Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La realtà in espansione

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1. Introduzione

Sommariamente gli algoritmi possono essere inquadrati come delle complesse reti processurali che, in continua elaborazione, sfociano nella creazione di sistemi molto variegati; essi, da questo punto di vista, appaiono essere un’enorme popolazione di processi agentivi. Queste popolazioni agentive, dalla seconda metà del XX secolo, iniziarono ad essere pensate e situate all’interno di specifici ambienti che potessero restituire, agli stessi informatici e non solo, diverse interpretazioni lavorative. Molto semplicemente, i processi algoritmici, passarono dall’essere situati in singoli computer all’essere de-situati, de-centrati in ogni luogo/spazio.

2. Dai singoli ai plurimi

Se si volesse fissare, in modo convenzionale, un punto di partenza di questo processo de-centrante, potrebbe assumersi il contesto della Guerra Fredda come una delle varie cause in quanto, all’epoca, diverse iniziative politico-militari portarono alla creazione di un progetto di ricerca avente l’obiettivo di connettere i vari computer presenti in diversi centri politici, militari e accademici per consentire un più rapido scambio di informazioni; per consentire, in caso di attacco nucleare, la conservazione dei dati-informazioni-conoscenze.

Il 4 ottobre del 1957, come è risaputo, l’Unione Sovietica spedì in orbita il primo satellite della storia, lo Sputnik sancendo, di fatto, l’ingresso dell’umano nello spazio. Appena undici giorni dopo, il presidente americano, Dwight Eisenhower convocò lo Science Advisory Commitee, il comitato di consulenza scientifica presidenziale, dopo il quale si decise di nominare uno Science Advisor, un consulente con ampia libertà decisionale e pochi ostacoli burocratici, per accelerare il progresso tecnico-scientifico americano e ad un mese di distanza, Eisenhower, affibbierà il compito al presidente del MIT James Killian. Alle soglie del 1958 il presidente degli Stati Uniti richiese al congresso i fondi per la nascita dell’Advanced Research Project Agency, meglio conosciuta come ARPA, avente il compito di conseguire ricerche nell’emergente campo del networking: nacque così un nuovo settore, si istituzionalizzò un nuovo campo di ricerca. Anche in questa occasione, come già avvenuto durante la prima e la seconda guerra mondiale, il progetto riunì i maggiori scienziati americani i quali, in diciotto mesi, portarono a termine e lanciarono in orbita il primo satellite USA. Contemporaneamente Paul Baran e Leonard Kleinrock, entrambi fisici, iniziarono le ricerche sulla commutazione dei pacchetti di dati che, tramite la formalizzazione delle reti neurali artificiali, consentiranno di ricavare un modello di rete distribuita per la trasmissione dei dati/informazioni.
L’ARPA, successivamente, affiderà a Kleinrock la realizzazione del Network Measurement Center, il quale diventerà il primo nodo della futura ARPAnet, avente il compito di monitorare il traffico di dati. Nel frattempo, durante il 1961, a capo dell’ARPA venne messo lo scienziato Jack Ruina che darà un’impronta diversa all’amministrazione, spingendo i più grandi centri di ricerca americani, ma non solo, ad unirsi al nuovo progetto e nello stesso anno vedrà la nascita l’Intergalactic Computer Network, un progetto di lavoro mirante a collegare i computer della nazione e fu proprio in questa circostanza che verranno ripresi in considerazioni i lavori di Paul Baran e di un fisico inglese, Donald Watts Davies, i quali sistematizzarono ulteriormente le teorie per l’invio di messaggi all’interno della rete distribuita digitale.
Da qui il passo verso l’unificazione sarà breve.
Furono stanziati un milioni di dollari per la costruzione dei centri amministrativi della rete, gli InterNic, ognuno dei quali aveva il suo proprio nome di dominio per poter essere identificato e per consentire l’invio di messaggi ad altri centri/computer. Nel 1968, inoltre, ci sarà un congresso che vedrà riunirsi tutti gli interessati al nuovo progetto e da quest’ultimo, oltre alle direttive generali, uscirà il nome, passato alla storia, di ArpaNet; contemporaneamente, l’allora presidente dell’ARPA, Larry Roberts rilascerà un documento dove sancì i protocolli per potersi orientare e connettere, tramite i propri computer, alla rete distribuita e ad altri computer. Nel giro di pochi mesi l’ArpaNet da idea di congresso diventerà una realtà in carne ed ossa, una realtà a cui “qualsiasi computer poteva collegarsi”(Briggs, Burke, p. 395). Un passo successivo avvenne nel 1973 quando “alla rete venne aggiunto un collegamento via satellite alla Norvegia, che divenne la prima nazione ad aggiungersi” alla neonata rete digitale; il collegamento satellitare costituirà, insieme ai cavi sottomarini, la chiave di volta per connettersi alla rete distribuita che, successivamente, prenderà il nome di Inter-Net, ovvero “INTERconnected NETworks”(Laura, p. 49-52): reti distinte collegate tra loro. Da qui in avanti si chiameranno “nodi” i “singoli computer connessi alla rete” e i diversi collegamenti verranno “chiamate maglie”: dagli iniziali “4 nodi di ARPA del 1969 si era giunti a più di 200 nodi in soli 10 anni”(Casalegno, p. 271).
Fu da questo momento che il computer “cessò di essere uno strumento esclusivo dei servizi militari o delle grandi università”, fu così che iniziò il suo propagarsi “nell’industria (in simbiosi con le tecnologie di automazione) e nei servizi (sotto forma di telematica)” (Israel, Gasca, p. 205) e, come molti altri processi, fu dal “momento in cui la rete [attirò] interessi economici e [iniziò] ad estendere le proprie utilizzazioni” che ebbe inizio “una nuova fase” (Briggs, Burke, p. 395). Questo grande fenomeno confluì verso “la realizzazione dei cosiddetti grandi sistemi tecnici […] prima legati alla sicurezza nazionale e poi estesi ai settori civili […] che concretizzarono l’alleanza fra scienza, tecnologia e industria”(Israel, Gasca, p. 152).
La spinta ulteriore, nonché definitiva, si ebbe “con l’avvento del circuito integrato, un chip di silicio di pochi millimetri quadrati, contenente 2,250 transistor miniaturizzati” avente la “stessa potenza dell’ENIAC, che occupava una stanza intera”; si capisce come il rimpicciolimento permise di produrre i computer a bassi costi e di avviare quel processo di commercializzazione che ha portato, oltre “al decentramento del loro uso” (Briggs, Burle, p. 357), i computer ad entrare nelle case di miliardi di persone: un processo relativamente lento e quasi impercettibile.

3. Gli strati della pelle

Il popolamento degli spazi umani da parte dei computer/processi-algoritmici portò al fenomeno che dagli anni 80′ fu battezzato convergenza tecnologica, provocato dalle “nozze celesti tra i computer, che hanno contratto anche altri matrimoni, e le telecomunicazioni” (ivi, p. 353), innescando un processo a cascata che inondò ogni settore della realtà umana. Da qui si ebbe l’intensificazione della presenza degli algoritmi all’interno dei più svariati spazi umani, l’elemento algoritmico non fu semplicemente un’aggiunta nel mosaico umano: esso, una volta inseritosi, ha iniziato gradualmente a rideterminare tutti gli altri pezzi del mosaico avviando, di fatto, la digitalizzazione (unificazione) dell’esistere. Unificazione che, lo si vedrà nel prosieguo, porterà, in realtà, ad un ulteriore de-centramento e ad una ulteriore non-capacità di controllo degli spazi umani: l’iniziale unificazione, creduta propulsore di un surplus di controllo, si rovescerà nella creazione di infiniti spazi/mondi non padroneggiabili dall’umano.
Il processo, visto a ritroso, non fu lineare e nemmeno istantaneo.
Infatti, uno dei problemi riguardava i vari linguaggi di programmazione in cui erano programmati i computer; ogni utente per inviare o ricevere un messaggio doveva assicurarsi che il linguaggio di programmazione, dei computer interessati, fosse lo stesso. Per ovviare a questa difficoltà, nonché per una migliore gestione dei dati sempre più crescenti, Tim Berners-Lee, un fisico che lavorava presso il CERN di Ginevra, “concepì il World Wide Web nel 1989” (ivi, p. 327) ovvero una sorta di rete (infrastruttura digitale) nella rete, fungente da decodificatore che permetteva ai computer, se pur programmati in linguaggi differenti, di comunicare tra loro: il world wide web, insomma, costituì l’intermediario. “Senza Internet, un tipo di rete avrebbe bisogno di un protocollo per parlare con tutti gli altri tipi, più o meno come c’è bisogno di un dizionario diverso per ogni coppia di lingue del mondo. I protocolli di Internet sono un esperanto che dà a ogni computer l’illusione di parlare direttamente con ogni altro computer e che permette alle e-mail e al web di ignorare i dettagli dell’infrastruttura fisica su cui viaggiano” (Domingos, p. 268).
Come si può intuire la facilità di accedere e di collegarsi alla rete attirò ulteriormente le persone ad acquistare un personal computer in quanto, grazie al world wide web, per accedere alla rete non c’era più bisogno di particolari conoscenze informatiche. In questo modo InterNet appare essere “l’infrastruttura tecnologica che permette la connessione di un numero enorme di computer nel mondo, mentre il World Wide Web è la rete creata dai singoli computer connessi a internet” (Casalegno, p. 28).
Ragionando per strati si potrebbe immaginare InterNet come il primo strato, costituente la possibilità stessa del collegamento, il WWW come un secondo strato, non centrale ma rivelatosi egemone e le varie piattaforme/ipertesti come Google, Internet Explorer, Yahoo, Bing, Firefox ect. come terzi strati tutti periferici. In questo contesto di trasformazioni tecniche e sociali furono in molti ad innovare le piattaforme digitali con la creazione di software più gestibili e veloci, portando sempre più individui ad avvicinarsi al nuovo mondo di InterNet: “nel 1994 il Web aveva circa centomila pagine, mentre nel 1997 le stime del numero di pagine arrivavano fino a cento milioni; nel 2000 Google ha dichiarato di gestire un miliardo di pagine Web” (Laura, p. 59).
La nascita di InterNet e la sua successiva consolidazione, tutt’altro che fenomeno passivo, ha innescato un processo di riposizionamento totale del fare umano che, alle soglie del nuovo millennio, portò già diversi informatici, tra cui Michael Dertouzos, a rilevare che ormai erano inevitabili “grandi cambiamenti nel modo in cui agiamo, interagiamo, lavoriamo, pensiamo e giochiamo. Poiché il nostro mondo è diventato più piccolo e più interconnesso, la nostra società si è trasformata”. InterNet portò a diminuire le distanze spaziali tra le persone o, più precisamente, ad annullarle nonché a favorire la creazione di spazi digitali pubblici (blog, caselle postali, siti internet ect.) al cui interno le più disparate e diverse persone poterono conoscersi e dialogare: in futuro, la tecnologia dell’informazione non influenzerà solo il modo in cui lavoriamo e giochiamo, ma anche il modo in cui riceviamo assistenza sanitaria, il modo in cui i nostri figli impareranno, il modo in cui gli anziani rimarranno connessi alla società, il modo in cui i governi condurranno i loro affari, il modo in cui i gruppi etnici preserveranno il loro patrimonio, le voci che verranno ascoltate, persino il modo in cui si formeranno le nazioni” (Dertouzos, p. 277-8). Questo collegamento allo spazio digitale di InterNet però, non deve far perdere di vista il suo aspetto fisico, costituito da tutte le infrastrutture e i dispositivi necessari all’elaborazione, memorizzazione e trasmissione digitale dei dati: spettro elettromagnetico, materiali rari, componenti industriali, miliardi di circuiti elettronici, sofisticate tecnologie di installazione, stazioni che ospitano enormi server di raccolta. Sapendo che questa è sola una parte della gigantesca infrastruttura che rende possibile l’esistenza di InterNet o, più propriamente, del digitale, basti pensare ai cavi sottomarini e terresti, ai sistemi di comunicazione radio-terrestre oppure ai satelliti geostazionari: ciò che presto verrà battezzato cyberspazio e poi infosfera, lungi dal voler indicare qualcosa di totalmente immateriale, è una realtà in carne ed ossa e noi siamo gli abitanti.
Da questi brevi accenni si può intuire come non occorse molto tempo per far sorgere l’impressione che InterNet non fosse semplicemente un mezzo per comunicare, questo nuovo strumento tecnologico iniziò ad apparire sempre più come uno spazio digitale “una vera e propria infrastruttura per qualunque nostra attività, che sia accedere a informazioni (contenuti, servizi), o accedere alla società (amici, colleghi, contatti generici, istituzioni sociali)” (Bennato, p. 119), i siti internet e di lì a non molto i social media apparvero essere “spazi antropologici” in cui le persone “chiacchierano, scherzano, litigano, condividono esperienze: in una parola, vivono” (Bennato, p. 171).

4. Natura digitale

Fu sicuramente questa modalità diversa di esistere che portò molti studiosi e non solo ad interrogarsi su questo nuovo aspetto della realtà che, iniziando a profilarsi come un nuovo spazio antropologico, trovò nei conii linguistici realtà-virtuale e cyberspazio una prima mappatura.
Gli storici Briggs e Burke affermano che fu “l’IBM ad applicare per prima l’aggettivo ‘virtuale’ a ‘realtà’” quando ci si iniziò a riferire a “collegamenti non materiali tra processi e macchine” (Briggs, Burke, p. 372), per identificare, quindi, qualcosa di intangibile, qualcosa che non appariva rientrare nella solita e solida categoria di concreto. In ogni caso l’esigenza della definizione appare ricollegarsi alla volontà di riuscire a comprendere qualcosa di nuovo e questo qualcosa, come si può intuire, era rappresentato “dall’ambiente culturale dell’informatica” a tutto tondo, con cui non era più possibile non fare i conti e prendere atto, allo stesso tempo, che avere a che fare con il cyberspazio “non significava soltanto che l’adeguazione sia possibilità di sopravvivenza, bensì pure di attuazione d’una vita che permetta di realizzare i valori in cui crediamo” (Barone, p. 18): il cyberspazio era divenuto, a tutti gli effetti, reale, una porzione di realtà a cui poter e dover accedere. Fu William Gibson, autore di fantascienza, a coniare nel 1984 il termine cyberspazio riferendosi ad “un nuovo universo, una realtà artificiale, ‘virtuale’, multidimensionale, generata, alimentata e resa accessibile dal computer attraverso le reti globali di comunicazione”. Una realtà composta da oggetti o, meglio, “costrutti di dati”(Tagliagambe, p. 22) provenienti sia dal mondo fisico che generati nello stesso cyberspazio: una realtà ibrida, quindi, avente proprie prerogative. Alcune di esse mostrano come “la geografia del dominio cibernetico” sia molto differente “dalla geografia umana” in quanto il cyberspazio “è molto più mutevole rispetto ad altri ambienti, [le sue zone] possono essere attivate e disattivate con un semplice click” (Martino, p. 65), all’interno dello spazio digitale la “staticità naturale è annullata da una volubilità continua che espande e muta la geografia del cyberspazio istantaneamente” (ivi, p. 66), in ogni momento, anche in modo radicale, la sua conformazione potrebbe cambiare.
Si è prodotto, in questo modo, un cambio di velocità del processo evolutivo sociale; il cambiamento, da processo, più o meno, lento e calcolabile si è tramutato in processo ultrarapido e ancor più instabile: la volontà di controllare la realtà e i suoi effetti, da parte dell’umano, si è rovesciata in una ulteriore non padronanza, il controllo del e sul reale, se per gli addetti ai lavori ha assunto una schermatura agevole grazie, inoltre, all’aiuto dell’I.A., per gli utenti, per le persone comuni si rivela essere una vera e propria lotta contro l’incertezza. In ogni caso, una volta che ci si collega al cyberspazio, non appena si passa dall’essere offline all’essere online, si entra “all’interno dell’informazione” (Tagliagambe, p. 2), “ci si immerge” in uno spazio al quale “si partecipa, e non solo cognitivamente, ma anche emotivamente” (ivi, p. 31), esso si caratterizza come un vero e proprio “habitat” in cui poter relazionarsi a persone e ad oggetti i quali, nella rete, acquistano consistenza propria, insomma, “si costituiscono come oggetti d’esperienza”, indi per cui, può dirsi che “gli uomini possono trovarsi ‘nel’ cyberspazio proprio come nello spazio” (ivi, p. 32).
Si capisce, allora, che lo spazio digitale conformato in questo modo non si distacchi dalla realtà tradizionale dal momento che il suo risultato, infondo, è “quello di agire sul mondo reale”, apportare cambiamenti alla realtà concreta, in questo modo le “azioni virtuali dell’utente riescono ad avere effetti diretti e conseguenze tanto nel cyberspazio che nel mondo fisico” (ivi, p. 29): può affermarsi che, ancora una volta, la categoria di reale muta perché essa stessa mutevole. Il processo di cyberspazializzazione, inoltre, avrà forte ripercussioni in ambito politico, con la comparsa di questa ulteriore forma di realtà si assisterà ad “una vera e propria diffusion of power” che metterà in discussione il monopolio della violenza, prerogativa assoluta degli Stati moderni. “Questo fenomeno [favorirà] la migrazione del potere dagli Stati verso attori non governativi” a tal punto che uno dei problemi politici odierni riguarda “l’aumento di dinamiche che sfuggono anche agli Stati più potenti”, concernenti il protagonismo di attori non statali “capaci di influenzare in maniera sempre più incisiva i processi decisionali” (Martino, p. 70-2) ponendo sia nuove opportunità, sia sfide alla politica internazionale.
Queste considerazioni sono il frutto dell’evento che, comunemente, si etichetta transizione digitale ma che, seguendo alcune analisi di Gianluca Giannini, “si potrebbe definire Digiticene” (Giannini, 2024, p. 444) una nuova èra, se così può definirsi, in cui molte antinomie vengono a riconfigurarsi e/o a sparire, prima fra tutte, appunto, quella di analogico/digitale. Ormai, da circa un trentennio, viviamo all’interno di una costante rivoluzione digitale che, da quando ha preso avvio, non ha mai smesso di continuare ad innovarsi e di innovare le differenti piattaforme in cui prende corpo e lo stesso cyberspazio, lo stesso InterNet non hanno smesso di essere aggiornati e di aggiornarsi. Ciò che ha dato, però, una notevole e ulteriore spinta al fenomeno del digitale è stato l’Internet of things, saldatura permanente e asse di collegamento irreversibile, tra tutto ciò che era analogico e il complesso e complicato mondo digitale: “componente cruciale del nuovo ecosistema digitale, [l’IoT] non descrive una tecnologia ma un paradigma informatico, in cui le tecnologie usate servono per sviluppare una infrastruttura il cui scopo è rendere gli oggetti del mondo fisico in grado” (Bennato, p. 24) di collegarsi al cyberspazio, ad InterNet. Se in un primo momento furono soltanto i computer a collegarsi tra loro e alla rete, oggi, dopo sviluppi ulteriori nell’ambito software e algoritmico (IA), sono gli oggetti più comuni ad essere connessi: dall’orologio alla tv, passando per le autovetture, frigoriferi, smartphone, ogni oggetto tecnologico è potenzialmente collegabile ad altri oggetti o alla rete. A tal proposito si può affermare con Davide Bennato che “le tecnologie informatiche non solo organizzano e orientano la nostra realtà, ma la costruiscono nel vero senso della parola, cioè la società assume significato nei termini in cui può essere affrontata dalle tecnologie informatiche” (ivi, p. 72).
Prendendo consapevolezza di questo plesso di dinamiche Luciano Floridi, nel 2017, riprese il termine infosfera dall’autore Alvin Toffler che lo adoperò negli anni 80′ per descrivere la “terza ondata” delle tecnologie di comunicazione che stavano iniziando a fare la loro comparsa nella società e che con una felice immagine, Toffler, descriveva così: “Proprio come i pesci non possono concettualizzare l’acqua o gli uccelli l’aria, l’uomo capisce a malapena la sua infosfera, quello strato avvolgente di smog elettronico” (Iorio, Somma, p. 191). Se pur le dinamiche di allora siano completamente differenti da quelle odierne, tramite Toffler si apprende come già fosse nell’aria la sensazione di un tipo di tecnologia (quella digitale) avvolgente ogni contesto umano, ogni porzione della realtà. Floridi, come si diceva, riprende il termine per indicare, nel contesto odierno, “l’intero ambiente informazionale costituito da tutti gli enti informazionali, le loro proprietà, interazioni, processi e reciproche relazioni” (Floridi, p. 58) indicante, quindi, l’intera infrastruttura del cyberspazio-InterNet collegata, senza soluzione di continuità, alla realtà in carne ed ossa: l’infosfera, da questo angolo visuale, appare essere il nuovo nome che, l’intera nostra realtà, acquisisce. Uno spazio intra-digitale che ha come caratteristica “l’assenza di confini”, mostrando il suo carattere “globale” e senza “alcun fuori” (ivi, p. 130), spazio che, ormai, costituisce “l’habitat della mente umana” (Iorio, Somma, p. 192) in cui “agenti biologici e artefatti ingegnerizzati, costantemente interconnessi fra loro, interagiscono trasversalmente tra le dimensioni reali e digitali” (ivi, p. 194) o, meglio, interagiscono nella dimensione infosferiale.   In questo contesto si può affermare, con Iorio e Somma, che ciò che potrebbe venire chiamato “iper-reale precede e costituisce il reale”, esso “non è più una copia di una realtà esterna, ma l’unica forma di realtà a cui fare riferimento” (ivi, p. 197): il cosiddetto virtuale è, a tutti gli effetti, reale.
L’iniziale disgiunzione si è capovolta assumendo al suo interno entrambi i lembi concettuali e rilasciando in unico concetto/significato ciò che oggi è il digitale, in una parola: la nostra realtà è digitale.
La natura della realtà è divenuta digitale.
Su questa scia di considerazioni possono essere condivise alcune affermazioni, quelle più descrittive, di Adriano Pessina, in special modo, quando rileva che “oggi ci troviamo di fronte al fatto che non siamo più noi a dover andare nel mondo per conoscerlo, ma è, per così dire, il ‘mondo’ stesso che ci è fornito a domicilio” (Pessina, p. 35), fornitura che proverrebbe dal complesso delle tecnologie ICT/smart che, ormai, popolano il nostro presente e che immettono l’umano in un circuito che non ha uscita: “ciò che il digitale, e la narrazione che lo promuove, richiede, è la condivisione. Ciò che non è comunicato, evidenziato, è come se non esistesse” (ivi, p. 112). È come se ci trovassimo all’interno di un loop totalistico al di fuori del quale la categoria stessa di esistenza subirebbe una scacco, che porterebbe a considerare esistente solo ciò che è situato al suo interno: le esperienze che facciamo perdono di consistenza se non possono essere proiettate in immagini e suoni sulla rete: è la rete che le giudica rilevanti e l’apprezzamento altrui è il segno dell’importanza di quanto abbiamo vissuto. Ed è sempre nella rete che possiamo trovare la ‘spiegazione’ delle nostre esperienze, delle nostre identità, persino dei nostri turbamenti e delle nostre malattie” (ivi, p. 40).
A quest’altezza discorsiva si intravedono ulteriormente quei crismi che fanno acquisire maggior peso alla dicitura, prima menzionata, di Digiticene, un’epoca, la nostra, dove il digitale permea ogni bordo e interno delle nostre esistenze, dove i confini, ancora una volta, tra virtuale e reale appaiono smarrirsi. Questo è il motivo per cui più che pensare al digitale come ad un “altrove” lontano, a cui, però, siamo collegati, sarebbe meglio, forse, inquadrarlo come un che più propriamente si istituisce come un qui sempre più prossimo: l’altrove costituito, al massimo, dal cyberspazio e da InterNet, si è tramutato nell’intra-digitale o, se vogliamo, nel Digitale a tutti gli effetti.
Il digitale quindi, per dirla con Emiliano Bazzanella, si struttura come un “luogo ubiquitario, in contatto con tutti gli altri luoghi e in grado di condizionarne osmoticamente le organizzazioni e le compagini; luogo attraversato da eterogeneità, punti di slabbramento, ed esso stesso effetto di un incrocio tra spazi eteronomi” (Bazzanella, p. 109), provocando, ulteriormente, lo scalzamento dell’“ipotesi euclidea di uno spazio strutturato, ben organizzato”, importando, invece, “elementi di caoticizzazione” (ivi, p. 24) dove, lontano da dicotomie, “tutto diventa reale”, un divenire reale che fa “vacillare l’assetto di una realtà con la R maiuscola, quale è andata consolidandosi nel pensiero metafisico e nella tecnicizzazione del nostro rapporto con la natura” (ivi, p. 65). Questo fenomeno, insieme al fatto che “le interfacce divengono progressivamente meno visibili”, ha portato, probabilmente, Floridi ad intuire che sfuma totalmente “il limite tra il qui (analogico, basato sul carbonio e offline) e il là (digitale, basato sul silicio e online)” (Floridi, p. 61) arrivando a pensare, piuttosto, in termini di “onlife” surclassando, in questo modo, “la distinzione tra ambienti online e ambienti offline” (ivi, p. 90).
Onlife, quindi, descriverebbe il nostro nuovo modo di relazionarci alla realtà, un nuovo modo di esistere in cui, tramite l’iperconnesione degli enti, ha preso forma un modello che ha sostituito il vecchio trinomio umano-tecnologia-modificazione nel nuovo binomio tecnologia-modificazione. A tal proposito si può dire con Floridi che “per la prima volta nella nostra storia disponiamo di tecnologie che possono agire regolarmente e normalmente come utenti autonomi di altre tecnologie” (ivi, p. 51) come, ad esempio, all’interno di specifici ambienti come le case domotizzate oppure, banalmente, quando “torniamo a casa e il nostro smartphone si connette automaticamente ai servizi wireless di casa nostra, scarica alcuni aggiornamenti e inizia a ‘dialogare’ con altri dispositivi ICT” (ivi, p. 55). A questo punto, allora, riprendendo le analisi di Giannini, si può costatare come “l’uomo è, di fatto, assente perchè l’ambiente è, nella sua autoreferenzialità, in possesso di tutti quei dati ed elementi necessari per poter fare le proprie valutazioni e, indi, agire di conseguenza” (Giannini, 2019, p. 13).
Decentramento, quindi, del posto dell’umano all’interno del suo spazio esistenziale e, come già accennato, inglobamento all’interno dell’infosfera dove ciò che chiamiamo ‘esistenza’, prende a farsi in una continuità tra il mondo reale e il mondo virtuale, tra dimensione materiale e dimensione immateriale, tale da imporre non una semplice ridefinizione ma, anzi, tale da impostare le coordinate per la gemmazione di nuovi spazi antropici che sono il portato di tutto questo senza più ordine distintivo tra un prima e un dopo, tra reale e virtuale appunto, autentico e simulato, originario e sintetico, naturale e artificiale” (Giannini, 2024, p. 449).

5. Conclusione

In commistione perenne con il digitale, noi, da soggetti realificatori di realtà (tradizionali) ci ritroviamo a fare i conti con un surplus di esistenza da dover sviscerare e de-finire per riuscire nell’opera del riposizionamento, per riuscire a significare nuovi ambiti esistenziali che, però, “nell’era di iperconnessione senza soluzione di continuità” ci costringono a “lasciar perdere le dicotomie” e ci obbligano a “ragionare per binomi e, perciò, cominciare ad accedere a un’accezione nuova di esistenza, quella di MetaLife” (ivi, p. 451). Esistenza/realtà da intendere, allora, come processo ibridativo con e nel digitale che, ormai, vuol dire unica chance di stare e divenire-umano, uno stare/divenire che, tramite Giannini, si comprende come sia “già a tutti gli effetti MetaLife, dove la radice ‘Meta’ dev’esser colta nella sua duplicità interna, ovvero di un Oltre (μετά) i cui tempi sono dettati dai Versi, cioè dalle direzioni di movimenti e significati che sono squadernati dalle tecnologie ICT, e di cui Meta (∞) è solo la cifra esemplificatrice” (ivi, p. 452).   Un ibridazione degli spazi, se questa designazione ha ancora senso, che impone all’umano di ri-significare, forse in modo del tutto inedito, se stesso e la sua realtà.
In questo diverso contesto ibridativo, intramato dal digitale, l’umano si ritrova a fare i conti con un diverso modo di istituire-realtà in quanto, lo si è accennato, la sua stessa possibilità di ri-significazione è posta difronte ad un ambiente (spazio digitale) in continua elaborazione/mutamento che rende difficile il continuare a pensare in termini di mappatura istantanea del reale.                   Questo aspetto richiede di porre attenzione al costante dislocamento, decentramento dell’umano e dei fenomeni i quali appaiono essere tutti concentrati all’interno di uno spazio che è contemporaneamente qui e ovunque: in una parola, la stabilità, la presenza, il centro e il tipo di relazioni istituite dal digitale sono diventate, da cima a fondo e paradossalmente, de-stabi-centrate: digit-centrate. Dove, però, il termine centrato è da assumersi nel suo significato situazionale e, quindi, correlato al digitale il quale, essendo senza centro, induce ad una visione dislocata e sparsa della realtà o, più precisamente, induce ad assumere che, ormai, la stessa realtà non sia diventata che dislocazione perenne: spazio ibridativo e obiquitario dove, tutt’altro che sparire, la realtà assume aspetti differenti.   Il digitale, allora, appare essere un nuovo spazio agentivo avente sue specifiche norme e modalità d’esistenza, in cui ad agire nel profondo, però, sono gli algoritmi, i vari linguaggi di programmazione, i software i quali tramutano un certo tipo di dati e conoscenze in interfacce/ipertesti per noi fruibili e comprensibili.
Tra noi e il digitale, in modo impercettibile, si trovano gli algoritmi, a mediare e dirigere le nostre esistenze sono i sistemi IA.

Bibliografia:

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