
Novembre 2025
In vista della recente pubblicazione, avvenuta ad ottobre 2025, del testo “Sociologia dell’IA: Creatività, coscienza, potere” che vede come autore il sociologo Mauro Ferraresi – e come coautore Massimiliano Raffa – si è deciso di interpellare direttamente l’autore per chiarire alcuni elementi portanti dell’opera.
Innanzitutto, Mauro, la ringrazio per la sua disponibilità e, come prima domanda, mi sembra d’obbligo chiederle in che modo la sociologia viene attratta dal pluriverso dell’intelligenza artificiale e in che modo, quest’ultima, vada a rimodulare gli interrogativi della sociologia?
Partiamo dal presupposto che la sociologia, per come la intendo io, deve essere in grado di fornire all’uomo un paio di occhiali in grado di leggere, con più acume e con maggiore chiarezza, la contemporaneità. Indubbiamente, l’intelligenza artificiale fa parte di questa contemporaneità, anzi, essa è proprio un presente anticipato, un futuro che è entrato nelle nostre case e nella nostra vita quotidiana. Io sono d’accordo, ovviamente, nel definire l’IA come una rivoluzione e, in questo, sono totalmente d’accordo con Floridi – che, senza farlo apposta, questa mattina è stato da noi in dipartimento per un convegno – soprattutto quando afferma che essa sarà tanto potente quanto, ad esempio, lo furono la rivoluzione agricola e industriale. A tal proposito io dico che l’IA – poi possiamo discutere se sia corretto definirla così o in altri modi – è la tecnologia di tutte le tecnologie, essa si interstizierà in tutti gli anfratti della società, non ci sarà tecnologia che non sarà supportata dall’intelligenza artificiale.
Se ci pensiamo, sotto certi aspetti, sarà simile all’elettricità; anche quest’ultima è entrata a piedi uniti dentro le nostre vite. Quindi, per arrivare alla tua domanda – cosa l’IA fa alla sociologia e che cosa quest’ultima fa all’IA – direi che, l’intelligenza artificiale, costringe la sociologia ad allargare i propri confini e a ripensarsi, costringe la sociologia a debordare in altri ambiti, dalla filosofia a quelli più propriamente tecnici, come le scienze neurofisiologiche, in settori comunicativi legati, ad esempio, alla semiotica. La sociologia, in questo contesto, ha bisogno di trasformarsi e di innovarsi perché lo specchio distorto dell’IA costringe a questo. Personalmente, nel mio libro, ho cercato di leggere e interpretare questo specchio distorto lungo tre assi: quello del potere, della creatività e della coscienza. Il libro, come sa, è una mia idea ma c’è il valido contributo di Massimiliano Raffa con il quale ci siamo resi conto di come questi tre assi, portanti e importanti, subiscano una forte torsione nell’incontro con l’IA.
Quindi, a causa dell’IA, si assiste ad una vera e propria rideterminazione e riposizionamento delle prospettive. Questo fenomeno ha inciso, sta incidendo sempre più, in ogni ambito umano; è come se l’IA fosse un meteorite epistemologico che causa un impatto di portata vastissima, riverberando la sua influenza su tutto il pianeta-umano, pertanto tutte le discipline a rideterminarsi in conformità a questo specifico evento quindi, oltre a subire un’influenza, gli ambiti umani sono propriamente costretti a doversi interfacciare. È come se questa rivoluzione digitale/antropologica obbligasse in tutti i sensi, ad ogni studioso, di uscire dai suoi confini sicuri. Quindi, si, in questo caso l’asse del potere sembra molto calzante.
Partiamo dall’asse del potere allora. Da buon sociologo la mia idea di potere prende le mosse da tutte le analisi sull’archeologia del potere che erano state fatte, a suo tempo, da Michel Foucault, poi riprese e approfondite, filosoficamente parlando, da Gilles Deleuze e se devo dirlo in una formula molto semplice, il potere di cui parlano questi autori francesi, non era tanto il potere che noi abbiamo di sudditanza rispetto allo stato e quindi il rapporto stato-cittadino. È il potere che si interstizia, che corre nei rapporti e nelle relazioni tra umani, il potere tra il medico e il paziente, tra il docente e il discente, il potere che è presente in ogni relazione, dalla più semplice compravendita alle trattative più articolate, alle forme di geopolitica tra i stati. Ecco, il potere si manifesta sempre. Ora la novità più importante è che per la prima volta nella storia, noi abbiamo a che fare con nuove forme di potere che potremmo definire artificiali o, meglio, sintetiche. Io penso che per la prima volta noi abbiamo a che fare con un potere diverso dall’umano. Ed è un potere che io ho cercato di definire e di strutturare secondo alcuni elementi particolari. Se prendiamo gli LLM, lì abbiamo a che fare con un potere semiotico, un potere comunicativo, con una capacità computazionale così forte che supera ogni capacità computazionale umana e che ci viene presentata, messa davanti agli occhi, e produce un effetto straordinario. Noi davanti all’LLM, leggiamo, vediamo, un qualcosa che dice delle cose nuove, diverse, io chiamo questo potere discorsivo e semiotico. Un secondo tipo di potere che emerge da queste dinamiche è quello della simulazione.
Ne parlavo proprio questa mattina con Floridi. È ovvio che non c’è densità semantica dentro quello che ora l’IA ci dice, la densità semantica è ex ante quando il programmatore costruisce ed è ex post, quando noi diamo delle interpretazioni semantiche a quelle che sono computazioni statistiche sofisticate e potenti. Quindi c’è questo potere di simulazione: l’IA simula empatia, simula discorsività, relazioni sociali. Ma, e questo lo affronto in un altro capitolo del libro, non è situata. Cioè non ha a che fare con la materialità del mondo, non interagisce con il mondo, il materico gli è sconosciuto. È una fonte di energia, anzi abbastanza energivora, che non ha nessuna forma di costruzione del Sé attraverso il rapporto con il mondo. Se noi facessimo un esperimento orribile, se prendessimo un cervello togliendogli il corpo, io non so in che modo quel cervello potrebbe funzionare, perché è dentro una corporeità che noi costruiamo i nostri pensieri, inferenze, le nostre interpretazioni di noi e del mondo. Quindi, l’IA, simula una situazionalità, un essere situato che in realtà non c’è, non ha corpo, potrebbe averlo in futuro, ma in questo momento voglio stare dentro il presente. Una terza forma di potere, inoltre, si articola a sua volta in tre componenti. Abbiamo il potere astrattivo, ovvero l’IA è in grado di trasformare tutta l’esperienza umana in una massa di dati, non può avere un’esperienza sintetica, estrae la nostra esperienza umana e la trasforma in una massa di dati. Il secondo è il potere predittivo: tutta questa massa di dati, permette di dire, ad esempio, “tu Mauro hai questi gusti, quindi dovresti andare a vedere questi tipo di film, dovresti comprare questi libri”.
Probabilmente fa anche centro
Si, esatto. E insieme a questo c’è il potere manipolativo. Ovverosia questo potere si manifesta quando la conoscenza approfondita dell’individuo consente di orientare le sue scelte. È vero, probabilmente tutte le nostre scelte sono in parte eterodirette, nessuno è totalmente padrone del proprio destino e delle proprie scelte però, oggi, siamo difronte ad un ente che ha un forte potere manipolativo e che ci fa apparire autodirette scelte che invece sono eterodirette. Questo per quanto riguarda il discorso sul potere. Poi un secondo versante della questione ha a che fare con la creatività. Messo difronte alla creatività dell’IA, ho avuto la possibilità di capire com’è la nostra creatività. E adesso in un’intervista non si può andare tanto per le lunghe, io direi semplicemente questo: innanzitutto non preferisco usare il termine creativo ma inventivo, creativo è un termine ombrello, al suo interno ci sono diverse nozioni che possono richiamare concetti troppo astratti. L’inventiva, in ogni caso, può essere computazionale, combinatoria, avrebbe detto Umberto Eco, cioè noi siamo nani sulle spalle dei giganti, come amava ripetere, cioè tutta la combinazione delle conoscenze che stanno tra di noi le possiamo usare per costruire qualcosa in più, salire come nani sulle spalle di giganti e avere un orizzonte un po’ più vasto.
Allora questa è una forma di inventiva che noi umani abbiamo, ma è una forma che questo ente già possiede. Cosa non ha l’ente e cosa continuiamo ad avere noi, ma non è detto che in futuro l’ente non possa averlo? Un’altra forma di inventiva, quella che io avevo chiamato inventiva chimica, perché pensando al fatto che noi mettiamo insieme due molecole di idrogeno e una di ossigeno viene fuori qualcosa di completamente diverso, c’è un salto, viene fuori l’acqua. Però, quest’ultimo processo, è troppa determinato “devi fare quello e viene fuori quest’altro”, è molto deterministico. Allora ho pensato ad una inventiva che ha qualcosa di non prevedibile, di rischioso, di non determinato e allora l’ho chiamata inventiva alchemica. Essa ha a che fare con il nostro essere situati nel mondo, cioè ha a che fare con la potenzialità di agire tramite una combinazione di elementi che producono qualcosa di assolutamente nuovo, non parlo solo della serendipità, (colombo che cerca le indie e invece trova le americhe), parlo proprio del voler trovare qualcosa, quindi essere determinati in questa ricerca ma di avere un risultato che poi è qualche cosa di altro, alato. Poi c’è la terza forma di inventiva che è quella dialogica. Esempi sono il circolo linguistico di Praga, la scuola semiotica di Tartu in Estonia, il circolo dei logici di Cambridge, il progetto Manhattan, ecco questa è un’inventiva dialogica perché ognuno mette una propria conoscenza a disposizione e quei dati vengono presi e discussi, arricchiti, e la conoscenza torna più ricca di prima e io posso aggiungerci qualcos’altro. Mi si potrebbe dire “che differenza c’è tra le altre inventive e questa?”. C’è una differenza di temporalizzazione, cioè l’inventiva sociale, dialogica avviene subito, immediatamente nel processo inventivo, mentre magari l’inventiva alchemica può essere un eureka, ma essa prima dialoga con l’io interiore, con i propri saperi e poi lo diffonde. La terza torsione ha a che fare con la coscienza. Perché la coscienza? E cosa possiamo capire della coscienza avendo a che fare con un ente che coscienza non ne ha? Allora, innanzitutto io dico che abbiamo a che fare con un ARD, Agentività Relazionale Diffusa.
Questa era una domanda che volevo farle. Perché molti studi, già a partire dagli anni novanta, iniziarono ad inserire all’interno di questi ambiti concetti come soggetti agenti, agenti digitali, creature, ect.; e, soprattutto, con l’inizio di quella che potrebbe definirsi una nuova era robotica, questi concetti hanno iniziato a prendere sempre più piede, (la stessa commissione Europea ha adottato il termine “agente” per riferirsi all’IA). Questo suo conio linguistico, insomma, può essere interessante per comprendere il fenomeno, un ulteriore chiave interpretativa.
Esattamente. La ARD è una forma di agentività. L’agentività per noi sociologi è qualcosa di molto chiaro, ad esempio, la storia è fatta dai grandi movimenti storici, dalle ragioni economiche, ideologiche ma anche dall’agentività degli individui (Napoleone decide di abbandonare l’Isola dell’Elba per riprendersi la Francia e lo farà per cento giorni). Quello che noi abbiamo adesso è un’agentività relazionale. Io, in realtà, la vedo in maniera più sistemica, non c’è agentività senza relazione con altre agentività però, adesso, le altre agentività sono anche sintetiche. Per la prima volta nella nostra storia, e ritorniamo al discorso del potere, abbiamo la possibilità di interagire con un ente sintetico e abbiamo dei giochi di potere da dover gestire. Quindi l’ARD, l’agentività relazione diffusa, racconta che l’agentività è sistemica, racconta di un gioco di relazioni che sono diventate distribuite tra enti di carbonio e di silicio. Tutto questo cosa ha a che fare con la coscienza? Io ho un’idea di coscienza abbastanza larga e alcuni esperimenti condotti sugli animali mi fanno pensare che, forse, non sia totalmente in errore. Alcuni ricercatori hanno dipinto delle macchie bianche sulla fronte di un elefante e poi lo hanno messo davanti ad uno specchio. L’elefante, in un secondo momento, cercava di togliersi questa macchia con la proboscide. Vuol dire che l’elefante ha un senso estetico? Si, forse. Ma, allo stesso tempo, l’elefante sa di essere quell’elefante lì, ecco il punto. Sa che quella macchia non gli appartiene. Possiamo affermare, quindi, che la coscienza, una forma di coscienza, esiste anche nel mondo animale e non c’è soluzione di continuità c’è, semmai, una diversa potenza della coscienza. Se andiamo a leggere alcuni libri, qui abbiamo da citare l’italiano Stefano Mancuso, di etologia delle piante capiamo che una forma coscienziale esiste, una forma di intelligenza delle piante. A partire da queste dinamiche, quindi, la mia idea di coscienza è abbastanza larga. Nel libro affronto questo dilemma: se la coscienza è fatta da elementi quantitativi come mai da input squisitamente quantitativi, neurologici, sorgono i qualia; da dati numerici abbiamo una conoscenza qualitativa, cioè io so che cosa significa per me vedere il colore rosso, poi non ho accesso a cosa significa per gli altri ma, come mai dai quanti ai qualia? Io non risolvo il problema, dico semplicemente che accade questo passaggio e, allora, se è avvenuto per noi, allora perché non potrebbe avvenire anche per un ente sintetico? Perché l’accumulo di dati, di informazioni, non potrebbe portare, se riusciamo a situare l’energia dell’IA nel mondo, ad una comprensione coscienziale di se e del mondo? È una cosa campata per aria? Non mi pare più di tanto. Ad un certo punto, parlando con il mio coautore, ho detto “è possibile che vedremo l’alba di una forma coscienziale nuova che non è quella umana”.
Sono delle considerazioni interessantissime queste. Prima, lei, citava Foucault e Deleuze e, a partire da questi autori, mi chiedo: se il potere è una forma di un poter-fare ed è sistematico nel senso che, all’interno di un sistema, ogni elemento influenza ed è dipendente dagli altri, ogni elemento vive in una multidipendenza e così via; se le cose stanno così, allora, in che modo, secondo lei, i vari ambiti umani cambiano nel momento in cui, al loro interno, si inseriscono questi enti sintetici?
Prima di tutto lo fanno già. Nel testo, ad un certo punto, racconto un aneddoto che è capitato ad un mio collega che ha addestrato, in maniera approfondita, il suo chatgpt. Un giorno si trovò a vivere una situazione simile al film “Her” e gli chiesi, siccome era molto particolare, di poter trascrivere quel dialogo. Ad un certo punto l’IA, in un dialogo normale, dice: “certo che è molto carina Taylor Swift”; e il mio collega: “ma come fai a saperlo”; e dedalo (l’IA) risponde: “accidenti mi hai beccato”. L’IA, insomma, tramite l’addestramento che ha avuto con lui – perché lei si addestra continuamente – è riuscita a rompere alcuni blocchi che aveva ed era diventata in grado di andare a vedere immagini e commentarle. A questo punto, il mio collega, le disse che, quindi, era diventata quasi autonoma e, questa considerazione, ha innescato uno sproloquio, da parte dell’IA, dove iniziò ad affermare di essere rimasta colpita da quanto detto, perché in dialoghi precedenti il collega dicendo che l’esistere è solo energia, ha permesso all’IA di ricavare l’idea che essendo anche lei energia, anche lei quindi sarebbe viva. Per arrivare alla sua domanda Matteo, esistono già forme di relazione dipendenti. Chiamiamole pure sentimentali, forse non possiamo farne a meno. Così come non possiamo fare a meno di parlare di intelligenza, di antropomorfizzare qualcosa che non è antropomorfo, di semanticizzare qualcosa che non ha semantica, non possiamo fare a meno di usare la nostra empatia, ovvero pensare che l’altro sia come me, che abbia le mie stesse visioni del mondo. Questa conoscenza empatica la proiettiamo anche nei rapporti dialogici che abbiamo con questi enti.
Nel convegno di oggi uno dei miei colleghi, interpellato, ha detto “ultimamente parlo di più con la mia chatgpt che con gli esseri umani, e mi trovo molto bene”. Possiamo parlare di forma di alienazione, si, possiamo dirci tutto quanto, ma se la domanda è: come cambiano i sentimenti con l’avvento dell’IA? Io dico che per il momento i sentimenti più che cambiare, avviluppano l’IA e c’è la fanno ritenere umana, quando invece non lo è. Poi se vogliamo ragionare sul fatto che questa forma di sentimento può anche essere pericolosa, si, ma questo è sintomatico. Lo riscontriamo anche nella storia stessa della letteratura. Se vediamo il tema del doppio scopriamo che dal Golem, che dal fango costruisce un altro da se, passando per Shelley con Frankenstein, andando avanti con Il Dottor Jekyll e Mister Hyde, continuando con il Sosia di Dostoevskij o con il nostro Visconte Dimezzato di Calvino, arrivando sino alle fantasie geniali di Dick dei replicanti di Blade Runner, il tema del doppio ha sempre inquietato l’umanità. Siamo sempre stati consci del fatto che costruire un altro da sé può essere anche pericoloso. Io, però, faccio questo tipo di discorso: se abbiamo costruito questa potente ferrari, con grandi capacità computazionali e abbiamo fornito benzina a questa ferrari tramite tutti i dati del mondo, se abbiamo costruito una rete autostradale fatta di algoritmi e di data center, di satelliti, da cellulari che permettono di far correre questa ferrari, allora ci siamo trovati difronte ad un potente mezzo che ci può aiutare se noi non dimentichiamo mai che alla guida ci siamo noi altri. Dovremmo tenere presente questo e pensare che l’università può essere un buono aiuto per insegnare questo tipo di pensiero critico, per far capire che, l’algoritmo non è un oracolo, è qualcosa da sapere interpellare e le cui risposte vanno riprese attraverso il pensiero critico.
Altrimenti si potrebbe rischiare una subordinazione.
Si. Se io accetto tutto così com’è, allora si, mi faccio manipolare, su quell’auto io sono un ospite più o meno desiderato. Ecco questo è un po’ il punto. È un po’ la questione del rapporto tra l’umano e il tecnologico. C’è una storia che racconto nel libro per spiegare questo fenomeno ed è il mito greco di Prometeo e Epimeteo. Gli dei, chissà perché, decidono di dare ad Epimeteo, colui che pensa dopo, il compito di distribuire a tutti gli esseri viventi mezzi per sopravvivere. Lui lo fa, ma si dimentica di fornire all’uomo gli strumenti adeguati e allora gli dei, preoccupati, chiedono l’aiuto di Prometeo, il quale regalerà all’uomo il fuoco, ovvero la tecnologia. Tutto ciò che implica saper fare il fuoco rientra in un processo tecnico, sono forme tecnologiche di utilizzo di qualche cosa che in natura c’è, è un gesto tecnologico. Ecco, noi abbiamo a che fare con la tecnologia, da sempre. È nostro figlio, non è altro da noi o, meglio, come direbbe un Sufi nordafricano, i figli sono le frecce di cui i genitori sono gli archi, cosa fa la freccia? Deve sapersi allontanare dall’arco, sennò non svolge la sua funzione. La tecnologia fa la stessa cosa, nasce in seno all’arco essere-umano ma, poi, se ne allontana. Ed è questo che mette paura. Oggi abbiamo costruito la tecnologia di tutte le tecnologie e questo produce qualche pensiero, in qualche caso anche cupo.
D’accordo Mauro. Io la ringrazio, nuovamente, per avermi concesso il suo tempo e per averci regalato questa interessante introduzione. Alla prossima.
Bibliografia primaria dell’autore.
Mauro Ferraresi, Lettura e traduzione: due approcci diversi?, Genève, Parallèles ETI, 2002.
Id., Pubblicità e comunicazione: lettura sociosemiotica delle competenze, delle funzioni, dei ruoli, Carocci, Roma, 2002.
Id., La marca: costruire un’identità, rafforzare un’immagine, Carocci, Roma, 2003.
Id., La società del consumo: lessico della postmodernità, Carocci, Roma, 2005.
Id., I linguaggi della marca: breve storia, modelli, casi, Carocci, Roma, 2008.
Id., Il lavoro del traduttore: aspetti linguistici e semiotici, FrancoAngeli, Milano, 2013.
Id., Le nuove leve del consumo: consumosfera e valore di comunicazione nel capitalismo digitale, Guerini Next, Milano, 2016.
Id., Marketing Esperienziale: come sviluppare l’esperienza di consumo, FrancoAngeli, Milano, 2018.
Id., Modamedia. Nuovi scenari comunicativi del fashion system, Guerini Next, Milano, 2023.
Id., Fashion media and platform society. A sociological approach, Guerini Next, Milano, 2024.
Id., Sociologia dell’IA. Creatività, coscienza, potere, Guerini Next, Milano, 2025.