Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La logica del desiderio

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Il desiderio è al centro dei pensieri e delle azioni umane, non rappresenta una connotazione negativa, ma caratterizza l’essenza stessa dell’uomo, i rapporti di un individuo con il mondo che lo circonda.

Per Spinoza il desiderio è il vero motore dell’essere che spinge ognuno di noi a realizzare ciò che riteniamo possa essere la causa del benessere. Ma in realtà, il desiderio nasce e si sviluppa, in quanto si intravede la possibilità di raggiungere, per il tramite di un oggetto, qualcosa d’altro, il che sottolinea il fatto che le motivazioni del desiderio non sono mai del tutto evidenti e consapevoli.

Ciò che caratterizza la condizione umana è il vuoto ontologico, il nostro rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’altro. Senza questo vuoto non sarebbe possibile ipotizzare l’esistenza.

 È Platone a notare nel Simposio come il desiderio non sia tanto legato alla volontà di possesso, alla proprietà come realizzazione di un vero soddisfacimento, ma al senso di vuoto, e in questo senso il desiderio ha capacità generatrice, sino a portare dal vuoto all’eccesso.

 Questa lettura del desiderio è anche al centro del pensiero di Lacan, che indica come il desiderio sia ciò che si origina nel momento in cui ci si rende conto che la domanda è ben superiore al soddisfacimento del bisogno e che esiste ancora e sempre qualcosa da desiderare.

Il desiderio per esistere deve emanciparsi dai bisogni che possono essere soddisfatti e aspirare a qualcosa di più di cui si sente la mancanza. Il desiderio è quel sentimento che fa di noi dei soggetti in grado di decidere quello che è meglio per noi, ciò che vogliamo per essere felici.

La difficoltà di definire il desiderio deriva anche dalle sue complesse relazioni con i bisogni e le pulsioni.

 Occorre soffermarsi sulla differenza tra bisogno e desiderio. Ad accomunare il primo e il secondo sono l’evidenza di una certa carenza, di un certo vuoto e la tensione che questo genera; tuttavia, mentre il bisogno è caratterizzato da un vuoto che può essere colmato con il conseguente passaggio da un’assenza a una presenza, il desiderio è caratterizzato da una mancanza incolmabile, rispetto alla quale il soggetto non ha alcun sapere.

Mentre nel bisogno, il soggetto ha sempre un sapere su ciò di cui avverte l’assenza, nel desiderio il soggetto manca di ciò che non sa.

 Il soggetto sa che desidera, ma non sa mai che cosa propriamente desidera e ogni volta che crede di aver individuato l’oggetto del proprio desiderio, ecco che questo non mantiene le promesse e il desiderio si acuisce.

Il carattere disorientante del desiderio emerge anche dalla sua etimologia, il verbo latino desiderare deriva dalla proposizione de che può indicare mancanza e il termine sidera che significa stella, lontano dalle stelle, da qui deriverebbe il valore di desiderare come sentire la mancanza di qualcosa che non c’è, essere senza orientamento.

Il desiderio non è assimilabile ai bisogni: spesso non ha un fine preciso, non è determinato a priori e non è identico in tutti gli individui. Sfugge ai condizionamenti e alle contingenze.

 Noi non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia, una delle caratteristiche del desiderio è che esso evolve nel tempo.

Succede spesso che il senso della vita ci sfugga, che non si comprenda ciò che si vuole al di fuori delle richieste e delle aspettative degli altri. Ci sono anche i desideri che proviamo senza sapere di averli, o desideri che ci rifiutiamo di prendere in considerazione. I desideri hanno una dimensione emotiva.

 Nell’epoca dell’individualismo, il desiderio è rivolto verso la realizzazione dell’io o, meglio, della propria immagine. Il corpo è plasmato dalla nostra mente e dalla cultura in cui viviamo, sottoposto a modifiche per potenziarne alcuni aspetti o per dargli una forma che risponda ai nostri desideri.

Vi sono anche i desideri centrati sull’esserci: la presenza e la diffusione della propria immagine.

La messa in rete delle proprie foto testimonia l’aspirazione a esser presenti sulla scena grazie alla propria immagine, un segno che il desiderio si evolve, condizionato, plasmato e indotto dalla cultura in cui siamo immersi, dalla pubblicità centrata su modelli, che causano condizionamenti e insoddisfazione e che hanno al loro centro il consumo.

La logica del desiderio

Non c’è niente di più soggettivo del desiderio, al punto che possiamo dire che la singolarità di ciascuno coincide con il desiderio che vi abita. Per questo la psicoanalisi pone al centro della sua indagine il desiderio umano, arrivando a riconoscere che l’uomo è il suo desiderio.

 Il proprio desiderio è l’enigma fondamentale dell’uomo, essendo il desiderio ciò che interroga continuamente il soggetto e al tempo stesso non è mai del tutto soddisfatto e mai del tutto eludibile.

Lacan, il grande psicoanalista francese, ha dimostrato che il soggetto che interessa alla psicoanalisi è il soggetto che desidera. Se il desiderio è l’essenza stessa della soggettività umana, possiamo capire perché sia proprio il desiderio a rendere ogni individuo mai del tutto adattabile e omologabile alle richieste della società in cui vive, laddove essa vorrebbe indicarci, invece, quali desideri dovremmo avere.

Possiamo dire che il desiderio è ciò che rende impossibile un perfetto adattamento del soggetto alle istanze della collettività, le quali, per quanto flessibili, non possono mai arrivare a tener conto delle singole soggettività.

Il desiderio è il disagio della civiltà di cui parla Freud. Per questo, per quanto possiamo desiderare di uniformare il nostro desiderio a quello degli altri, esisterà sempre una parte che vi si sottrarrà e che non si accorderà alle richieste dell’altro.

Il desiderio umano è lo scarto tra il soggetto e gli altri: inevitabilmente il desiderio è ciò che, nel linguaggio può trovare posto solo attraverso la sua mancanza.

Il desiderio non può che essere inconscio. Lacan fa cogliere un importante paradosso del desiderio umano: da una parte ogni essere umano vuole essere il desiderio dell’altro, dall’altra parte ognuno reclama anche l’autonomia del proprio desiderio. Il desiderio ha a che fare con la mancanza, se non ci mancasse nulla, nulla potremmo desiderare. Anche avendo tutto, continuiamo a sentirci comunque mancanti. Cosa desideriamo? Cosa ci manca?

Dal bisogno al desiderio

 Alla nascita il bambino deve essere accudito in tutto dalla propria mamma, in questa fase domina il bisogno e non ancora il desiderio. Bisogno e desiderio non sono infatti la stessa cosa.

 Il bisogno significa cura, designa la condizione di necessità in virtù della quale non si può vivere senza ottenere ciò che è indispensabile per la sopravvivenza.

La mamma non solo nutre il bambino ma lo fa con tenerezza, inserendo il bambino nella dimensione del gioco, questa fase costituisce la base della sua futura capacità di tollerare ciò che gli manca.

Molti disturbi dell’adulto possono essere l’effetto di qualcosa che non ha funzionato bene a questo livello, in quanto il nutrimento è associato al modo attraverso cui la madre lo dispensa e alle parole che rivolge al bambino, ma è soprattutto un significante delle cure materne.

Durante i primi mesi di vita, dunque, il bambino riceve le cure materne, il bisogno è domanda di un oggetto che corrisponde esattamente a ciò di cui si ha bisogno. Il bisogno di nutrimento è una domanda di cibo sostenuta dalla fame, la fame è la condizione di necessità e il cibo è l’oggetto che serve per risolverlo. Freud considererà il desiderio proprio a partire dall’esperienza del soddisfacimento dei bisogni che la madre permette al proprio bambino.

Il desiderio è la ripetizione di un’esperienza percettiva già vissuta, collegata al soddisfacimento di un bisogno.

Per Freud il desiderio è un moto che cerca di ripristinare nel presente il soddisfacimento di un bisogno avvertito nel passato. La madre efficace non è solo nutrice, ma assicura coccole e parla al bambino, prepara il proprio bambino all’ingresso nel mondo. Questo scambio tra la madre e il bambino, fatto di parole e di gesti che vanno sempre più nella direzione di favorire il distacco e l’autonomia del bambino, è cruciale per la transizione dal livello del bisogno a quello del desiderio.

 La madre provvede al graduale distacco da sé del bambino, perché il suo desiderio che il bambino possa intraprendere il proprio percorso di separazione supera il godimento di trattenerlo a sé.

La condizione di bisogno si struttura intorno alla richiesta e pone l’altro nella funzione di strumento che deve soddisfare le richieste. La posizione del desiderio invece, comporta l’acquisizione del fatto che la madre dà quello che non ha al bambino, deve fare i conti con la mancanza.

 Il desiderio si struttura a partire dalla mancanza e per poterlo tenere vivo dobbiamo sapere amministrare quella mancanza su cui esso si fonda. Significa evitare di riempire la mancanza di qualsiasi cosa possa servire a questo scopo.

Ascoltare il desiderio

Il desiderio si caratterizza come una spinta, una forza che muove il soggetto in una ricerca incessante di qualcosa che è sconosciuto al pensiero conscio. Capire il proprio desiderio e tentare di realizzarlo è un compito che dura una vita intera. Sono innumerevoli le occasioni per cui si finisce per tradire il proprio desiderio, per cedere. Quando ciò accade emerge il senso di colpa, per Lacan la sola cosa di cui si possa essere colpevoli è di aver ceduto sul proprio desiderio.

Non cedere sul proprio desiderio è una nuova massima che sostituisce gli imperativi categorici kantiani. Siamo abituati a concepire il desiderio come qualcosa che si oppone all’etica.

 Dove c’è etica c’è repressione del desiderio.

 La legge morale interdisce il desiderio, lo argina, gli assegna un limite. Lacan scardina questa opposizione, non solo il desiderio non è da opporre all’etica, ma è l’unica etica. Quanto si rischia nel perseguimento di ciò che si desidera? La fedeltà al proprio desiderio implica sempre il rischio di una dissoluzione, di una perdita del soggetto stesso.

Se rinunciamo ad ascoltare la chiamata del nostro desiderio per realizzare la volontà di altri, la vita si ammala. Se mi allontano troppo dal mio desiderio, se seguo cose che non riguardano la mia vocazione, mi trovo prigioniero del sogno di un altro. Il desiderio emerge come una nostra inclinazione, un nostro talento. La nostra responsabilità consiste nel riconoscerlo e nell’assumerlo, ovvero nel vivere secondo la sua legge. La malattia, la tristezza, l’insoddisfazione segnalano invece che la nostra vita si è allontanata da quella vocazione.

C’è un solo senso di colpa: indietreggiare sul proprio desiderio, si è insoddisfatti quando si tradisce la vocazione che ci abita, occorre essere responsabili nell’ascoltare la chiamata del desiderio, il rischio è quello di non riuscire più a trovare un equilibrio interiore.

Nella società dei consumi quello che conta è stimolare il bisogno delle persone allo scopo di indurre il consumo. Tutta la comunicazione di massa ha questo obiettivo. Il desiderio, invece, è personale. Sfugge alle regole di massa, si sottrae ai meccanismi consumistici. Il desiderio è qualcosa di intimo, l’esperienza dell’innamoramento è l’esempio migliore per comprendere, nessuno sceglie di chi innamorarsi, verso cosa fissare il proprio interesse. È l’oggetto dell’amore che causa il desiderio e nessuno può deciderlo.

Il modello etico dominante è desiderare più che si può; la vita di successo è quella che riesce a gestire maggior quantità di desiderio. Sembra che l’unico obiettivo sia la gratificazione istantanea, l’abbattimento di limiti che ci separano dal raggiungimento del desiderio. La tecnologia continua ad avere una grande responsabilità: ha promesso di abbattere ogni divieto e di poter realizzare quei sogni che erano stati negati.

Il desiderio ha questa caratteristica nichilistica di portarci da un oggetto all’altro senza che nessun oggetto sia in grado di soddisfare la nostra vita. L’insoddisfazione rimane è impossibile avere tutto. Così, si incontra l’ostacolo dell’impossibile, ma l’esperienza di questo impossibile genera la possibilità del desiderio. È nella misura in cui la vita fa esperienza del limite che diventa possibile generare il desiderio.

Solo chi assume la responsabilità di scegliere secondo i propri desideri è libero; capire quali sono i nostri desideri non è sempre semplice, spesso sono un prodotto culturale influenzato da quello che la nostra società ci propone come auspicabile.

 Il capitalismo ha trovato un modo semplice per convincerci che la felicità sia raggiungibile: vendercela, fa corrispondere questo ideale al possesso di beni materiali, saremo felici quando avremo colmato il vuoto esistenziale con un oggetto. Inoltre, la società ci convince che siamo noi responsabili e artefici della nostra felicità. A rendere significativa la nostra vita non possono essere solo le condizioni economiche, ma le relazioni. Ne risulta una società indebolita nella sua capacità relazionale, dove si evidenzia una perdita di legami che conduce a un vuoto sociale.

Una società prigioniera delle influenze mediatiche, condannati a un presente senza profondità, senza memoria e senza futuro. Gli individui vengono sempre più lasciati a sé stessi, liberi di perseguire ciò che vogliono, ma senza più regole e affetti dall’insicurezza.

 Tutto si appiattisce, nessuno sembra più disposto a mettersi in gioco. Non si riesce ad immaginare un futuro diverso e non si è disposti a rischiare per costruirlo.

C’è un desiderio che comporta elaborazione, pazienza, responsabilità ed è il desiderio che parla del nostro rapporto con ciò che resta lontano, con l’Altro. La manipolazione del desiderio è sempre più finalizzata alla sua trasformazione in bisogno che, in quanto tale, deve poter essere soddisfatto.

La confusione tra desiderio e bisogno è a tutto vantaggio della rapidità consumistica, perché il bisogno deve essere tempestivamente placato. Tuttavia, questo bisogno è sempre più vissuto come frustrazione. Mentre la realizzazione dei desideri non è mai immediata, può sembrare paradossale ma ciò che desidero è la durata, il tempo in cui il desiderio si realizza, e non la compiuta realizzazione del desiderio.

L’elemento essenziale del desiderio è il differimento, il ritardo del suo completamento, affinché il desiderio possa esser goduto. Il tempo soggettivo ha origine nel desiderio, il tempo lo sentiamo perché è quel che ci separa dall’oggetto del desiderio; ma possiamo anche dire che il tempo compreso tra il presente e il futuro, quando l’oggetto del desiderio sarà forse raggiunto, è il desiderio.

Il tempo di attesa, collegato al grado di incertezza, determina il grado di assunzione del rischio che si intende sopportare. Questa assunzione del rischio origina una tensione interiore che rimane attiva fino a che il risultato non sia raggiunto.

 Si tratta di un disagio/speranza che si manifesta nell’attesa e nella prefigurazione di una sorta di dono che deve arrivare. Certo, assumersi il rischio significa anche andare incontro a insuccessi e fallimenti. Incontrare ostacoli nella soddisfazione dei propri desideri va messo in conto. Ma non è la paura di eventuali frustrazioni che deve frenare, perché l’attesa incerta può essere anche più gratificante di una soddisfazione immediata del desiderio.

Attesa e desiderio

È difficile vivere l’esperienza dell’attesa, siamo abituati ad avere tutto, come se fosse un diritto tutelato dalla legge, una pretesa che non ammette ritardi, dilazioni o rimandi nel tempo.

La nostra è una cultura dell’immediatezza, è stata soppressa la distanza temporale tra la nascita del desiderio e la sua realizzazione.

Il desiderio è la capacità di tollerare che non tutto può essere compreso.

Essere nel proprio desiderio significa fare della propria mancanza un punto di forza e non di debolezza, perché è solo dalla mancanza che possiamo creare il nostro sapere.

È a partire dal nostro vuoto, se sappiamo non saturarlo, che noi possiamo rivolgerci a qualcuno facendone il destinatario della nostra domanda d’amore. L’amore si sostiene sul desiderio ed è causa di desiderio. Non esiste amore possibile se non quello che mette in causa il nostro desiderio, dunque la nostra mancanza.

 Rendersi amabili, farsi amare significa saper causare il desiderio in sé stessi e nell’altro, amare significa causare la mancanza nell’altro. L’amore è dare quello che non si ha.

La domanda più frequente degli amanti è “Ti manco?”

Ogni amante vuol sentirsi dire dalla persona amata che le manca. Far sentire la mancanza non significa essere assenti, ma al contrario, garantire una presenza che non saturi, che sappia rispettare, anzi conservare la mancanza. Spesso l’amore è inteso come ciò che ci deve appagare e non farci sentire mancanti di nulla, ma questa è la dipendenza, non l’amore.

Non si riesce a stare nel desiderio che posticipa, dilaziona, ma consente un’elaborazione.

I sentimenti richiedono tempo. L’amore, il dolore, la speranza sono vissuti che richiedono tempo e attenzione. Non si tollera la delusione, la frustrazione, non si riesce a riprogettarsi sulla base di ciò che la mancanza e la perdita hanno insegnato.

Dobbiamo tornare a desiderare poiché il desiderio impone l’altro, liberandoci dalla soggettività autoreferenziale. Relazione è imparare il tempo dei sentimenti, imparare ad andare oltre i fallimenti e le cadute e ricostruirsi. Noi siamo esseri mancanti in continuo stato di bisogno, siamo costretti a cercare gli altri, necessitiamo di relazioni.

Attendere richiede tenacia, pazienza, speranza, è ormai un verbo bandito dal nostro vocabolario. Eppure, la dinamica del nostro desiderio, il fatto che esso non sia mai completamente soddisfatto, ci istruisce sul fatto che, siamo esseri in attesa.

Il movimento del desiderare crea uno slancio, una propensione, uno sbilanciamento.

Siamo viandanti in cammino verso una meta che, non senza deviazioni o soste improvvise, muovono un passo dopo l’altro verso il compimento.

Il desiderio ci ricorda che la vita è auspicio, spinta, struggimento di un avvenire.

 Il desiderio è il tempo ed è la storia che costruiamo e raccontiamo, la trama che tiene in coerenza la nostra vita. Ciò che desideriamo e ciò che dà senso alla nostra vita.

Bibliografia

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