pp. 508-516.
[4] NUSSBAUM MARTHA C., La monarchia della paura. Considerazioni sulla crisi politica attuale, Il Mulino, Bologna 2020, pp. 79-80.