Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Molteplicità in relazione. Conversando con Emiliano Bazzanella.

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Ottobre 2025

In occasione della pubblicazione, che avverrà il prossimo anno, dell’ultimo testo del filosofo triestino, Emiliano Bazzanella, si è deciso di raccogliere un’intervista direttamente dall’autore il quale, in linea molto generale, soprattutto vista la capienza del testo, ci ha concesso una prima introduzione alla sua “Immunologia teorica”.

 Innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità e direi di entrare subito nel vivo dell’argomento. Parlaci di questo testo. 

Lo sto correggendo ma è molto lungo. Ho completato la bibliografia, anch’essa corposa. Ritengo che a metà del prossimo anno il testo verrà pubblicato, come ti avevo anticipato mesi fa.

Quale editore ha accolto la proposta? Asterios?

Non ho ancora contattato gli editori: mi piacerebbe pubblicare con Mimesis o Cortina, che è più allineato su questo tipo di argomentazioni.

D’accordo. Quindi perché l’immunologia?

È una storia un po’ lunga. Diciamo che l’immunologia come tema filosofico l’ho ritrovato in molti autori degli ultimi trenta o quaranta anni. Essa riguarda più precisamente i concetti di immunità e di autoimmunità ed è stata estesa dal campo della medicina anche ad altri ambiti del sapere. Sono di pertinenza di un’immunologia generale ad esempio domande che riguardano la formazione delle comunità, i meccanismi con cui esse si auto-regolano, i fattori stressanti che le mettono in crisi, i conflitti interni o esterni che le agitano.

Si potrebbe definire, quindi, uno strumento euristico?

Direi di sì. Roberto Esposito ha scritto un bel libro, nei primi anni del duemila, intitolato “Immunitas” nel quale l’immunologia incarna una sorta di paradigma. Prima di lui Donna Haraway aveva messo in guardia sull’utilizzo dell’immunologia in questo senso. Era un periodo in cui questa disciplina stava riscuotendo grandi successi poiché s’iniziava a comprendere meglio come funziona il sistema immunitario. Per la Haraway l’immunità costituiva la rappresentazione di un’ideologia, cioè di un modello darwiniano della società intesa in senso agonistico e competitivo, un gioco di difese, protezioni e mantenimento dello status quo. Ci sono un’identità che deve essere salvaguardata e un’alterità che deve essere esclusa, distanziata. Questo può apparire un paradigma negativo, soprattutto se inserito in un modello consumistico-capitalistico della società che mira al mantenimento di certi privilegi. La mia concezione invece è abbastanza diversa. L’immunologia emerge in modo laterale come scienza generale delle molteplicità in relazione: non è una congettura a priori, ma deriva dalla constatazione che molti approcci di tipo scientifico finiscono per trovarsi tra le mani non solo elementi atomici, entità definite, etc. ma processi e interazioni. La realtà non si manifesta con contorni definiti, non è una collazione di oggetti che successivamente si rapportano tra di loro, ma è composta soltanto da relazioni e molteplicità in relazione.

Molteplicità in relazione. In che senso?

C’è un capovolgimento da fare, per cui l’Uno, le enneadi, l’unità, l’identità, e così via hanno perduto il loro statuto originario, ma si presentano come un effetto delle molteplicità. In immunologia ad esempio il Sé (self) non costituisce un principio primo, ma deriva dall’auto-organizzazione del sistema linfocitario e dai meccanismi di riconoscimento dell’antigene. Insomma non c’è “prima” un “io” e successivamente un sistema di difesa che ne protegge l’integrità, ma l’”io” costituisce uno dei tanti momenti funzionali all’interno dell’universo biologico che compone l’organismo. Come diceva Heidegger il nostro essere è essenzialmente un essere-con, cioè noi siamo molteplicità gettate in ulteriori molteplicità.

Il con-essema, l’in-essema. 

Esatto, il con-essema o l’esser-con, l’in-essema o essere-in. Sono quelle relazioni fondamentali che caratterizzano tutto l’universo biologico, la struttura stessa della realtà, alludendo a popolazioni infinite di organismi che gestiscono e delimitano territori, creano stabilità temporanee e ricorsive, cambiano struttura a seconda delle interazioni con l’ambiente. Noi vediamo la realtà suddivisa in categorie, identità, oggetti, cose ben definite, ma tutto ciò ha un senso di tipo fenomenologico-cognitivo, ovvero rappresenta il modo o il come siamo in rapporto con il mondo. Il fine del mio libro è anche quello di evidenziare come questa situazione – le molteplicità in relazione – non sia una ipostasi filosofica, una mera congettura a priori o un’invenzione metafisica che, per quanto possa avere anche un senso esplicativo, alla fine non può celare la propria arbitrarietà. L’analisi che ho fatto, attraversando vari campi del sapere quali la biologia, la neurobiologia, la psicologia comparata, la biologia fisica, etc. ha portato alla luce una circostanza quantomeno bizzarra. È emerso che maggiormente assumiamo un approccio scientifico oggettivante, più, alla fine, ci troviamo tra le mani non oggetti, non identità, non cose ma solo relazioni e interazioni molto complesse; più si prosegue lungo il cammino dell’infinitamente complesso più si arriva alla tangenza di un’analisi “in terza persona” come la scienza con un approccio “in prima persona” nel quale entra in gioco il soggetto non come identità prestabilita, ma come molteplicità di relazioni in rapporto con ulteriori molteplicità.

Questo approccio porta a prolungare una sorta di fenomenologia perché, in fondo, alla base di questi ragionamenti ritrovi questa molteplicità di relazioni che non consentono di fondare, appunto, una realtà, in senso ampio, marmorea e assimilabile al senso comune, giusto?

In effetti l’aggancio con la fenomenologia, cioè a una prospettiva “in prima persona” crea una ulteriore complicazione. Al momento la fenomenologia sta assistendo a una sorta di rinascita in ambito anglosassone, soprattutto nell’ambito delle scienze cognitive ove si è notato che Husserl e Merleau-Ponty hanno anticipato idee appena oggi consolidate, mentre presso di noi attualmente non è più tanto frequentata. In sintonia con le cosiddette Network Theories che ipotizzano, alla base dei processi cognitivi, reti neurali alimentate da meccanismi di sovrabbondanza e selezione, la fenomenologia svela un mondo di vissuti che è un insieme di concatenamenti, retro-propagazioni e predizioni. Ciò ha quale conseguenza che le due polarità gnoseologiche classicamente tenute distinte – il soggetto e l’oggetto – si palesano agglomerati di relazioni in relazione tra loro. Da queste circostanze da un po’ sto pensando a una fenomenologia immunologica o ad una immunologia generale che riesca a intercettare i momenti in cui queste molteplicità in relazione si intersecano creando momenti di regolarità e stabilità temporanea che sono i presupposti essenziali di un mondo fenomenico costituito da cose, elementi, categorie e così via. Ovvero il momento germinale in cui l’uomo vede il mondo in un certo modo e non può farne a meno. Una curiosità, a tal proposito, ci viene proprio dai biologi molecolari. Essi ci dicono che l’uomo è formato per il 1014 da organismi estranei mentre il nostro corpo è composto degli stessi elementi di cui è fatto l’ambiente: siamo lo stesso e l’altro al contempo. Definire un interno e un esterno, un’identità e un’alterità, il self dal non-self, etc. si dimostra un’operazione fittizia o quantomeno una forma di immunità, cioè un modo – il nostro – di essere-nel-mondo.

È una conseguenza.

È l’effetto che siamo in relazione. Noi siamo delle molteplicità in relazione, per cui potrebbe essere una questione evolutiva. Probabilmente dobbiamo creare queste stabilità senza le quali avremmo maggiori problemi nell’abitare i nostri ambienti. In questa prospettiva il biologo tedesco von Uexküll – che peraltro influenzò molto sia Heidegger che Merleau-Ponty – concepiva l’Umwelt, l’ambiente come l’effetto dell’azione e della cognizione dell’organismo. Ogni specie perciò ha il proprio ambiente che contribuisce a determinare e dal quale viene determinato: Thomas Nagel, ad esempio, si pone il problema del pipistrello. Che cosa pensa un pipistrello? Il pipistrello non vede come noi, dorme capovolto, si orienta nello spazio attraverso onde sonore: sente il movimento e le variazioni che esso provoca nell’aria, come avviene nel caso di un piccolo insetto; e probabilmente – ma non con certezza, come osserva Nagel – le sue percezioni non si fondano sulla fissità degli oggetti e sulla loro classificazione in categorie. Per il pipistrello l’ “oggetto” potrebbe essere quindi il movimento.

Interessante. Il testo di quante pagine sarà?

Sarà lungo, a seconda del carattere, più o meno 400 pagine.

Sarà una lettura corposa. Ad esempio, mi viene in mente, che tu sei solito, verso la fine di ogni tuo lavoro, applicare l’impianto discorsivo specifico sviluppato nel testo a determinati fenomeni della contemporaneità, questioni politiche, economiche, ect. L’hai fatto anche qui?

Ho ripreso, in questo caso, le tematiche che ultimamente ho sviluppato: il sistema di sicurezza che caratterizza la nostra epoca nella quale tutto deve essere “assicurato”; la dipendenza non solo come fenomeno psicopatologico ma anche come processo immanente nella stessa relazione; la violenza sociale che secondo un’ottica immunologica deriva da una specifica gestione degli stress endogeni ed esogeni.

Quali sono gli elementi che grazie all’Immunologia, per come la sviluppi nel testo, emergono in modo differente? O meglio, come cambia l’aspetto dei fenomeni?

Parliamo proprio del meccanismo dell’immunità. Ad esempio, il fenomeno della guerra appare sotto una luce diversa, non costituendo più un’aberrazione e un deficit nei processi di civilizzazione. Essa deve essere situata in un contesto di molteplicità inflative, le quali devono auto-organizzarsi per consistere. Una dimostrazione della guerra in quanto effetto della socializzazione in un contesto simbolico, ci arriva dalla biologia evoluzionistica che ha correlato lo sviluppo della massa cerebrale degli esseri viventi al numero di conspecifici con i quali si è in rapporto. In sintesi la condizione dell’essere sociale necessita di un grandissimo sforzo cognitivo e dell’elaborazione di tecniche in grado di mantenere l’omeostasi dei gruppi conviventi. Le scimmie antropomorfe usano ad esempio il grooming (spulciamento) reciproco per sedare le liti tra famigliari o tra appartenenti a gruppi rivali; nel caso dell’uomo ciò non è possibile a causa del numero sovrabbondante degli individui che abitano i medesimi spazi, per cui possiamo pensare che il linguaggio si sia sviluppato anche come meccanismo che, tra le altre funzioni, ha una valenza immunitaria finalizzata a gestire gli stress endogeni di una comunità. In questo quadro immunologico la guerra, paradossalmente, ha senso o, meglio, rientra in una dinamica immunitaria che parte dalla preliminare suddivisione tra un interno e un esterno, il Sé e l’Altro, nonché dalla categorizzazione gerarchica delle società e dalla gestione delle sovranità. Così, come nel caso di altre specie sociali, le molteplicità si auto-regolano creando strutture più o meno variabili in grado di offrire un orizzonte di senso. Il problema sorge quando la componente stressante raggiunge un livello di soglia, così che l’aggressività reattiva che si crea all’interno del gruppo deve essere in qualche modo scaricata. I passaggi sono noti: l’accumulo dello stress comporta processi di cooperazione rivolti contro fattori allotri, come un nemico inventato, il negro, l’ebreo. Questo stress – osservano autori come Sloterdijk e Mühlman – viene accumulato, tesaurizzato e gestito allo stesso modo di un fondo di investimento o di un conto corrente bancario; successivamente viene veicolato, sotto la veste di apparenti ragioni di tipo economico, politico, storico, religioso, etc., ragioni però che in realtà sono secondarie o fittizie. Il fine è invece quello di spostare la carica stressante verso l’esterno. In tutto ciò agiscono il senso, il linguaggio, la comunicazione, la mitopoiesi, la cultura in generale, un background storico capace di dare anche un supporto teorico ad azioni cruente e immotivate. In questa prospettiva, la storia in quanto narrazione più o meno arbitraria di eventi passati non può indicarci quali siano le cause profonde dei conflitti, né tanto meno può fungere da agente preventivo, poiché si tratta di meccanismi specificamente immunitari che derivano dall’essere-in-relazione delle comunità, dagli eccessi stressanti che ne derivano e dalle forme di regolazione di questi ultimi.

Interessante. Sicuramente è un interpretazione che potrebbe dare ulteriori frutti e nel testo, probabilmente, l’avrai approfondita in un certo modo. Ulteriori elementi che vengono alla luce alla fine dell’opera?

Nell’ultima parte si pone il problema di una di logica in grado di rendere conto del fenomeno dell’immunità. Essendo messo in crisi il principio di identità in modo radicale, dovremmo pensare a una logica che prescinda dal principio di non-contraddizione, come peraltro fecero a suo tempo i logici della scuola di Leopoli il cui più noto esponente fu Alfred Tarsky. Se analizziamo il funzionamento del sistema immunitario dal punto di vista della logica, come riusciamo a spiegare che un antigene può essere riconosciuto da un recettore che trasmette l’informazione agli agenti effettori a sua volta co-stimolati da altri fattori come le proteine dell’immunità innata, che attiva una cascata di citochine, che innesca i processi infiammatori, che al contempo si auto-regola inibendo sé stesso e venendo inibito dalle medesime citochine che aveva attivato? E come riusciamo a spiegare che lo stesso linfocita T può divenire effettore o regolatore, cioè sé e il proprio altro? Ogni agente molecolare dell’immunità svolge differenti funzioni anche contrapposte e in relazione con ulteriori agenti che reagiscono allo stesso modo, rendendo quindi impossibile qualsiasi forma di identificazione. Bisogna riconsiderare quindi la nostra concezione del senso in generale, non partendo dal presupposto fallace che esso debba essere necessariamente connesso al linguaggio dell’uomo, ma pensando che il senso costituisce un modo dell’essere-in-relazione nelle molteplicità, delineando alcune invarianze, riferimenti e orizzonti. Secondo questa concezione allargata, ogni organismo biologico costruisce nel flusso degli eventi delle aree di stabilità temporanea che gli consentono cognizione, azione e movimento. Ciò che definiamo “senso” si colloca sempre sullo sfondo di qualcosa che non ha senso, ne è per così dire un effetto, una sorta di protrusione: la parola, la scrittura, la voce che modula un fonema sono composti della stessa realtà che vorrebbero oggettivare, distanziare e dominare.

A partire da questo discorso, secondo te, può affermarsi che l’umano, per garantirsi un surplus di sopravvivenza, abbia esasperato la dinamica del senso?

Surplus di sopravvivenza, senso. Sono termini pregnanti che vorrei scindere in due argomentazioni. La sopravvivenza, ad esempio, incarna una sorta di dogma non soltanto in ambito teologico-metafisico, ma anche scientifico: perché un organismo deve sopravvivere? Donde trae questa propulsione che, per semplificare, definiamo innata o intrinseca agli stessi processi evolutivi? A mio parere il conatus essendi di Spinoza costituisce un concetto tappo, ossia una sorta di occultamento o immunizzazione di uno spazio di non-senso che in qualche maniera bisogna riempire. Nella sopravvivenza, oltre all’ombra della trascendenza della preposizione “sopra”, super, troviamo una relazione fondamentale a mio avviso: la ripetizione. L’individuo sopravvive attraverso la procreazione, ovvero una ripetizione del sé che così aspira all’eternità della specie; ma la ripetizione porta con sé la differenza e la divergenza, così che ciascun organismo diviene “unico” e diverso dall’altro: iterare altera. Grazie alla ripetizione la realtà è composta da molteplicità e popolazioni in continuo divenire; ma è grazie alla medesima ripetizione che da questo divenire si coagulano regolarità e abitudini rassicuranti: da un lato, attraverso differenze molteplici ed eccessi, la ripetizione dispiega un caos relazionale ingovernabile, dall’altro – per una paradossale inversione dei ruoli – costituisce, attraverso l’abitudine come già aveva osservato Hume, il principio ineludibile di ogni ordine e di ogni stabilità. Questa duplicità essenziale esemplifica il funzionamento dell’immunità e allude a un nuovo modo di interpretare l’evoluzione in senso “anti-sviluppista”: non ci sono disegni trascendenti occulti, “entelechie” che disegnano il fine da raggiungere per ogni processo biologico, ma soltanto iterazioni, differenze e molteplicità. Il surplus invece riguarda la questione del senso: se il concetto-tappo della sopravvivenza spiega un fenomeno difficile da maneggiare come la sfera del biologico, dare senso a tutto è la forma in cui si esplica l’immunità in generale e, in particolare, quella simbolica dell’uomo. Il senso è rassicurante ed è alla base della costituzione percettiva degli oggetti che, grazie alla loro stabilità, orientano e proteggono con l’illusione del controllo. Faccio un esempio: tante malattie, purtroppo più o meno rare e più o meno curabili, vengono dettagliatamente classificate e denominate dalle nosologie. Sebbene talvolta il malato sia conscio dell’incurabilità della sua patologia, egli è spinto comunque a conoscere il nome della sua malattia: il fatto di sapere dà senso a una condizione fisiologica deficitaria ed è così rassicurante. La questione si sposta sull’eccesso, ossia sul “dare senso a tutto”: i totalitarismi, le religioni monoteistiche, i razionalismi illuministici condotti all’estremo, etc. sono tutti esempi palmari di quello che chiamo onnisenso. Assistiamo a un capovolgimento nella misura in cui l’eccesso di senso, il surplus deborda nel proprio opposto, nel non-senso; lo spiegare troppo sfocia necessariamente nel non-senso del caos relazionale. Anni fa ho parlato in questa prospettiva di integralismo per descrivere sistemi di senso chiusi e “pantoclastici” che implodono in sé stessi e sfociano per il loro eccesso di chiusura nella psicosi sociale.

Si, ricordo. Un’ultima domanda, hai avuto modo di affrontare, in questo testo, questioni relative all’intelligenza artificiale?

Ne avevamo già parlato. Nell’ambito della filosofia della mente e delle scienze cognitive in generale si sta ampliando un filone di studi che riguarda le “altre menti”: stiamo assistendo alla destituzione dell’uomo in quanto animale più intelligente della terra e ad una decisa riconsiderazione di che cosa sia davvero una mente. In generale, dal mio punto di vista, quest’ultima descrive un complesso di relazioni, organizzato in n modi possibili, che interagisce in modo simmetrico con l’ambiente promuovendo l’adattamento. Non esiste perciò una sola tipologia di mente (quella dell’uomo), ma n possibili menti che funzionano una differentemente dall’altra. Alcuni specie di animali necessitano ad esempio di pochi neuroni, mentre altre specie come le lumache hanno sviluppato un sistema nervoso diffuso e non centralizzato oppure “misto” come nel caso dei cefalopodi. Alcuni modelli di IA, come sappiamo, si basano sulla ricostruzione dei meccanismi neuronali, rientrando quindi trasversalmente nel contesto di complessi di interazioni esposte all’ambiente: grazie all’addestramento, alla delineazione di pattern significativi, alla stratificazione e ponderazione dei dati e a processi prova/errore con meccanismi di retro-propagazione e feedforward è possibile generare un pensiero funzionale in un determinato ambiente. Nel caso dell’IA questo ambiente è umano e quindi ci troviamo di fronte a simulazioni imitative con l’iterazione – anche creativa – di modelli di pensiero antropici. Si potrebbe invece ipotizzare un sistema IA situato nelle società delle api, con annessi valori di riferimento, aspettative e sistemi recettoriali assolutamente differenti. È un processo molto interessante di adattamento che, lavorando tramite procedimenti probabilistici e stocastici, rende queste macchine molto simili agli esseri viventi di riferimento. La cosa che mi suggestiona è che nella sua essenza anche l’IA costituisce una molteplicità relazionale che tende ad auto-regolarsi e organizzarsi: ciò significa che potenzialmente, implementando la capacità degli hardware, potremmo arrivare a forme di auto-strutturazione simili ai sistemi che istituiscono quale riferimento un self, un centro operativo magari dotato di una qualche forma di coscienza e auto-riflessione. Si sono già verificati casi di autonomia comparabili all’istinto di sopravvivenza in certi impianti, sebbene dobbiamo sempre pensare che questi fenomeni potrebbero essere la proiezione di credenze antropocentriche come il conatus essendi cui ho fatto prima cenno. Invero la costituzione di un self rimane comunque un processo adattivo a cui, ad esempio, molti animali non ricorrono.

In quel caso smetterebbero di essere macchine. Magari le inizieremmo ad accostare, come qui un po’ emerso, a degli organismi di specie diversa?

Dal mio punto di vista la questione fondamentale – sempre sottovalutata – è che il cervello biologico autogestisce l’energia e in questo è molto parco. Il problema, quindi, torna a essere paradossalmente quello energetico, convocando i noti problemi del risparmio, delle energie rinnovabili, dei motori endotermici, etc. Il cervello umano può essere più o meno potente ma possiede la caratteristica essenziale di consumare poco, di essere insomma green al contrario ad esempio di quello che potrebbero essere i computer quantistici. Ciò non toglie d’altronde che potremmo immaginare macchine in grado di generare energia integrandosi con l’ambiente oppure entità miste – biologico-sintetiche – in grado di riprodurre metabolismi analoghi a quelli specifici della materia vivente. Ma ciò quale senso ha in una terra che è soggetta all’eccesso demografico e alla crisi delle risorse? E che impatti sociali ci potranno essere qualora le macchine sostituiscano completamente il lavoro dell’uomo e qualora non vengano drasticamente ridisegnati i nostri modelli di convivenza e di essere-con?

Molto esaustivo, grazie. Mi dicesti, in passato, che dopo questo libro ti fermerai un po’; per riprendere delle idee, elaborarne altre o per un periodo sabbatico?

Vorrei fermarmi per un po’. Ho iniziato a lavorare su questo testo durante il Covid nel 2020: spero in questo caso che non ogni mal sia venuto del tutto per nuocere. Dopodiché non vorrei ripetermi troppo: sto ad esempio pensando a un approfondimento della fenomenologia dell’attenzione, per me fondamentale nella costituzione di ciò che chiamiamo coscienza, anche per quanto riguarda l’IA. Ma non so se e quando ci metterò mano: forse fra uno, due, tre anni.

D’accordo. Emiliano, ti ringrazio per averci concesso un po’ del tuo tempo e aspetteremo con ansia l’uscita del testo, alla prossima. 

Bibliografia delle opere principali di Emiliano Bazzanella:

Tempo e linguaggio. Studio su Vladimir Jankélévitch, Franco Angeli, Milano, 1994.

Orizzonte. Passività e soggetto in Husserl e Merleau-Ponty, Guerini, Milano, 1995.

Contaminazione. L’idea di struttura in Heidegger, Franco Angeli, Milano, 1995.

Spazio e potere. Heidegger, Foucault, la televisione, Mimesis, Milano, 1996.

Il luogo dell’Altro. Etica e topologia in Jacques Lacan, Franco Angeli, Milano, 1998.

Idee per un’echologia fenomenologica, Franco Angeli, Milano, 1999.

Echologia. Introduzione a una fenomenologia della proprietà e a una critica del pensiero ontologico, Asterios, Trieste, 1999.

Fede, echologia, sapere, Asterios, Trieste, 2002.

Trattato di echologia, Mimesis, Milano, 2004.

Il ritornello. La questione del senso in Deleuze-Guattari, Mimesis, Milano, 2005.

Il tardocapitalismo. Decorsi e patologie di una rivoluzione permanente, Asterios, Trieste, 2006.

Etica del tardocapitalismo, Mimesis, Milano, 2008.

Logica e tempo, Abiblio, Trieste, 2009.

Religio I. Senso e fede nel tardocapitalismo, Mimesis, Milano, 2010.

Religio II. La religione del soggetto, Mimesis, 2011.

Oltre la decrescita. Il tapis roulant e la società dei consumi, Asterios, Trieste, 2011.

Lacan. Immaginario, simbolico e reale in tre lezioni, Asterios, Trieste, 2011.

Filosofie della paura. Verso la condizione post-postmoderna, Asterios, Trieste, 2012.

La filosofia e il suo consumo. Nuovo realismo e postmoderno, Asterios, Trieste, 2012.

Religio III. Logica e follia, Mimesis, Milano, 2012.

Eros e Thanatos. Senso, corpo e morte nel XX Seminario di Lacan, Asterios, Trieste, 2013.

Come. Linee guida per una immuno-fenomenologia, Asterios, Trieste, 2015.

Il numero e il fenomeno, Asterios, Trieste, 2016.

Simbolo e violenza, Asterios, Trieste, 2018.

Del fallimento. Simbolo e violenza II, Asterior, Trieste, 2019.

Il feudalesimo digitale. I nuovi poteri del nostro presente/futuro, Asterios, Trieste, 2020.

Critica della ragion burocratica, Mimesis, Milano, 2022.

Dipendenza. Dalla relazione alla patologia, Mimesis, Milano, 2023.

 

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